Eutopia Art Collection: Orizzonti su Carta

loc settembre

Tablinum: La rassegna Eutopia Art Collection 2018 torna nel mese di settembre presso la galleria Art…on paper di Lugano (Svizzera), con la mostra collettiva “Orizzonti su Carta”, degli artisti italiani Teresa Condito e Vincenzo Vallone.

La mostra avrà una sua Vernice venerdì 15 Settembre, dalle ore 19.00, e terminerà domenica 24 Settembre.

Tablinum in collaborazione con la galleria luganese Art…on paper, è lieto di presentarvi il progetto “Orizzonti su carta”, rassegna dedicata alle opere di due artisti che hanno fatto proprio del supporto cartaceo un mezzo con il quale veicolare riflessioni ed emozioni forti provenienti dalla vita di tutti i giorni con le sue sfumature di luce e ombra ma anche dai gravi fatti di cronaca che stanno cambiando per sempre la storia del mondo occidentale.

Ad accompagnarci in questo viaggio alla ricerca di un orizzonte interiore, verso il quale volgerci tra l’incertezza di una consuetudine sempre più minacciata da eventi esterni e un’interiorità disorientata ma decisa a ritrovare i propri punti saldi, sono le opere degli artisti Vincenzo Vallone e Teresa Condito qui esposti in due percorsi espositivi personali ben distinti eppure in costante dialogo fra loro.

Dopo il crescendo di episodi terroristici di matrice islamica che hanno sconvolto il mondo, minacciando la nostra esistenza ed identità culturale (come nel caso tragico di Palmira) l’arte di Vincenzo Vallone non è più stata la stessa: si è trasformata in un grido di dolore e di avvertimento al mondo occidentale culminato nella sua prima personale “Attenzione, c’è Attenzione nel Mondo!” nel 2015, presso il Museo di Villa Carlotta sul Lago di Como. Oggi, nel 2017, alla luce dei nuovi terribili avvenimenti che minacciano la nostra civiltà, l’urlo di Vallone si è fatto sempre più assordante mentre le sue opere recano oggi i segni di un profondo compianto e di un atterito monito che si concretizza nella sua esposizione luganese “Attenzione…e se domani” costringendo il visitatore ad immaginare scenari inquietanti ma purtroppo non così irrealizzabili.

Teresa Condito è un’artista che ha all’attivo importanti partecipazioni fra cui spicca la premiazione alla Biennale di Venezia del 2015 con il collettivo Le Grande Bouffe presso il Padiglione del Guatemala. Oggi la ritroviamo in una veste inedita in cui ci presenta i suoi lavori realizzati su carta, nati da una profonda e personale interiorizzazione del mondo che la circonda.

La creazione di queste disegni, differiscono nettamente dalle forme del monumento “L’Essere”, installato presso Piazza Benedetto XV a Casoria, in Italia, o dalle provocatorie installazioni della Biennale eppure nascono dalla stessa volontà di osservare ciò che la circonda per darne poi libera interpretazione attraverso il medium artistico.

Dettaglio non trascurabile nella realizzazione di questo ciclo su carta, che potremo ammirare in esclusiva in occasione della sua anteprima luganese,  è la rinuncia ad utilizzare qualsiasi tipo di pennello, spatola o altro strumento per interagire con la carta: il colore viene steso utilizzando la propria mano, in un contatto diretto ed esclusivo fra materia e supporto, fra pensiero e azione.

I titoli sono eloquenti che rivelano come lo sguardo e la riflessione siano momenti inestricabili di uno stesso atto creativo: “Melodie dell’anima” “Le ballerine”, “Leggerezza” e “Armonie di Gong Gong”, ci portano a una dimensione che aspira alla calma e tranquillità mentre altre opere come “Bianco Rosso. Stracci bianchi celano orrore umano: macchiandosi di rosso le verità emergono” puntano impietosamente il dito sulle contraddizioni della nostra società.

Orari visita:

Lunedì chiuso

Da martedì a venerdì dalle ore 15.00 alle ore 18.00

Sabato e domenica dalle ore 10.30 alle 12.30 e dalle 15.00 alle ore 18.00.

Orizzonti su Carta è una mostra prodotta e curata da Tablinum Cultural Management.

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CINQUE ARTISTI INTERNAZIONALI IN MOSTRA A COMO PER LA SECONDA EDIZIONE DE “LE CINQUE ANIME DELLA SCULTURA”

le cinque anime della scultura II edizione social

Tablinum: quante declinazioni può conoscere l’arte? Tra le infinite sfumature con cui l’artista plasma la propria visione del mondo abbiamo cercato d’indagare le vie per cui si snodano le suggestioni di questi cinque scultori.

