POSSIAMO DAVVERO PERMETTERCI DI PERDERE I 2 MILIARDI DEL FONDO UE?

villaadrianadiscarica-314x235Studio Tablinum: Non può non far riflettere la denuncia shock da Federconsumatori, circa il rischio concreto della perdita del fondo Ue assegnato nel 2007 in occasione del programma di stanziamento fondi europeo “Attrattori Culturali” all’Italia per la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nazionale e che il nostro Paese non è stato in grado di indirizzare al proprio settore culturale.

Un fenomeno, questo ”che nel campo dei beni culturali sta assumendo dimensioni intollerabili” come si legge in una nota Federconsumatori, nella quale si evidenzia come la metà dei progetti finanziati dall’Ue nel 2007, con 2 miliardi di euro,” e’ rimasta bloccata nelle maglie di una burocrazia inefficiente. E se l’Italia non riuscirà a completare tutti i lavori entro il 2015 perderà’ clamorosamente questa grande opportunità”. L’associazione per la difesa dei consumatori chiede, dunque ”che queste risorse vengano utilizzate. E che lo siano per interventi seri”. Il caso evidenziato da Federconsumatori è piuttosto grave poiché: ”al danno dell’immobilismo si e’ infatti aggiunta in questi anni la beffa dell’uso distorto dei finanziamenti europei. Il miliardo di euro utilizzato è stato infatti in gran parte dirottato su piccoli interventi di carattere clientelare, come sagre di paese portate in giro per il mondo, gare automobilistiche, restauri cosi’ affrettati e mal realizzati da dover essere rifatti, per non parlare delle truffe di chi ha intascato i soldi senza poi realizzare le relative opere. Serve un colpo di reni e un recupero di efficienza e serietà’ per invertire, seppure in extremis, la situazione”.

Il “programma Attrattori Culturali”, s’inserisce all’interno del fondo di finanziamento promosso dall’UE destinato a migliorare l’offerta culturale nelle Regioni del Sud, non sono stati spesi e dovranno essere restituiti a Bruxelles:  “una dotazione complessiva di circa 2 miliardi di Euro, di cui una quota di poco superiore al miliardo di euro  a valere sui fondi strutturali del FESR e del relativo cofinanziamento nazionale ed una leggermente inferiore (898 Miliardi) resa disponibile dalle risorse aggiuntive della programmazione nazionale del Fondo Aree Sottoutilizzate”.

Due miliardi di stanziamenti che rischiano ti riprendere la strada di Bruxelles entro il 2015.  Ma davvero questi finanziamenti non possono essere impiegati per la valorizzazione del patrimonio culturale italiano? Davvero il sistema dei beni culturali italiano non necessita di queste sovvenzioni straordinarie?

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Eppure ogni giorno il bollettino di guerra sulle  nuove preoccupanti  condizioni in cui versa il nostro patrimonio nazionale aggiunge un nuovo bene all’elenco. A Pompei si è ormai perso il conto dei crolli, tredici sono le case a rischio mentre interi affreschi sono ormai sbiaditi. Ma la black list dell’ Unesco rischia tristemente di accogliere altri siti:  Villa Adriana, balzata agli “onori” della cronaca negli ultimi giorni per l’ingegnosa proposta di far sorgere una discarica nelle sue vicinanza, la reggia di Carditello saccheggiata  nel corso degli anni dei suoi tesori fino ad essere ridotta ad un guscio vuoto, il mausoleo di Augusto, a Roma, a pochi passi dall’Ara Pacis, abbandonato all’incuria  più totale sono i casi più tristemente noti ma, purtroppo per il nostro “Bel Paese”, non sono che la punta dell’iceberg: “È a rischio il sistema dei beni culturali” come ha dichiarato Ilaria Borletti Buitoni, sottosegretario del ministero dei Beni Culturali.

La nostra eredità culturale si sgretola nella più totale noncuranza e con essa si dice addio ad una delle più importanti  risorse di sviluppo economico del nostro Paese, una delle poche carte su cui scommettere per uscire dalla zona rossa del collasso economico. Davvero possiamo permettercelo?

