Benvenuti in Messico, angolo di paradiso in terra

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Tablinum: questa volta vogliamo farvi assaporare un luogo lontano dall’Italia, facendovi immergere nella calda atmosfera del Messico: parlarvi dell’intero ‘labirinto della solitudine’, come definì questa terra il poeta e saggista Octavio Paz, sarebbe un’ardua impresa. Dovremmo percorrere un territorio che va dalla Bassa California alla capitale, la cosmopolita Città del Messico; dalla culla della musica Mariachi, il Guadalajara, sulla costa centrale del Pacifico, al selvaggio Chiapas, fino ad arrivare alla costa orientale, la penisola dello Yucatán. È proprio quest’ultima che vogliamo approfondire, questo incantevole, piatto lembo di terra dove le candide spiagge si alternano a riserve naturali e suggestivi siti archeologici.

La penisola dello Yucatán comprende tre Stati, il Quintana Roo, Campeche e lo Yucatán, e in ognuno dei tre è possibile trovare numerosi siti Maya avvolti dalla giungla. L’acqua, che per i Maya era sacra, arrivava qui alla terra attraverso un terreno poroso e calcareo, andando a creare un vasto sistema fluviale sotterraneo. Al cedere dello strato di calcare, si formano le doline o cenotes, ovvero delle pozze profonde nelle quali è possibile immergersi: nel solo Yucatán ne sono presenti 200.

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Oltre agli Spagnoli e ai Maya (popolazione, ricordiamolo, tuttora esistente e non del tutto sterminata dagli invasori ispanici), questa terra è un’amalgama di culture che comprende anche francesi, libanesi e altri immigrati.

Per quanto riguarda la cucina, oltre ai piatti tipici messicani come il mais, il cioccolato, il tacchino selvatico, la zucca, i peperoncini e i pomodori, la cucina yucateca comprende anche ingredienti europei quali le arance e la carne di maiale: in parte per via dell’isolamento geografico della regione dello Yucatán rispetto alle altre regioni messicane, e in parte per le influenze europee, caraibiche, mediorientali e indigene di cui è ricca. A Merida ad esempio, non troverete dei piatti simili in nessun altro posto del Messico, come i panuchos (tortillas fritte ripiene di fagioli neri e coperte con pollo o tacchino, avocado, lattuga e cipolle in agrodolce).

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A proposito di Merida, la torrida ‘città bianca’, essa fu fondata dallo spagnolo Francisco de Montejo nel 1542 sulle rovine di una città Maya. Se avete intenzione di visitarla, non mancate di andare a vedere la Cattedrale inaugurata nel 1598 e dedicata a  San Ildefonso, la più antica di tutto il continente, e il Museo de la Ciudad, ospitato dall’ex Palazzo della Posta edificato nel 1908, che illustra la storia di Merida, dalla sua fondazione ai giorni nostri.

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Non lontano da Merida, potrete ammirare i fantastici siti archeologici della cultura Maya: dal più famoso e maestoso, quello di Chichén Itzá, al collinare Uxmal, a Ek Balam, il ‘giaguaro nero’, fino a Coba, sito completamente immerso nella giungla: qui potreste avventurarvi a scalare il Nohuch Mul, che in lingua maya significa “grande monticello”, la più grande piramide della penisola dello Yucatán con i suoi oltre 40 metri.

chichén ItzaE se, dopo che avrete visitato città e scalato piramidi, avrete voglia di mare, non possiamo non consigliarvi le meravigliose Isla Contoy e Isla Mujeres, tra le spiagge più incontaminate dei Caraibi, angoli di paradiso dove il tempo si ferma e si possono ammirare numerose specie protette, tra le quali paguri, fregate, iguane e tartarughe marine.messicofregata

 

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Cos’altro dire… ‘Que Viva Mexico!’

                                                                      Francesca Corsi

Castel Sant’Angelo, un viaggio nella Storia – Castel Sant’Angelo, a journey into History

Tablinum: il Mausoleo dell’imperatore Adriano, oggi chiamato Castel Sant’Angelo, è un monumento unico, visitarlo è come un viaggio nella storia dalla grandezza dell’impero romano al periodo medievale e rinascimentale, fino all’età contemporanea.
I predecessori dell’imperatore Adriano sono stati sepolti in gran parte nel Mausoleo di Augusto (in piazza Augusto Imperatore vicino all’Ara Pacis) e la tomba non poteva ospitare più nessun altro, per questo motivo Adriano decise di costruire una nuova magnifica tomba per se stesso e la sua famiglia.
 