Cinque. Un numero non certo casuale, simbolicamente evocativo che fin dai tempi antichi è associato all’atto di sperimentare, alla conoscenza concreta dei fatti, del cambiamento, del “mutamento di stato” di una situazione.

Gli antichi greci lo riconducevano a Hermes, messaggero degli dei, tramite tra cielo e terra. Cinque sono anche i sensi che fanno da bussola all’essere umano nel corso della propria esistenza: da un punto di vista emotivo, mentale e fisico, verso una condizione sempre nuova.

Il numero cinque è simbolo di una mente polimorfa, costantemente votata all’intelligenza e alla curiosità, porta con sé la tendenza ad avvicinarsi, a volte anche in modo pericoloso, a linee di confine, di trasgressione.

Il numero cinque è legato alla quinta lettera dell’alfabeto ebraico: Hey ( ה ), che significa intuizione, illuminazione. I cabalisti, individuano tre stadi per la lettera Hey, i quali si pongono su tre livelli diversi, successivi, in merito allo sviluppo della consapevolezza dell’essere umano nell’arco di tutta la propria esistenza.

Il mistero della nascita, la totale inconsapevolezza con cui l’essere umano è “gettato” in questo mondo, viene qui superata dall’entusiasmo nello scoprire quanto di bello e fertile è presente in ciò che lo circonda. Arriviamo, qui, a intuire quella misteriosa potenza all’interno della nostra esistenza che ci sospinge oltre la contingenza, ci proietta in una nuova dimensione di consapevolezza.

Ma non dimentichiamo che questo numero conserva in sé la forza dell’auto-espressione. Infatti, le componenti fisiche corrispondenti alla capacità di parlare, sono esattamente cinque: lingua, denti, palato, labbra e gola.

Proprio per la complessa interazione tra intelletto e parola, il cinque suggerisce di utilizzare ogni tipo di disciplina interiore ed esteriore, al fine di “traghettare” la nostra personalità, da uno stato di disagio, di ricerca di un aliquid, allo stato desiderato. Solo governando bene la comunicazione, l’espressione di idee, sentimenti e fatti, è possibile giungere ad uno scambio equilibrato e crescere.

Una simbologia tanto intensa che trova le sue diverse impressioni nelle opere di questi cinque scultori; Armonia e contrasto, ricerca e sublimazione si fondono nelle loro sculture in un’esposizione che accompagna il visitatore attraverso un percorso visivo – emozionale, in una declinazione fatta di suggestioni che si concretizzano in cinque diverse anime d’artista.

«La scultura, come tutte le arti, è una via regia per

conoscere il mondo e svelarne i segreti.”

Olivier Delahaye, Le Ventre lisse, 2005

JEAN PHILIPPE VATTIER

Jean-Philippe Vattier è nato a Rouen nel 1962. La scultura in pietra è stata sempre al centro della sua vita e la sua opera. Dopo la laure in gioiellieria presso l’Ecole du Louvre di Parigi,  ha aperto un negozio a Rouen, dove vende gioielli, tutti unici, di sua creazione, e fatti a mano.

La necessità di creare non è nuova: già da bambino  scolpito in pietra, legno intagliato e lavorare con l’argilla.

Durante il lavoro di gioielliere professionista, Jean-Philippe Vattier rimane legato alla sua arte: il modo migliore  per dare forma e significato al mondo.

Sei anni fa, Jean-Philippe Vattier scelto di passare dalle piccole pietre a modelli più grandi, al fine di dedicarsi esclusivamente alla scultura.

Jean-Philippe Vattier  ha esposto – sculture fatte in argilla e in pietra – nella cappella del Carmelo a Bois-Guillaume (76) nel dicembre 2005. Da allora ha partecipato a diverse mostre di Guangzhou (Cina) nel dicembre 2008 e due volte nel Carrousel du Louvre a Parigi nel 2009.

UNA SCELTA SENSORIALE

La scelta del materiale da scolpire viene effettuata nello stesso luogo in cui si estrae la pietra: marmo di Carrara, pietra ollare  dalla Cina, ma anche pietre da Brasile, India o altrove.

I criteri di selezione non sono solo il colore o le venature della pietra, ma anche la percezione dell’artista del significato più profondo della materia e il suo potenziale futuro.

JEAN PAUL LAGARRIGUE

Jean Paul Lagarrigue dal  2010 al 2012  ha realizzato  nel corso di un workshop  sette studi scultorei con altri scultori
Dal 2012 al 2015 ha lavorato presso il proprio atelier numerose sculture in autonomia presso il suo studio.

Nel corso degli anni ha raccolto 14 partecipazioni a fiere ed esposizioni internazionali.

