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Tablinum presents Eutopia Art Collection at Art Capital 2017

Tablinum: this year, our artistic season open with the participation of Tablinum at Art Capital 2017 in Paris.

We are very glad to present the annual art project of our collection, Eutopia Art Collection with the first seven artists promotes by Tablinum Cultural Management in our first art event of the new year.

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Arc de Triomphe e Vase: le sculture di Mieke Van de Hoogen Huijgen per Art Capital 2017

Tablinum: che cosa potreste immaginare di meglio per celebrare il traguardo personale di Art Capital se non la realizzazione di un’opera dedicata ad uno dei monumenti più emblematici de La Ville Lumiere come Arc de Triomphe, a pochi passi proprio dal Grand Palais ?

E così che, fra l’entusiasmo e l’ispirazione, che Mieke Van den Hoogen Huijgen ci regala un’altra delle sue opere, sublimazione della quotidianità in oggetto artistico.

L’argilla modellata con pazienza e ed estrema cura, rivela una manualità impeccabile.

Il colore steso in un’alternanza di colpi di pennello e aerografo sembra seguire un ritmo creativamente emozionale.

La forma modellata dell’arco di trionfo, con la Tour Eiffel forse fra le architetture più emblematiche di Parigi, fa intrecciare nella nostra mente importanti connessioni: la storia che si concretizza in memoria e la funzione celebrativa di questo monumento

Le sculture di Mieke Van de Hoogen Huijgen possiedono la mirabile capacità di sublimare il quotidiano e condensare in esse l’universale con il particolare.

In queste sculture,  una pratica dal sapore artigianale e squisitamente femminile, come la produzione del vasellame e di utensili in ceramica, viene innalzata alla massima espressione artistica.

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Vase, non è più un mero utensile di utilizzo quotidiano ma si trasforma in opera d’arte, oggetto meramente e straordinariamente comunicativo che ci parla con sensibilità squisitamente femminile di cosa significhi   l’arte e di come essa si materializzi nella solo apparente banalità del quotidiano facendo rislendere le intrinseche e preziose connessioni che vanno di ogni istante della nostra esistenza una perla rara.

Irregolari ed estemporanee frutto dell’estro artistico sono le striature di colore che ricoprono la superficie di Vase: elogio di una quotidianità elevata a momento artistico.

Le opere di Meiek Van den Hoogn Hujigen, Arc de Triomphe e Vase, saranno presentate in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 15 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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MIEKE VAN DEN HOOGEN HUIJGEN

Mieke Van den Hoogen -Huijgen ha focalizzato i propri studi sulla progettazione ceramica dal 1987  al 1991 presso l’Università di Maastricht. Dal febbraio 1992 ha fondato  il proprio studio a Elsloo e poi si è trasferita a Nijmegen dal 1997. Nel corso dei suoi studi presso l’Università di Maastricht il suo  interesse si focalizza particolarmente  sulle ceramiche e sulle possibilità espressive del piccolo frammento, dove sotto la guida di Desiré Tonnaer (Maastricht) e Piet Hermans (Venray) ha esaminato il loro potenziale, soprattutto in oggetti monumentali.

Nel suo lavoro,  assume un ruolo predominante l’universo femminile. In queste immagini si può ravvisare per una combinazione di elementi naturalistici e un’astrazione di forme ed emozioni. “Un corpo di donna mi affascina non in quanto rappresenta un ideale di bellezza, ma piuttosto poiché si tratta di una rappresentazione di  un corpo che viene vissuto, le cui emozioni si legge nell’immagine”.

Voglio esprimere nelle mie opere l’asimmetrico. Queste immagini sono costruite in ceramica e i contenuti sono espressi in il frammento.

L’immagine non è un vaso vuoto, il corpo non è un guscio. In questo frammento creo qualcosa di nuovo, lasciando che traspaia tutta la sua delicatezza e fragilità”. Oltre alle figure di donne Mieke realizza anche oggetti in ceramica. In questi oggetti c’è un puro uso dell’immaginazione: essi sono progettati per il divertimento delle forme.

Mieke realizza anche utensili in coccio, realizzate secondo le antiche tecniche indiane, a volte vengono dipinti  con l’ausilio dell’aerografo a volte realizzati con una decorazione serigrafia. Questi utensili rappresentano tutta la liberta e la gioia creativa dell’artista che liberamente sperimenta per il gusto di creare nuove forme e sfumature di colore.

