VIVERE LA MUSICA

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Studio Tablinum: la musica è emozione. Necessità. Suggestione. Comunicazione. Attrazione. La musica è espressione della libertà, per dirla come Debussy, perché più di qualsiasi altra arte, non si limita alla riproduzione esatta della natura, ma ai legami misteriosi tra la natura e l’immaginazione. Non importa quale sia il genere di musica che si prediliga ascoltare essa è sempre è comunque un linguaggio e, in quanto tale, estremamente ricco di sfumature e applicazioni pratiche, permette di parlare alla persona nella sua globalità: al corpo, attraverso stimolazioni sensoriali, al mondo affettivo, poiché evoca sentimenti, ricordi, emozioni, al mondo intellettivo, in quanto attiva memoria, attenzione, giudizi, e al mondo relazionale, perché fare o ascoltare musica può essere un’esperienza da condividere con altri. Una forza comunicativa e dialettica senza pari, capace di facilitare il dialogo. È l’esperienza della musica, che avvicina l’animo delle persone e favorisce la connessione tra gli individui, al di là dei confini territoriali e linguistici, dando slancio al movimento e all’avanzamento del pensiero. E’ sulla scia di queste riflessioni mi preparavo ad intavolare un’ interessante conversazione con Louis Lortie.

Il pomeriggio del piccolo borgo medievale, affacciato su uno specchio del Lago di Como è uno di quelli in cui la calura del sol leone spinge a cercare refrigerio sulle spiagge sassose del lago o magari a largo, dondolati su una barchetta che sappia portati alla scoperta di nuovi punti di vista e magari poter abbracciare con lo sguardo la totalità di quelle coste impervie che non si lasciano mai veramente conquistare dal passeggiatore estivo che si avventura fra i sentieri riarsi dal sole. Il silenzio fra le stradine del borgo è cullato da una colonna sonora fatta del suono dolce e appassionato di un pianoforte; qualche passante diretto al molo si ferma ad ascoltare incantato quello straordinario dialogo prima di tornare alle proprie occupazioni vacanziere. Chi in questi luoghi ci vive, sa che la mano a far scaturire quella melodia perfetta è quella di Louis Lortie che da queste parti è ormai di casa da parecchi anni ed è affettuosamente accolto dalla piccola comunità lariana. Resto anch’io sospesa dinanzi all’ingresso della casa ad ascoltare finché le note cessano e Louis viene ad aprirmi. Quest’oggi gli ho chiesto di potermi rispondere a qualche domanda per meglio capire cosa significhi vivere così intensamente a contatto con la musica e quali riflessioni possa regalare un’esperienza tanto singolare ed affascinante che lo ha portato a girare il mondo e a portare il fascino della musica “colta” all’interno di un mondo contemporaneo in costante metamorfosi.

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– Hai iniziato la tua carriera giovanissimo; a tredici anni già  tenevi il tuo primo concerto con la Montreal Simphony, possiamo dire che per te musica e vita sono inscindibili. In cosa si fonda la forza di questo legame?

Ovviamente la vita è una cosa molto breve quando uno si attacca la repertorio,sia che esso sia un direttore d’orchestra o un pianista come nel mio caso; nel senso che noi lavoriamo su parecchi secoli di musica e quindi c’è una sete di conoscere tanta musica il problema e che quando si è giovani c’è l’impressione che potremmo suonare e studiare di tutto ma poi ci si rende conto che una vita non basta… con il passare degli anni si nota che è sempre più difficile ma se la musica è una grandissima passione ti divora tutto…per un musicista è molto difficile mantenere l’equilibrio tra la vita normale, la realtà di tutti i giorni perché la relazione che intrecci con la musica è qualcosa di veramente totalizzante e devi stare attento a ricordare che la musica non è l’unica cosa ed è necessario crearsi un equilibrio con la quotidianità. Trovo, inoltre che in quest’epoca il binomio arte-vita debba essere scisso. L’interazione con la gente altrimenti diverrebbe troppo difficile perché quando inizi a viaggiare e suonare per il mondo non sei agli occhi degli altri che una persona un po’ estranea alla quotidianità che ti circonda. Qui in Italia molti mi chiamano “Maestro” e questo fa automaticamente di me una persona a parte proprio perché questo titolo rischia di porre delle barriere.

