In Ars Veritas. Il secolo d’oro dell’arte lombarda in mostra a Brera.

PRIMA FOTO PARTStudio Tablinum: l’ambito del seicento lombardo per lungo tempo poco divulgato, probabilmente “adombrato” dalla potenza espressiva di Caravaggio prima e dal gusto esuberante di Tiepolo poi si svela nella mostra di Brera dove il bello proviene dalla delicatezza della raffigurazione dalla capacità dell’artista di suscitare i sentimenti più sublimi di timor religioso nello spettatore, come prescirvevano i dettami borromiani, senza però scadere mai in un lezioso patetismo.

Si tratta, del resto, di una stagione artistica straordinariamente felice, che, in particolare nella prima metà del secolo, ha visto succedersi una teoria impressionante di personalità di primo piano, tale da trovare un ragionevole termine di paragone solo nelle coeve scene romana, bolognese e napoletana, rendendo sotto ogni rispetto Milano, al pari di quelle capitali, uno dei centri nevralgici più influenti della pittura italiana dell’epoca.

Ed è la Milano del Seicento, immersa in questo clima culturalmente e artisticamente stimolante a fare da scenario a una delle più grandi sfide della storia della storia dell’arte che seppe riunire in una sola tela i migliori pittori del momento, ciascuno con il suo stile, ognuno con la propria sensibilità.

A lanciare il guanto della sfida è Scipione Toso, nobile collezionista milanese, sagace committente del dipinto che doveva raffigurare il martirio delle Sante Rufina e Seconda, a raccoglierlo furono i tre protagonisti assoluti sulla piazza ambrosiana: Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, Giovanni Battista Crespi detto il Cerano e Giulio Cesare Procaccini.

Dalla singolar tenzone artistica vedrà la luce l’opera che possiamo considerare manifesto più eloquente del Seicento lombardo: il cosiddetto “quadro delle tre mani”, com’è da sempre noto, di cui la nuova mostra a Brera racconta e indaga non solo gli aspetti più significativi ma anche alcuni inediti.

Il dipinto delle “Tre mani” sembra riassumere in sé tutto il fervore e le contraddizioni insite in un’ epoca che, apparentemente votata all’unitarietà di soggetti e intenti, rivela il proprio fervore nello stile variegato che rende unico il tocco dei tre Maestri: si potrebbe ipotizzare che al pennello del Cerano, animato dalla drammaticità della scena, fosse spettata la raffigurazione della martire ormai decapitata brutalmente; il Morazzone, celebre soprattutto per l’impeto delle sue scene di battaglia si occupò, con ogni probabilità, dello spietato ritratto dei carnefici, mentre la pittura soave del Procaccini, dalle reminiscenze correggesche, sembra la più adatta  per la scena più commovente di tutte: quella in cui Rufina è infine accolta dall’angelo.

G.C. Procaccini Sposalizio mistico di Santa CaterinaÉ importante sottolineare come alla riscoperta del secolo d’oro dell’arte lombarda abbiano, negli ultimi decenni, contribuito il moltiplicarsi delle occasioni di approfondimento, sia in sede critica, sia in ambito espositivo.

Gli studi degli ultimi anni hanno consentito ormai all’amatore di entrare in possesso di una comprensione critica complessiva, ma anche di approfondirei conoscenze specifiche, rendendo ben leggibili anche le peculiarità di quella tradizione artistica, di cui appare chiara, pur nella varietà delle soluzioni prodotte e nell’assenza di tendenze di stile dominanti e assolutamente originali, l’energica vocazione realista (che sembra però, non volersi adeguare in toto ai dettami del chiaroscurismo caravaggesco) il gusto per effetti di lume risentiti e virtuosistici, e il ricorso preferenziale a una materia pittorica particolarmente ricca e corposa.

Negli ultimi dieci anni a queste opere sono stati dedicati notevoli approfondimenti e ottimi cataloghi ragionati come quelli dedicati a Cerano, Morazzone, Giulio Cesare Procaccini, Daniele Crespi, Tanzio da Varallo, Francesco Cairo (Cerano, M. Rosci 2005; Morazzone, J. Stoppa 2003; Cairo, F. Frangi 1998; la famiglia Nuvolone, F.M. Ferro 2003) o volumi dedicati (G.C. Procaccini, M.Rosci 1993; Daniele Crespi, N.Ward Neilson 1996) e notevoli mostre monografiche (Tanzio, Milano 2000; Vermiglio, Campione d’Italia 2000; lo Zoppo da Lugano, Rancate 2001; e ancora Cerano, Milano 2005, e Daniele Crespi, Busto Arsizio 2006).

Insomma, tanti validi motivi per non rinunciare a visitare “Brera e il Seicento lombardo” e per lasciare che i nostri sguardi di uomini moderni, travolti da una caleidoscopio d’immagini ma disabituati alla spontaneità propria del Bello che si svela in tutta la sua delicata semplicità, possano riscoprire una pagina della storia dell’arte che solo adesso inizia a schiudere i propri tesori.