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Luz de la Vida: l’opera di Cheville per Art Capital 2017

Tablinum: Stefano Perini, in arte Cheville, è un giovane artista che lavora sul filo delle emozioni per tradurle in arte allo stato puro. Viva e vitale come la sua creatività. Fa parte del Gruppo Arte Libera che esercita fra il Lago di Como e la Valtellina.

Una carriera agli esordi quella di Cheville in cui le emozioni intense e la gioia di vivere trovano espressione in colori accessi dai toni caldi che invadono la tela con la loro possanza cromatica e materica e ci trasmettono una gioia pura fatta di entusiasmo.

Una figura d’essere umano, stilizzata in verde, colore che ci rimanda al concetto di naturalezza e spontaneità, ci parla di armonia con la bellezza del mondo che ci circonda e di felicità nello scoprirsi parte di uno stupefacente e gioioso macrocosmo di cui siamo felici abitanti.

La luce della vita  ci trasmette tutto l’ entusiasmo che dovremmo conservare nel celebrare la vita e nell’amarla, nonostante le brutture, le difficoltà, i momenti di tristezza.

Poiché una volta fissato uno scopo, possediamo la nostra luminosa guida ad illluminare ed allietarci la giornata.

L’opera di Cheville, Luz de la Vida, sarà presentata in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 15 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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CHEVILLE

L'immagine può contenere: una o più persone, barba, occhiali e occhiali_da_sole

Stefano Perini, in arte “Cheville”, nasce a Gravedova in provincia di Como nel 1992; si diploma come disegnatore tessile ed inizia il suo percorso pittorico da autodidatta nel 2012 sperimentando i primi acrilici su cartone. Nel 2013 inizia a far parte del movimento “Gruppo Arte Libera” dove si mette in gioco in maniera completa ed eclettica.

La rappresentazione del suo stato d’animo è il nucleo da cui scaturisce la sua arte  che alterna un uso immediato e deciso del pennello a uno più riflessivo e romantico.

Il dinamismo del suo lavoro è ben esemplificato dall’utilizzo poliedrico dei materiali che vanno dalla carta alla tela, avendo comunque entrambi come obbiettivo di riuscire a rendere sul materiale lo stato emotivo e l’energia dell’artista.

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Outlook: l’opera di Maria Mouriadou per Art Capital 2017

Tablinum: L’opera di Mouriadou ci avvolge in una vertigine di blu e gialli.

È il colore del mare e del sole che danzano il loro ballo fatto di riflessi continui, si sfiorano a fil di onda per poi allontanarsi.

Il blu in tutte le sue sfumature avvolge il meriggiare ellenico di una giovane famiglia che seduta sulla riva ammira avvolta nel blu il profilo

 dell’isola di Faros all’orizzonte. Spicca dorata, sospesa nell’immensità delle acque.

A navigare, sicure alla meta ma in precario equilibrio come fragili gusci di noce nella tinozza del gioco estivo di un bimbo, ci sono delle piccole imbarcazioni di pescatori.

Outlook, un titolo che potremmo riassumere come un appello a lanciare il proprio sguardo al di là dei confini stabiliti non è un semplice quadro a motivo paesaggistico come potremmo facilmente archiviarlo ad un’occhiata disattenta.

Esso è la rappresentazione di uno sguardo, persino di speranza, cosa non facile di questi tempi, di una giovane famiglia, che cerca di sforzarsi dalla riva per scorgere il proprio avvenire.

Alla deriva in un tumultuoso presente, uniti, stretti l’uno all’altro, per guardare oltre perché, e questo gli artisti ben lo sanno, la capacità di guardare oltre la contingenza, la possibilità di scorgere un baluginio di futuro, ha la stessa meraviglia del raggio di sole che riesce, nonostante tutto, a sfida e  l’impenetrabilità del mare e penetrare nei suoi abissi per portare una scintilla di luce, un messaggio di fiducia verso il proprio futuro.

L’opera di Maria Mouriadou, Outlook, sarà presentata in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 14 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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MARIA MOURIADOU

mouriadouMarie Mouriadou è un artista espressionista greca. Nata ad Atene, dal 1992 si dedica esclusivamente al lavoro di artista che l’ha portata, di mostra in mostra,a girare il mondo.