 

IL PALAZZO ENCICLOPEDICO E IL MUSEO SENZA MURA…RIFLESSIONI DALLA BIENNALE DI VENEZIA

fotoStudio Tablinum:  il tema del Palazzo Enciclopedico, al quale è dedicata la Biennale  di Venezia 2013,  racchiude in sé la volontà di abbracciare il mondo nella sua interezza per arrivare a capirne i segreti, governarne le forme, attraverso l’arte. Il valore dell’arte come chiave di lettura del nostro mondo, capace superare l’impasse dell’inesprimibile e per diventare l’atemporale a cui affidare il messaggio dell’umanità, la  sua lotta contro gli spettri dell’irreale, e infine la sua capacità di far splendere un tesoro in cui la bellezza, il sacro, il sovrumano e l’immaginario, sono finalmente riuniti non può non riportare alla mente la teoria del museo immaginario consegnata alle pagine di “Les Voix du silence” (pubblicato in Italia “Il museo dei musei”, 1957, Mondadori)  da Andrè Malraux.

Ciò che stupisce in Malraux è come la sua  teoria arrivi a prevedere con grande anticipo  e precisione, quelli che negli Anni 60 del secolo scorso, erano i germi di un’epoca come la nostra  segnata dalla fine delle supremazie culturali e politiche e aperta agli influssi provenienti da più luoghi e culture.  La teoria del museo immaginario richiama all’importanza di attribuire il giusto valore alle continue metamorfosi del “linguaggio delle forme” e attribuisce all’arte il compito  non tanto di spiegarci perché “siamo stati gettati tra questa profusione di materia e stelle” ma piuttosto  “come sappiamo in questa prigione  trarre da noi stessi immagini abbastanza potenti da negare il nostro stesso nulla”.

Il  museo tradizionale, nato dall’eccentrico collezionismo della wundercamer finisce nel XIX° secolo con il cristallizzarsi in un luogo di profonda intellettualizzazione delle opere e di studio, un museo dove la polvere di un tempo che passa inerte tra teche e scaffali offuscandone tutto il fascino.  Qual è la grande sfida per Malraux come ancora per noi oggi se non quella di mettere in discussione il concetto stesso di museo? Qual è il vero valore a cui dovrebbe aspirare il museo contemporaneo?

 Guardiamoci attorno e capiremo subito come, in una società come quella in cui siamo immersi oggi, il museo non può  che essere il luogo dell’incontro e della metamorfosi, in cui le opere parlano il linguaggio della contaminazione e del costante mutamento di un contenuto che solo in apparenza rimane immutato nel tempo perché tutte le opere che costituiscono la nostra  eredità e che abbiamo catalogato e riposto nei nostri musei con tanta cura, in realtà continuano il loro viaggio nel tempo e nelle emozioni dell’osservatore. Il museo immaginario possiede in sé una straordinaria  forza, le opere che noi conserviamo in esso, ci scelgono ancor prima d’essere scelte.

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Ma il museo immaginario non vuole essere un Louvre virtuale quanto piuttosto, la raccolta e la rielaborazione di cinque millenni di tentativi di espressione da parte dell’uomo in tutto il mondo. l’immemorabile il selvaggio e il preistorico trovano nel nostro museo immaginario, il loro posto accanto all’algida compostezza della Venere  di Milo o trovano la loro eredità negli accesi colori di un opera Fauve. Quello che ci affascina in questo museo senza più mura è l’ invincibile dialogo, capace di risuscitare tutte le  arti, anche quelle devastate o dimenticate, innalzandole tutte a pari importanza poiché tutte ci parlano dell’uomo e del suo anelito a governare la forma del mondo, a comprenderne l’essenza profonda.

Attraverso il lavoro di rielaborazione dei segni oggi siamo in possesso del più grande museo che l’umanità abbia mai conosciuto, un palazzo enciclopedico. L’arte come linguaggio di profonda metamorfosi e di commistione  diventa il simbolo della costante metamorfosi che l’essere umano, a qualunque latitudine ed epoca ha voluto dare nell’ elaborare e trasporre il proprio mondo e le proprie credenze.

Una vera e propria babele di stili e linguaggi  che ancor prima di trovare fisicamente il suo posto in un concreto “palazzo enciclopedico” lo trova nella mente di noi contemporanei allenati al sincretismo e alla contaminazione culturale, ci invita a trarne tutti gli aspetti positivi e ad individuare nel processo creativo il movimento stesso dello sviluppo dell’umanità. L’arte si riscopre così,’ in tutto il suo valore fondamentale e si avvicina  sempre più a rispondere a quella costante sensazione di horror vacui che sembra perseguitare l’umanità dalle sue origini. Il museo immaginario non è solo una teoria affascinante ma diventa un valido strumento di analisi applicabile alla sintassi e ai simboli creati dall’uomo, un tentativo di recuperare significati più profondi di quelli reperibili sulla superficie della realtà e che rispondono alla  volontà di andare più a fondo nella conoscenza pur essendo costretti dalla propria caducità ad una corsa contro il tempo.

