Lucio Minicio Exorato: la storia dimenticata di un membro della corte dell’Imperatore Vespasiano

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Larius,196 a.c.

Una lingua d’acqua che come una ferita squarcia il verde dei boschi e si spinge verso nord, le acque scintillano nel riverbero del tiepido sole d’inizio estate e i soli rumori che si odono sono lo sciabordio delle acque che cedono il passo a un’imbarcazione che procede lentamente sulle acque profonde e cupe e il movimento delle fronde degli alberi e degli arbusti che arrivano a lambire la riva del lago. Certamente qualche insediamento si troverà dietro il riparo sicuro dei boschi, magari posto sulle cime dei monti, dove poter vivere al sicuro, irraggiungibili da inattesi visitatori e dalle intemperanze di quelle acque che, anche in un giorno terso e senza vento, appaiono tuttaltro che rassicuranti, soprattutto se a fronteggiarle non si hanno che pochi mezzi di sostentamento e gli inverni sono lunghi e freddi. L’isolamento è l’unica forza per queste piccole comunità.

Sembra un giorno come tutti gli altri eppure quella strana imbarcazione, fatta di robusto legname sulla quale svetta una vela bianca gonfiata dal vento, sta trasportando un carico molto speciale: innanzitutto a bordo si trovano uomini le cui armi gareggiano con il riverbero delle acque a chi lancia bagliori più audaci. Silenziosi, come dèi venuti da molto lontano, i loro occhi tradiscono la circospezione di chi è abituato ad ogni genere d’imprevisti che sorgono da chi si addentra in territori sconosciuti per la prima volta; ma c’è anche un carico intangibile che si portano appresso quegli uomini: la romanitas.

Gli Insubri, a differenza di altre popolazioni del nord (esempio: Liguri – Elvezi) sembrano accettare subito di buon grado l’arrivo dei romani e subito il territorio, e con esso i sui abitanti subisce una metamorfosi grandiosa: quel lago sul quale si erano avventurati i primi legionari romani è ora il Larius (dal latino Laurum) e la vegetazione rigogliosa ma incolta che aveva accolto i romani si è fatta più regolare è sulle sponde i cespugli di Laurum si susseguono, come le piante di ulivo e i vitigni iniziano a spuntare un po’ ovunque.
Il trattato di Equitas rende la romanizzazione meno traumatica e le popolazioni presto adottando usi e costumi romani e integrano al loro interno coloni greci e romani: sorgono i castra di Bilacus (Bellagio) e Lemnos (Lenno) e sulle sponde del lago, già millenni fa come ancora oggi, si inizia a praticare l’Otium Ludens e i potenti dell’epoca stabiliscono qui le loro residenze. Celeberrime le Villae dei Plini: Tragoedia, che si ergeva alta sui “coturni” del promontorio di Bilacus, proprio dove oggi si trova Villa Serbelloni, e la Comoedia, dal cui triclinium era possibile immergere la mano nelle acque del Larius e pescare un guizzante pesce lacustre, e che doveva trovarsi nel Golfo di Venere, non molto lontana da Villa del Balbianello.

Plinio il Giovane, forse il più illustre estimatore del Larius, nelle sue epistole ci ricorda anche in cosa eccelleva il territorio comasco, ossia nella produzione alimentare (carni suine, olio, vino), nella metallurgia di precisione (lavorazione di monili in metallo), nella lavorazione delle pietre, soprattutto la pietra ollare, molto diffusa nel territorio prealpino, e nell’estrazione del marmo (Musso), una vera e propria industria specializzata.

Naturalmente il mercato era aperto in entrata e in uscita, conosciuto come: Corpus Splendidissimum Mercatorum Transalpinorum et Cisalpinorum. Quindi i prodotti comaschi, tramite la via di terra e quella fluviale entravano nel mercato imperiale e viceversa i prodotti provenienti dalle varie provincie imperiali confluivano nel mercato comense; prodotti pregiati come le merci esotiche (datteri, garum, lingue di fenicottero etc. etc.) rinvenute nei siti archeologici comensi. Naturalmente i romani introdussero anche due aspetti fondamentali e semisconosciuti agli insubri: quello giuridico (Ius romanorum) e quello religioso (paganesimo greco-romano). Deduciamo le nostre fonti, nel comasco, da una ricerca capillare e congiunta che addirittura trova concordi gli studiosi lariani, su quasi tutte le tematiche. La mole di documentazione davvero imponente di cui la città di Como, e il suo territorio, gode hanno aiutato negli anni a dare una chiara “rotta” da seguire.