CREAZIONE DIRETTA

Attraverso la tecnica del intaglio diretto l’artista crea senza preparazione (schizzi o modelli preliminari) direttamente sulla pietra.

Questo processo di creazione avviene in due fasi.

La scelta del soggetto  della scultura è dettato dalla scelta della pietra e dalle sue caratteristiche generali: forma, colore, durezza.

Poi, durante i lavori di scultura, il disegno è raffinato, guidato, diretto da caratteristiche interne (guasti, inclusioni) di pietra che si rivelano in fase di lavorazione. Si tratta di una tecnica molto difficile che non ammette ripensamenti o errori da parte dell’artista.

LAURENT LAFONTAS

Nato il 7 Aprile, 1972 Scultore professionista ha approvato la Casa degli Artisti Laureato all’Università Jean Jaurès di Tolosa Adolescente, è con la creta che scopre un modo di espressione. Più tardi, durante i suoi studi, egli sviluppa le sue sperimentazioni artistiche realizzando video artistici e film di animazione. 5 anni fa, scopre il metallo. Comincia rappresentando la forza dei sentimenti, le pulsioni, le tensioni, le agonie dell’essere… Poi, dirige la sua opera a più sensualismo e realizza busti essenzialmente femminili. Allo stato attuale, si rende conto in generale le sue opere di assemblaggio di piccole parti uguali. Nelle sue ultime produzioni, mette in dubbio l’equilibrio, l’instabile, il contrasto, la differenza, il limite.

UN CORPO E UN’ANIMA DI ACCIAIO

Da diversi anni Lafontas sperimenta la realizzazioen di sculture  assemblate attraverso al saldatura dell’acciaio. Le sue ultime creazioni sono soprattutto busti femminili  che realizza soprattutto utilizzando chiodi e viti. rappresenta la forza dei sentimenti, le tensioni, la sensualità e i tormenti dell’animo umano.

Il metallo si fa carne e sentimento delle sue sculture.

MIEKE VAN DEN HOOGEN

Ho iniziato nel 1987 con la formazione presso l’Università di Maastricht. Nel maggio del 1991 ho finito questo studio con una mostra presso l’accademia. Dal febbraio 1992, ho aperto un mio studio prima in Elsloo, poi a Nijmegen, dove vivo dal 1997. Attraverso i miei studi presso l’Università di Maastricht, mi sono particolarmente interessato ceramica nelle possibilità espressive del piccolo frammento. Sotto la guida dei miei insegnanti Desiré Tonnaer (Maastricht) e Peter Hermans (Venray) ho studiato questa possibilità, soprattutto nella resa di oggetti monumentali.

ASIMMETRIE INTERIORI

Nel mio lavoro,  spiega l’artista, le immagini femminili predominano. In queste opere mi sforzo di realizzare combinazione di elementi naturalistici, forme ed emozioni astratte. Un corpo femminile non mi interessa quanto rappresenta un ideale di bellezza, ma in quanto rappresentazione di un corpo, di cui si possono indovinare le emozioni che esso ha provato e che ho immortalato nella scultura.

La simmetria è studiatamente decstruita: quello che voglio esprimere con è un asimmetria interiore ed esteriore. Poiché queste immagini sono costruite in ceramica, i contenuti trovano la giusta espressione nel frammento. L’immagine non è solo un vaso vuoto, il corpo non è  semplicemente un involucro. Tra le mie opere ci sono numerosi oggetti in ceramica. In essi l’immaginazione cede il posto al puro e piacere della forma.

Tra i miei lavori ci sono anche degli utensili, realizzati secondo le antiche tecniche indiane, a volte con una decorazione serigrafia, a volte grezze. Nel corso della cottura  ad alte temperature spesso cambiano colore: da verde rame a arancio. L’espressione e la gioia che ho messo nel piatto è puramente creativa ed è questo a differenziarla dalla creazione artigianale di un oggetto quotidiano.

CARLO PAZZAGLIA

Sono nato a Bologna nel gennaio ‘52; vivo in montagna, a Sestola, al confine tra Emilia e Toscana. A 24 anni mi sono iscritto alla Facoltà di Architettura di Venezia. Ho sostenuto tutti gli esami ma non ho mai discusso la tesi. Ho fatto molti lavori; l’ultimo è stato lo scalpellino. Questo è stato la mia palestra. Da alcuni anni faccio lo scultore.

Lavoro i sassi di fiume, il ferro, il legno ed ultimamente anche il marmo, cercando di portare alla luce la loro energia vitale. Le mie sculture raccontano storie, come fossero diari della terra. Perseguo, come in tutte le mie cose, la semplicità e la sintesi. Al giorno d’oggi non è poco.