Il fluire del fiume senza tempo che è l’arte potrà forse darci una risposta oppure  resterà solo il ricordo di un sogno, di un anelito d’immortalità:

“ Forse quando il museo immaginario sarà stato gettato nell’ossario dei grandi sogni, qualcuno ricorderà di queste ore in cui udivamo la creazione umana, sino al fondo dei secoli, come queste rane che cantano in fondo alla notte…”

Francesca Corsi

LINK:

BIENNALE VENEZIA 2013

ANDRE MALRAUX BIO

BRAY LO PROMETTE: “MAI PIU’ UN ALTRO CASO POMPEI IN ITALIA”

SFONDOStudio Tablinum: Pompei è uno dei 47 siti italiani inseriti nella prestigiosa lista UNESCO. Luoghi dall’immenso valore culturale e storico conosciuti in tutto il mondo ma purtroppo salvaguardati con crescente difficoltà dallo Stato che ne dovrebbe garantire la tutela e la conservazione e proprio Pompei, dopo i clamorosi crolli degli ultimi anni e il conseguente commissariamento, è il caso più tristemente noto.

Il sito archeologico di Pompei è stata nominato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’ Unesco nel 1977. Purtroppo, negli ultimi anni, le carenze nella manutenzione e gestione del sito sono state sempre più evidenti fino all’episodio del crollo della Schola Armatorum, avvenuto nel novembre 2010 e seguito da ulteriori distacchi causati in prevalenza dalle pesanti piogge; ultimo evento di questo genere è stato, lo scorso 22 dicembre, il crollo di una colonna della casa di Loreio Tiburtino; a ribadire, come a distanza di tre anni, i problemi siano ancora irrisolti.

Christopher Young, esperto di gestione del patrimonio culturale del World Heritage Center,  e commissario incaricato a Pompei nel 2008, nel corso dell’ultimo Unesco Committee di Parigi ha evidenziato come, nonostante buona parte dei resti di Pompei sia in buone condizioni, i problemi riscontrati siano numerosi, a partire dagli «inappropriati metodi di restauro e da una generale mancanza di personale qualificato. I progetti di restauro sono esternalizzati e la qualità del lavoro dei contraenti non è in corso di valutazione. Non è presente un sistema di drenaggio efficiente, con conseguente infiltrazione di acqua e umidità eccessiva che degrada gradualmente la condizione strutturale degli edifici e la loro decorazione».

Alla luce di questi dati il Ministro dei beni culturali Massimo Bray ha espresso la propria volontà di impegnarsi nella salvaguardia del patrimonio culturale del nostro Paese ”non ci sarà mai più un caso Pompei” ha dichiarato  il ministro dei Beni culturali Massimo Bray in audizione alle Commissioni di Camera e Senato ”Mi impegno a razionalizzare le risorse e a cercare i fondi per ridare al Mibac la dgnita’ che merita. Ma se guardo ai dati sui fondi del Mibac capisco che di casi Pompei ne potrebbe succedere uno al giorno”.

Essenziale darsi un piano d’azione mirato per salvaguardare un patrimonio culturale che racchiude in se un’enorme potenzialità culturale ed economica per l’Italia. Per questo è importante  “Promuovere l’impegno condiviso di tutti gli attori istituzionali coinvolti. Dobbiamo aumentare la capacità di usare i fondi europei e anche di fare sistema”A distanza di due anni dal decreto la piena e completa attuazione del progetto per i restauri di Pompei rappresenta una priorità assoluta per l’Italia e la comunità mondiale”.

Nonostante i problemi rilevati, Pompei ha attirato più di 2,3 milioni di visitatori, con picchi di 20.000 presenze giornaliere confermandosi uno dei siti UNESCO più visitati.  Pompei ed Ercolano, cristallizzate nel tempo da una catastrofe naturale, che le ha sepolte sotto una pioggia di ceneri e lapilli, detengono uno dei più grandi tesori dell’archeologia classica; la testimonianza della quotidianità in una città dell’impero romano.