L’apporto delle fonti letterarie che scandiscono in modo preciso le vicende salienti, a cominciare dal primo contatto cruento fra i celti insubri, le tribù galliche dei Comenses e i romani; correva l’anno 196 a.c., anno della battaglia di Camerlata, di cui ci informa Tito Livio, con dovizia quasi cronistica.
Addirittura un personaggio politicamente impegnato come Cicerone si disturba a scrivere, tramandandoli a noi, i termini della pace conclusa fra celti/galli e romani e l’inizio della romanizzazione del territorio comense. Cronaca questa che va dal 196 a.c. all’89 a.c.
Anche il geografo greco Strabone, profondo conoscitore della storia comasca, ci racconta i trent’anni decisivi della storia comasca, ossia le prime tre “colonizzazioni” della terra lariana.

La prima quella di Pompeo Strabone dell’89 a.c., la seconda, quella effettiva, di Gaio Scipione del 77 a.c. circa e infine quella definitiva di Cesare del 59 a.c. che sfruttando la Lex Vatinia diede lo status di colonia latina e rifondò la città nominandola: Nova Comum. Addirittura di questa ultima colonizzazione ci parlano, con accentuazioni diverse secondo le loro esigenze espositive, ben altri cinque autori romani: Catullo, Plutarco, Svetonio, Appiano e Ammiano Marcellino. Naturalmente i Plinii magnificamente illustrano il I° secolo d.c., glorificando la loro “piccola” patria, descrivendoci squarci di vita pubblica e privata, dell’economia lariana, dell’arte e della religione.

In oltre, a supporto di questi scritti, abbiamo il documento ufficiale per antonomasia, “La Notitia Dignitatum”, che ci fa scoprire il ruolo importantissimo di Nova Comum come zona di scambio commerciale e transito (zona pedemontana), tanto che in città esisteva un super funzionario, il “Praefectus Classis cum Curis Civitatis”, che soprassedeva al controllo dell’arteria principale di comunicazione: il Larius, che da Nova Comum portava verso Summus Lacus e da quel punto verso i valichi alpini dello Julier, dello Spluga, del San Bernardino e del Septimer. Troviamo dei riferimenti anche nella “Tabula Peuntingeriana” dove vengono messe in luce le direttrici che collegavano Nova Comum e il Larius ai maggiori centri del nord Italia.
A testimonianza del ruolo fondamentale ricoperto dal Larius in epoca romana abbiamo anche le numerose epigrafi, oltre seicento, rinvenute nel territorio comasco di cui un’importante collezione si trova presso il Museo Giovio di Como mentre altre sono rimaste in loco. Questi aspetti portano la città di Nova Comum e il Larius fra i primissimi posti fra le città del nord Italia, al pari di Aquileia e Brixia.

L’ epigrafi ci restituiscono importanti testimonianze della vita quotidiana, tra le tante informazioni ricaviamo i nomi delle gens più influenti del Larius fra le quali spicca la gens Oufentina da cui proviene Lucius Minicius Exoratus.

Ma chi erano gli esponenti della gens Oufentina?

Non sappiamo molto se non che l’aggettivo “Oufentina” indicava le gens che, tra quelle dell’Italia Settentrionale (Transpadana) nell’epoca romana, abitavano le zone insubri transpadane.
Possiamo ipotizzare che la gens Oufentina sia stata una gens nova, una gens di persone umili che nell’arco di alcune generazione fecero carriera e fortuna, come molte famiglie del I secolo d.c.. Certamente all’epoca di Lucio Minicio Exorato la sua famiglia era molto abbiente.
Inoltre è plausibile che la gens di Exorato fosse stata proprietaria di una o più compagnie di trasporto fluviale, da e per Mediolanum, essendo questa un’attività molto redditizia per l’epoca.
Sappiamo che i membri di spicco delle varie gens, per poter accedere agli ordini senatorio o equestre dovevano avere una rendita garantita e stabile, quindi entrate di una certa consistenza. E se il trasporto fluviale era il “Business” locale, le ipotesi che la gens di Exorato in un qualche modo ne facesse parte sono altamente probabili.
Ed eccoci finalmente pronti a cercare di conoscere, facendo prezioso riferimento all’effige della lapide oggi incastonata nella facciata esterna della Chiesa di Santa Marta in via Calvi, a Menaggio, la figura di Lucius Minicius Exoratus.

L’importanza dell’aver ricoperto molti incarichi amministrativi farà ben comprendere l’importanza di questo personaggio, come lo comprese molto bene lillustre architetto milanese Luigi Mario Belloni, negli anni ’70, dal frammento epigrafico che oggi possiamo analizzare. Le dimensioni del frammento (ben 280 cm) sono già da sé molto eloquenti circa l’imponenza del monumento e la pregiata fattura in marmo di Musso ci rivela inoltre un altro prodotto del commercio lariano molto rinomato già allora.
Abbiamo due conferme importanti: la prima, solo una persona di un certo stato sociale poteva permettersi una spesa simile, la seconda, la cava di marmo di Musso non era solo nota al tempo dei romani, ma ampiamente sfruttate dagli stessi, con operai specializzati che cavano marmo con grande precisione e in grandi quantità, naturalmente una personalità abbiente come Exorato non poteva volere che questo tipo di marmo per il suo monumento funebre.
Un altro particolare che sancisce l’importanza di queste cave è la quantità di marmo rinvenuta dagli archeologici. Se voi stessi conduceste delle campagne di scavo in Lombardia, trovereste dei reperti archeologici che 6 volte su 10 sono stati realizzati con questo marmo.

