“ORO, ARGENTO E LUCE”

StudioTablinum: letteratura e arti figurative hanno in comune l’intento dell’artista e la richiesta del suo pubblico: ad entrambe  si chiede di costruire e raffigurare un’immagine del mondo, che sia materiata, nel primo caso, del tessuto  delle parole (testo vuol dire per l’appunto  “tessuto”, “ intreccio”)  ed espressa  con la magia che è loro propria, e nel secondo delle vibrazioni sottili del colore che manifestano il pensiero traducendolo in immagini.

La letteratura sollecita la riflessione puntando sulla pluralità di livelli della parola: fonico, semantico, poetico, con  l’interazione dei quali crea immagini mentali; la pittura parte dall’immagine e suscita la riflessione. Entrambe le arti  disegnano percorsi sempre nuovi dell’eterno umano , il quale  si muove nella coscienza e opera nella storia. Dunque, esattamente come un libro, un quadro si può “leggere”, cioè “interpretare”. Ecco perché, oltre che in virtù dell’amicizia che mi lega a Giovanna Trefiletti, oggi  io, che critico d’arte non sono, ho accettato in tutta umiltà l’invito dell’artista a introdurre questa sua personale di pittura.

Ogni qualvolta veniamo a contatto con l’arte di una donna noi veniamo a contatto con il mistero stesso che è l’anima femminile, che storicamente ha dovuto affrontare un cammino lungo e difficoltoso per affermarsi, per essere inserita a pieno titolo –se oggi  è veramente riuscita in questa sua battaglia-  in un mondo che, sin dai Greci di Esiodo, è stato sempre tradizionalmente “al maschile”, caratterizzato da una misoginia che oggi possiamo interpretare come paura dell’energia femminile e da una concezione della donna come possesso, quasi come oggetto, per cui anche il diritto ha dovuto svincolarsi da secolari incrostazioni che non riconoscevano alla donna la dignità di persona, non punendo certi orrendi delitti considerati “contro l’onore” (dell’uomo, naturalmente! ). Oggi non solo la società civile attraverso le sue battaglie, ma perfino la Chiesa, con Monsignor Immanuel Milingo prima, con Papa Francesco poi, grida che la donna ha una ruolo da valorizzare e da riscoprire.

Questa pluralità di enti che mettono al centro la donna testimonia, se mai ce ne fosse bisogno,  la necessità di integrare pienamente nella società e nella cultura questi indispensabili apporti della versatilità dell’ingegno femminile alla vita associata e alla storia, mantenendo quella  dimensione di alterità in cui è vissuta, ma vista come fonte di arricchimento indispensabile. Eppure, ancora oggi si continua a mettere al donna al centro di episodi di violenza, per cui si è reso necessario dibattere di una legge sul femminicidio, distinguendolo dall’omicidio proprio in virtù delle specifiche caratteristiche dell’animo e del genio femminile, che sono improntate alla bellezza e a una natura collaborativa che spesso viene schiacciata da secoli di ignoranza spessi come una cortina di ferro!

Se, dunque, oggi possiamo dare una briciola di contributo ad amare e apprezzare l’animo femminile, avremo raggiunto un grande risultato.

C’è, nella prima fase della produzione di Giovanna Trefiletti, un’evidente attenzione al dato simbolico. In Gerusalemme città d’oro e di luce, nel Gesù Ctonio, in Fonte di Luce, è costante la bipartizione dell’immagine che rinuncia a un centro per mostrare, come attraverso uno strappo, l’anima palpitante delle cose, tanto viva, quanto nascosta, cosicchè essa  si traduce nell’irruzione di una sorpresa in un mondo stanco, contesto di rovine , che attende una luce per essere riscattato, o forse solo compreso e accompagnato nel suo percorso necessariamente doloroso.

L’impiego di vari materiali, come foglie metalliche e tessere di mosaico, si orienta verso “colori-non colori”, come li definisce la stessa autrice, che sono il bianco, l’oro e l’argento. Sono lampi di luce, calda o fredda, solare o lunare, ma che hanno in comune un senso di illuminazione improvvisa e quasi sovrannaturale.