Le dichiarazioni del nuovo ministro dei beni culturali lasciano sperare in un futuro meno dominato dalla coltre dell’incuria e caratterizzato da una consapevole valorizzazione dei tesori che abbiamo ereditato e che costituiscono il fulcro della nostra identità culturale… finalmente s’intravede la luce in fondo al tunnel?

 

ROSSO PASSIONE TIZIANO ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE

02_Flora_Alongi_Modifica_GLK copiaStudio Tablinum: Ancora una volta in cima alla top ten delle mostre più frequentate in Italia nel mese di Aprile troviamo la mostra dedicata al genio di Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, 1480/1485; Venezia, 27 agosto 1576).

La mostra, aperta al pubblico il 10 marzo scorso, presso le Scuderie del Quirinale, ha toccato quota 100.000 visitatori, con una media giornaliera stimata attorno alle 2400 presenze. Sono ben 5 milioni i visitatori passati dalle Scuderie del Quirinale dal dicembre 1999 ad oggi. Mentre ben 35 sono state le esposizioni susseguitesi in questi anni fra cui le mostre dedicate ad Antonello da Messina, Bellini, Caravaggio, Vermeer.

Tacciato dal Vasari di essere “carente nel disegno”, Tiziano volle sempre essere “creator più che pittore” sembra invece anticipare di un secolo l’opera di un altro grande maestro della luce, Caravaggio, lasciando che l’intensità del colore predomini  su quella della linea.

Di lui Longhi che, non a caso, fu anche il grande rivalutatore del Caravggio scrisse “Tiziano sgombra pienamente la timidezza del Giorgione; ora la stesura delle forme non avviene più sul filo dei volumi e dei piani, ma per matura composizione di gesti liberi e profondi“.

Il colore amalgamato e steso sulla tela a mani nude, rifiutando l’uso del pennello, come appare evidente soprattutto negli ultimi lavori, raggiunge un vitalismo raro e assolutamente coinvolgente tanto che di lui Boschini scrisse con il suo stile baroccheggiante: «con uno striscio delle dita ponendo un colpo d’oscuro in qualche angolo, per rinforzarlo, altre qualche striscio di rossetto, quasi gocciola di sangue, che invigoriva alcun sentimento superficiale, e così andava riducendo a perfezione le sue animate figure» Di sicuro, anche il disincantato fruitore moderno, dall’occhio tecnologicamente assuefatto a “pixeliane prodezze”, non potrebbe restare insensibile alle  forza espressiva delle opere esposte alle Scuderie.

Tornando alla Classifica, in seconda posizione troviamo i Modigliani della collezione Netter a Palazzo Reale di Milano, seguita dalla rassegna padovana sul Rinascimento di Pietro Bembo, con i capolavori, tra gli altri, di Giorgione, Bellini e Raffaello Sanzio.

Di seguito l’elenco delle prime 5 mostre classificate in Italia:

1)’Tiziano’, Roma, Scuderie del Quirinale (fino al 16 giugno): 17.705 visitatori (media giornaliera 2.403)

2) ‘Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter’, Milano, Palazzo Reale (fino all’8 settembre): 11.076 visitatori (media giornaliera 1.582)

3) ‘Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento’, Padova, Palazzo del Monte di Pieta’ (fino al 19 maggio): 7.760 visitatori (media giornaliera 1.300)

4) ‘Cubisti Cubismo’, Roma, Complesso del Vittoriano (fino al 23 giugno): visitatori 3.850 (media giornaliera 571). 5) ‘Helmut Newton. White Women. Sleepless Nights. Big Nudes’, Roma, Palazzo delle Esposizioni (fino al 21 luglio): visitatori 3.687 (media giornaliera 1.102)

DAVVERO “CON LA CULTURA NON SI MANGIA”?

cultura italianaStudio Tablinum: Leggere sulle prime pagine di molti giornali i giorni scorsi che “Roma ed Atene arrivano ultime nella classifica europea delle nazioni che investono in cultura”, non può non lasciarci una sensazione mista fra l’indignazione e lo sconforto.