Nelle sue opere trasmette tutte le emozioni e i colori delle terre da lei visitate.

Le sue opere sono presenti in numerose collezioni private europee.

 

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Passage: la scultura di Jean Paul Lagarrigue per Art en Capital 2017

Tablinum: un abbraccio dolce e malinconico accompagnato da un tenero bacio, con la terribile consapevolezza di una madre che per l’ultima volta stinge fra le braccia le spoglie mortali dell’amato figlio.

Che ritorni o no dalla morte, egli sarà altra cosa dal figlio mortale, bambino e poi uomo cresciuto e amato da Maria con l’intensità e la forza straordinaria di qualsiasi madre della terra costretta, ai piedi della croce, ad assistere inerme allo spegnersi della vita di quel figlio amato incommensurabilmente per un’esistenza intera:

Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama – nostro Signore –
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

da F. De Andrè – Tre Madri

Ai nostri occhi questi due personaggi immortalati nel granito da Jean Paul Lagarrigue hanno perso qualsiasi vestigia di divinità e hanno assunto il connotato universale di una madre che stringe nel disperato e appasionato abbraccio estremo il proprio figlio. Un gesto desolante che accomuna Maria a tante, troppe, madri di tanti, troppi, figli immolati sull’altare del mondo.

Passage è un soggetto estremamente coinvolgente che emerge con tutta la sua forza emotiva dal granito blu del Brasile e paralizza lo spettatore dinanzi allo spettacolo tragico della vita che si fa morte e della carne che si traduce in pietra.

Il taglio diretto sulla pietra, non ha avuto bisogno di disegni preparatori: con mano sicura l’artista ha lasciato che dalla pietra emergesse questo gruppo marmoreo di intensità estrema: scolpiti con un rigore quasi gotico, i lineamenti del Cristo sono immortalati nel loro ultimo spasimo, nel passaggio alla vita ultraterrena; dai panneggi severi del velo emerge il volto di una giovane madre che si tende, dolce e disperata al contempo a baciare il figlio per l’ultima volta, sussurando una frase di commiato mentre l’ultimo respiro scivola via dalle amate labbra. Un abbraccio protettivo e al contempo serrato, scolpito nel marmo.

L’opera di Jean Paul Lagarrigue, Passage, sarà presentata in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 14 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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JEAN PAUL LAGARRIGUE

jean-paul-la-garrigueJean Paul Lagarrigue dal  2010 al 2012  ha realizzato  nel corso di un workshop  sette studi scultorei con altri scultori
Dal 2012 al 2015 ha lavorato presso il proprio atelier numerose sculture in autonomia presso il suo studio.

Nel corso degli anni ha raccolto 14 partecipazioni a fiere ed esposizioni internazionali.

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Moon Adoring Encounter e Panter : le opere di Brigitte Cabell per Art Capital 2017

Tablinum: scolpire la pietra è un lavoro difficoltoso, estremamente fisico, che costringe lo scultore a porre in gioco se stesso in un duro confronto con la materia, sino a domarla, facendo in modo che essa assecondi ls propria volontà poietica di artista.

Opale bianco e serpentino verde dallo Zimbawe sono le pietre che Brigitte Cabell ha scelto per la realizzazione delle sue sculture. Si tratta di pietre dure, non malleabili, dalla storia millenaria.

Brigitte Cabell si pone, scegliendo tali materie prime, nel solco di una tradizione scultorea che ha solcato secoli e secoli: il serpentino, che prende il suo nome dall’aspetto “a pelle di un serpente”, dovuta alle inclusioni e variazioni di colore, è una pietra antichissima già utilizzata in ambito scultoreo dagli antichi sumeri, 4.000 anni fa, che la chiamavano za-tu-mush-gir.

È con questa pietra, ritenuta magica, che è stato realizzato il trentesimo capitolo del ibro dei morti egiziano, sono state scolpite le maschere rituali precolombiane, cesellate le preziose stautine Yu cinesi e altro ancora.

Encounter, green serpentine from Zimbawe, hieght 48, lenght 26 cm, 2016

Il serpentino verde è pietra dal valore di talismano e connettore dell forze vitali; il suo impiego come materia prima va ad assumere un significato essenziale in un’opera come Encounter.