Leggendo il frammento dell’epigrafe di Lucio Minicio Exorato possiamo scoprire un cursus honorum che lo portò a essere uno dei protagonisti della vita politica imperiale. Ipotizziamo la sua carriera militare e politica provando a ricostruire i suoi spostamenti nel vasto impero romano del I° secolo d.c. Lucius, come molti giovani romani abbienti, partì per completare il proprio ciclo di studio, in Grecia probabilmente, patria della filosofia e della retorica.
Al termine degli studi, potremmo ipotizzare un suo temporaneo ritorno sul Lario oppure l’inizio della sua carriera militare a Roma. Il suo servizio sotto le armi potrebbe essersi svolto in concomitanza delle operazioni belliche in Iudaea, sotto il comando dell’allora Legato Vespasiano.

Dopo il rientro dalla prima guerra giudaica è ipotizzabile che sia entrato nella corte del neo imperatore Vespasiano e che qui inizi la sua carriera politica e religiosa che lo porto a ricoprire ruoli chiave nella scala al potere: Tribuno Militare e Decurione, Quattruorviro, Duumviro, Prefetto dei Fabbri, due volte Pretore e Console, Flamine dell’Imperatore Vespasiano e Pontefice Massimo.

Usando un parallelismo con i giorni nostri, potremmo dire che Lucio Minicio Exorato ebbe lo stesso potere che oggi ricopre il Segretario di Stato di una superpotenza come, ad esempio, gli Stati Uniti.
Molto probabilmente fece ritorno stabilmente, in tarda età, sul Larius, dove fece edificare il grandioso monumento funebre da cui proviene questo frammento di epigrafe ritrovato nelle acque del Lario e poi collocato in Via Calvi proprio dall’umanista Francesco Calvi.

Alessandro Cerioli

Benvenuti in Messico, angolo di paradiso in terra

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Tablinum: questa volta vogliamo farvi assaporare un luogo lontano dall’Italia, facendovi immergere nella calda atmosfera del Messico: parlarvi dell’intero ‘labirinto della solitudine’, come definì questa terra il poeta e saggista Octavio Paz, sarebbe un’ardua impresa. Dovremmo percorrere un territorio che va dalla Bassa California alla capitale, la cosmopolita Città del Messico; dalla culla della musica Mariachi, il Guadalajara, sulla costa centrale del Pacifico, al selvaggio Chiapas, fino ad arrivare alla costa orientale, la penisola dello Yucatán. È proprio quest’ultima che vogliamo approfondire, questo incantevole, piatto lembo di terra dove le candide spiagge si alternano a riserve naturali e suggestivi siti archeologici.

La penisola dello Yucatán comprende tre Stati, il Quintana Roo, Campeche e lo Yucatán, e in ognuno dei tre è possibile trovare numerosi siti Maya avvolti dalla giungla. L’acqua, che per i Maya era sacra, arrivava qui alla terra attraverso un terreno poroso e calcareo, andando a creare un vasto sistema fluviale sotterraneo. Al cedere dello strato di calcare, si formano le doline o cenotes, ovvero delle pozze profonde nelle quali è possibile immergersi: nel solo Yucatán ne sono presenti 200.

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Oltre agli Spagnoli e ai Maya (popolazione, ricordiamolo, tuttora esistente e non del tutto sterminata dagli invasori ispanici), questa terra è un’amalgama di culture che comprende anche francesi, libanesi e altri immigrati.

Per quanto riguarda la cucina, oltre ai piatti tipici messicani come il mais, il cioccolato, il tacchino selvatico, la zucca, i peperoncini e i pomodori, la cucina yucateca comprende anche ingredienti europei quali le arance e la carne di maiale: in parte per via dell’isolamento geografico della regione dello Yucatán rispetto alle altre regioni messicane, e in parte per le influenze europee, caraibiche, mediorientali e indigene di cui è ricca. A Merida ad esempio, non troverete dei piatti simili in nessun altro posto del Messico, come i panuchos (tortillas fritte ripiene di fagioli neri e coperte con pollo o tacchino, avocado, lattuga e cipolle in agrodolce).

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A proposito di Merida, la torrida ‘città bianca’, essa fu fondata dallo spagnolo Francisco de Montejo nel 1542 sulle rovine di una città Maya. Se avete intenzione di visitarla, non mancate di andare a vedere la Cattedrale inaugurata nel 1598 e dedicata a  San Ildefonso, la più antica di tutto il continente, e il Museo de la Ciudad, ospitato dall’ex Palazzo della Posta edificato nel 1908, che illustra la storia di Merida, dalla sua fondazione ai giorni nostri.