I dati forniti da Eurostat sono a dir poco inquietanti: l’Italia è all’ultimo posto in Europa per percentuale di spesa pubblica destinata alla cultura 1,1% a fronte del 2,2% dell’Ue a 27 e al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, per percentuale di spesa in istruzione (l’8,5% a fronte del 10,9% dell’Ue a 27). Guardando i soli dati della voce “cultura”, l’Italia con il suo 1,1% di spesa pubblica è superata dalla Grecia (1,2%) e da tutti gli altri Paesi dell’Ue a 27 con la Germania all’1,8%, la Francia al 2,5% e il Regno Unito al 2,1%.

Certo simili dati non dovrebbero stupirci in un Paese in cui i membri del governo sono arrivati ad affermare con allarmante convinzione che “con la cultura non si mangia” ma perlomeno spingerci alla ricerca di un modo per invertire quest’allarmante, e oserei dire suicida, tendenza.

Ma le buone notizie non finiscono qui: la strutturale mancanza di fondi ha portato all’annullamento della Settimana della Cultura 2013 da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che ha dovuto sospendere, per il momento, l’ormai storica settimana primaverile di apertura gratuita dei luoghi statali dell’arte. In sostituzione dell’evento promosso dal nostro ministero Legambiente darà da oggi il via alla “Settimana della Bellezza”. Il messaggio, come spiega Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente è quello di  “sottolineare al futuro governo l’assoluta necessità di un’inversione di tendenza rispetto ai tagli finanziari fatti in questi ultimi anni alla cultura e quella di una nuova governance dei beni culturali”.

Forse sarebbe bene ricordarci chi siamo e, soprattutto chi siamo stati. Il retaggio storico e culturale della nostra penisola ne ha fatto, fin dall’antichità, il fulcro della cultura europea: sede dell’Impero Romana e della Chiesa Cattolica, punto d’incontro di numerosissime civiltà mediteranee, territorio di diffusione di svariati movimenti artistici. E oggi con ben 47 siti Unesco presenti sul nostro territorio possiamo davvero permetterci di finire “agli onori della stampa” con simili, infelici primati?

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Amore Tra le rovine: il “bellissimo, romantico sogno” di Sir Edward Coley Burne Jones

Burne-Jones, Amore tra le rovineStudium Tablinum: Ci sono tesori gelosamente custoditi per decenni, perle preziose nello scrigno del collezionista che difficilmente le vorrà dispensare ad altri estimatori. La stessa situazione sembrerebbe essersi verificata anche per questo capolavoro di Sir Edward Coley Burne Jones, il cui solo titolo trasmette tutta la struggente forza evocativa del grande maestro Preraffaelita.

Amore tra le Rovine, è un’opera  ispirata alla celebre poesia di Robert Browing, fu esposta per la prima volta nel 1873 alla Dudley Gallery di Londra e successivamente, durante l’Esposizione Universale a Parigi del 1878.

Quest’opera, capolavoro di Burne Jones sembrerebbe materializzare a pieno le aspirazioni consegnate a un suo celebre scritto: “Io aspiro a un quadro come un bellissimo romantico sogno, di qualcosa che  mai è stato e mai sarà, in una luce migliore di qualsiasi altra mai mostrata, in una terra che nessuno può definire, o ricordare, solo desiderare”.

Amore tra le rovine, rievoca istanti rubati a più epoche: la lira, trattenuta dal giovane amante, rievoca in noi la  struggente passione della poesia di Dante Petrarca, che tanto accendeva l’ immaginazione di dame e cavalieri; i fregi, che decorano il portale alle spalle degli amanti, riprodotti con un’attenzione filologica degna di Leon Battista Alberti, fanno chiara menzione all’aurea aetas del Rinascimento.

Predomina nell’opera l’uso simbolico  del colore blu, molto in auge  nelle corti  rinascimentali ov’era considerato simbolo di nobiltà d’animo e di stirpe, mentre per la chiesa  rappresentava il  colore simbolo della purezza verginale di Maria. Il colore, scelto per le vesti dei due amanti, ci veicola l’immagine di un amore profondo e puro, ben al di là della rossa lussuria. Un colore dalla forte simbologia per esponente del romanticismo quale Burne Jones; che lo stesso Goethe, nella sua teoria dei colori, definì latore di armonia assoluta,il blu costellava la poesia, il sogno, la melanconia, il languore assetato di assoluto . Blu, come i boccioli ai piedi dei due amanti è anche il piccolo fiore che novalis fa scorgere in sogno al suo Enrico di Ofterdingen e come loro: “Il Fiore azzurro è ciò che ognuno cerca, senza saperlo, che lo si chiami ora Dio ora Eternità  o Amore.”