Con l’andar del tempo, G. T. si libera dall ’uso di materiali accessori, per affidare alla sola pittura ad olio tutta l’espressività di cui la sua arte è capace.

La pittura si interiorizza e comincia a puntare più decisamente sulla storia intima delle figure rappresentate, le quali, non a caso, spesso sono donne: donne nate dalla sua fantasia o eroine e protagoniste del mito greco. Così in “La metamorfosi di Dafne”, in cui la modernità della rivisitazione del mito spicca in modo particolare nel disegno dei rami d’alloro che risalta sul candore dell’omero destro di Dafne. Qui, più che l’idea della metamorfosi vegetale che la ninfa subisce, sembra risaltare il suo pudore tutto femminile, visibile nella posa della figura, che si ripiega su sè stessa facendo convergere  la figura verso il grembo, tutto illuminato dalla luce bianca che è quasi aggettante sul fondo scuro della tela, dove si allontana, nuda e di spalle, la figura maschile che nulla più conserva della flessuosa e trionfante mollezza dell’Apollo greco, tesa com’è nel suo spasmo muscolare, contratta e tutta compresa nello sdegno conseguente al rifiuto di lei. Il dio, anche qui paradigma di autorità e potenza maschile, viene  rappresentato come colui che viene rifiutato perché non ha compreso, non è stato capace di amare quell’animo di donna di cui forse ha desiderato solo il bell’involucro corporeo.

La pesantezza e la materialità della figura maschile, significata nella precisione della rappresentazione dei muscoli di tutto il corpo, contrastano singolarmente con la leggerezza della figura di Dafne, pienamente donna nel suo ritrarsi, nel suo difendersi da un attacco, custode della vita nel suo proteggere il proprio grembo, in un estremo gesto di rivendicazione della propria sensibilità di contro all’arroganza maschile . Tuttavia deve cedere, e allora qualcosa sfugge a questo ovale del corpo di lei: è la gamba, tesa verso l’esterno come attratta da una forza ineluttabile, che sta per mutare il suo aspetto in quello della leggiadra pianta di cui sono fatte le corone dei Cesari e dei Vati.

Un’altra tela a sfondo mitologico è “La creazione di Pandora”, ispirata al racconto esiodeo narrato ne “Le Opere e i Giorni”. Lì il dualismo maschile-femminile fa già parte costitutiva del mito da cui la figurazione prende le mosse. La figura maschile al centro è tesa spasmodicamente come a rappresentare un pathos che promana dal suo centro vitale: il male necessario, “l’ambiguo malanno”, per usare l’espressione di Eva Cantarella, è profondamente inscritto nel DNA maschile: il bisogno assoluto di completarsi in lei lo lega intimamente, come uomo, a ciò che egli più detesta come cittadino: lei, il vaso passivo e ricettivo che accoglie il suo seme e vive del frutto delle sue fatiche, è creata da Zeus per dispetto del torto ricevuto dal genere umano nella persona di Prometeo col furto del fuoco.

Zeus ed Epimeteo: due paradigmi del maschile ugualmente presenti nella figura, in una polisemia programmatica che offre all’artista una pluralità di possibilità espressive . Lo sdegno e l’ira del dio , significato dal rosso della folgore divina, si sovrappone al dramma di Epimeteo, che tardi ha compreso il male che si è messo in casa. E la figura femminile rannicchiata ai suoi piedi, in una posa che allo stesso tempo ricorda la nascita (posizione fetale) e richiama un senso di colpevolezza che porta a chiudersi in un gesto difensivo, quasi che lei stessa sia vittima di quella seduttività ambigua che la possiede. L’artista ha preferito rappresentare questo momento di caduta che riguarda tutto il genere umano piuttosto che la preparazione dell’inganno: essa si sarebbe più facilmente risolta in una soluzione troppo decorativa, legata inevitabilmente alla rappresentazione degli stratagemmi che le varie divinità olimpiche mettono in atto per rendere attraente il sorridente inganno da donare all’uomo.