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Non lontano da Merida, potrete ammirare i fantastici siti archeologici della cultura Maya: dal più famoso e maestoso, quello di Chichén Itzá, al collinare Uxmal, a Ek Balam, il ‘giaguaro nero’, fino a Coba, sito completamente immerso nella giungla: qui potreste avventurarvi a scalare il Nohuch Mul, che in lingua maya significa “grande monticello”, la più grande piramide della penisola dello Yucatán con i suoi oltre 40 metri.

chichén ItzaE se, dopo che avrete visitato città e scalato piramidi, avrete voglia di mare, non possiamo non consigliarvi le meravigliose Isla Contoy e Isla Mujeres, tra le spiagge più incontaminate dei Caraibi, angoli di paradiso dove il tempo si ferma e si possono ammirare numerose specie protette, tra le quali paguri, fregate, iguane e tartarughe marine.messicofregata

 

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Cos’altro dire… ‘Que Viva Mexico!’

                                                                      Francesca Corsi

Castel Sant’Angelo, un viaggio nella Storia – Castel Sant’Angelo, a journey into History

Tablinum: il Mausoleo dell’imperatore Adriano, oggi chiamato Castel Sant’Angelo, è un monumento unico, visitarlo è come un viaggio nella storia dalla grandezza dell’impero romano al periodo medievale e rinascimentale, fino all’età contemporanea.
I predecessori dell’imperatore Adriano sono stati sepolti in gran parte nel Mausoleo di Augusto (in piazza Augusto Imperatore vicino all’Ara Pacis) e la tomba non poteva ospitare più nessun altro, per questo motivo Adriano decise di costruire una nuova magnifica tomba per se stesso e la sua famiglia.
 
Il sito scelto da Adriano erano gli Horti di Domizia nel colle Vaticano, un’area funeraria fuori Roma. Al fine di collegare la tomba di Campo Marzio al di là del Tevere, è stato costruito un nuovo ponte, il Ponte Elio (per celebrare il Dio del Sole) ora chiamato ponte Sant’Angelo.
Il mausoleo è stato costruito a partire dagli anni intorno al 130 ed è stato completato solo nel 139 d.C., dopo la morte di Adriano a Baia vicino a Napoli. L’edificio è costituito da una base quadrata 89 m. su entrambi i lati, 15 m di altezza costruito in opera laterizia con camere radiali a volta.
Tutte le pareti esterne sono state rivestite in marmo e lastre di marmo sono state apposte ad esse, contenenti gli epitaffi di coloro che sono stati sepolti all’interno del monumento.
Vi erano quattro gruppi in bronzo di uomini e cavalli in piedi su ciascuno degli angoli della base e una grande statua di Adriano come Apollo, il dio del sole, in cima all’edificio. Non è possibile trovare la tomba di Adriano qui, perché in quel periodo la tradizione funeraria romana era quella di bruciare i corpi.
Secondo la cronaca chiamata Historia Augusta, Adriano compose la seguente poesia poco prima di morire: “Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, suole ut, Dabis iocos. “
-P. Elio Adriano Imp. (138).

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È possibile trovare questa poesia nella cosiddetta Sala Urne, il cuore dell’antico mausoleo.
Ma perché il castello è dedicato alla arcangelo Michele? Una famosa leggenda narra che nel 590 d.C. a Roma vi fu una terribile pestilenza. Papa Gregorio magno organizzò un pellegrinaggio a S. Pietro in Vaticano e, di fronte al Castello S. Angelo, improvvisamente l’Arcangelo apparve al papa, mentre riponeva la sua spada fiammeggiante; questo avvenimento è stato interpretato dal papa come il segno che la peste stava finalmente finendo. Per ricordare questo evento papa Gregorio spostò la statua dell’arcangelo sulla parte superiore del monumento. Probabilmente la vera ragione è che il papa ha voluto mettere una statua rappresentasse un segno del cristianesimo, un angelo, al posto della statua di Apollo.