L’opera del Maestro Preraffaelita, verrà esposta al pubblico dopo oltre cinquant’anni di oblio, nel corso della vendita “Victorian & British Impressionist Art” prevista da Christie’s l’11 Luglio a Londra. Un’occasione unica per ammirare questo tesoro prima che torni alla dorata tutela di una qualche collezione privata.

LO STRANO DESTINO DI UN ARTISTA RISALITO NELLE QUOTAZIONI…GRAZIE AGLI ABBA

Studio Tablinum: Come molti artisti del suo tempo Julius Kronberg fu appassionato studioso del mondo classico: i suoi quadri sono pervasi dal rimpianto per un’ormai irrangiugibile “aurea aetas”. Il sentimento del divino è romanticamente raggiunto non attraverso un atto di fede ma con il lavorio della fantasia e il sentimento. Attraverso l’arte, i colori, la bellezza e l’intuizione personale del bello permea il nostalgico mondo classico di Kronberg. Forse pochi sapranno che a riportare in auge le opere di quest’artista non fu il lavoro di un critico d’arte ma…gli Abba che utilizzarono per la copertina di The Visitors  (1981) la rielabrazione di una sua opera, Eros (1905).

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La copertina dell’ultimo album degli ABBA, The Visitors (1981). Sullo sfondo l’opera di Kronberg

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L’Atelier di Kronberg con la tela Eros (1905)

