Miranda Gibilisco, l’arte di viaggiare

In un grigio pomeriggio di fine dicembre, lontano dall’affollato centro di Roma, entrare nello studio di Miranda Gibilisco dà un senso di pace e distensione, come davanti a una delle sue fotografie scattate oltreoceano. Davanti a un caffè comincia l’intervista, che a dire il vero sembra essere una chiacchierata con un’amica, la quale raccontando le proprie esperienze sa dispensarti buoni consigli.


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«Nella mia vita ho fatto molti lavori, tra cui la cuoca in un ristorante a Lampedusa per dieci anni. Tutto quello che ho fatto in qualche modo mi è servito. Penso sia importante dare il massimo delle proprie possibilità, mai oltre, senza superare i propri limiti.»

Tra i tanti lavori che hai fatto, la fotografia c’è sempre stata? E come è cambiato il modo di fare fotografia?
Innanzitutto devo dire che non amo la tecnologia, anche se ci serve tanto. Il computer l’ho imparato ad usare perché mi sono resa conto che senza non si poteva fare fotografia. Ho capito in anticipo che la macchina digitale avrebbe soppiantato la pellicola. Sono partita dalle piccole macchine fotografiche quando avevo 6 anni, poi sono passata a una nikon, poi ho fatto un passo grande passando all’assemblad e in seguito il banco ottico, che era da studio. Con la fotografia ormai ho un rapporto simbiotico. Quando parto posso aver dimenticato i cambi, ma non la macchina fotografica, che è il mio bagaglio principale.
L’interesse per la fotografia nasce dal fatto di poter avere il mondo dentro casa, come una volta era il quadro per chi se lo poteva permettere. Molti la percepiscono come una cosa che chiunque potrebbe fare. Nei paesi orientali c’è più attenzione, avvertono che fare certe foto non è da tutti.

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Parlaci della preparazione del lavoro che c’è dietro una foto.
A me piace che una cosa debba essere “pensata”. La foto necessita una lunga preparazione, prima di tutto occorre portarsi dietro il materiale. Sono una fotografa che pensa, che aspetta il momento giusto per lo scatto, che studia il luogo in cui si trova. Si tratta anche di un fattore economico, dato che non parto dal digitale. Chi scatta con il digitale, come i fotografi di moda, fa tantissimi scatti per avere quello giusto. Devono cogliere l’attimo, la stessa cosa che faccio io, però nella natura gli attimi sono più lenti. Per me lo scatto deve essere uno, e deve essere quello giusto. Che non deve essere scartato, perché dietro a ogni scatto c’è il suo perché, il suo momento di passione, di anima.

Cosa hanno significato a livello personale e professionale le tue prime collaborazioni con Luciano Ventrone, pittore iperrealista nonché tuo marito?
C’è stato un apporto da ambedue i lati. Ho conosciuto mio marito molto giovane, e mi sono innamorata prima della sua arte, solo in seguito della sua persona. Siamo molto diversi, eppure stiamo insieme da quarantadue anni, viviamo in armonia. Lui è partito dall’astrattismo, è tornato poi al realismo, che però non definirei come tale; piuttosto un realismo fantastico. Ai suoi allievi dice che non bisogna guardare la realtà, ma l’astrazione di essa. Noi una mela la conosciamo come mela, ma se la vediamo esclusivamente come forma e colore, la riusciremo a ritrarre più vera del vero. Dobbiamo partire dall’astrazione per cogliere l’anima delle cose. Lo stesso vale per la fotografia: la macchina fotografica deve fare quello che io vedo, e molto spesso perché accada c’è bisogno di un tempo lungo. Anche nella foto devi “astrarti” e c’è una lunga preparazione dietro. Devi imparare ad aspettare.