–  Il tuo lavoro ti ha portato a girare il mondo tra un concerto e l’altro hai notato delle differenze nel modo di accogliere la tua musica da parte della variegata tipologia di pubblico per il quale ti sei esibito?

Certamente il pubblico è determinato dalla cultura ma anche dal “temperamento”  dipende anche da quando il pubblico è abituato ad ascoltare questo tipo di musica.  La musica che potremmo definire di “scrittura complessa” non dobbiamo dimenticare che era preclusa alla grande borghesia ed era apprezzata dai soli aristocratici fino all’inizio dell’ Ottocento, quindi sono solo due secoli e, a pensarci, non è poi così tanto tempo che essa si è diffusa a tutte le classi e culture. Al giorno d’oggi sono milioni se non miliardi coloro che ascoltano musica addizionale occidentale anche in oriente. Una delle più grandi differenze che noto quando suono in altre parti del mondo è quella del rispetto del silenzio durante l’ascolto. In occidente il silenzio è  spesso totale, quasi religioso, un momento di raccoglimento, per esempio in Cina non c’è questo concetto del silenzio durante l’ascolto mentre nei Paesi protestanti c’è molta attenzione raccoglimento durante l’esecuzione. Questo diverso atteggiamento verso la musica fa anche parte della cultura profonda di una popolazione, c’è chi esprime apertamente il suo apprezzamento e che invece invece interagisce molto poco. Per i Giapponesi ad esempio la distinzione è molto molto sottile. Questo aspetto è molto interessante perché la prima volta che suoni in un luogo ti chiedi che tipo di pubblico troverai e hai la curiosità di interagire con le persone appartenenti a quella cultura e molto spesso quando termini il concerto e sei invitato a cena puoi porre domande sulle diverse reazioni che hai riscontrato e questo ti fa capire come, nonostante la globalizzazione, la cultura umana sia così diversa e affascinante e l’effetto esteriore non ha niente a che vedere con l’impatto interiore della musica sull’individuo. Così come la musica può darti una grande emozione senza essere dimostrativa oppure darti la voglia di saltare piedi per la gioia che infonde oppure, in altri casi, induce a rinchiuderti nella propria interiorità e indagare te stesso più a fondo. La ricchezza dell’arte risiede proprio in questi estremi e non è sempre facile analizzarla.

-Il pubblico contemporaneo, i contesti compositivi, sono molto cambiati dall’epoca in cui questi capolavori sono stati composti. Quanto pensi abbiano influito il cambiamento del panorama culturale del pubblico sul modo di capire e apprezzare la musica oggi?

Questo è sempre difficile perché oggi c’è molta più gente che va al concerto di musica cosiddetta “Classica”  perché i mezzi tecnologici ne garantiscono una grande diffusione e andare al concerto non costa poi molto di più che fare una corsa in taxi e l’accessibilità non  è più un problema. Ma il pubblico è un po’ staccato del “diventare” della musica di oggi e c’è un taglio molto importante il tipo di scrittura che si può presentare in un contesto universitario e in uno invece più popolare. Di solito è meno facile che in un concerto aperto a un pubblico molto vasto si possa spaziare proponendo delle scritture magari contemporanee e più sperimentali.

La differenza è simile a quella che si riscontra tra la visita ad un’esposizione di arte moderna e a quella ad un museo tradizionale. Il concerto è un po’ diventato così anche se penso sia indispensabile proporre un compromesso e avvicinare il pubblico nell’approccio alla musica del nostro tempo.

Oggi si toccano tutti i periodi storici e i generi ma non dimentichiamoci che nell’Ottocento quella che per noi è musica “classica” per loro era musica contemporanea.

Ovviamente il problema di oggi è che tutto si basa sulla quantità, sulla statistica per cui se il 98% preferisce ascoltare musica colta ”tradizionale” allora sarà più difficile tenere un concerto con delle partiture contemporanee se solo il 2% lo ascolta. Ma seguendo questa dinamica gli organizzatori di oggi non darebbero spazio ad un’ artista come Mozart che ai suoi tempi suonava per 150 persone al massimo. Oggi come allora sarebbe sbagliato pensare che la musica più innovativa e sperimentale possa essere subito apprezzata dal grande pubblico ma sarebbe sbagliato non consentirne la fruizione.