 Nato l’11 dicembre 1850 a Karlskrona, nel sud della Svezia, Julius Johan Ferdinand Kronberg aveva trascorso la giovinezza con la madre ed il nonno mentre il padre, uomo d’affari, trascorreva quasi tutto il tempo a Stoccolma per i propri affari. Nel 1863 il padre, Gustav Kronberg, scrisse una lettera da Stoccolma chiedendo al figlio di raggiungerlo nella città per lavorare con lui nella fabbrica di pianoforti Hoffmanns. Quando il giovane Julius arrivò, scoprì che l’attività lavorativa a lui riservata era un noioso e ripetitivo lavoro d’ufficio. Ne fu doppiamente deluso perché aveva creduto di essere stato chiamato per iniziare ad apprendere l’arte della costruzione degli strumenti musicali. Di carattere fermo e determinato nonostante la giovane età, Julius abbandonò il lavoro il giorno seguente. Ciò provocò l’ira furiosa del padre. Gustav Kronberg era forse più determinato del ragazzo e, a causa di questo rifiuto, disse al giovane Julius di non considerarlo più suo figlio. Sostenuto da una ferrea volontà, malgrado egli avesse solo 13 anni e la famiglia lo ritenesse troppo giovane, il ragazzo affermò la sua volontà d’iniziare l’Accademia d’Arte chiedendo l’ammissione. Nonostante le perplessità della famiglia e degli insegnanti, Julius tornò dopo qualche giorno all’Accademia mostrando dei dipinti che egli aveva fatto nella sua casa di Karlskrona. Il professore che aveva visto nel ragazzo un talento non comune gli permise l’iscrizione ad una scuola pre-accademica dopo di che passò rapidamente alla vera Accademia d’Arte. Nel 1869, all’interno di un concorso per pittori dell’Accademia il giovane artista dipinse un quadro a carattere storico “Gustav Vasa” (Gustavo I Erikson Vasa, 1495 – 1560, re di Svezia dal 1523) che vinse la medaglia reale. Oltre all’encomio e alla decorazione, il premio consisteva in una somma di denaro che gli permise di recarsi all’estero e di approfondire la conoscenza degli artisti europei sia attraverso le visite nei musei e nelle pinacoteche sia conoscendo personalmente i pittori più affermati nei loro atelier. Dopo brevi soggiorni a Parigi e Düsseldorf, Julius Kronberg si stabilì a Monaco dove dipinse nel 1875 il celebre quadro “Ninfa dell’ossessione con fauni” che affascinò lo scrittore e drammaturgo svedese August Strindberg (1849 – 1912) che scrisse in un articolo dedicato all’artista: “E’sceso tra noi e lavora qui il maestro dei colori”. I viaggi dell’artista continuarono grazie alla fama che stava acquisendo ed alle commissioni che cominciavano ad arrivare numerose. Si recò all’Accademia d’Arte di Venezia dedicandosi allo studio ed alla copia dei classici della pittura. Celebri sono i suoi rifacimenti dei due angeli dall’“Assunta”di Tiziano (1477-1576) e di un dipinto del Tintoretto (1518-1594), il “Ritratto di Antonio Capelli”. Si esercitò anche nella riproduzione del “San Sebastiano” del Ferrarese e di un angelo dalla “Vergine in gloria” del Padovanino (1588-1648). Tornato a Monaco ebbe l’occasione di conoscere il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (1828-1906) di cui dipinse, nel 1877, un famoso ritratto oggi all’Ibsen Museum di Oslo. Ricominciò i suoi viaggi di studio e apprendistato verso l’Italia e nel 1877 visitò Roma e Padova per proseguire la sua attività di formazione artistica e copia dei maestri classici. Nel 1878 si stabilì a Roma dove impiantò il suo studio in via Margutta 33. I viaggi in Oriente, in Tunisia e al Cairo lo avvicinarono ai temi biblici e storici di cui furono esempi famosi “La Regina di Saba” e “Cleopatra” terminato nel 1883. Nel 1885 dipinse “David suona per Saul” ora al National Museum di Stoccolma. Sia nella rappresentazione dei temi biblici o orientaleggianti, sia in quella di temi sacri o della mitologia del paganesimo europeo le opere di Julius Kronberg riflettono una sensibilità tardo romantica e la sua fedeltà assoluta ai classici e alla pittura del passato soprattutto di quella italiana. Tornato in Italia trascorse qualche tempo a Siena dedicandosi alla copia dei lavori di Ambrogio Lorenzetti (1280-1348) e del suo celeberrimo “Buon e Mal Governo nel Palazzo Comunale”. Nel 1886 trascorse un periodo a Verona per studiare l’ambiente in cui si era svolta la tragica storia d’amore di Romeo e Giulietta a cui voleva dedicare un dipinto. Tornato a Roma ebbe l’occasione di incontrare nel suo studio Ellen Scholander di cui s’innamorò. Non potendosi incontrare da soli, Julius organizzò un appuntamento clandestino a Milano in cui dichiarò il suo amore alla giovane. Si sposarono nel 1887 a Lilla Skuggan, in Svezia senza invitare la famiglia Kronberg. La coppia si stabilì a Roma e nel 1888 nacque la prima figlia Margherita, nome scelto in onore della strada in cui vivevano. Nel 1889 la famiglia di Julius Kronberg tornò in Svezia scegliendo di vivere a Stoccolma. Ormai artista affermato e famoso, nel 1890, gli venne commissionata dal Governo svedese il disegno della banconota da 1000 Corone che conservò la stessa immagine ideata dall’artista fino al 1960. L’Accademia d’Arte chiese ufficialmente a Julius Kronberg di diventare insegnante del prestigioso istituto: ricordando le peripezie trascorse da giovane per accedervi, l’artista accettò con orgoglio ed entusiasmo