Il sito scelto da Adriano erano gli Horti di Domizia nel colle Vaticano, un’area funeraria fuori Roma. Al fine di collegare la tomba di Campo Marzio al di là del Tevere, è stato costruito un nuovo ponte, il Ponte Elio (per celebrare il Dio del Sole) ora chiamato ponte Sant’Angelo.
Il mausoleo è stato costruito a partire dagli anni intorno al 130 ed è stato completato solo nel 139 d.C., dopo la morte di Adriano a Baia vicino a Napoli. L’edificio è costituito da una base quadrata 89 m. su entrambi i lati, 15 m di altezza costruito in opera laterizia con camere radiali a volta.
Tutte le pareti esterne sono state rivestite in marmo e lastre di marmo sono state apposte ad esse, contenenti gli epitaffi di coloro che sono stati sepolti all’interno del monumento.
Vi erano quattro gruppi in bronzo di uomini e cavalli in piedi su ciascuno degli angoli della base e una grande statua di Adriano come Apollo, il dio del sole, in cima all’edificio. Non è possibile trovare la tomba di Adriano qui, perché in quel periodo la tradizione funeraria romana era quella di bruciare i corpi.
Secondo la cronaca chiamata Historia Augusta, Adriano compose la seguente poesia poco prima di morire: “Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, suole ut, Dabis iocos. “
-P. Elio Adriano Imp. (138).

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È possibile trovare questa poesia nella cosiddetta Sala Urne, il cuore dell’antico mausoleo.
Ma perché il castello è dedicato alla arcangelo Michele? Una famosa leggenda narra che nel 590 d.C. a Roma vi fu una terribile pestilenza. Papa Gregorio magno organizzò un pellegrinaggio a S. Pietro in Vaticano e, di fronte al Castello S. Angelo, improvvisamente l’Arcangelo apparve al papa, mentre riponeva la sua spada fiammeggiante; questo avvenimento è stato interpretato dal papa come il segno che la peste stava finalmente finendo. Per ricordare questo evento papa Gregorio spostò la statua dell’arcangelo sulla parte superiore del monumento. Probabilmente la vera ragione è che il papa ha voluto mettere una statua rappresentasse un segno del cristianesimo, un angelo, al posto della statua di Apollo.

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Parliamo ora di due parti nascoste del castello, visitabile solo con una visita guidata: il Passetto di Borgo e le segrete o prigioni.
Passetto di Borgo è il passaggio segreto utilizzato dal Papa per raggiungere in modo sicuro questa fortezza dalla sua residenza in Vaticano nella Basilica di S. Pietro in caso di pericolo come la guerra e improvvisi attacchi dei nemici. Questo muro è lungo 1 km e conduce direttamente al Vaticano. Questo lungo muro è stato originariamente costruito dal barbaro re Totila nel 547 d.C. per proteggere il suo campo militari. Dopo che Totila lasciò Roma, il campo è diventato una sorta di piccolo villaggio sul lato destro del fiume Tevere ed era conosciuto come Borgo, dalla parola sassone “Burg” che vuol dire in effetti campo.
Il muro venne realizzato utilizzando grandi rocce squadrate e non era alto come possiamo vedere oggi.
La struttura segue gli eventi storici, come il terribile Sacco di Roma da parte dei pirati saraceni nell’847 d.C. Come risultato di questo terribile evento papa Leone IV ha costruito un nuovo muro di camminamento di 5 m. riutilizzando la struttura preesistente per proteggere il Borgo Vaticano noto anche come Civitas Leonina, che significa Città di Leone (l’antica Burg di Totila) e Castel Sant’Angelo.
Il vero Passetto nasce alla fine del tredicesimo secolo, quando Papa Niccolò III Orsini coprì il primo muro eretto da Leone IV con una volta per usarlo come un corridoio segreto collegato a S. Pietro con la Fortezza, perché la nuova residenza papale divenne il Vaticano invece della cattedrale di S.Giovanni, dunque l’area necessitava una maggiore protezione. Nel sedicesimo secolo papa Alessandro VI Borgia ha deciso di duplicare il Passetto ed eresse un altro livello al di sopra del primo.
Così ora abbiamo una tratto della passeggiata coperta da un soffitto, utilizzata un tempo dal Papa e la sua corte, e uno all’aria aperta, utilizzata dalle guarnigioni per proteggere il sito.
Il passaggio si è rivelato utile a papa Clemente VII, che nel 1527 lo utilizzò per fuggire dai suoi appartamenti in Vaticano al Castello durante il sacco da lanzichenecchi, mercenari inviati dall’imperatore Carlo V. Questo attacco era una rappresaglia contro il papa che aveva rifiutato di formare un’alleanza contro il re di Francia Francesco I, nemico di Carlo V. Questa è stata l’ultima volta che il castello fu utilizzato come difesa.

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Riguardo i sotterranei, usati durante il Rinascimento, parleremo di un famoso prigioniero, lo scultore e orafo Benvenuto Cellini. Egli è stato imprigionato perché accusato di aver rubato l’oro dal Papa Paolo III. Cercò di fuggire annodando la biancheria da letto come una corda, ma la corda era troppo corta così cadde rompendosi una gamba e fu nuovamente imprigionato.
Nella sua ultima cella ha forse fatto un dipinto raffigurante Gesù dopo la risurrezione. Ma alla fine, grazie al re di Francia Francesco I il nostro scultore fu liberato.
Non ebbe la stessa fortuna la nobile Beatrice Cenci, che fu decapitata davanti al Castello l’11 settembre 1599 a causa del complotto che la portò a uccidere suo padre Francesco cenci, un uomo violento e dissoluto. Una leggenda dice che il fantasma di Beatrice compare nei pressi del Castello nella notte tra il 10 e l’11 settembre di ogni anno. 
Vicino le segrete e possiamo anche trovare il magazzino del grano e dell’olio. Ci sono 83 giare per l’olio di pesce. L’olio è stato utilizzato sia per cucinare che come arma.

