IL PALAZZO ENCICLOPEDICO E IL MUSEO SENZA MURA…RIFLESSIONI DALLA BIENNALE DI VENEZIA

fotoStudio Tablinum:  il tema del Palazzo Enciclopedico, al quale è dedicata la Biennale  di Venezia 2013,  racchiude in sé la volontà di abbracciare il mondo nella sua interezza per arrivare a capirne i segreti, governarne le forme, attraverso l’arte. Il valore dell’arte come chiave di lettura del nostro mondo, capace superare l’impasse dell’inesprimibile e per diventare l’atemporale a cui affidare il messaggio dell’umanità, la  sua lotta contro gli spettri dell’irreale, e infine la sua capacità di far splendere un tesoro in cui la bellezza, il sacro, il sovrumano e l’immaginario, sono finalmente riuniti non può non riportare alla mente la teoria del museo immaginario consegnata alle pagine di “Les Voix du silence” (pubblicato in Italia “Il museo dei musei”, 1957, Mondadori)  da Andrè Malraux.

Ciò che stupisce in Malraux è come la sua  teoria arrivi a prevedere con grande anticipo  e precisione, quelli che negli Anni 60 del secolo scorso, erano i germi di un’epoca come la nostra  segnata dalla fine delle supremazie culturali e politiche e aperta agli influssi provenienti da più luoghi e culture.  La teoria del museo immaginario richiama all’importanza di attribuire il giusto valore alle continue metamorfosi del “linguaggio delle forme” e attribuisce all’arte il compito  non tanto di spiegarci perché “siamo stati gettati tra questa profusione di materia e stelle” ma piuttosto  “come sappiamo in questa prigione  trarre da noi stessi immagini abbastanza potenti da negare il nostro stesso nulla”.

Il  museo tradizionale, nato dall’eccentrico collezionismo della wundercamer finisce nel XIX° secolo con il cristallizzarsi in un luogo di profonda intellettualizzazione delle opere e di studio, un museo dove la polvere di un tempo che passa inerte tra teche e scaffali offuscandone tutto il fascino.  Qual è la grande sfida per Malraux come ancora per noi oggi se non quella di mettere in discussione il concetto stesso di museo? Qual è il vero valore a cui dovrebbe aspirare il museo contemporaneo?

 Guardiamoci attorno e capiremo subito come, in una società come quella in cui siamo immersi oggi, il museo non può  che essere il luogo dell’incontro e della metamorfosi, in cui le opere parlano il linguaggio della contaminazione e del costante mutamento di un contenuto che solo in apparenza rimane immutato nel tempo perché tutte le opere che costituiscono la nostra  eredità e che abbiamo catalogato e riposto nei nostri musei con tanta cura, in realtà continuano il loro viaggio nel tempo e nelle emozioni dell’osservatore. Il museo immaginario possiede in sé una straordinaria  forza, le opere che noi conserviamo in esso, ci scelgono ancor prima d’essere scelte.

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Ma il museo immaginario non vuole essere un Louvre virtuale quanto piuttosto, la raccolta e la rielaborazione di cinque millenni di tentativi di espressione da parte dell’uomo in tutto il mondo. l’immemorabile il selvaggio e il preistorico trovano nel nostro museo immaginario, il loro posto accanto all’algida compostezza della Venere  di Milo o trovano la loro eredità negli accesi colori di un opera Fauve. Quello che ci affascina in questo museo senza più mura è l’ invincibile dialogo, capace di risuscitare tutte le  arti, anche quelle devastate o dimenticate, innalzandole tutte a pari importanza poiché tutte ci parlano dell’uomo e del suo anelito a governare la forma del mondo, a comprenderne l’essenza profonda.

Attraverso il lavoro di rielaborazione dei segni oggi siamo in possesso del più grande museo che l’umanità abbia mai conosciuto, un palazzo enciclopedico. L’arte come linguaggio di profonda metamorfosi e di commistione  diventa il simbolo della costante metamorfosi che l’essere umano, a qualunque latitudine ed epoca ha voluto dare nell’ elaborare e trasporre il proprio mondo e le proprie credenze.

Una vera e propria babele di stili e linguaggi  che ancor prima di trovare fisicamente il suo posto in un concreto “palazzo enciclopedico” lo trova nella mente di noi contemporanei allenati al sincretismo e alla contaminazione culturale, ci invita a trarne tutti gli aspetti positivi e ad individuare nel processo creativo il movimento stesso dello sviluppo dell’umanità. L’arte si riscopre così,’ in tutto il suo valore fondamentale e si avvicina  sempre più a rispondere a quella costante sensazione di horror vacui che sembra perseguitare l’umanità dalle sue origini. Il museo immaginario non è solo una teoria affascinante ma diventa un valido strumento di analisi applicabile alla sintassi e ai simboli creati dall’uomo, un tentativo di recuperare significati più profondi di quelli reperibili sulla superficie della realtà e che rispondono alla  volontà di andare più a fondo nella conoscenza pur essendo costretti dalla propria caducità ad una corsa contro il tempo.

Il fluire del fiume senza tempo che è l’arte potrà forse darci una risposta oppure  resterà solo il ricordo di un sogno, di un anelito d’immortalità:

“ Forse quando il museo immaginario sarà stato gettato nell’ossario dei grandi sogni, qualcuno ricorderà di queste ore in cui udivamo la creazione umana, sino al fondo dei secoli, come queste rane che cantano in fondo alla notte…”

Francesca Corsi

LINK:

BIENNALE VENEZIA 2013

ANDRE MALRAUX BIO

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