Jacques Attali afferma che “la stanzialità non è che una breve parentesi nella storia umana”. L’uomo è nomade per natura. Cosa rappresenta per te  il viaggio?
Sono completamente d’accordo. Del viaggio mi piace la scoperta delle diversità, amo sia il viaggio culturale che quello naturalistico. Il secondo è quello che mi serve per le fotografie, che faccio principalmente per me stessa; ho cominciato per gioco, facendo delle mostre da ‘reporter’. Il fatto di esporle è nato in seguito, spinta dalle mie amiche, otto in particolare con le quali parto una volta all’anno. A volte, per i viaggi più estremi, ad esempio nel deserto, vado con una sola amica, alla quale piace filmare. Quando vedo un luogo che mi piace fotografare ma non è l’ora giusta, devo ritornarci. Le mie amiche capiscono le mie esigenze e non mi è mai capitato di tornare nello stesso posto da sola! In questo sono stata molto fortunata. D’altronde la maggior parte di loro le ho conosciute dieci anni fa durante un viaggio in Messico.
Per quanto riguarda le altre culture, sono rimasta molto colpita dai Tuareg: si tratta di una società matriarcale, dove chi offende una donna viene cacciato da tutte le tribù del deserto.

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In questi giorni sei presente a Roma (Galleria Vanio fino al 7 Gennaio) con la tua ultima mostra “Riletture”. Ad accoglierci è l’opera “Ordinarie ipocrisie”, la riproduzione di un enorme cactus al centro della sala sul quale si può camminare. Cosa puoi dirci in proposito?
Solo ultimamente sto facendo interventi sulle mie foto, voglio cercare di far entrare l’osservatore nella mia percezione dell’immagine. Come accade in questa installazione, il cui titolo è nato per il luogo in cui è stata esposta per la prima volta, il salotto ‘bene’ del Palazzo d’Avalos di Vasto. Un palazzo nobile, nel salotto dove le chiacchiere erano all’ordine del giorno. Un ambiente pervaso dal perbenismo, dalle ipocrisie… e cosa c’è più spinoso di un cactus?

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Nella passata mostra “Natura Nova”, nella chiesa di San Gennaro all’Olmo a Napoli, le tue foto sono inserite entro organi e teche d’altari, come a mostrare una finestra sul trascendente: tra queste, la natura appare benevola e minacciosa al tempo stesso e sono presenti anche dei cactus: un’interpretazione del ‘deserto’ interiore dell’uomo?
Quella del cactus è una foto all’intervento dell’opera che non è stata però realizzata: le tre immagini della chiesa ancora in situ sono una visione dall’alto delle langhe, una visione dalla nave del mare di Groenlandia e la visione di un cielo molto simile ai cieli di Tiepolo. Volevo rendere l’idea di una finestra nel mondo, in una chiesa che avevo trovato vuota, spoglia, dove però c’erano degli altari bellissimi. Nella navata ho posizionato un’installazione di pellicola trasparente montata su ferro con la visione di ciottoli di mare, che significano rinascita, battesimo. L’immagine dei cactus ho preferito non inserirla, in quanto l’immagine poteva essere fraintesa, poiché rappresenta morte e vita nello stesso tempo. Bisogna fare attenzione a non ferire chi ti sta ospitando. Basta cambiare le immagini dell’altare per modificare totalmente il significato.

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Alcune tue opere presentano una particolare tecnica.
Quando non si poteva più usare la lastra fotografica per fare foto, l’ho impiegata come supporto in sostituzione della carta, come l’onda di “natura nova”, che è composta di più pezzi che posso modificare, a seconda di come voglio avvolgere lo spazio.