l’incarico. Nel 1890 la famiglia fu allietata dall’arrivo del secondo figlio Rolf. Il Re di Svezia Oscar II (1829-1908), poeta ed umanista, chiese a Julius Kronberg di decorare il castello della capitale in cui l’artista concepì e dipinse tre affreschi per il soffitto. Nel 1894 ripresero i viaggi attraverso l’Europa per eseguire copie delle opere del Tiepolo (1696–1770): si recò al Kaiser Friedrich Museum di Berlino , nel palazzo arcivescovile di Würzburg e nella Villa Nazionale di Strà vicino a Venezia. Nella città di San Marco visitò svariate volte l’Accademia d’Arte, la chiesa dei Gesuati, affrescata da Gianbattista Tiepolo e in cui si trova “La Vergine coi Santi” del 1740, e quella della Pietà col “Trionfio della fede” del 1755. Nel 1895, di ritorno in Svezia, eseguì molti ritratti di membri della famiglia nobile von Hallwyl di Stoccolma e fu richiesto dalla contessa della stessa famiglia per decorare il palazzo costruito dall’architetto Isac Gustav Clason. Nel 1897 nacque il terzo figlio dell’artista, un maschio che venne chiamato Göran. Molto malato fin dall’infanzia riuscì a sopravvivere in pessime condizioni di salute per quasi sette anni. Uno dei lavori più importanti del pittore furono gli affreschi della cupola della Chiesa di Adolf Fredrik di Stoccolma che fu progettata in stile neoclassico dall’architetto Carl Fredrik Adelcrantz e costruita tra il 1768 ed il 1774 che deve il proprio nome al re Adolf Fredrik (1710-1771), che pose la prima pietra. Julius eseguì gli affreschi tra il 1899 e il 1900 e gli schizzi dei lavori possono essere visti nello studio del pittore, oggi aperto al pubblico, che si trova allo Skansen, la grande zona parco della città di Stoccolma. Oltre alle opere di Kronberg nella chiesa si trovano due sculture realizzate dal più noto artista svedese ai tempi di costruzione della chiesa originaria, lo scultore Jahan Tobias Sergel. La prima, in onore del filosofo francese René Descartes (Cartesio 1596-1650), che ai tempi della regina Kristina di Svezia (1626-1689) intratteneva rapporti molto stretti con la corte svedese e fu sepolto nel cimitero della chiesa tra il 1650 ed il 1666, prima che la sua salma fosse restituita al suo paese natale. La seconda scultura di Sergel è un motivo nell´altare, anch’esso realizzato sotto l’egida di Gustaf III, rappresenta Cristo che risorge nel giorno di Pasqua. Il fonte battesimale in cristallo, proveniente da Orrefors, ricorda l´esploratore Sven Hedin (1865-1952), è opera di Liss Eriksson. Anche Hedin, come Hamsun, nonstante la meritata fama per le straordinarie esplorazioni e scoperte geografiche, subirà l’ostracismo pubblico per il suo sostegno al Nazionalsocialismo (vedi M. Zagni ”Archeologi di Himmler” Ed. Ritter, 2004 pag. 119- 122). Nel 1902 nacque il quarto figlio della coppia Kronberg a cui venne dato il nome di Staffan. Tra il 1905 e il 1908 Julius Kronberg fu impegnato in un mastodontico lavoro di affresco del soffitto e del proscenio del Teatro Reale di Arte Drammatica di Stoccolma coadiuvato dalla figlia maggiore Margherita. Sul proscenio l’artista rappresente uno dei temi classici della mitologia greco-romana: Eros (Cupido) dio alato dell’amore armato di arco e frecce attorniato dalle Moire (Parche) le tre divinità del Fato, (Cloto, Lachesi e Atropo), vestite di bianco nell’atto del filare i giorni della vita di ogni uomo. Sul soffitto Apollo dio della luce e della musica sul cavallo alato alza al cielo una lira circondato dalle nove Muse (Calliope-poesia, Clio-storia, Tersicore-danza, Polimnia-arte mimica, Melpomene-tragedia, Erato-poesia lirica e amorosa, Euterpe-musica e poesia melica, Talia-commedia, Urania-l’astronomia) divinità della poesie e dell’arte. Come molti artisti del suo tempo Julius Kronberg fu appassionato studioso delle teorie teosofiche: la ricerca del divino non attraverso l’atto di fede o il ragionamento ma con la fantasia e il sentimento. Attraverso l’arte, i colori, la bellezza l’intuizione personale del sacro: a queste idee volle educare l’ultimo nato Staffan che, nel 1913, fu mandato in una scuola teosofica della California. Nel 1920 l’artista si ammala gravemente, un tumore alla gola forse a causa del suo tabagismo: viene operato in gennaio. Sua moglie Ellen scrive al figlio minore Staffan in California delle sue preoccupazioni per la salute di Julius. Ad aprile la figlia maggiore Margherita scrive a Steffan chiedendogli di rientrare a casa sia per la grave malattia del padre sia per la sofferenza della madre affetta da emicranie sempre più dolorose. Il 31 luglio Staffan riceve un telegramma che gli annuncia l’improvvisa morte della madre. La scuola non concede all’allievo nessun permesso per il lutto fino a che il padre non scrive personalmente al direttore per far rientrare il giovane in Svezia. Il 17 ottobre del 1921 muore l’artista Julius Johan Ferdinand Kronberg. Alla sua morte la contessa Wilhelmina von Hallwyl comprò il suo atelier e lo donò alla città di Stoccolma. Ed è proprio nel suo atelier, sull’isola di Djurgården,che è possibile vedere il quadro rappresentato sul disco degli Abba, è diventato un luogo di pellegrinaggio per tutti quelli che amano l’arte e la sua pittura e, perchè no, anche la musica degli Abba!

E. L.