L’ ADRENALINA DELLA CREAZIONE:

Ognuno di noi è più portato per un dato materiale, vuoi per affinità elettive o perchè ha imparato a lavorare su quello; si potranno sperimentare altri materiali ma lavorare con quello è come tornare a casa.

Quando arriva l’ispirazione avverto come una scarica di adrenalina e il cuore mi dice che è quella giusta.

Nel corso del processo creativo si va dalla contentezza per aver risolto un dato problema allo scontento perchè quello che faccio non corrisponde alla visione che avevo, alla rabbia che mi prende quando demolisco anche il lavoro di un mese o la frenesia che mi fa dimenticare di mangiare.

Mi ispira l’uomo con le sue storie e la sua sofferenza. Devo molto, se non tutto, a Caravaggio, El Greco, Goya, Giacometti e Brancusi, ma ho bevuto a molte altre fonti.

Inaugurazione della mostra alla presenza degli artisti: sabato 10.10.2015 ore 19.30. Ingresso Libero

Elisa Larese

 

CERIMONIA CONCLUSIVA DI ART IN EXPO A VILLA CARLOTTA

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Villa Carlotta, Tremezzo

Tablinum: lunedì 31 agosto, dalle ore 10.30, presso la Sala dei Gessi di Villa Carlotta, si terrà la cerimonia conclusiva della prima mostra internazionale “Art in Expo. Feed the World with Art” alla quale hanno partecipato i due artisti francesi Myriam Feuilloley e Stéphane Deguilhen, promossa da Tablinum Cultural Management nel contesto sublime di Villa Carlotta.
I quadri dell’artista Myriam Feuilloley sono state apprezzate dai visitatori per la loro carica surrealista e la vena ironica con la quale hanno saputo far riflettere sulle tematiche esistenziali dell’essere umano. Mentre le sculture di Stéphane Deguilhen hanno impreziosito il giardino antistante la Torretta Romantica (spazio espositivo), trovando un suggestivo sfondo nel paesaggi lacustri. Apprezzato in patria e all’estero, Stéphane Deguilhen ha di recente riscosso la stima di uno dei più importanti critici d’arte francesi Jacques Ginepro, divenuto anche un suo collezionista, che ha firmato una preziosa critica che è stata inserita nel catalogo multimediale della mostra lariana, curata dalla storica dell’arte Elisa Larese.
La rassegna “Art in Expo. Feed the World with Art”, che vedrà altri tre appuntamenti da qui ad ottobre divisi fra Villa Carlotta e lo spazio espositivo comasco officinacento5, si iscrive fra gli appuntamenti dedicati ad Expo Milano 2015, con l’intento di “nutrire” il pianeta, fornendo ad esso nuove energie mentali che contribuiscano alla sua crescita e rinnovamento, alimentando il prezioso che è in noi.
Durante la conferenza stampa Serena Bertolucci, direttrice di Villa Carlotta, e Alessandro Cerioli, project manager di Tablinum Cultural Management, consegneranno ai due artisti francesi l’attestato di partecipazione. Al termine della conferenza stampa si terrà il question time con i giornalisti presenti.

Sei un giornalista e vuoi partecipare?

Elisa Larese

ALL’OMBRA DEL GRAN PALAIS. ALLA RICERCA DEI SEMI DI NUOVE ESTETICHE

??????????Studio Tablinum: intrigante, affascinante, emozionante: la Ville Lumiere non può non esercitare un’attrazione irresistibile e, se a questa meravigliosa città, aggiungiamo anche la possibilità d’immergersi a capofitto tra le più svariate espressioni artistiche contemporanee,  il richiamo diventa a dir poco irrestitibile, soprattutto se il ritrovo è di quelli prestigiosi come Art en Capital.

Art en Capital ha una storia relativamente giovane: nata nel 2006 dalla volontà dei quattro storici salons d’arte parigini (Comparaisons, la Société des Artistes Français, la Société des Artistes Indépendants, Dessin et Peinture à l’eau)  che decidono di schiudere ad  un vero e proprio esercito di amatori e collezionisti il mondo dell’arte contemporanea grazie alle opere di 2500 artisti  selezionati dalle gallerie di tutto il mondo.

Creato in occasione dell’Esposizione Universale del 1900 il Grand Palais fu, già dall’anno successivo, destinato ad ospitare le numerose mostre temporanee della capitale parigina, che non trovavano più posto nel Louvre divenuto troppo stretto per poter ospitare tutte le correnti di rottura con i salons ufficiali accusati di essere eccessivamente allineate al regime politico di turno. Per tutto il XX secolo, ha ospitato i più celebri salotti artistici, ufficiali e indipendenti, diventando simbolicamente la vetrina – simbolo di quelle avanguardie artistiche che hanno saputo segnare la storia dell’arte a livello globale.