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Ci sono artisti particolari che ammiri o a cui ti ispiri?
Possiedo opere d’arte di perfetti sconosciuti, opere che però mi dicono qualcosa. Giorni fa sono stata a una mostra di Mathieu, ma sono rimasta affascinata da uno solo dei suoi quadri, non perché fosse Mathieu, ma perché mi piaceva. Il realismo lo trovo il più delle volte rancido, di superficie; il problema è che non si astrae, che non si guarda abbastanza in profondità: anche una macchia può darti qualcosa, ma solo se tu hai qualcosa. Quando vado alla National Gallery di Londra, non manco mai di vedere i “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck: un quadro piccolo e pieno di particolari, di una bellezza e una profondità incantevoli. Inoltre ammiro molto “Gli ambasciatori” di Holbein, il modo in cui egli ha saputo dire ciò che pensava sulla tela: un memento mori alla fugacità della vita, che vale per tutti, anche per i poteri forti, che non sempre permettevano la completa libertà dell’artista.

Oggi gli artisti hanno certamente più libertà. Eppure allo stesso tempo l’arte sembra essere più difficile da far apprezzare, specialmente (e paradossalmente) in Italia, dove nelle scuole vengono diminuite le ore di insegnamento di Storia dell’Arte…
Una volta i committenti – i re, la Chiesa – stabilivano persino i colori da dover usare. Maggior libertà c’è stata dall’Ottocento, da quando il committente è borghese. Adesso purtroppo tutti si considerano artisti. Tutto è diventato mercato. A me non interessa quanto costa un’opera, cosa ne hanno detto gli altri, mi deve piacere. Deve trasmettermi qualcosa, e quel qualcosa può entrare nella mia casa.
Nel campo dell’arte oggi c’è poca cultura, l’arte viene poco studiata. Ho fatto il liceo artistico, per me la storia dell’arte era un materia noiosa. L’ho ripresa per conto mio, più tardi, e allora ho cambiato idea. A scuola l’ho studiata invece in modo nozionistico. Il nostro è un territorio ricco, un museo a cielo aperto, che non sappiamo apprezzare perché nessuno ce lo ha fatto vedere. Molti critici sanno usare paroloni incomprensibili al pubblico, è difficile spiegare la bellezza in parole semplici, come Benigni per esempio ci ha fatto amare la Divina Commedia. È importante studiare contemporaneamente più materie insieme, ad esempio arte, storia e geografia, per dare un contesto giusto senza imparare a memoria. Studiare settorialmente non porta a nulla.

Personalmente ho apprezzato molto l’opera “Scozia”.
Fa parte dei miei primi momenti da fotografa alla “National Geographic”. Le mie immagini primarie sono per me molto importanti. “Scozia” rappresenta per esempio un momento particolare della mia vita, quando ho fatto una cosa nuova: prendere una macchina in affitto e guidare ‘al contrario’, senza andare a sbattere contro nessuno! Dietro ogni immagine c’è una piccola avventura, le mie amiche lo possono confermare.

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Prossimo viaggio?
Patagonia, tra un mese.

Francesca Corsi

Miranda Gibilisco nasce in Sicilia, a Siracusa, nel 1953.
Il suo primo incontro con la fotografia avviene in modo casuale, quando un’amica d’infanzia le regala una Nikon con la quale inizia a ritrarre la natura. La passione per la fotografia la assorbe in pochi anni così profondamente da indurla a trascorrere tutto il tempo fotografando, avendo la sola consapevolezza delle sue capacità e l’ardente desiderio di trovare uno sbocco all’inesauribile creatività che la anima.
Le sue prime immagini hanno accompagnato il lavoro di uno dei più grandi artisti viventi dell’iperrealismo, suo marito Luciano Ventrone, per il quale, come fotografa, ha preparato il set per l’opera, affiancandolo per trentacinque anni fino all’ascesa quale riconosciuto artista in tutto il mondo.

I suoi viaggi, percorsi spirituali tra mari, deserti, infinite vallate, culture e mondi sempre nuovi e affascinanti sono sintetizzati in oltre 30.000 scatti. I suoi reportage sono testimonianza della grandezza e della bellezza del paesaggio mondiale dall’America del sud, alla Scozia, al paesaggio italiano, ai deserti dell’Africa, alle rocce della Turchia, ai paesaggi sconfinati del nord Europa.

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