Ridurre l’informazione all’osso, ovvero la necrofilia storica nel documentario contemporaneo, chiavi di lettura.

scheletroStudio Tablinum: l’associazione  tra storia e mummie, ossa e cadaveri più o meno stagionati è diventata un indissolubile binomio nelle stagioni documentaristiche degli ultimi dieci anni e oggi sembra sia diventato impossibile trattare un argomento storico in un documentario in mancanza di reperti anatomici umani,  possibilmente mummificati. Questo processo cominciato in sordina, con opere filmiche dedicate a scoperte archeologiche relative a tombe, è progressivamente degenerato in una spasmodica ricerca, da parte degli autori, di storie che fossero imperniate sul ritrovamento di resti umani. Si pensi alla infinita serie di documentari dedicati a Tutankhamun o alle vittime di sacrifici umani nella America centrale dove la Storia con S maiuscola si perde a favore di sterili ricerche relative a supposte parentele tra scheletri da verificare possibilmente con ipertecnologici test di DNA  che se poi, sia bene inteso, non soddisfano la produzione si possono ripetere in laboratori più sensibili agli indici di ascolto televisivi.

Il documentario, così ridotto a mero strumento di diffusione di soggetti accattivanti per le masse, tradisce totalmente il suo scopo, quello cioe di Documentare. Non interessa più il soggetto come oggetto da Documentare ed eventualmente perchè no anche spettacolarizzare, con il fine positivo di divulgare, ma solo l’essenza spettacolare intrinseca al soggetto, che diventa anche l’elemento discriminante per la sua scelta.  Succede così che la storia di una cittá  importante come Tebe non sia considerata attraente mentre una anonima mummia con qualche strana frattura, diventa subito con la sua carica di mistero da romanzo di Arthur Conan Doyle, soggetto di grande interesse mediatico. Succede così che per fare un documentario su Caravaggio si debba aspettare che ci sia una storia sulle sue ossa perchè la sua opera artistica come la sua vita, tra le  più movimentate che si ricordino,non hanno nessuna attrazione mediatica.

Trovo tutto questo assolutamente deprecabile ma cercando di analizzare l’argomento con maggiore attenzione ho cominciato a chiedermi cosa effettivamente si celi dietro questo amore delle masse per le ossa, che i media cavalcano così pedantemente nella spasmodica ricerca di incrementi negli indici di ascolto.

Prima regola dei canali televisivi nella ricerca di un soggetto è la presenza di un elemento attrattore, il così detto “gancio”, che nel caso di un documentario storico, per esempio può essere un ritrovamento archeologico, questo gancio però per essere valido deve riguardare un argomento d’interesse, cioè conosciuto, se no non e’ considerato efficacie.

Il tutto è assolutamente paradossale perchè se il fine principe del documentario  è documentare divulgando, in un contesto di argomenti che sono giá conosciuti, questo fine viene meno, lasciando lo spazio alla mera  spettacolarizzazione di contenuti giá noti.

Se, per finire, dobbiamo stilare un elenco di contenuti noti ci accorgeremo che, cercandone di adatti alla maggiore  diffusione possibile, questi si riducono a ben pochi argomenti, che a loro volta sono trattabili solo attraverso un ridottissimo numero di chiavi di lettura accessibili alle masse, da qui arriviamo alla chiave principe di tutti i documentari: le ossa.

Le ossa hanno un grande potenziale, tutti le conoscono e sanno che danno sapore al brodo, il brodo, poi, va bene anche per chi non ha i denti  e chi non ha denti non morde ed è così che la Televisione ci vuole.

Pietro Galifi della Bagliva

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