Il dialogo – incontro fra le forme e la linea è, come lascia intuire il titolo, voluto dalla scultrice, un continuo convergere e ricovergere di forme che si fondono, l’una nell’altra.

La sepentina, volutamente grezza, delle parti più esterne viene finemente lavorata e lucidata in corrispodenza del focus di questa scultura dove questo incontro atavico lascia intravedere il suo lato più prezioso proprio dove l’incontro si fa fusione ed energia pura a cui attingere in questo vortice di forme.

Lavorare una pietra come Encounter significa investire un notevole sforzo fisico ed emotivo: le venature della pietra dialogano, accompagnando lo scalpello della scultrice, nella definizione di forme mentre l’urgenza creativa si scontra con la durezza e la fatica del lavoro scultoreo che, grazie allo sforzo interiore ed esteriore dell’artista riesce a liberare la bellezza intrinseca della pietra lasciando che essa si riveli allo sguardo.

Altra pietra di millenaria genesi geologica, è l’opale, scelto per la seconda scultura di Brigitte Cabell: Moon Adoring. Essa nasce dal silicio che si deposita geologicamente per millenni. L’opale, secondo la tradizione, racchiude in sè il potere di tutti gli elementi e le loro rispettive caratteristiche: l’energia e la forza del Fuoco; la prosperità, la pace e il benessere della Terra; l’intuizione, le emozioni e la sensibilità dell’Acqua; la comunicazione e la creatività dell’Aria.

Dall’iridescenza di una pietra tanto preziosa non puo’ che apparire lei, pallida e trasognata: l’Adoratrice della luna.

Moon Adoring,  white opal from Zimbabwe, height 26 length 33 cm, 2016

Adoratrice di millenarie lune già trascorse e di altre non ancora scritte nel nostro futuro, questa scultura incanta con la sua eterea delicatezza.

Lavorando a questa pietra Brigitte Cabell si lascia guidare, assecondandone venature e  dimensioni: è così che puo’ emergere un volto di donna che si abbandona al fascio di luna abbacinante e bianca.

La pietra, grezza nello sbozzare i lunghi e fluenti capelli dell’adoratrice, rapidamente fluisce in un movimento scultoreo in cui le linee si fanno più curve e le superfici assumono una rilevanza essenziale sino a tratteggiare un delicato volto di donna, adorante i pallidi raggi dell’astro lunare.

Le opere di Brigitte Cabell, Moon Adoring e Panter, saranno presentate in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 14 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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BRIGITTE CABELL

cabellBrigitte Cabell, artista tedesca nata in Germania, a Berlino, ha lo studio nella Reismühle – Monaco di Baviera.  E’ vissuta per molto tempo in Italia, a Firenze.

Ha studiato medicina in Germania e ha lavorato come cardiologa fino sei anni fa in clinica, parallelamente alla clinica gli ultimi 14 anni ha frequentato diverse accademie in Germania, Austria, Italia, concentrandosi sullo studio di pittura e scultura; quest’ultima si è rivelata più affine al suo animo.

Ha esposto a Monaco, Berlino, Venezia, alla Triennale delle arti visive di Roma, nonché a Como presso l’officinacento5, in collaborazione con Tablinum Cultural Management.

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La chanson de Frida e La leggenda di San Brendano: le opere di Mariangela Bombardieri per Art Capital 2017

Tablinum: le doti di meravigliosa affabulatrice di Mariangela Bombardieri tornano ad ammaliarci in occasione di Art Capital 2017.

Il colorismo dalle tinte vivaci e dal tratto sapiente, la precisione nella resa di forme e proporzioni dall’equilibrio perfetto ci introducono in un mondo di “Myth & Tales”, come recita anche il suo sito web personale, dov’è possibile ammirare l’intera collezione delle opere realizzate da questa meravigliosa “narratrice su tela”.

Il mondo della letteratura, del mito e del racconto  forma un rigoglioso campo di suggestioni e richiami che l’artista associa seguendo i richiami della propria sensibilità sino a conferirne nuova vita su tela.

Sono accostamenti rapsodici e personalissimi che a volte, nascono quasi per caso, sfogliando distrattamente le pagine di una rivista, quelli che troviamo alla genesi di queste opere; frutto di una mente fervida di creatività e avida di conoscenza.

Se, come sosteneva Picasso, l’artista per creare deve conservare in sè una scintilla di fanciullezza, Mariangela Bombardieri la sprigiona tutta in questo mirabolante connubio fra fantasia ed estro coloristico.