– Molto spesso si sente attribuire a questo genere di musica un carattere elitario; già bollandola come “classica” le si attribuisce un immaginario di  pallida compostezza e la si rende musica adatta solo agli intenditori e al pubblico da gran soirèe. Pensi sia necessario, sfondare il falso mito dell’elitarismo e  trovare un modo per trasmettere la bellezza e la forza di questo genere a un pubblico più vasto?

Il problema è l’educazione . Per esempio a scuola si visitano i musei fin dalla prima infanzia ma è raro che si faccia lo stesso con le sale da concerto. si potrebbero introdurre i bambini fin da piccoli alla musica cosiddetta “classica”, portarli a sentire dei concerti o, meglio ancora a sentire le prove d’orchestra e ad interagire con i musicisti. Il problema che ho riscontrato è che si fa molto per le arti visive e non altrettanto per la musica e questo è un grosso problema.

Se un giovane rimane chiuso, non riceve gli strumenti per capire il mondo che lo circonda, a vent’anni potrebbe dire che questo mondo non gli appartiene…ma avrebbe davvero ragione? In realtà non avrebbe mai avuto l’accesso e nessuno gli avrebbe spiegato che cos’è. Certo il nuovo fa sempre paura e quando  mancano delle basi solide per accostarsi a qualcosa lo si scarta senza nemmeno averlo capito.

E non è una questione di costi. Ascoltare un concerto di musica classica può costare meno di un biglietto per un concerto pop. Non è una questione di prezzo ma, temo, di pregiudizi perché è un mondo che si schiude alla gente con ritardo. In molti casi è una questione anche di mancata presenza politica.

– Cosa significa dedicare la propria vita alla musica oggi, qual è il ruolo di cui è investito il musicista nel nostro secolo?

Non bisogna pensare che ci sarà sempre un pubblico ma bisogna fare il possibile per interessare i ragazzi fin dalla suola. Io sono molto felice quando sono chiamato a fare dei corsi nelle scuole o degli incontri. Anche il mito del qualcosa di separato dalla società, di distante, oggi va sfatato. Nella nostra epoca la gente vuole capire e non possono più esistere figure distanti  e irraggiungibili.

LOUIS LORTIE

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“Come pianista, Lortie è sia uno stimolante musicista sia un acuto pensatore… abbiamo ascoltato un’esecuzione fuori dal comune, quando la musica trasmette insieme la freschezza del primo sguardo e la forza dell’ispirazione. C’era una delicatezza nel tocco di Lortie, fondata sulla forza e la sicurezza delle idee…”

 (The Daily Telegraph, Londra, luglio 1999).

Vale proprio la pena di mollare tutto per andare a sentirlo suonare, come scrivono spesso nelle sue recensioni, quando Lortie arriva in città. Per trovare in una stessa sera l’intensità di una forte individualità e la leggerezza di chi sembra leggere per la prima volta, con quello sguardo un po’ stupito che passa sopra le cose senza violarle. I cycles, diventano  un modo efficace per dare l’idea di una visione completa dell’opera di un autore che implica un ritornarci continuamente sopra, un ripercorrerla. È quello che fa Lortie che padroneggia un repertorio molto esteso Bach, Schumann, Wagner, Ravel, Beethoven, Chopin, Liszt, dei quali ama realizzare le integrali.  Le integrali Lortie le incide e le esegue in pubblico, ma la sua più grande forza sta nel restituirci, anche attraverso un solo brano, la profondità di tutte le opere precedenti e successive dell’autore. La sua è un’interpretazione e di grande maturità, fatta  al contempo, di naturalezza e di una gamma espressiva vastissima che va ben oltre la mera lettura di un pentagramma.

Come sempre, quando si è in presenza di un grande interprete, la critica cerca i maestri: “Per ciò che riguarda il colore, l’esecuzione degli studi di Chopin ci porta indietro agli anni d’oro di Cortot al suo meglio, sorpassando Ashkenazy, Pollini, Perlemuter, addirittura Backhaus… Questo è un atto di prima classe che può dire la sua anche a chi verrà in futuro”  

(“BBC Music Magazine).

Elisa Larese

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