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Si tratta di un evento unico nella produzione artistica contemporanea che in soli nove anni si è ormai aggiudicato a pieno titolo lo scettro di erede dei leggendari salon parigini dei secoli scorsi. Oggi come allora, in questo luogo si condensano le migliori eccellenze artistiche dell’anno, stimolate da un contesto straordinario che ha saputo fare della libertà d’epressione l’humus irrinunciabile della produzione di artisti che possono esporre e confrontarsi in un ambiente tollerante ed educativo, sempre dinamico e aperto alle contaminazioni.

Moltissimi di coloro che oggi conosciamo come i grandi protagonisti e fondatori di movimenti e correnti artistiche alle radici dell’arte contemporanea sono passati almeno una volta dalla capitale francese ed è proprio dai salons che hanno iniziato a far vacillare i canoni dell’arte ufficiale, proiettandoci verso nuove forme di estetica: un nuovo modo di creare e vivere l’arte sempre sul filo della provocazione, atto di frattura e allo stesso tempo continuità ideale con i grandi maestri del passato.

Qualche nome? Van Gogh, Bonnard, Mondrian, Modigliani, Vallotton, Botero, Foujita, Braque, Giacometti, Matisse, Miro, Chagall, Duchamp, Ernst, Gromaire, Dufy, Valadon, Toulouse-Lautrec, Utrillo, Kandinsky, Brayer, Zadkine, Valtat.

Societé des Artistes indépendants, che dal 1884 ad oggi riunisce attorno a se grandi nomi che hanno fatto dell’indipendenza della propria poetica artistica la propria egida, è uno dei quattro salons presenti ed è un’autentica emozione, grazie alle opere degli artisti da noi curati, Mariangela Bombardieri e Giorgio Tardonato esposti in una sezione del salon, sentirsi parte di questo meraviglioso ingranaggio.

Il prendere parte a questa grande festa dell’arte contemporanea è stato anche per noi un momento di grande stimolo e crescita. Ammirando tanta eccellenza in opere in cui le grandi lezioni estetiche di XIX e XX secolo sono sì assimilate ma mai imitate, piuttosto trasfigurate, non possiamo che considerarci fortunati testimoni di queste nuove prospettive artistiche che sbocciano sotto i nostri occhi e che, lasciandoci suggestionare dal loro sguardo già gettato oltre il presente, non possono non farci emozionare all’idea di assistere alla nascita di nuove prospettive estetiche.

Elisa Larese

Dare voce alle “5 Anime della scultura”: intervista a Carlo Pazzaglia.

Studio Tablinum: In un mondo caratterizzato dal viavai frenetico della vita quotidiana, dalla dispersione del singolo nella massa, dai molteplici stimoli, è necessario ogni tanto “fare verità” per ritrovare l’essenza delle cose e del nostro essere. L’arte in questo può aiutare. Ce lo dimostrano le opere di Carlo Pazzaglia, artista che ha recentemente preso parte all’esposizione “Le cinque Anime della scultura” a Como, nata dalla collaborazione tra Studio Tablinum e Officinacento5. Conosciamo meglio colui che è stato recentemente definito “l’anima sintetica” della scultura.

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La tua scultura parte prima di tutto dal territorio in cui vivi: ne sono un esempio le Marcolfe, – nome che deriva dall’antico germanico Markulf, composto da mark, “confine”, e wolf, “lupo”, interpretato come “colei che custodisce i confini”-. Esse sono maschere in pietra poste solitamente sulla porta di entrata o sulle facciate delle case, diffuse nella zona di Frignano (territorio a sud di Modena fino ad arrivare ai confini dell’appennino tosco-emiliano). A queste sculture, alle quali si attribuisce la funzione magica di scacciare gli spiriti maligni, ti sei ispirato per le tue immagini degli “spiriti” come gli Uomini neri e i Guardiani. In passato le marcolfe venivano poste ai confini per ricordare il macabro rito di porre le teste mozzate sui pali che costituivano le palizzate difensive come monito ai nemici.
Oggi che cosa rappresentano questi “guardiani”? Cosa ci vogliono ricordare?

Tutte le categorie che ho cercato di rappresentare, in definitiva sono riconducibili ad una cosa sola: la nostra coscienza. Le Marcolfe-Spiriti ci ricordano che non esiste solamente la natura concreta e tangibile delle cose che ci circondano, ma esistono altre realtà che non vediamo e non comprendiamo.