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Parliamo ora di due parti nascoste del castello, visitabile solo con una visita guidata: il Passetto di Borgo e le segrete o prigioni.
Passetto di Borgo è il passaggio segreto utilizzato dal Papa per raggiungere in modo sicuro questa fortezza dalla sua residenza in Vaticano nella Basilica di S. Pietro in caso di pericolo come la guerra e improvvisi attacchi dei nemici. Questo muro è lungo 1 km e conduce direttamente al Vaticano. Questo lungo muro è stato originariamente costruito dal barbaro re Totila nel 547 d.C. per proteggere il suo campo militari. Dopo che Totila lasciò Roma, il campo è diventato una sorta di piccolo villaggio sul lato destro del fiume Tevere ed era conosciuto come Borgo, dalla parola sassone “Burg” che vuol dire in effetti campo.
Il muro venne realizzato utilizzando grandi rocce squadrate e non era alto come possiamo vedere oggi.
La struttura segue gli eventi storici, come il terribile Sacco di Roma da parte dei pirati saraceni nell’847 d.C. Come risultato di questo terribile evento papa Leone IV ha costruito un nuovo muro di camminamento di 5 m. riutilizzando la struttura preesistente per proteggere il Borgo Vaticano noto anche come Civitas Leonina, che significa Città di Leone (l’antica Burg di Totila) e Castel Sant’Angelo.
Il vero Passetto nasce alla fine del tredicesimo secolo, quando Papa Niccolò III Orsini coprì il primo muro eretto da Leone IV con una volta per usarlo come un corridoio segreto collegato a S. Pietro con la Fortezza, perché la nuova residenza papale divenne il Vaticano invece della cattedrale di S.Giovanni, dunque l’area necessitava una maggiore protezione. Nel sedicesimo secolo papa Alessandro VI Borgia ha deciso di duplicare il Passetto ed eresse un altro livello al di sopra del primo.
Così ora abbiamo una tratto della passeggiata coperta da un soffitto, utilizzata un tempo dal Papa e la sua corte, e uno all’aria aperta, utilizzata dalle guarnigioni per proteggere il sito.
Il passaggio si è rivelato utile a papa Clemente VII, che nel 1527 lo utilizzò per fuggire dai suoi appartamenti in Vaticano al Castello durante il sacco da lanzichenecchi, mercenari inviati dall’imperatore Carlo V. Questo attacco era una rappresaglia contro il papa che aveva rifiutato di formare un’alleanza contro il re di Francia Francesco I, nemico di Carlo V. Questa è stata l’ultima volta che il castello fu utilizzato come difesa.

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Riguardo i sotterranei, usati durante il Rinascimento, parleremo di un famoso prigioniero, lo scultore e orafo Benvenuto Cellini. Egli è stato imprigionato perché accusato di aver rubato l’oro dal Papa Paolo III. Cercò di fuggire annodando la biancheria da letto come una corda, ma la corda era troppo corta così cadde rompendosi una gamba e fu nuovamente imprigionato.
Nella sua ultima cella ha forse fatto un dipinto raffigurante Gesù dopo la risurrezione. Ma alla fine, grazie al re di Francia Francesco I il nostro scultore fu liberato.
Non ebbe la stessa fortuna la nobile Beatrice Cenci, che fu decapitata davanti al Castello l’11 settembre 1599 a causa del complotto che la portò a uccidere suo padre Francesco cenci, un uomo violento e dissoluto. Una leggenda dice che il fantasma di Beatrice compare nei pressi del Castello nella notte tra il 10 e l’11 settembre di ogni anno. 
Vicino le segrete e possiamo anche trovare il magazzino del grano e dell’olio. Ci sono 83 giare per l’olio di pesce. L’olio è stato utilizzato sia per cucinare che come arma.

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Infine, l’ultimo posto segreto del castello è uno dei cosidetti “bagnetti” o “stufette” meglio conservato del periodo rinascimentale.
Il bagnetto di Clemente VII – proprio il papa del famoso sacco di Roma– aveva sia acqua corrente calda che fredda, un vero privilegio per quel tempo! L’acqua calda proveniva dal sistema di riscaldamento di tubi collegati a un grande forno essendo confinante al bagnetto stesso. Le pareti sono decorate con grottesche da Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Potete trovare qui alcuni troni dipinti degli dei greci, vuoti ma con accanto gli attributi utili al loro riconoscimento, come il cappello alato per il messaggero degli dei, Mercurio.

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“Last but not least”, a Castel Sant’Angelo ci sarà fino al 5 marzo una fantastica esposizione di Giacomo Manzù, scultore del XX secolo che ha trattato il delicato tema dell’arte sacra durante i terribili anni della seconda guerra mondiale.

Perché non visitare il castello durante le vacanze?

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Francesca Corsi

English version:

Tablinum: Emperor’s Hadrian Mausoleum, today called Castel Sant’Angelo, is a unique kind of monument, visiting it’s setting is almost a kind of journey troughout history from the grandness of the Roman Empire to the medieval and the renaissance period, until contemporary age.
The predecessors of Emperor Hadrian were buried in large part into the Mausoleum of Augustus (in piazza Augusto Imperatore near the Ara Pacis) and that grave couldn’t host anyone else, so Adrian decided to build a new magnificent grave for himself and his family.
The site chosen by Hadrian was the Horti of Domitia in the Vatican hill, a funerary area out of Rome. In order to link the tomb to the Campus Martius on the other side of the Tiber, a new bridge was built, the Pons Aelius (to celebrate the God of the Sun) now called Sant’Angelo bridge.
The Mausoleum was built from around 130 and was completed only in 139 a.D., after the death of Hadrian at Baiae near Naples. The building consists of a square base 89 m. on each side, 15 m high built in opus latericium with vaulted radial rooms.
All the exterior walls were revetted in marble, and marble tablets were affixed to it containing the epitaphs of those who were buried within the monument.
Four bronze groups of men and horses stood on each of the corners of the base and a large statue of Hadrian as Apollo, the god of sun, was on the top of the building. You can’t find Hadrian tomb here because in that period the roman funerary tradition was to burn the bodies.
According to the chronical called Historia Augusta, Hadrian composed the following poem shortly before his death:“Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos.”
—P. Aelius Hadrianus Imp. (138). You can find this poem in the so called Urns Room, the centre of the ancient masoleum.