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Infine, l’ultimo posto segreto del castello è uno dei cosidetti “bagnetti” o “stufette” meglio conservato del periodo rinascimentale.
Il bagnetto di Clemente VII – proprio il papa del famoso sacco di Roma– aveva sia acqua corrente calda che fredda, un vero privilegio per quel tempo! L’acqua calda proveniva dal sistema di riscaldamento di tubi collegati a un grande forno essendo confinante al bagnetto stesso. Le pareti sono decorate con grottesche da Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Potete trovare qui alcuni troni dipinti degli dei greci, vuoti ma con accanto gli attributi utili al loro riconoscimento, come il cappello alato per il messaggero degli dei, Mercurio.

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“Last but not least”, a Castel Sant’Angelo ci sarà fino al 5 marzo una fantastica esposizione di Giacomo Manzù, scultore del XX secolo che ha trattato il delicato tema dell’arte sacra durante i terribili anni della seconda guerra mondiale.

Perché non visitare il castello durante le vacanze?

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Francesca Corsi

English version:

Tablinum: Emperor’s Hadrian Mausoleum, today called Castel Sant’Angelo, is a unique kind of monument, visiting it’s setting is almost a kind of journey troughout history from the grandness of the Roman Empire to the medieval and the renaissance period, until contemporary age.
The predecessors of Emperor Hadrian were buried in large part into the Mausoleum of Augustus (in piazza Augusto Imperatore near the Ara Pacis) and that grave couldn’t host anyone else, so Adrian decided to build a new magnificent grave for himself and his family.
The site chosen by Hadrian was the Horti of Domitia in the Vatican hill, a funerary area out of Rome. In order to link the tomb to the Campus Martius on the other side of the Tiber, a new bridge was built, the Pons Aelius (to celebrate the God of the Sun) now called Sant’Angelo bridge.
The Mausoleum was built from around 130 and was completed only in 139 a.D., after the death of Hadrian at Baiae near Naples. The building consists of a square base 89 m. on each side, 15 m high built in opus latericium with vaulted radial rooms.
All the exterior walls were revetted in marble, and marble tablets were affixed to it containing the epitaphs of those who were buried within the monument.
Four bronze groups of men and horses stood on each of the corners of the base and a large statue of Hadrian as Apollo, the god of sun, was on the top of the building. You can’t find Hadrian tomb here because in that period the roman funerary tradition was to burn the bodies.
According to the chronical called Historia Augusta, Hadrian composed the following poem shortly before his death:“Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos.”
—P. Aelius Hadrianus Imp. (138). You can find this poem in the so called Urns Room, the centre of the ancient masoleum.

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But why the castle is dedicated to the arcangel Michael? A famous legend says that in 590 a.D. in Rome a terrible plague was killing a lot of citizens. Pope Gregory the first organized a pilgrimage to S. Peter in Vatican and, in front of Castle S. Angelo, suddenly the Archangel Micheal appeared to the pope, placing his flaming sword, and that was interpreted by the pope as the sign that the plague was finally ending. To remember this event Gregory the first placed a statue of the archangel on the top of the monument. Probably the real reason is that the pope wanted to put a statue that could rapresent a sign of christianity, an angel, instead of the Apollo’s statue.

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Let’s talk about two hidden parts of the Castle, visitable only with a guided tour: the Passetto di Borgo and the dungeons.
Passetto di Borgo is the secret passage used by the Pope to reach safely this fortress from his vatican residence in S. Peter Basilica in case of danger as war and enemies suddenly attacks. This wall is 1 km long and leads directly to the Vatican. This long wall was originally built by the barbarian King Totila in 547 a.D. to protect his military camp, rised up near the Hadrian Mausoleum. After Totila left Rome, the camp became a kind of little village on the right side of the Tiber river and was known as Borgo, from the saxon word “Burg” that means camp indeed.
The wall at that time was made by using big squared rocks and wasn’t tall as we can see it today.
The structure that we are covering now rise to the following historical events such as the terrible sach of Rome by the Saracenic people in 847 a.D. As a result of this terrible event Pope Leo the IV built a new round walk wall 5 m. high re- using the preexistant structure to protect the Borgo Vaticano also known as Civitas Leonina, which means City of Leo (the ancient Burg of Totila) and Sant’Angelo Castle.
The real Passetto borned in the end of thirteen century when Pope Niccolò III Orsini covered the first wall erected by Leo IV with a vault and use it as a secret corridor to linked S. Peter to the Fortress, because the new papal residence became the Vatican instead of S.Giovanni cathedral. In sixteen century Pope Alessandro VI Borgia decided to duplicate the Passetto and erected another level above the first one.
So now we have one tract of the walk covered by a ceiling, used by the Pope and his court, and one in the open air, used by the garrisons to protect the site.
The passagge proved useful to pope Clemens VII, who in 1527 used it to escape from his apartments in Vaticano to the safer Castle, during the sack by lansquanets, mercenaries sent by emperor Charles V. This attack was a retaliation because the pope broke his word to form an alliance against the French king Francis the first. This was the last time the castle was used as a defence.