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Oltre alla realtà territoriale, nelle tue opere giocano un ruolo fondamentale i materiali. Hai affermato che lavori «sassi di fiume, il ferro, il legno ed ultimamente anche il marmo, cercando di portare alla luce la loro energia vitale». Emergono così dei veri e propri racconti figurati, delle storie, e le pietre in particolare sono considerate «come fossero diari della terra». Hai la capacità di estrapolare l’anima dalla materia attraverso la semplicità e la sintesi.
Di solito nell’ideazione di un’opera parti prima dal concetto che vuoi esprimere, cercando di darle voce attraverso la materia, o è la materia che ti parla e ti fa risuonare un certo stato d’animo?

Dipende dai materiali che lavoro. I sassi di fiume sono loro a parlarmi. Per prima cosa devono colpirmi per come sono fatti, per il colore o per certe venature e poi si tratta di vederci qualcosa. Talvolta comincio il lavoro e questo rimane poi fermo per tantissimo tempo, perchè non so più come andare avanti. Quando e se mi verrà la folgorazione, lo finirò. Il ferro si comporta diversamente; non ha l’anima della pietra. Trattandosi di materiale di recupero, soprattutto piccoli pezzi, mi serve per dare corpo ad una idea che ho già in testa, che poi è un racconto. Il legno ed il marmo li uso con parsimonia perché non mi sono troppo congeniali; bisogna passare troppo tempo a lisciarli. Io sono per l’immediatezza.

Le tue opere, nonché il tuo stile di vita, sono state associate all’ideologia del primitivismo (una delle prime correnti di pensiero primitivista è rappresentata dall’intellettuale statunitense Henry David Thoreau), che promuove uno stile di vita semplice, austero, grazie al quale si può realizzare la vera dimensione umana e sociale. Questo è possibile solamente lasciandosi alle spalle la modernità, recuperando un più pieno contatto con la natura.
Quando hai deciso di aderire a questo modo di vivere? È difficile rimanere “appartato” dal mondo, ma al contempo non perdere lo sguardo attento sulla realtà contemporanea?

Non ho deciso a priori; è maturato da solo. E poi, non è “vivere appartati”, bensì “vivere diversamente”; senza più stress da parcheggio o da frequentazioni obbligatorie ma poco gradite o da smania di successo e voglia di apparire. Qui si può vivere lasciando le chiavi in auto e sulla porta di casa. I contatti con la “civiltà” ci sono ancora ma, per muovermi dai miei luoghi, deve valerne la pena.

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Si possono osservare molteplici influenze nei tuoi lavori: dal primitivismo di Modigliani e Picasso, all’espressività tragica di Caravaggio (si veda ad esempio la Medusa), alla poetica di Goya, ravvisabile nell’alone onirico e misterico che circonda le tue opere; le installazioni in particolare, sintetiche, isolate nello spazio (come Ecce Homo e Prigione), riportano alla mente soprattutto la scultura surrealista ed esistenzialista di Alberto Giacometti. In questo excursus di celebri richiami si rivela l’inquietudine e la precarietà della condizione umana, in contrasto con la natura, maestosa e serena.
Secondo te, l’arte può rappresentare per l’uomo un’occasione per fermarsi, allontanarsi dal caos della vita quotidiana, e riflettere su se stesso, per porsi degli interrogativi? L’arte è rivelazione dell’esistenza, o ne è lo specchio?

Sicuramente l’Arte può servire anche a questo, ma non è l’unico fattore in grado di aiutarci a ritrovare noi stessi.
L’Arte è rivelazione dell’esistenza o ne è lo specchio? Bella domanda. Credo dipenda dalla profondità. Si può scavare per portare alla luce anche un manufatto piccolissimo e di nessun pregio oppure ci si può fermare alla superficie. Si trovano tantissime cose, anche senza faticare troppo.

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Le tue opere sono state recentemente esposte alla mostra “Le Cinque anime della scultura” presso lo spazio Officinacento5 di Como, in collaborazione con Studio Tablinum. Puoi raccontarci un resoconto di questa esperienza?

Sono stato molto contento di questa esperienza. La cornice espositiva era giusta e le opere erano ambientate e non sistemate per riempire gli spazi vuoti; gli organizzatori, persone serie e molto preparate. C’era armonia.

Pensi di sperimentare in futuro altre forme di arte, ad esempio la pittura?

Non escludo nulla. Per quel che riguarda la Pittura, ho già dato. Dai 18 ai 22 anni ho dipinto ma poi, in un impeto di rabbia, ho fatto a pezzi tutte le tele e gettato via colori e pennelli. Ancora oggi amo moltissimo la pittura; quella degli altri.

Carlo Pazzaglia nasce a Bologna nel gennaio 1952; vive in montagna, a Sestola, al confine tra Emilia e Toscana. A 24 anni si iscrive alla facoltà di Architettura di Venezia, sostenendo tutti gli esami ma senza mai discutere la tesi. Ha fatto molti lavori, tra i quali lo scalpellino, la sua via per arrivare alla scultura, attività che lo impegna da alcuni anni.