Cos’hanno in comune Frida Kahlo e Nastagio degli Onesti? Oppure l’eroe omerico Ulisse con San Brendano? Vogliamo ora che siano le parole stesse di quest’artista a narrarvi le sue opere attraverso i due testi di accompagnamento alle tele, che qui riproduciamo interamente. Essi sono strumenti preziosi per accostarsi al mondo fatto di miti e favole di Mariangela Bombardieri.

LA CHANSON DE FRIDA

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Sfogliavo distrattamente una rivista sciupata dall’uso, quando notai la statua di Anteros [1] fare capolino da un’istantanea di Piccadilly Circus a Londra. Il riverbero della statua fu illuminante. Fui folgorata da un’idea. L’amore è Luce. Questa è una verità profonda e incontrovertibile. L’amore è una forza universale, la più potente che esista, senza limiti, che illumina le nostre esistenze e innesca la scintilla vitale negli esseri viventi. La Luce è presenza d’Amore, che si tratti di un Dio [2] o dello sguardo dell’amante. Anteros è il Dio dell’amore non corrisposto, fratello di Eros. I due fratelli erano inseparabili. Racconta la leggenda che un giorno Afrodite si lamentò con la Dea Temi del fatto che il piccolo Eros non crescesse, così la saggia Temi le rispose che Eros non sarebbe mai cresciuto finché non avesse avuto l’amore di un fratello. Afrodite si unì ad Ares e generò Anteros e da quel momento i due fratelli crebbero insieme, ma ogni qualvolta Anteros si allontanava da Eros, quest’ultimo ritornava un fanciullo, turbolento ed irrequieto. Questo mito insegna che l’amore per crescere ha bisogno di essere corrisposto. Un personaggio simbolo della luce e del suo connubio con il buio è stata la pittrice Frida Kahlo, “una colomba dalla zampa rotta”. La sua esistenza è stata una canzone d’amore, struggente e appassionata, rivolta al suo compagno Diego Rivera. La sua costituzione fisica, la poliomielite (a sei anni) e successivamente un terribile incidente (a diciotto anni) nel quale restò gravemente ferita, non le impedirono di vivere un’esistenza ardente e vivace, animata dal suo amore per la pittura, la sua terra e soprattutto il marito Diego.“Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa” [3]. Amore attraversò lo sguardo di Frida Kahlo, trovatrice del  ventesimo secolo, con la violenza del fulmine, che penetra attraverso  la finestra di una torre e devasta tutto ciò che trova al suo interno [4] . La vita di Frida fu un’alternarsi di tradimenti e riavvicinamenti col compagno di sempre, una partita incerta tra amore corrisposto e non corrisposto. Come nella novella del Decameron di Nastagio degli Onesti [5]. Questi, ritrovatosi ricchissimo in giovane età, era innamorato di una fanciulla appartenente ad una famiglia nobile rivale. Per attirare la sua attenzione, Nastagio cominciò a sperperare il proprio denaro in banchetti e feste organizzate in suo onore; la ragazza, tuttavia, non ricambiò l’amore di Nastagio, anzi si divertì a rifiutarlo freddamente, e per questo motivo egli più volte si propose di suicidarsi, di odiarla o di dimenticarla, senza però riuscirvi. Vedendo che Nastagio si stava consumando di un’amore invano, i suoi amici e parenti gli consigliarono di andarsene da Ravenna. Il giovane pertanto si trasferì nella pineta vicino a Classe. Un venerdì all’inizio di maggio, all’imbrunire, Nastagio, passeggiando nella pineta, vide una ragazza correre nuda tra lacrime e lamenti, inseguita da due cani che la mordevano e da un cavaliere nero con uno spadino che la minacciava di morte. Nastagio cercò di difenderla, ma il cavaliere, presentatosi come Guido degli Anastagi, gli raccontò come un tempo aveva amato follemente questa donna che stava inseguendo ma, poiché costei non aveva voluto ricambiare il suo amore, si era suicidato. Quando anche la ragazza morì, senza alcun pentimento per il tormento che aveva inflitto al suo innamorato, venne condannata con lui alla pena di quella crudele caccia: ogni venerdì, la ragazza avrebbe dovuto subire l’uccisione e successivamente risorgere e ricominciare la dolorosa fuga, per tanti anni quanti erano stati i mesi del suo rifiuto nei confronti dell’innamorato. Nastagio decise di approfittare della situazione: imbandì un banchetto in quello stesso luogo del bosco il venerdì successivo, invitando i propri parenti e l’amata insieme con i suoi genitori. Come Nastagio aveva previsto, alla fine del pranzo si ripeté la scena straziante e drammatica. Con ciò egli ottenne l’effetto sperato: dopo che il cacciatore spiegò di nuovo ai presenti la sua condanna, la fanciulla amata da Nastagio, per paura di subire la stessa sorte della sventurata, cambiò atteggiamento e acconsentì immediatamente alle nozze, tramutando il suo odio in amore.