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But why the castle is dedicated to the arcangel Michael? A famous legend says that in 590 a.D. in Rome a terrible plague was killing a lot of citizens. Pope Gregory the first organized a pilgrimage to S. Peter in Vatican and, in front of Castle S. Angelo, suddenly the Archangel Micheal appeared to the pope, placing his flaming sword, and that was interpreted by the pope as the sign that the plague was finally ending. To remember this event Gregory the first placed a statue of the archangel on the top of the monument. Probably the real reason is that the pope wanted to put a statue that could rapresent a sign of christianity, an angel, instead of the Apollo’s statue.

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Let’s talk about two hidden parts of the Castle, visitable only with a guided tour: the Passetto di Borgo and the dungeons.
Passetto di Borgo is the secret passage used by the Pope to reach safely this fortress from his vatican residence in S. Peter Basilica in case of danger as war and enemies suddenly attacks. This wall is 1 km long and leads directly to the Vatican. This long wall was originally built by the barbarian King Totila in 547 a.D. to protect his military camp, rised up near the Hadrian Mausoleum. After Totila left Rome, the camp became a kind of little village on the right side of the Tiber river and was known as Borgo, from the saxon word “Burg” that means camp indeed.
The wall at that time was made by using big squared rocks and wasn’t tall as we can see it today.
The structure that we are covering now rise to the following historical events such as the terrible sach of Rome by the Saracenic people in 847 a.D. As a result of this terrible event Pope Leo the IV built a new round walk wall 5 m. high re- using the preexistant structure to protect the Borgo Vaticano also known as Civitas Leonina, which means City of Leo (the ancient Burg of Totila) and Sant’Angelo Castle.
The real Passetto borned in the end of thirteen century when Pope Niccolò III Orsini covered the first wall erected by Leo IV with a vault and use it as a secret corridor to linked S. Peter to the Fortress, because the new papal residence became the Vatican instead of S.Giovanni cathedral. In sixteen century Pope Alessandro VI Borgia decided to duplicate the Passetto and erected another level above the first one.
So now we have one tract of the walk covered by a ceiling, used by the Pope and his court, and one in the open air, used by the garrisons to protect the site.
The passagge proved useful to pope Clemens VII, who in 1527 used it to escape from his apartments in Vaticano to the safer Castle, during the sack by lansquanets, mercenaries sent by emperor Charles V. This attack was a retaliation because the pope broke his word to form an alliance against the French king Francis the first. This was the last time the castle was used as a defence.

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About the dungeons, used during the Renaissance, we’ll talk about a famous prisoner, the famous italian sculpture and goldsmith Benvenuto Cellini. He was prisoned because he was accused to have stolen gold from the Pope Paul III. He tried to escape by using bed linen as a rope but falling down he broked his leg and was captured again! In his last cella, he maybe did a painting representing God and Jesus after the resurrection. But finally, thanks to the king of france Francis the first he was freed.
Not the same fortune had the noble Beatrice Cenci, she was beheaded in front of the Castle on september 11, 1599 because of the plot against her bad temper and immoral father. A legend says that she appears in the Castel on the night between september 10 and 11 every year.
Near the dungeons we can also find food and oil warehouse. There are 83 storage vessels for the fish oil. The oil was used both for enlighteng and for cook but in case of enemies attacks it was used as hot weapon poured on the enemies head.

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Finally, the last secret place of the castle is one of the best preserved private bathroom from the reinassance period.
This bath of Pope Clemente VII had both cold and hot running water, a real privilege for that time! Hot water came from the warming system of pipes that linked a big oven sited in that to the floor and the walls. The hot vapor came out from specific holes on the walls. The walls are decorated with grottesche by Giovanni da Udine, a Raffaello pupil. You can find here some thrones with the greek gods attributes as the winged hat for the messenger of the gods, the fast runner Mercurius.

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“Last but not least”, in Sant’angelo castle there will be until 5 March a fantastic exhibition of Giacomo Manzu, sculptor of the twentieth century who has treated the delicate theme of sacred art during the terrible years of World War II.

Why not visit the castle during the holidays?