Francesca Corsi

ART EN CAPITAL 2014

GPStudio TABLINUM: dal 25 al 30 novembre studio TABLINUM sarà presente alla rassegna Art en Capital 2014 presso il Grand Palais RMN di Parigi.

A conclusione del loro percorso artistico 2014, due degli artisti curati da Studio Tablinum vedranno le loro opere esposte nel prestigioso Grand Palais di Parigi.

La partecipazione all’evento,organizzata in collaborazione con SdAI (Societè des Artistes Indépendants) sarà tra i membri di Art en Capital 2014. La celebre rassegna di respiro internazionale, giunta ormai alla sua nona edizione, sarà ospitata negli spazi parigini del Grand Palais dal  25 al 30 Novembre 2014. Inaugurazione della rassegna sarà martedì 25 novembre 2014, alle ore 17.00 alla presenza del Ministro francese della  Cultura  e della Comunicazione Aurélie Filippetti e di Jean-Paul Cluzel Presidente della Riunione dei Musei Nazionali Francesi. A rappresentare studio TABLINUM a Parigi saranno le opere: La Grande Prostituta, Voglio la Luna, La danza della Vita di Mariangela Bombardieri; e il dittico: Aurora Boreale Guizzante di Giorgio Tardonato. La partecipazione di studio TABLINUM alla rassegna parigina si pone quale prestigioso traguardo per lo staff dello studio e per i due artisti da esso curati; che hanno dimostrato in questi anni di percorso comune di credere intensamente nella propria arte crescendo con essa.

LE MERAVIGLIE DELL’UNIVERSO NELLE TELE DI GIORGIO TARDONATO

Nasce Como nel 1951, risiede ad Eupilio, sempre in provincia di Como.  La corrente della Space Art, che ha per tema la rappresentazione dello spazio e si basa su un legame antico ed essenziale, quello della scienza con l’arte, trova nell’opera dell’artista e astrofilo Giorgio Tardonato una delle sue più felici espressioni. Le tecniche necessarie sono in continua evoluzione: tele dipinte con colori ad olio o acrilici; pennelli, spatole, aerografo, scorrimento, inclusioni; anche tele auto costruite, con tagli riempiti di resine trasparenti e inclusioni d’oro; forme, scolpite o incise, opache e trasparenti. Reduce dalla propria personale newyorkese Tardonato sarà presente al Grand Palais con il suo dittico Aurora Boreale Guizzante; vero e proprio inno alla stupefacente bellezza del nostro cosmo.

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L’ARTE AFFABULATRICE DI MARIANGELA BOMBARDIERI

La pittura di Mariangela Bombardieri è una costante scoperta del mondo che la circonda e al contempo ci rivela un’interiorità delicatamente riflessiva e travolgente nella sua espressività.  Dai suoi esordi ad oggi ha riscosso un crescendo di consensi di pubblico e critica, che l’hanno portata rapidamente dalle prime mostre regionali alla qualificazione al Premio Celeste sino alla partecipazione alla New Florence Biennale’13, contemporary showcase di rilevanza internazionale, che segna il suo rapido passaggio alla scena estera: in pochi mesi, la sua arte ha già ammaliato il pubblico spagnolo della città di Cordoba e quello moscovita ed ora è pronta per calcare le scene dell’art system parigino.

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LA SCULTURA HA CINQUE ANIME


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Studio Tablinum: quante declinazioni può conoscere l’arte? Tra le infinite sfumature con cui l’artista plasma la propria visione del mondo abbiamo cercato d’indagare le vie per cui si snodano le suggestioni di questi cinque scultori.

Cinque. Un numero non certo casuale, simbolicamente evocativo che fin dai tempi antichi è associato all’atto di sperimentare, alla conoscenza concreta dei fatti, del cambiamento, del “mutamento di stato” di una situazione.

Gli antichi greci lo riconducevano a Hermes, messaggero degli dei, tramite tra cielo e terra. Cinque sono anche i sensi che fanno da bussola all’essere umano nel corso della propria esistenza: da un punto di vista emotivo, mentale e fisico, verso una condizione sempre nuova.

Il numero cinque è simbolo di una mente polimorfa, costantemente votata all’intelligenza e alla curiosità, porta con sé la tendenza ad avvicinarsi, a volte anche in modo pericoloso, a linee di confine, di trasgressione.

Il numero cinque è legato alla quinta lettera dell’alfabeto ebraico: Hey ( ה ), che significa intuizione, illuminazione. I cabalisti, individuano tre stadi per la lettera Hey, i quali si pongono su tre livelli diversi, successivi, in merito allo sviluppo della consapevolezza dell’essere umano nell’arco di tutta la propria esistenza.