Testo di Mariangela Bombardieri

 1] Anteros come angelo della Carità cristiana (1893) è stata una delle prime statue in alluminio, allora considerato metallo prezioso.
2] Fin dall’epoca paleocristiana, la luce è segno di una soprannaturale presenza all’interno del luogo sacro
3] Giuseppe Ungaretti
4] Immagine tratta dal celebre sonetto di Guido Guinizzelli: “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo”
5]  La novella è l’ottava della quinta giornata

LA LEGGENDA DI ULISSE E SAN BRENDANO

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Spiccai Il mio ultimo “volo” da Itaca, seguendo la profezia rivelatami nell’Ade dall’indovino Tiresia. E’ stato il naufragio del folle [1]. Volli varcare le colonne d’Ercole, bramoso d’infiniti spazi. Avvistai da lontano una montagna misteriosa. Era la sede dell’Eden [2]. Ahimè! Un vortice sorse improvvisamente e colpì la parte anteriore della nave. La fece girare tre volte, poi il mare si chiuse sopra di noi [3] . Non fui il solo a sfidare il volere degli dei. Nel tempio di Gordio, in terra di Frigia, era collocato un carro sacro, ancorato con un intricato nodo di robusta corda. Secondo l’oracolo chi fosse stato in grado di sciogliere quel nodo, sarebbe diventato imperatore dell’Asia minore.  Alessandro Magno, giunto  a Gordio, provò a sciogliere il nodo ma, non riuscendovi, lo tagliò a metà con la spada.  Egli fece avverare la profezia, conquistando in soli dodici anni l’intero impero persiano. L’eroe macedone affermò: “Molte  volte i miei compagni avrebbero deciso  di tornare indietro, ma non io, perché volevo vedere il confine del mondo”. Nel VI secolo, San Brendano di Clonfert, un abate irlandese, partì con sessanta compagni alla ricerca dell’Eden, situato sulla mitica “Isola dei Beati”.  Secondo la leggenda, i monaci durante la navigazione incontrarono un grande mostro marino (Zaratan) di nome Jasconius, che scambiarono per un’isola: vi si fermarono a celebrare la messa di Pasqua e accesero un fuoco, svegliando la bestia. Fu quindi la volta del Paradiso degli Uccelli Bianchi con gli angeli caduti, che il protagonista trovò sotto le spoglie di uccelli candidissimi, appollaiati sopra di un albero. Dopo diverse esperienze straordinarie, i monaci raggiunsero l’Isola dei Beati, visitarono l’Eden, e poi fecero ritorno in patria. Il come raggiungere quella terra meravigliosa rimase un mistero. Secoli dopo le pagine meravigliose de “Il Milione”, resoconto del viaggio compiuto nel Catai da Marco Polo, attraverso l’antica Via della Seta, ispireranno i viaggi di Cristoforo Colombo. Nel diciottesimo secolo, James CooK, esploratore e navigatore britannico, giunse al di là del mondo allora conosciuto, intenzionato a spingersi “fin dove è possibile per un uomo andare”. Cook andò alla ricerca del mitico continente Terra Australis e del passaggio a nord-ovest, rotta che collegasse l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico nell’emisfero boreale. Le mete mutano e sono sempre più ardite e temerarie, ma dai ciclopici flutti del mare originano fiori di rara bellezza: le margherite. Candide e solari, le margherite sono considerate il simbolo di  purezza, bontà e nobiltà d’animo, generosità, amore. Nel medioevo le donne innamorate dei loro cavalieri cingevano con una corona di margherite gli scudi dei valorosi guerrieri. Anche il gioco del m’ama non m’ama affonda le sue radici in una leggenda riguardante la regina di Francia Margherita di Provenza, che usava sfogliare i petali di una margherita per assicurarsi che il marito, Luigi IX, prigioniero dei Saraceni, tornasse sano e salvo. Le margherite erano state donate alla regina, dal fratello, che le consigliò di staccare i petali dei fiori, per contare i giorni che la separavano dal ritorno del consorte. Quando il re venne liberato, la regina gli consegnò i petali di margherita che aveva strappato e conservato a testimonianza del suo amore e della sua fedeltà. Molti ricercano la felicità come se fosse una meta da raggiungere, mentre essa è rinvenibile all’interno della nostra anima, così come risulta maturata dalle esperienze che hanno segnato la nostra vita. Sono sufficienti il silenzio e l’ascolto. “ Non è nel firmamento stellato, né nello splendore delle corolle che si vede in tutta la sua perfezione la rivelazione dell’infinito nel finito, che è il motivo di ogni creazione – è nell’anima dell’uomo”[4]. Accogliamo allora l’invito propostoci  nella poesia “Itaca” da Costantino Kavafis: “Se per Itaca volgi il tuo viaggio, fa’ voti che ti sia lunga la via, e colma di vicende e conoscenze. Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi o Posidone incollerito: mai troverai tali mostri sulla via, se resta il tuo pensiero alto, e squisita è l’emozione che ti tocca il cuore e il corpo […]. Itaca tieni sempre nella mente. La tua sorte ti segna quell’approdo. Ma non precipitare il tuo viaggio. Meglio che duri molti anni, che vecchio tu finalmente attracchi all’isoletta, ricco di quanto guadagnasti in via, senza aspettare che ti dia ricchezze. Itaca t’ha donato il bel viaggio. Senza di lei non ti mettevi in via. Nulla ha da darti più. E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso. Reduce così saggio, così esperto , avrai capito che vuol dire un’Itaca”.