La figura del vaso contenente i beni e i mali è rappresentata in  un equilibrio instabile, trascinato anch’esso nel dramma agonico che caratterizza il rapporto fra i due sessi nella dimensione dell’oikos.

Da esso fuoriesce un elemento vegetale che fa pensare ad Elpìs, la speranza che rimane sul fondo. Il tema della  spes ultima dea è reinterpretato alla luce della comune natura di uomini e dei, di uomini e donne, di tutto ciò che ha vita sulla terra, che è nato dalla physis ed è radicato nel più umano dei sentimenti, che, nella doppia dimensione di speranza e di illusione, non si stacca mai dall’animo umano.

Elemento vegetale ed umano si sposano armonicamente ne “Il giardino mediterraneo”, opera che l’artista ha dipinto- e di questo la ringrazio-  dopo aver letto alcuni miei versi inediti che parlano di una sorta di “catabasi”,di viaggio nell’interiorità umana rappresentato attraverso la metafora del pellegrino che dialoga con le piante. Sono versi d’anima, ma  l’anima che Giovanna Trefiletti rappresenta non poteva che essere quella femminile, come l’Anima Mundi. Nella fattispecie l’autrice  ci presenta un volto di bimba, nella cui espressione trasognata ci trasmette il senso della meraviglia: la sosta, attonita e quasi estatica, fra i fiori che si arrampicano attorno a lei quasi come in una leggera e leggiadra danza, rende un’atmosfera sospesa, quasi onirica, nella quale si riscopre ancora una volta il legame profondo con l’energia panica della natura stessa, sentita come qualcosa che appartiene intimamente all’uomo, per cui la figurazione vegetale perde ogni carattere decorativo per tradursi in rappresentazione d’anima, di essenza, forse di quintessenza   umana e cosmica.  I colori che prevalgono sono quelli della terra madre, il giallo e il marrone, in delicate ma corpose sfumature, che ricordano la tellus di antica memoria italica, la terra fertile quasi divinizzata  di un  paese dove è possibile richiamare in vita una sorta di età dell’oro le cui caratteristiche sono la varietà e l’abbondanza dei frutti.

C’è, poi, nella produzione qui esposta, una  serie di tele dedicata ad un tema moderno, vicino per certi versi alla pop-art a livello concettuale, ma che nella figurazione mantiene i caratteri salienti della pittura ad olio: è quella che lei stessa definisce la collezione dei “famosi”: si tratta di opere in cui la figura umana che campeggia nel quadro è rappresentata dal ritratto di un attore o di un’attrice cinematografica, hollywoodiano e non.

Il mondo del cinema è, lo si sa, una declinazione tutta novecentesca e mediatica della nozione di mito: esso lo è in un duplice senso, in quanto racconto che si avvale delle possibilità visive  e in quanto fucina di creazione di figure paradigmatiche che incarnano valori, segni e sogni dell’umanità dei nostri giorni. In tal modo il salto che sembra esserci fra il mito greco e il mondo della celluloide viene in certo qual senso colmato nell’arco che l’artista disegna e nel ponte che lancia fra passato e presente Qui la pittura sperimenta una sorta di contaminatio con la fotografia, arte moderna per eccellenza, che l’autrice ama particolarmente. Alla precisione fotografica dei tratti si uniscono spesso delle pennellate di colore che sembrano esprimere il carattere del volto raffigurato, quasi a integrare il  ritratto fotografico espandendone le possibilità espressive. L’artista forse implicitamente  dichiara l’esigenza del ricorso alla pittura, anche  in dialogo con altri linguaggi. Essa,  nella libertà espressiva che la caratterizza, si prende tutto il gusto  la licenza di giocare con il colore e di andare e venire fra forme e linguaggi, e in questo gusto ludico si rivela di segno pienamente e compiutamente femminile.

Testo critico della mostra personale di Giovanna Trefiletti,”Oro Argento e luce”,(Avola, 9/11/2013) redatto da Elio Di Stefano

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