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About the dungeons, used during the Renaissance, we’ll talk about a famous prisoner, the famous italian sculpture and goldsmith Benvenuto Cellini. He was prisoned because he was accused to have stolen gold from the Pope Paul III. He tried to escape by using bed linen as a rope but falling down he broked his leg and was captured again! In his last cella, he maybe did a painting representing God and Jesus after the resurrection. But finally, thanks to the king of france Francis the first he was freed.
Not the same fortune had the noble Beatrice Cenci, she was beheaded in front of the Castle on september 11, 1599 because of the plot against her bad temper and immoral father. A legend says that she appears in the Castel on the night between september 10 and 11 every year.
Near the dungeons we can also find food and oil warehouse. There are 83 storage vessels for the fish oil. The oil was used both for enlighteng and for cook but in case of enemies attacks it was used as hot weapon poured on the enemies head.

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Finally, the last secret place of the castle is one of the best preserved private bathroom from the reinassance period.
This bath of Pope Clemente VII had both cold and hot running water, a real privilege for that time! Hot water came from the warming system of pipes that linked a big oven sited in that to the floor and the walls. The hot vapor came out from specific holes on the walls. The walls are decorated with grottesche by Giovanni da Udine, a Raffaello pupil. You can find here some thrones with the greek gods attributes as the winged hat for the messenger of the gods, the fast runner Mercurius.

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“Last but not least”, in Sant’angelo castle there will be until 5 March a fantastic exhibition of Giacomo Manzu, sculptor of the twentieth century who has treated the delicate theme of sacred art during the terrible years of World War II.

Why not visit the castle during the holidays?

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Francesca Corsi

Itinerari umbri: la Porziuncola e la basilica di Santa Maria degli Angeli.

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Tablinum: l’Umbria, terra di borghi, colline, boschi e montagne, oltre ad essere una meta per turisti alla ricerca di cultura, arte e buon cibo, è anche la terra dei santi e in particolare di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Numerosi sono i luoghi legati alla vita del “poverello”, oltre naturalmente alla stessa Assisi, luogo in cui nacquero, vissero e morirono sia San Francesco che Santa Chiara. A Gubbio, ad esempio, uno dei luoghi francescani simbolo è la chiesetta della Vittorina, costruita dove il Santo avrebbe ammansito il lupo. L’altare è la pietra sopra la quale Francesco avrebbe predicato la riconciliazione tra l’animale e gli eugubini. Nella pianura umbra tra Cannara e Bevagna, a Pian d’Arca, sarebbe avvenuto invece uno degli episodi più famosi dei Fioretti, la predica agli uccelli. La pietra dove Francesco, secondo una credenza popolare, avrebbe posato i piedi durante la predica si trova nella duecentesca chiesa a lui intitolata a Bevagna. Sul Lago Trasimeno, secondo la tradizione, il Santo avrebbe trascorso la Quaresima del 1212 o 1213 sull’Isola Maggiore e vi rimase da solo per 40 giorni mangiando soltanto mezzo pane.

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Queste ed altre tappe vengono percorse ogni anno durante i pellegrinaggi che hanno come meta proprio Assisi, in particolare il santuario della Porziuncola che si trova all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli. Da pochi giorni è stato celebrato l’ottavo centenario della Festa del Perdono di Assisi, ovvero un’indulgenza plenaria che, nella Chiesa cattolica, può essere ottenuta dai propri fedeli dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno. Le origini di questa festa bisogna cercarle in una lontana notte dell’anno 1216, quando San Francesco, immerso nella preghiera presso la Porziuncola, vede la chiesina avvolta da una vivissima luce e subito dopo appaiono sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Il Signore accoglie la sua preghiera, a patto che Francesco ne parli al suo vicario in terra, ovvero il papa. Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. Il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.

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La chiesetta intitolata a Santa Maria degli Angeli, edificata probabilmente nel IV secolo e successivamente passata sotto la proprietà dei monaci benedettini, prende il nome dalla zona denominata “Portiuncula”, che letteralmente indica la piccola porzione di terreno su cui sorgeva.

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Benché si possano trovare riferimenti alla zona della Porziuncola nei documenti del comune di Assisi risalenti intorno all’anno mille, è solo con la vita di San Francesco che il luogo acquisisce una sua precisa identità. Dopo aver abbandonato le ricchezze della propria famiglia San Francesco trovò rifugio in questa antica cappella, oggi accolta all’interno dell’ampia Basilica di Santa Maria degli Angeli, la restaurò e la ottenne in dono dai Benedettini, vi fondò poi l’Ordine dei Frati Minori nel 1209, affidandolo alla protezione della Vergine Madre di Cristo, cui la chiesina è dedicata. In questo luogo, inoltre, il 28 marzo 1211 Chiara di Favarone di Offreduccio iniziò la sua vita monastica fondando poi l’ordine delle Clarisse e San Francesco ottenne in sogno da Gesù l’indulgenza del Perdono.