Testo di Mariangela Bombardieri

[1] Si veda la xilografia realizzata da Albrecht Dürer per la “Stultifera navis mortalium”
[2] Il Paradiso viene indicato con nomi differenti nelle diverse tradizioni: Giardino dell’Eden, Campi Elisi, Isole Fortunate, ecc.
[3] L’episodio è narrato da Dante Alighieri nel XXVI canto dell’Inferno
[4 ] R. Tagore, Sadhana

Le opere di Mariangela Bombardieri,  La chanson de Frida e La leggenda di San Brendano, saranno presentate in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 14 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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MARIANGELA BOMBARDIERI

Risultati immagini per bombardieri mariangelaLa mia vita è segnata da un sogno ricorrente: dipingere, dipingere e ancora dipingere. E’ questa la passione che anima le mie giornate, unita ad una profonda curiosità . Adoro viaggiare e leggere. Attraverso le mie opere mi piace esprimere le mie riflessioni e i miei stati d’animo. Attingo per l’ideazione delle mie opere dagli spunti offerti dalla lettura di testi di filosofia, letteratura, arte, scienze, o di altre discipline e auspico nel campo dell’arte la più completa e perfetta fusione tra i diversi ambiti del sapere umano. Il mio sogno è infatti di realizzare attraverso le mie opere una forma di “sincretismo culturale”, in cui i diversi ambiti dello scibile umano siano fusi e compenetrati in una perfetta e assoluta armonia.

Propendo per un’arte fatta di contenuti e di simboli e ho sempre sognato di essere una grande “affabulatrice” di storie.

Da qui la mia passione per i miti, le leggende e le favole, e non solo …

Ora vi racconterò una storia, la favola de “La volpe e la maschera”, scritta da Fedro, poeta vissuto nell’età  giulio-claudia, e ripresa successivamente anche da Jean de La Fontaine (sotto un diverso titolo: “la volpe e il busto”).

La volpe un giorno, per caso, vide una maschera tragica: “Che bella testa!” esclamò. “Peccato, che non ha cervello!”

(Personam tragicam forte vulpes viderat: “quanta species” inquit “cerebrum non habet!”).

In una realtà  come quella contemporanea, dominata dalle apparenze, soltanto un’acuta osservatrice (impersonata dalla volpe) riesce a penetrare la sostanza del reale e a vedere al di là  dell’esteriorità  il senso di vuoto che nasconde.