IL CIELO FRAGILE DELL’ANIMA

immagine copertina i piedi del messaggero

Studio Tablinum: il mio primo contatto con l’opera di José Félix Olalla, nella traduzione italiana di Sebastiano Burgaretta, risale all’autunno del 2010, quando il curatore mi contattò per propormene la lettura. Non conoscendo la lingua spagnola al di là delle ovvie somiglianze con l’italiano, mi sentii subito inadeguato al compito affidatomi. Egli mi spiegò poi che si sarebbe trattato, per me, di leggerla come opera autonoma, indipendente da quel vincolo che sembra  rappresentare sempre il testo originale per un’opera tradotta.

Come in un processo di colonizzazione gli apoikoi che partono dalla madrepatria vanno a fondare una città che ne recherà sempre l’impronta, o come quando una coppia dà vita a un figlio infonde in lui , insieme con la sua irriducibile unicità ed originalità, anche i tratti inconfondibili della filiazione, così chi  legge un testo tradotto non può fare a meno di sovrapporre, entro certi limiti, la figura del traduttore a quella dell’autore. E in effetti, conoscendo io il traduttore per essere stato uno dei miei docenti e maestri di vita, non ho potuto fare a meno di sentire l’animo di Burgaretta dietro le parole di Olalla. La musica spezzata e drammatica del suo verso ha richiamato alla mia mente la sua lettura di certi gioielli della poesia italiana e latina che riecheggiano nella mia memoria di studente liceale, benchè siano trascorsi , da allora,   più di due decenni. Così la rabies di Dante o l’italum acetum di Orazio Flacco tornavano a farmi sentire il brivido della loro suggestione attraverso l’accorato verso  di Sebastiano Burgaretta, in un clima che si faceva ora mistico ora carnale salendo e scendendo da un registro all’altro come i tasti di un pianoforte, capaci di riprodurre la medesima melodia su diverse scale.

Il traduttore, in una nota posposta al testo a stampa si definisce anche un po’ “traditore” del testo, ma,  io dico, che questo “tradimento” in una misura che non va mai oltre la necessaria discrasia che si viene a creare fra i modi difformi di rappresentare, e quindi di dire, il reale che sono alla base delle diverse lingue. Saussurianamente potremmo dire che  in questo spazio si inscrive  lo scarto assolutamente vitale e latore di significazione fra langue e parole, che delimita il campo in cui si origina il senso, in questo caso della versione italiana di Burgaretta.

      Una ragione del fascino che il verso di Olalla esercita su di me lettore,  risiede in quel misto di epico e picaresco, che è poi come dire di cielo e terra, di fango e stelle, di sublime e di umano, di trascendente e immanente, che è nella figura del pellegrino-poeta,(in cui si sente l’eco di personaggi della letteratura spagnola che sono usciti dai confini nazionali per divenire categorie universali appartenenti al patrimonio della Letteratura) e che ci restituisce una figura prima evanescente e poi  improvvisamente spessa, densa: un cavaliere smagrito e sperduto nel bosco della propria interiorità che prende improvvisa consistenza quando suda in un Getsemani di dentro (interiore)  il dramma del suo incontro-scontro con il divino: quando poi canta e non più piange diventa sottile, rarefatto, dolcemente aereo e musicale, in una tonalità ora fragile, ora augusta e veneranda, conscia della mistica solennità delle Scritture, che emerge in alcune esplosioni di canto che ricordano i salmi o nella rappresentazione di alcune ineffabili delizie che richiamano il giardino del Cantico dei Cantici.

Ritrovo inoltre in questo poemetto qualcosa di un genere poco praticato, quel   “romanzo in versi” che fece capolino nella letteratura italiana con “La camera da letto”e “La capanna indiana” di Attilio Bertolucci e poi non fu più sviluppato. Un viaggio à rebours, un ritorno alle antiche madri per dirla con Vittorini, alla scoperta dei sentieri della Fede, sempre punteggiati dal dubbio metodico, fecondo sul terreno letterario di costruzioni ampie e affascinanti e sul piano poetico di immagini che hanno la potenza della visione e la forza  serenante della contemplazione placida, pronta a sommuoversi subito spinta da una domanda che incalza: è la domanda sulla fine, da cui, come in un romanzo, dipende l’interpretazione di tutto il percorso precedente.  Da essa prende le mosse tutto il viaggio ideale in cui consiste l’opera, il cui linguaggio conserva qualcosa di oracolare, non tanto e non solo nella necessita che ci presenta a ogni passo di entrare nel suo mondo per capirlo, ma anche perfino in quella musica cantilenante, che ha la solennità del carmen inteso some formula magica (cioè densa di  sapienza, e pertanto di non immediata comprensione).