Già prima dell’edificazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli, i visitatori alla Porziuncola erano così numerosi che si resero necessarie delle strutture per la loro accoglienza. Ad esempio, nel 1450 Cosimo de’ Medici vuole la costruzione di quella “fontana delle 26 cannelle” detta anche “fontana dei pellegrini” che oggi si trova lungo il fianco della basilica.

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La struttura della Porziuncola ricalca l’impianto tipico delle strutture benedettine nello stile romanico umbro; la chiesa, costituita da pietre squadrate, è rimasta inalterata ad eccezione del piccolo campanile, di un portale ligneo del tardo ‘400 e della facciata quasi completamente affrescata da Federico Overbek nel 1830. Gli interventi di restauro del 1998 hanno permesso di evitare l’ulteriore degrado della cappella e recuperare i tessuti pittorici sia del grande polittico dietro l’altare dipinto nel 1393 da Ilario da Viterbo, che illustra la storia del Perdono di Assisi, quanto dei resti dell’affresco della Crocifissione nella parte absidale realizzato intorno al 1485 dal Perugino. Sulla soglia della chiesina sono incise le parole “hic locus sanctus est”, questo luogo è santo, perché Dio vi è sceso per incontrare Francesco e chiunque vi entri con fede.

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A custodire la Porziuncola è proprio la basilica di Santa Maria degli Angeli, fatta costruire per volere del papa Pio V tra il 1569 e il 1679, destinata ad accogliere ogni anno moltissimi pellegrini e che presenta, dal 1930, un’imponente statua della Vergine in bronzo dorato.

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Francesca Corsi

Sperlonga, benvenuti nella Terra di Ulisse

Tablinum: proseguono le nostre tappe alla scoperta del litorale laziale. Dopo Gaeta, questa volta andremo poco più a nord ad esplorare Sperlonga, piccolo comune del basso Lazio situato in provincia di Latina. Oltre a offrire alcune delle spiagge più belle d’Italia come Salette, composta, come tutte le spiagge della zona, da sabbia finissima di colore chiaro e acque limpide, Sperlonga è anche uno dei borghi più belli del Belpaese.

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Secondo la tradizione presso Sperlonga sorgeva la città di Amyclae (in greco Αμύκλαι), fondata dagli Spartani. Furono poi i Romani a scoprirla alla fine dell’età repubblicana, realizzando magnifiche residenze, attratti dalla bellezza del luogo e dal clima mite. Il nome del paese deriva dalle numerose cavità naturali, in latino speluncae, tra cui quella utilizzata dall’imperatore Tiberio.

Il grazioso centro storico è composto da un labirinto di viuzze, case tinte di calce bianca e terrazze sul mare da dove ammirare lo splendido panorama.

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Un altro elemento caratteristico di questa località sono le quattro torri. Costruite nel medioevo per difendersi dai Saraceni, oggi sono una delle mete turistiche più visitate. La Torre Centrale e la Torre del Nibbio sono oggi incorporate tra le case del paese, dando quell’aspetto arroccato e tortuoso. La Torre Truglia, invece, sorge su uno scoglio della punta più estrema del promontorio di Sperlonga. La torre ha una pianta quadrangolare, con robusti contrafforti laterali e una scala di accesso al piano rialzato, riparata rispetto al mare. Col suo profilo suggestivo, la Torre Truglia divide le due riviere (la Riviera di Levante che si estende fino alla Grotta di Tiberio e la Riviera di Ponente che lambisce la parte bassa di Sperlonga). Essa è stata più volte restaurata, e ha anche ospitato per diversi decenni la sede della Guardia di Finanza. La si può raggiungere anche a piedi, senza dimenticare di visitare, lungo la strada, anche le piccole e pittoresche chiese di Sperlonga, situate nel cuore antico della città.

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Dalle terrazze del borgo si può ammirare la Villa di Tiberio, la residenza imperiale – di cui rimangono a Sperlonga ancora cospicui resti – che si sviluppava per oltre trecento metri di lunghezza lungo la spiaggia di levante e che comprendeva, oltre ai quartieri di servizio e quelli abitativi, un impianto termale, manufatti per le riserve d’acqua e un attracco privato. In epoca augustea, in occasione di un grande intervento di ristrutturazione, la cavità naturale, ovvero la più conosciuta Grotta di Tiberio, accolse una piscina circolare collegata ad altre esterne di varia forma, destinate all’itticoltura pregiata. Al centro della vasca rettangolare esterna doveva sorgere il triclinio imperiale. L’interno dell’antro venne decorato con marmi e di mosaici in tessere di vetro, e arredato con i monumentali gruppi scultorei ispirati alle imprese di Ulisse. Tiberio, succeduto ad augusto nel 14 d.C., utilizzò la residenza fino al 26 d.C. quando una frana che mise a repentaglio la sua vita lo indusse a scegliere l’isola di Capri.