Nelle sale della pinacoteca braidense potremo ammirare 46 opere, molte delle quali di grande formato ideali per l’allestimento museale, a cui si aggiungono ben 21 opere provenienti dai depositi interni ed esterni della Pinacoteca di Brera mai esposte a causa delle tristemente note difficoltà allestitive della Pinacoteca e che sembrano ormai sul punto di svolta grazie al futuro progetto museale “Grande Brera” nato proprio dalla volontà dell’accademia milanese di approfondire e di poter finalmente ammirare alcune tra le più significative opere lombarde del XVII secolo.

In un unico, articolato percorso si può immergersi nell’arte, e quindi nell’anima di un secolo dagli accenti al contempo lirici e naturalistici, monumentali e quotidiani, in cui non manca l’attenzione all’ambito profano, ma che sembra esprimere tutta la propria carica espressiva proprio in quell’arte sacra che, secondo i dettami del Concilio di Trento, doveva commuovere ed educare, ispirando i sentimenti più alti.

Dettami che ritroviamo nella Santa Caterina da Siena di Francesco Cairo, segnata nel corpo dalla tremenda sofferenza delle stigmate eppure raccolta in una vibrante estasi mistica che non può non emozionare lo spettatore di ieri come quello di oggi.

Il Seicento è anche un secolo di grandi contraddizioni in cui i germi di una nuova visione del mondo minacciano di far crollare ogni punto di riferimento prestabilito.

I volti scavati di Tanzio da Varallo, incarnano l’inquietudine serpeggiante di una società in bilico in un mondo che si sta rapidamente sgretolando spiritualmente a causa della ferita mai veramente rimarginata della scissione protestante e materialmente con l’ombra della peste di manzoniana memoria pronta a stravolgere per sempre la vita di tutti i giorni.

E sarà proprio la peste a strappare precocemente alla sua arte piena di forza e vigore espressivo così vicina ai vibranti sermoni di San Carlo, Daniele Crespi, presente in mostra con i due impetuosi ritratti dei Santi Pietro e Marco.

L’arte lombarda non manca neppure della delicatezza del pennello femminile di Fede Galizia che si realizza in una pittura delicata ma sempre discosta da qualsiasi genere di leziosità, intensa e commovente senza mia scadere nel patetismo. Caratteristiche eccezionalmente condensate nel suo Noli me tangere che il recente restauro ha saputo riportare all’originario fulgore.

Molte le opere strappate all’oblio dei depositi milanesi e finalmente offerte all’ammirazione del pubblico: Il Cristo nel sepolcro, san Carlo e santi del Cerano (proveniente dal deposito presso la chiesa milanese di Santo Stefano e databile intorno al 1610) l’Assunzione della Vergine di Carlo Francesco Nuvolone, del 1648, e il San Francesco in estasi di Giuseppe Nuvolone del 1650, già in deposito presso la chiesa parrocchiale di Cornate d’Adda.

Molto interessanti il tentativo di ricostruire parzialmente il ciclo di dipinti della Sala dei Senatori di quello che fu il Palazzo Ducale. Delle tre opere proposte due provengono dal ciclo delle Storie della Passione di Cristo: L’Orazione dell’Orto delimitato, La Flagellazione di Giuseppe Nuvole mentre L’Andata al Calvario di Daniele Crespi fu con ogni certezza seguita alla fine degli anni venti.

Il ricchissimo percorso della mostra comprende altri dipinti di soggetto sacro di piccolo e medio formato assolutamente non trascurabili tra i quali il bozzetto per la pala d’altare nella Certosa di Pavia del Morazzone la Natività e adorazione dei pastori di Giuseppe Vermiglio.

Non mancano gli accenni alla quotidianità degli artisti qui riproposta grazie all’esposizione di parte delle opere raccolte da Giuseppe Bossi nel Gabinetto de’ ritratti. Grazie a questa raccolta possiamo scoprire l’artista immerso in uno spaccato di vita quotidiana come nel Ritratto di gruppo della famiglia Nuvolone in concerto, e nel Ritratto di coppia di Tazio da Varallo, oppure può svelarci un inquietante presagio come nell’autoritratto di Giulio Cesare Proccacini realizzato un anno prima della propria morte.

In questo periodo, certo non facile per la sopravvivenza delle istituzioni museali del nostro Paese, il rischio di far passare in secondo piano i tesori che i nostri musei custodiscono da secoli è più ce mai concreto. Questa mostra e il vasto consenso da essa raccolto, testimoniano che, nonostante tutte le difficoltà che tristemente conosciamo, il fascino dell’arte, l’emozione che essa racchiude possono ancora raccontare al mondo le origini del gusto italiano per il bello.

ELISA LARESE

INFORMAZIONI PER LA VISITA

Seicento lombardo a Brera. Capolavori e riscoperte

a cura di Simonetta Coppa e Paola Strada

Nelle XXX-XXIV della Pinacoteca dall’8 ottobre al 12 gennaio. Prorogata fino al 9 Febbraio

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