La fine della vita come l’approdo a un fiume, l’uomo come un valoroso cavaliere  che impavido attraversa il bosco e s’arresta attonito a considerare sulla sponda il coraggio dei suoi commilitoni-fratelli che hanno già superato la prova. La luce del tramonto infiamma di un mesto fuoco la riflessione sull’oltre, su quell’unica esperienza che non rientra  nel dominio della conoscenza razionale e non si sottomette  alla tirannìa della mente . Comincia allora la sequela di domande affannose ed elegiache: emergono le autogiustificazioni della ragione inarrendevole e la pratica della Fede, mai riscaldata dall’incontro personale con Gesù, (ma se questo avvenisse nello spazio letterario sconfesserebbe da sé solo il valore del percorso doloroso, della via dolorosa che il pellegrino compie) alla luce di quegl’interrogativi si svela un tanto  coraggioso quanto finto agone nel sacro suolo del Regno.  Gli uomini si scoprono allora fratelli solo nel morire, nel senso che arrivano tutti a quella soglia col dubbio negli occhi e con il desiderio di non perdersi nell’indistinto, di non svanire. E’ sempre la mente che domina in queste paure: il cuore è lì, ma non viene ascoltato. Il cavaliere non è ancora pellegrino, per farlo deve percorrere una strada col cuore : quella strada avrà la lentezza di un Rosario che inizia con il mistero del Natale: l’irruzione del divino nella dimensione incarnata si annuncia con un propagarsi di fuochi: i “falò in lontananza” , “i sarmenti” che “ardevano…con allegria scoppiettante”. La figura del Battista è assorbita e ridotta a pura eco , musica, suggestione fonica che grida dalle latebre profonde dell’io, voce della coscienza che  grida lacerando il silenzio grave del deserto, ma non per questo è chiara e comprensibile, anzi, funziona da richiamo, da monito a sentire, a tendere l’orecchio e tutti i sensi per cercare di capire, di non ancorarsi alla morte, di spiegarsi quello che è stato annunciato, sistemato, spiegato, rivelato e perciò ricoperto di un altro velo che lo ha reso due volte misterioso. Dunque, la figura del Battista è un simbolo, e come tale catalizza verso di sé una pluralità di significazioni che ha la consistenza di un grumo, di un coacervo di senso che esige di essere visto in filigrana. Il simbolo serve al poeta e al suo traduttore come strumento che esprime meglio di tutti il mistero, non perchè lo spiega ma perchè è capace di reificarlo, di concretarlo in un’immagine diastratica. Si vuole spiegare il mistero di una realtà che a volte diventa un richiamo che in un momento certamente non casuale si fa sentire dentro ognuno di noi , salvo scoprire poi  che si può solo costeggiarlo e corteggiarlo con la parola umana, nel tentativo di restituire unità dov’erano dispersione  e lacerazione, e cioè dicendo l’indicibile. E siccome l’ineffabile non può appunto esser detto, l’asse si sposta inevitabilmente dall’esterno all’interno, dall’oggetto immateriale che non si può rappresentare all’animo che lo percepisce e alla mente che lo pensa. Si snoda allora una storia in cui le tappe del cammino sono diventate altrettante “voci di dentro”, che giustificano la libertà di riscrivere una storia in cui si è, per così dire, lector in fabula, e se ne può riscrivere non solo il finale, ma piuttosto entrare nelle pieghe di ogni singola porzione di esperienza e affondare lo sguardo per vedere , per interpretare quelli che sono , come si è già detto, una sorta di oracoli .

il lettore -o almeno io come lettore- si trova ad ogni pagina come davanti a una tela sacra, a una stazione di una sorta di Via Crucis davanti alla quale si sente chiamato a soffermarsi e a meditare. E ad ogni quadro che si contempla  si vorrebbe cambiare una sfumatura, e alla contemplazione orante si sostituisce il grido della carne in lotta con lo Spirito. Questa struttura mi ha molto colpito: essa ha la grazia miniaturistica del cammeo e insieme la forza di persuasione e la vastità come di affresco popolare  delle tavole illustrate che accompagnavano l’opera dei pupi creando uno sfondo in cui s’inserivano alla perfezione le figure dei paladini di Francia, ardimentosi e innamorati, in una sorta di ping-pong fra tradizioni paesi diversi, ma accomunati dal fatto di affacciarsi tutti su quel mare circondato di Storia che è stato il Mediterraneo. Per questo mi piace concludere facendo riferimento a un gesto che forse potremmo definire metapoetico: la lettura di questo testo, condotta sui due binari paralleli dello spagnolo e dell’italiano, che sono mirabilmente incanalati nello spazio breve e denso del recto e del verso di due pagine contigue del libro, si rivela un singolare, affascinante, doloroso periplo del Mediterraneo condotto nel segno di un continuo confronto che è un rispecchiarsi e non un giudicare, perchè si ha comunque  una croce sulle spalle: quella di essere uomini, né angeli né bestie, ma creature intermedie che traggono la linfa dalla terra e col capo scrutano il cielo, e con le braccia sia prono alla relazione con gli altri, con i simili, o fratelli, cui si chiede di formare una catena (“ponti di corda”) che rischiari e riscaldi il buio della mente con il fuoco di un abbraccio capace di pacificare ciascuno con la coscienza della propria finitezza.

I piedi del messaggero di biblica memoria allora non annunciano più il lieto annunzio della salvezza: è la morte che bussa alla porta del cuore e genera le domande. La ricerca di senso parte da lì, per approdare alle rive inquietanti del Mistero che rimbomba dentro come fa l’eco di una voce umana in un sepolcro vuoto.

Elio Distefano

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