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Dopo la caduta di Roma, i ruderi della residenza imperiale, verso il VI secolo, servirono da rifugio a comunità e popolazioni locali. Proprio da queste popolazioni vengono i primi abitanti di Sperlonga, che cominciava lentamente ad arroccarsi sulla collina di S. Magno. Una necessità determinata non solo dalle malattie delle paludi, ma anche dai continui attacchi dei pirati che infestavano il Tirreno. Il piccolo centro venne raso al suolo nell’agosto del 1534 dal corsaro Khair ad – Din detto il Barbarossa (di questi eventi rimane la memoria nel nome di Valle dei Corsari, presso la Grotta). Nel Settecento e nell’Ottocento, Sperlonga assunse l’attuale caratteristica struttura a forma di testuggine e venne arricchita con chiese e palazzi signorili.

Il Museo archeologico di Sperlonga, annesso all’area della Villa, ospita i gruppi statuari rinvenuti negli scavi condotti nel sito a partire dal 1957. Esso venne realizzato in seguito alla mobilitazione popolare contro l’ipotesi di trasferire i reperti a Roma.

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La raccolta comprende i celebri gruppi marmorei in cui sono state finora identificati quattro episodi dell’epos omerico: l’assalto di Scilla alla nave di Ulisse, l’accecamento del ciclope Polifemo, il ratto del Palladio e Ulisse che solleva il cadavere di Achille (quest’ultimo è detto “Gruppo di Pasquino” per la somiglianza a una delle copie romane che si trova all’esterno del Museo di Roma, vicino Piazza Navona, conosciuta dal Rinascimento proprio come la statua di Pasquino). Dunque, una vera Odissea di marmo che costituisce una delle testimonianze più affascinanti per la conoscenza del mito di Ulisse nell’arte antica. Le sculture, rinvenute in migliaia di frammenti, sono frutto di un lungo lavoro di restauro non ancora compiuto. WP_20160619_11_34_02_ProÈ probabile che tutti i gruppi siano opera di tre famosi scultori rodii, Agesandros, Athenodoros e Polydoros, autori anche del celebre Laooconte oggi in Vaticano, cui Tiberio commissionò la decorazione dell’antro. Nel Museo sono esposti altri pregevoli reperti, in gran parte scultorei, riferibili all’apparato ornamentale della villa (immagini di divinità, ritratti, soggetti mitologici) oltre che suppellettili e manufatti che documentano l’ininterrotta continuità di vita del complesso fino all’età tardo-antica.

Francesca Corsi

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In viaggio lungo la Via Francigena

Tablinum: In occasione dell’anno Santo del 1993, il Cammino di Santiago vide un incremento del flusso dei pellegrini, che passarono dai 9.000 ai 99.000. Un aumento notevole che potrebbe verificarsi anche sulla Via Francigena in occasione del Giubileo della Misericordia, partito l’8 dicembre 2015 e che si concluderà il 20 novembre 2016.
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Le prime notizie di pellegrinaggi penitenziali diretti a una specifica meta risalgono all’VIII secolo; i pellegrini attraversavano l’Europa per recarsi presso i peregrinationes maiores: la tomba dell’apostolo Pietro a Roma, la Terra Santa e Santiago di Compostela, sede delle spoglie mortali di Giacomo il Maggiore, apostolo di Gesù. La pratica del pellegrinaggio assunse un’importanza tale che si svilupparono vere e proprie “vie della fede” costellate da luoghi di sosta, villaggi e abbazie per ospitare i pellegrini. Tra le vie più importanti la Via Francigena ne rappresenta ancora oggi il percorso principale. Essa è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conducevano dall’Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma. I pellegrini facevano il loro ingresso in   Italia dai valichi alpini fino ad arrivare alle strade consolari e sull’Appia in particolare, per giungere infine a Roma. Sappiamo quale fosse il tracciato originario della Francigena tra Canterbury e Roma grazie alle informazioni contenute nella cronaca di Sigerico, la più antica giunta sino a noi.

L’abate Sigerico, infatti, nominato vescovo di Canterbury nel 990 da Papa Giovanni XV, nel suo diario racconta con dettaglio e precisione delle 80 località da lui attraversate da Canterbury fino a Roma, per ricevere l’investitura, tanto che esso divenne un riferimento per molti pellegrini i quali, si passavano la conoscenza del percorso col passaparola. Un’altra testimonianza di pellegrinaggio sulla Via Francigena è quella risalente al XII secolo dell’abate islandese Nikulás da Munkaþverá: il suo viaggio si colloca cronologicamente tra il 1152 ed il 1153, mentre la scrittura dell’itinerarium avvenne fra il 1154, anno del rientro in Islanda, ed il 1160, anno indicato dalle fonti come quello della sua morte. In questo affascinante viaggio dall’Islanda, passando per la Germania, la Svizzera, l’Italia, fino ad arrivare alle coste dell’Asia minore e infine a Gerusalemme, vengono fornite dettagliate descrizioni di strade, luoghi, chiese e monumenti di interesse religioso – e non ultimo sui viaggiatori – incontrati lungo il percorso.
La Via Francigena divenne dunque un canale di comunicazione determinante per la realizzazione dell’unità culturale dell’Europa medievale, trasformandosi  progressivamente in un percorso commerciale per le spezie, le sete e altre mercanzie provenienti dall’Oriente verso i mercati nord europei passando per l’Italia. Nei secoli successivi, la via perse la sua unicità e cambiò il nome in via Romea, che meglio ne caratterizzava la destinazione verso il soglio di Pietro nella città eterna.