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Francesca Corsi

Boudicca, regina e guerriera

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Tablinum: Boadicea o Boudicca, (nome derivante dalla parola celtica bouda, cioè vittoria), sposa del re Prasutago, era la regina della città di Iceni (ora Norfolk), ancora indipendente al potere di Roma: Giulio Cesare aveva iniziato l’invasione della Gran Bretagna nel 55 a.C., ma non era mai realmente riuscito ad imporre la sua dominazione sopra i Britanni. Nel 43 d.C. che l’imperatore Claudio ordinò che la Gran Bretagna dovesse essere conquistata. È durante questa seconda invasione che nasce la storia di Boadicea.
Boadicea è stato descritta come donna potente e, durante le battaglie, si spostava sul carro combattendo con la lancia. Lo storico romano Cassio Dione ci fa sapere che ella era “alta, di statura enorme, aveva un aspetto davvero terrificante nello sguardo dei suoi occhi; la voce rauca, una grande massa di capelli le scendevano fino ai fianchi; intorno al collo aveva una collana d’oro; indossava una tunica colorata su di un mantello che era legato da una grande spilla” (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2).

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Quando Prasutago morì nel 60 d.C. senza eredi maschi lasciò tutte le sue ricchezze alle sue due figlie e all’Impero Romano, a quel tempo comandato da Nerone, confidando con ciò di guadagnarsi la protezione imperiale per la sua famiglia. Era pratica normale di Roma concedere l’indipendenza ai regni alleati solo finché erano vivi i “re clienti”, che dovevano lasciare in eredità a Roma i loro regni. La legge romana, inoltre, riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile. Per questo, alla morte di Prasutago, non avendo egli figli maschi, le sue terre e le proprietà furono confiscate e i nobili trattati come schiavi. Boudicca protestò con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliarono esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le giovani figlie furono stuprate.
Così, mentre il governatore della provincia, Svetonio Paulino, era assente nel 60 o 61 poiché stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (Galles settentrionale), Boudicca organizzò una ribellione in tutta la regione dell’Anglia Orientale. Gli insorti bruciarono Camulodunum (Colchester), Verulamium e parte di Londinium (Londra) e molti avamposti militari, massacrarono (come riporta Tacito) 70.000 tra Romani e Bretoni simpatizzanti romani facendo a pezzi la Nona Legione.

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Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con Budicca nella battaglia di Watling Street (ubicazione sconosciuta e dibattuta) e, nonostante i Romani fossero molto inferiori di numero, sfruttando la loro superiorità tattica inflissero una dura sconfitta ai ribelli, facendone strage. Boudicca si avvelenò, per non cadere nelle mani dei Romani.

Boudicca
Nel Medioevo la figura di Boudicca fu dimenticata, tant’è che non compare in nessuna fonte. Ricomparve poi nel XVI secolo, dopo la riscoperta delle opere di Tacito e di Cassio da parte di Virgilio Polidoro. A partire dal XVII secolo la sua storia ispirò diversi autori. La sua fama raggiunse l’apice nell’età vittoriana, quando divenne un’eroina e un importante simbolo culturale del Regno unito. Essa compare in diversi romanzi contemporanei, tra cui il quinto libro del ciclo di Avalon di Marion Bradley e Il vessillo di porpora di Massimiliano Colombo, pubblicato nel 2011.

                                                                                                      Francesca Corsi

Itinerari laziali: la Villa dell’Imperatore Traiano agli Altipiani di Arcinazzo

Tablinum: Questo mese andremo alla scoperta di una delle residenze estive dell’imperatore Marco Ulpio Traiano l’optimus princeps, il primo dei cosiddetti imperatori adottivi. Grande condottiero, Traiano portò Roma alle vittorie contro i Daci e i Parti, celebrate nei bassorilievi della Colonna che porta il suo nome; numerose furono anche le opere pubbliche, come il prolungamento della via Appia verso Brindisi. Dal punto di vista privato, Traiano emerge come un uomo sensibile ai problemi dei più indigenti, amante della buona tavola e della natura, nonché della caccia e della pesca. Queste ultime informazioni le ritroviamo nel Panegirico di Traiano ad opera di Plinio il Giovane, orazione risalente all’anno 100 dove sono presenti anche molte notizie su una delle sue residenze estive, la villa degli Altipiani di Arcinazzo, nella valle dell’Aniene.

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Arcinazzo, nato con il nome di Ponza nel Medioevo e fino al 1753, fu soggetto all’abbazia sublacense per poi passare sotto lo Stato Pontificio, fino ad assumere l’odierno nome di Arcinazzo Romano (corrispondente all’attuale centro storico) nel 1892. Il territorio degli Altipiani è oggi afferente a tre diversi comuni divisi tra le province di Roma e Frosinone e rappresenta un punto di raccordo tra la catena dei Monti Simbruini, l’alta valle dell’Aniene e le grandi abbazie e santuari del Lazio orientale e meridionale. Il toponimo di Arcinazzo, dove si trova la villa traiana, è forse dovuto al patrizio di Subiaco chiamato Narzio, che si era convertito al cristianesimo e che costruì una struttura munita di torre nel IV secolo d.C.: Arx Natii o Narcis (rocca di Narzio).
La bellezza di questi luoghi, caratterizzati dal clima umido-temperato e dalla posizione di collegamento tra diverse aree, aveva attirato già l’imperatore Traiano che, proprio agli Altipiani, fece costruire la sua residenza estiva, realizzata da diversi architetti o forse solo da Apollodoro di Damasco, il suo architetto ufficiale.

