L’IMPORTANZA… DI UNA CRAVATTA A FIORI

…Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. ‘Ferma, ferma!’ si vorrebbe gridare, ma si capisce che è inutile…”

D. Buzzati  “Il deserto dei Tartari”.

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Studio Tablinum: cito Buzzati e -a parer mio- una delle sue opere più belle per introdurre il tema dell’attesa, sul quale ho riflettuto a lungo soprattutto in seguito alla lettura di quest’opera.

Mi sono chiesta, dopo aver letto l’ultima pagina: “Che cosa ho fatto fino ad ora nella mia vita? Cosa ho concluso? Per cosa ho vissuto?”

Però, riflettendoci bene, quante persone si soffermano a pensare, anche solo per un attimo, su ciò che succede nella loro vita o su quello che vorrebbero succedesse? Secondo me sono ben poche perché, coi tempi che corrono, si vive nell’attesa che un qualcosa di importante accada, un qualcosa che squarci la nostra monotonia –meglio se questo “qualcosa” è un fatto positivo, ovviamente- oppure ci si lascia vivere dagli eventi, senza essere protagonisti in prima persona della propria vita.

A questo proposito, oltre alla storia di Drogo, l’eroe del libro di Buzzati che -se qualcuno di voi non lo sapesse- trascorre la sua vita in una fortezza nell’attesa di subire l’attacco dei famigerati Tartari, mi viene in mente anche l’opera teatrale di Beckett , “Waiting for Godot” .

Estragon e Vladimir, i protagonisti, aspettano che Godot arrivi per l’intera pièce teatrale, nel mentre ammazzano il tempo con gesti e conversazioni illogiche e grottesche. Perché i due barboni devono buttare via la loro esistenza in questo modo? Possibile che il loro unico scopo sia aspettare Godot?

Ebbene  sì. Beckett ha rappresentato alla perfezione l’alienazione dell’uomo moderno, la mancanza di attivismo e  di voglia di cambiare ma erano anni bui e cupi: la seconda guerra mondiale si era da poco conclusa e il seme del male era sparso in qualsiasi fessura della Terra. L’uomo, guardandosi attorno, non vedeva altro che dolore e desolazione.

Prima di perderci in ragionamenti cervellotici per analizzare a fondo questi due spunti letterari vorrei presentarvi, in modo Kunderiano, una personalità un po’ particolare: Kairòs.  Lo conoscete?  E’ un Dio greco;  è la terza dimensione del tempo ed è l’espressione del  “tempo qualitativo”. Per esprimere al meglio questo concetto vorrei  farvi un esempio, che spero comprenderete. Immaginate che  il direttore di una banca debba  fare molti colloqui al giorno per assumere un nuovo impiegato, sono tutti vestiti con una giacca e una cravatta di colori neutri e banali, solo uno indossa una cravatta a fiori. Il direttore si ricorderà particolarmente di quel tizio che indossava quella cravatta diversa dalle altre e -spero per lui- magari lo assumerà.

Questo esempio, molto banale, mi aiuta a riflettere sull’importanza dei dettagli e delle piccole cose che, come sottolineano anche alcuni grandi poeti, sono il sale della vita.

Bergson, esponente dello spiritualismo antipositivista, espone una delle sue teorie più originali ne “Saggio sui dati immediati della coscienza”: la divisione tra tempo della scienza e della vita (che coincide con il Kairòs). Il tempo della scienza si connota come quantitativo, reversibile e discontinuo. È il tempo oggettivo, rappresentato metaforicamente da una collana di perle. Il tempo della vita, o durata, è l’esatto contrario. È il tempo soggettivo, caratterizzato dall’essere qualitativo, irreversibile e continuo.  Deve essere goduto sino alle radici perché poi non ritorna.

Non intendo tessere né un elogio dei piccoli gesti che danno colore all’esistenza né una critica nei confronti dell’attendere che un certo cambiamento sopraggiunga improvviso nella nostre vite.

L’esempio di Buzzati e di Beckett rappresentano la parte di me che spera sempre in un futuro migliore, che si aspetta grandi cose dal domani e che vorrebbe avere due grandi ali per spiccare un lungo volo. Kairòs e Bergson invece mi aiutano a sopportare la monotonia del quotidiano, a ricordarmi che di vita ce n’è una sola e che va vissuta davvero, non serve avvertire la morte –come diceva il  Heidegger- per rendersi conto che bisogna Vivere.

Non mi piace trarre conclusioni infatti non raggiungo una tesi finale. Coloro che ho citato, da Buzzati a Bergson, sono “strumenti” da utilizzare per riflettere, sperando di  diventare “saggi”.

Il saggio, per  Seneca –anche lui ha infatti espresso la sua opinione riguardo il Kairòs–  è colui che sa trasformare il tempo quantitativo in qualitativo attraverso l’ucronia (eticamente) e la “ominum temporum in unum conlatio” (intellettualmente). Deve recuperare e conglobare nel presente il passato attraverso la memoria e il futuro attraverso la previsione. Il prezzo è dunque la condanna della speranza.

Ma, è  meglio sperare o saper vivere?

Camilla Oliveri

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