Lucio Virginio Rufo – La Forza della Coerenza

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Tablinum: dopo aver scritto nel mio precedente articolo le vicende di Lucius Minicius Exoratus, notabile romano vissuto nel I° secolo d.c. e della sua Gens, ora vorrei trattare la vicende di un’altro illustre cittadino romano, coevo di Lucius Minicius Exoratus, e comasco anch’esso: Lucio Virginio Rufo.

Lucio Virginio Rufo nacque nel comasco nell’anno 14 d.c., probabilmente nella zona in cui ora sorge Alzate Brianza, da una famiglia di Equites, classe di censo, paragonabile all’attuale alta borghesia.
Intraprese da subito la carriera militare e raggiunse una posizione di rilievo culminata nella carica di amministratore finanziario della cittadina di Smyrna in Asia Minore. Vista la sua probità e la sua lealtà a Roma, fu lo stesso Imperatore Nerone a promuoverlo nella schiera degli uomini a lui più fidati nominandolo Senatore e, in seguito, inviandolo come Legato nella Germania Superiore.

Fu proprio mentre svolgeva questo incarico che, suo malgrado, si vide invischiato nei giochi di potere che sconvolsero tutto l’impero; correva l’anno 68 d.c. e la rivolta che covava da anni contro le “follie” dell’Imperatore Nerone, scoppiò irrefrenabile.

Il fuoco della rivolta serpeggiò per tutto l’impero sino a scoppiare in un contrasto dai pericolosi risvolti sovversivi per il futuro dell’impero stesso: fu allora che il governatore in pectore della Gallia, Gaio Giulio Vindice, convocò a Lugdunum (oggi Lione) i notabili della provincia spingendoli apertamente alla sedizione proponendo il Senatore Marco Sulpicio Galba come nuovo Imperatore.

Quasi simultaneamente il capo dei Pretoriani, Gaio Ninfidio Sabino, si sollevò contro Nerone e contro il suo collega pretoriano Tigellino.

Ormai l’impero era sconvolto da questa violenta insurrezione che da Roma alla Germania infiammava l’animo dei milites e la situazione raggiunse il suo apice quando anche il Prefetto d’Africa, Lucio Clodio Macro, decise di sollevarsi.

L’unico a rimanere fedele a Nerone fu proprio Virginio Rufo, che rifiutò, a sua volta di essere acclamato Imperator dalle sue truppe e decidendo invece di condurre una marcia a tappe forzate contro le legioni di Vindice. Rufo attaccò Vesontio (oggi Besançon) e Vindice si mosse a difendere la città. I due Legati si incontrarono per parlamentare e strinsero un qualche accordo.
Ma fu proprio quando Vindice fece per entrare in città, che a causa di una incomprensione, i soldati di Rufo si ritennero attaccati e aggredirono Vindice, il quale, credutosi caduto in una trappola, si suicidò gettandosi sul suo gladio.

Eccoci il racconto che Cassio Dione, storico e senatore romano, ci tramanda (Storia Romana 63′-25′):
“Rufo si addolorò profondamente per la fine di Vindice, collega e amico, ma non volle accettare il potere imperiale, nonostante la continua insistenza da parte dei suoi legionari e la relativa facilita nell’ottenerlo, essendo lui stato definito valido e potenziale successore”.

Nel mentre i moti rivoltosi avevano travolto irreparabilmente Roma. L’imperatore Nerone, sulle prime indifferente alla rivolta, non appena seppe della sollevazione contro di lui e che gli restava fedele solo Virginio Rufo, decise di fuggire dall’Urbe ed infine di togliersi la vita; era il 6 giugno del 68 d.c.

Intanto Galba e le sue legioni, incuranti della presa di posizione di Rufo, decisero che era tempo di prendersi il potere e marciarono verso l’Urbe, ma la sua tracotanza lo portò a compiere degli errori
politici davvero imperdonabili che lo portarono all’uccisione nel corso di una congiura che vide coinvolti diversi Senatori. Lo stesso Senato, in accordo con la guardia pretoriana, acclamò imperatore uno dei congiurati, per altro molto vicino all’Imperatore Nerone, Marco Salvio Otone.

Anche di fronte a questi nuovi sviluppi, Virginio Rufo si tenne a distanza con le sue legioni e non volle schierarsi apertamente dalla parte di Otone, restando di stanza in Germania superiore. A questo punto, Otone lo mise in stato d’accusa per non averlo appoggiato.

Ma anche ad Otone le cose andarono male, dal nord, dalla Germania Inferiore arrivò con le sue Legioni un nuovo pretendente al trono, Aulo Vitellio, appena proclamato Imperatore dalle sue legioni. Venutolo a sapere Otone gli andò incontro con le sue legioni. Lo scontro con Vitellio a Bedriacum, fu una totale disfatta e Vitellio schiaccio Otone, proseguendo de facto la sua marcia su Roma e facendosi ratificare la carica di Imperatore da un Senato mosso più dal timore che dal rispetto.

Fu a questo punto che, vista la situazione, le truppe di Rufo lo acclamarono per la seconda volta Imperator e il comasco Rufo rifiutò per la seconda volta l’acclamazione. A questo punto, stando agli scritti di Tacito (Historiae 2′-68′) i milites gli divennero definitivamente ostili e lo posero in stato d’arresto presso il pretorium.

Ma le vicende legate alla porpora imperiale non finiscono qui: in questo anno tribolato, definito “l’anno dei quattro imperatori”, sulla scena comparve un altro Legato, proveniente dalla provincia di Judea, Tito Flavio Vespasiano, anch’esso proclamato dalle sue legioni Imperator e determinato a divenire il nuovo Cesare e a fondare una nuova dinastia.

Vespasiano, partito da Alessandria con il suo stato maggiore (probabile la presenza di Lucius Minicius Exoratus, in quanto all’epoca Tribuno) approdò in Grecia e da lì fece rotta sull’Italia. Risalito lungo la Penisola, sino a settentrione, diede battaglia alle truppe dell’Imperatore Vitellio, sconfiggendolo e lasciando nuovamente il trono vacante. A questo punto Vespasiano si affrettò velocemente a rientrare a Roma dove il Senato ratificò la sua carica, divenendo cosi il nuovo Imperatore.

A questo punto Vespasiano pretese la lealtà di tutti i Governatori provinciali e, naturalmente, di tutte le legioni. Anche Rufo si vide costretto ad accettare come nuovo Imperatore Tito Flavio Vespasiano ma prudentemente, si ritirò a vita privata ad Alsium, in Etruria.

Di Rufo, il suo discepolo Plinio il Giovane scrisse (Epistole II. 1.2):
Per trent’anni dopo la sua ora di gloria, egli visse leggendo di sé nella storia e nella poesia…

Lucio Virginio Rufo, stimato dalle sue truppe e dagli imperatori che ha visto succedersi (Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano e Nerva) fu persino chiamato dall’imperatore Nerva, che lo conosceva molto bene, a condividere con lui il Consolato. L’ormai ottantenne comasco accettò questo enorme privilegio e nel giorno della solenne cerimonia in Campidoglio, mentre s’accingeva a leggere il discorso di ringraziamento, inciampò in un gradino e cadendo si ruppe un’anca. Purtroppo per via dell’età e della caduta, morì pochi giorni dopo, correva l’anno 96 d.c.

L’altro grande comasco dell’epoca Plinio il Giovane, trascrisse il suo epitaffio, che lo stesso Rufo si era preparato:
Qui giace Rufo, che vinse Vindice e che rifiutò il potere per il bene della Patria

Alessandro Cerioli

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