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Il tratto della Via  Francigena italiana che va da dal Gran San Bernardo a Roma ed è lungo all’incirca  945 km, si sviluppa lungo la direttrice di più regioni, dal Piemonte all’Emilia, passando dalla Toscana fino a Roma e conosce una rinnovata celebrità.
Dal 1994 infatti, l’antica Via che nel medioevo univa Canterbury a Roma e ai porti della Puglia è stata riscoperta dai moderni viandanti, che si mettono in cammino lungo questo percorso splendido e sorprendente, dichiarato “Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa”.
Il tragitto originario, da Canterbury a Roma era di 1600 kilometri e la difficoltà del tragitto che rappresentava in sé un atto di penitenza, simbolicamente e materialmente consegnava il pellegrino nelle mani di Dio. Il percorso a piedi infatti esponeva i credenti alle fiere e alle intemperie. Oggi non si corrono più i pericoli di un tempo e percorrere la via Francigena rappresenta non solo un itinerario spirituale ma anche l’occasione per un rinnovato rapporto con la natura e il territorio, la storia, le tradizioni.

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La regione Lazio ha investito sulla Francigena in termini di risorse e di promozione turistica, riattivando una serie di percorsi che hanno come fulcro Roma. Anche in Provincia di Lucca sono state effettuate molte opere per recuperare l’antico tratto della Via Francigena, che giungeva proprio nella città di Lucca, una delle mete di passaggio ma anche di arrivo di molti pellegrini.

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È inoltre cresciuta la necessità di avere strutture idonee per l’accoglienza dei pellegrini lungo l’interno tracciato. In anni recenti la Confraternita di San Jacopo di Compostella di Perugia gestisce diverse strutture di accoglienza sulla via Francigena, una in Toscana a Radicofani, lo Spedale di San Pietro e Giacomo, e una a Roma, lo Spedale della Provvidenza di San Giacomo e di San Benedetto Labre a Testaccio: essi sono destinati ad ospitare coloro che, dotati di credenziale, giungono a Roma secondo i canoni del vero pellegrinaggio.
Dal 2001 l’Associazione Europea delle Vie Francigene coordina lo sviluppo e la valorizzazione di un itinerario che, attraversando l’Italia e l’Europa, ripercorre la storia del nostro continente.
Consultando il sito http://www.viefrancigene.org si possono trovare queste e molte altre informazioni sul percorso spirituale che, tra basolati romani e santuari cristiani, ha forgiato la base culturale, artistica, economica e politica dell’Europa moderna.

Francesca Corsi

Boudicca, regina e guerriera

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Tablinum: Boadicea o Boudicca, (nome derivante dalla parola celtica bouda, cioè vittoria), sposa del re Prasutago, era la regina della città di Iceni (ora Norfolk), ancora indipendente al potere di Roma: Giulio Cesare aveva iniziato l’invasione della Gran Bretagna nel 55 a.C., ma non era mai realmente riuscito ad imporre la sua dominazione sopra i Britanni. Nel 43 d.C. che l’imperatore Claudio ordinò che la Gran Bretagna dovesse essere conquistata. È durante questa seconda invasione che nasce la storia di Boadicea.
Boadicea è stato descritta come donna potente e, durante le battaglie, si spostava sul carro combattendo con la lancia. Lo storico romano Cassio Dione ci fa sapere che ella era “alta, di statura enorme, aveva un aspetto davvero terrificante nello sguardo dei suoi occhi; la voce rauca, una grande massa di capelli le scendevano fino ai fianchi; intorno al collo aveva una collana d’oro; indossava una tunica colorata su di un mantello che era legato da una grande spilla” (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2).

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Quando Prasutago morì nel 60 d.C. senza eredi maschi lasciò tutte le sue ricchezze alle sue due figlie e all’Impero Romano, a quel tempo comandato da Nerone, confidando con ciò di guadagnarsi la protezione imperiale per la sua famiglia. Era pratica normale di Roma concedere l’indipendenza ai regni alleati solo finché erano vivi i “re clienti”, che dovevano lasciare in eredità a Roma i loro regni. La legge romana, inoltre, riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile. Per questo, alla morte di Prasutago, non avendo egli figli maschi, le sue terre e le proprietà furono confiscate e i nobili trattati come schiavi. Boudicca protestò con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliarono esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le giovani figlie furono stuprate.
Così, mentre il governatore della provincia, Svetonio Paulino, era assente nel 60 o 61 poiché stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (Galles settentrionale), Boudicca organizzò una ribellione in tutta la regione dell’Anglia Orientale. Gli insorti bruciarono Camulodunum (Colchester), Verulamium e parte di Londinium (Londra) e molti avamposti militari, massacrarono (come riporta Tacito) 70.000 tra Romani e Bretoni simpatizzanti romani facendo a pezzi la Nona Legione.