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La villa, i cui lavori iniziarono probabilmente nel 114-115 d.C., quando Traiano stava conducendo la campagna contro i Parti, doveva prevedere una struttura architettonica sviluppata su due livelli (plateae), per un’estensione di quasi cinque ettari ad un’altezza di circa 900 metri. Il complesso architettonico fu pensato innanzitutto come residenza estiva in grado di soddisfare, con la sua abbondante fauna, i banchetti imperiali e l’amore per la caccia dell’imperatore. La campagna di scavi, iniziata dal 1999, ha permesso di ricostruire gli elementi della struttura della villa ma anche del ricco apparato decorativo: il progetto architettonico seguiva un criterio di simmetria tra gli ambienti con una particolare attenzione alla luce e al rapporto visivo con lo spazio circostante. I due principali materiali utilizzati per la costruzione delle strutture murarie erano il calcare estratto nel luogo per le parti inferiori e il “cardellino” per le superiori. Variegata è la tipologia di marmi, che ne celebrano il fasto e la ricchezza.

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Agli occhi dei visitatori moderni non può non colpire il colpo d’occhio scenografico della villa, adagiata sulle pendici del Monte Altuino, la vastità del giardino, originariamente circondato da un portico, i resti dei rivestimenti parietali e pavimentali della terrazza inferiore nella zona del triclinio e la grande quantità di stucchi e pitture, conservati oggi nel museo all’interno dell’area archeologica. L’Antiquarium, inoltre, promuove lo studio, il recupero del patrimonio artistico e archeologico del comune di Arcinazzo romano, sensibilizzando la cittadinanza attraverso seminari, laboratori e visite guidate, nonché attività di archeologia sperimentale.

Francesca Corsi

Passeggiate romane al Foro di Cesare

Tablinum: dopo il grande successo del progetto di valorizzazione dei Fori Imperiali, avviato lo scorso anno attraverso i viaggi nella Storia curati da Piero Angela e Paco Lanciano nel Foro di Augusto, a Roma sarà inaugurata una nuova serie di passeggiate notturne, questa volta dedicate al Foro di Cesare.
Rievocando insieme la figura di Giulio Cesare e il ruolo del Foro nella vita del tempo, Angela guiderà il pubblico in un’affascinante e rigorosa rappresentazione che mostrerà i resti custoditi nell’area archeologica così come apparivano nell’antica Roma.

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Come per il precedente evento, l’itinerario sarà accompagnato da ricostruzioni e filmati e si snoderà tra il Tempio di Venere, voluto da Giulio Cesare per celebrare la vittoria su Pompeo; le taberne, ovvero i negozi e gli uffici del Foro; i resti di una grande toilette pubblica; i colonnati e la Curia, nuova sede del Senato Romano di cui Cesare ordinò la costruzione accanto al suo Foro. Tra le novità presentate da Piero Angela, c’è il passaggio nella galleria sotteranea dei Fori Imperiali, aperta per la prima volta dopo gli scavi del secolo scorso: il pubblico potrà percorrerla seguendo il percorso che, a partire dalla scala collocata nei pressi della Colonna Traiana, lo porterà al Foro di Traiano fino a raggiungere il Foro di Cesare.

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Si potrà accedere a questo spettacolo itinerante a partire dal 25 aprile all’1 novembre (con anteprima la sera del 24 aprile) e, grazie ad appositi sistemi audio con cuffie gli spettatori potranno ascoltare la musica, gli effetti speciali e il racconto di Piero Angela in 8 lingue (italiano, inglese, francese, russo, spagnolo e giapponese, tedesco e cinese).

Francesca Corsi

Tribute Lucius Minicius Exoratus

Studio Tablinum: il Tributo Storico a Lucius Minicius Exoratus, tenuto dal Classicista Alessandro Cerioli, presso Menaggio, è stato l’occasione per riscoprire questo personaggio storico, vissuto nel I secolo d.c. che fu un personaggio di spicco nella corte dell’Imperatore Vespasiano; ricoprì le cariche di Console, Prefetto, Pontifex e Flamine dell’Imperatore. La stele funerararia, in marmo di Musso, fa comprendere l’importanza di Exorato dalle sue dimensioni e dalla sua splendida lavorazione. La serata è stata di forte impatto grazie ai membri della Legio I Italica che hanno curato l’aspetto delle militaria, il Vive presidente FilippoCrimi ha delucidato le panoplie delle epoche repubblicano-imperiali e la nascita della Legio I Italica. Lo Scrittore Massimiliano Colombo ha concluso la serata con la presentazione dei suoi romanzi storici “La Legione degli Immortali”, “Il Vessillo di Porpora” e “Draco, l’ombra dell’Imperatore”, editi da Piemme.