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Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con Budicca nella battaglia di Watling Street (ubicazione sconosciuta e dibattuta) e, nonostante i Romani fossero molto inferiori di numero, sfruttando la loro superiorità tattica inflissero una dura sconfitta ai ribelli, facendone strage. Boudicca si avvelenò, per non cadere nelle mani dei Romani.

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Nel Medioevo la figura di Boudicca fu dimenticata, tant’è che non compare in nessuna fonte. Ricomparve poi nel XVI secolo, dopo la riscoperta delle opere di Tacito e di Cassio da parte di Virgilio Polidoro. A partire dal XVII secolo la sua storia ispirò diversi autori. La sua fama raggiunse l’apice nell’età vittoriana, quando divenne un’eroina e un importante simbolo culturale del Regno unito. Essa compare in diversi romanzi contemporanei, tra cui il quinto libro del ciclo di Avalon di Marion Bradley e Il vessillo di porpora di Massimiliano Colombo, pubblicato nel 2011.

                                                                                                      Francesca Corsi

Itinerari laziali: la Villa dell’Imperatore Traiano agli Altipiani di Arcinazzo

Tablinum: Questo mese andremo alla scoperta di una delle residenze estive dell’imperatore Marco Ulpio Traiano l’optimus princeps, il primo dei cosiddetti imperatori adottivi. Grande condottiero, Traiano portò Roma alle vittorie contro i Daci e i Parti, celebrate nei bassorilievi della Colonna che porta il suo nome; numerose furono anche le opere pubbliche, come il prolungamento della via Appia verso Brindisi. Dal punto di vista privato, Traiano emerge come un uomo sensibile ai problemi dei più indigenti, amante della buona tavola e della natura, nonché della caccia e della pesca. Queste ultime informazioni le ritroviamo nel Panegirico di Traiano ad opera di Plinio il Giovane, orazione risalente all’anno 100 dove sono presenti anche molte notizie su una delle sue residenze estive, la villa degli Altipiani di Arcinazzo, nella valle dell’Aniene.

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Arcinazzo, nato con il nome di Ponza nel Medioevo e fino al 1753, fu soggetto all’abbazia sublacense per poi passare sotto lo Stato Pontificio, fino ad assumere l’odierno nome di Arcinazzo Romano (corrispondente all’attuale centro storico) nel 1892. Il territorio degli Altipiani è oggi afferente a tre diversi comuni divisi tra le province di Roma e Frosinone e rappresenta un punto di raccordo tra la catena dei Monti Simbruini, l’alta valle dell’Aniene e le grandi abbazie e santuari del Lazio orientale e meridionale. Il toponimo di Arcinazzo, dove si trova la villa traiana, è forse dovuto al patrizio di Subiaco chiamato Narzio, che si era convertito al cristianesimo e che costruì una struttura munita di torre nel IV secolo d.C.: Arx Natii o Narcis (rocca di Narzio).
La bellezza di questi luoghi, caratterizzati dal clima umido-temperato e dalla posizione di collegamento tra diverse aree, aveva attirato già l’imperatore Traiano che, proprio agli Altipiani, fece costruire la sua residenza estiva, realizzata da diversi architetti o forse solo da Apollodoro di Damasco, il suo architetto ufficiale.

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La villa, i cui lavori iniziarono probabilmente nel 114-115 d.C., quando Traiano stava conducendo la campagna contro i Parti, doveva prevedere una struttura architettonica sviluppata su due livelli (plateae), per un’estensione di quasi cinque ettari ad un’altezza di circa 900 metri. Il complesso architettonico fu pensato innanzitutto come residenza estiva in grado di soddisfare, con la sua abbondante fauna, i banchetti imperiali e l’amore per la caccia dell’imperatore. La campagna di scavi, iniziata dal 1999, ha permesso di ricostruire gli elementi della struttura della villa ma anche del ricco apparato decorativo: il progetto architettonico seguiva un criterio di simmetria tra gli ambienti con una particolare attenzione alla luce e al rapporto visivo con lo spazio circostante. I due principali materiali utilizzati per la costruzione delle strutture murarie erano il calcare estratto nel luogo per le parti inferiori e il “cardellino” per le superiori. Variegata è la tipologia di marmi, che ne celebrano il fasto e la ricchezza.

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Agli occhi dei visitatori moderni non può non colpire il colpo d’occhio scenografico della villa, adagiata sulle pendici del Monte Altuino, la vastità del giardino, originariamente circondato da un portico, i resti dei rivestimenti parietali e pavimentali della terrazza inferiore nella zona del triclinio e la grande quantità di stucchi e pitture, conservati oggi nel museo all’interno dell’area archeologica. L’Antiquarium, inoltre, promuove lo studio, il recupero del patrimonio artistico e archeologico del comune di Arcinazzo romano, sensibilizzando la cittadinanza attraverso seminari, laboratori e visite guidate, nonché attività di archeologia sperimentale.

Francesca Corsi