Il mistero della nascita, la totale inconsapevolezza con cui l’essere umano è “gettato” in questo mondo, viene qui superata dall’entusiasmo nello scoprire quanto di bello e fertile è presente in ciò che lo circonda. Arriviamo, qui, a intuire quella misteriosa potenza all’interno della nostra esistenza che ci sospinge oltre la contingenza, ci proietta in una nuova dimensione di consapevolezza.

Ma non dimentichiamo che questo numero conserva in sé la forza dell’auto-espressione. Infatti, le componenti fisiche corrispondenti alla capacità di parlare, sono esattamente cinque: lingua, denti, palato, labbra e gola.

Proprio per la complessa interazione tra intelletto e parola, il cinque suggerisce di utilizzare ogni tipo di disciplina interiore ed esteriore, al fine di “traghettare” la nostra personalità, da uno stato di disagio, di ricerca di un aliquid, allo stato desiderato. Solo governando bene la comunicazione, l’espressione di idee, sentimenti e fatti, è possibile giungere ad uno scambio equilibrato e crescere.

Una simbologia tanto intensa che trova le sue diverse impressioni nelle opere di questi cinque scultori; Armonia e contrasto, ricerca e sublimazione si fondono nelle loro sculture in un’esposizione che accompagna il visitatore attraverso un percorso visivo – emozionale, in una declinazione fatta di suggestioni che si concretizzano in cinque diverse anime d’artista.

Le cinque anime della scultura

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BRIGITTE CABELL: L’anima che plasma il  proprio archetipocabell

 Esprimere il mistero che la forma racchiude, in sé plasmarla in contatto con la materia: solo in apparenza possiamo coniugare la scultura alla forma d’arte più legata alla sfera del sensibile.

L’atto dello scolpire, piuttosto che del plasmare, la materia diventa al contempo tentativo di plasmare noi stessi nell’atto medesimo, in costante contatto con la materia per celebrarne attraverso quest’unione quell’ineffabile che giace nel ritmo stesso della vita.

Scolpire la materia per dare forma con essa a una parte ancora grezza del nostro animo. Perché la pietra custodisce un messaggio primordiale: ogni volta che creiamo è la nostra stessa consapevolezza di essere al mondo che si plasma. Solo l’Arte consacra e celebra la funzione per la quale siamo gettati in questo angolo di mondo. La scultura e un destino, l’unico modo per riconoscere il mondo e riconoscersi in esso.

Brigitte Cabell attraverso le sue sculture riesce a trasmettere questo costante esercizio di riconoscerci nel mondo che ci circonda. Opere la cui origine non risiede più nella forza meccanica dell’atto ma prima di tutto, non traggono origine nella forza modellatrice della propria spontaneità creativa, nel rapporto intuitivo, mai mediato che essa raggiunge con la materia stessa scolpita direttamente senza più mediazioni di modelli o bozzetti, quasi che Cabell riuscisse a carpire il bisbiglio primordiale della pietra  e ne assecondasse, nello scolpire, la forma che essa racchiude.

ANTONIETTA MOSCHI L’anima sospesa tra spazio interiore e forma esterioreImmagine3

Un filo d’oro lega fra loro le forme della realtà e quelle rielaborate nella materia cangiante dallo animo e dalla mano dell’artista.

Modellate con l’argilla quasi tutte le opere di Antonietta Moschi ci parlano di un arte fatta di pensiero e atto fisico che plasma le forme, dona loro vita senza mai abbandonare il ritmo di suggestioni interiori.

L’elan vitale qui smette di essere un concetto vago, quasi filosofico per materializzarsi nello sguardo di una bellissima fanciulla dove affiora l’impeto di una giovinezza che riscalda il sangue e il cuore al sole di mille aspettative

Una forte empatia tra artista e materia che traspare anche con l’intenso realismo di un Homo Quidam, tutt’altro che un uomo qualunque, come recita il titolo dell’opera, pronto ad incrociare in sordina lo sguardo dello spettatore magnetizzandone l’attenzione.

Ma la scultura di Antonietta Moschi è fatta anche di meravigliose mitologie che sgorgano dall’anima dell’artista stesso di cui è la sognante atmosfera de l’albero della vita.

Immagine4CRISTIAN BAROSO e MONICA VIGLIETTI:  Anime  dell’ Anima  Mundi

La scultura nelle opere di Cristian Baroso e Monica Viglietti si trasforma in un principio unificante da cui prendono forma i singoli “organismi” scultorei, i quali, pur articolandosi e differenziandosi ognuno secondo le proprie specificità individuali, risultano tuttavia legati tra loro, espressione dell’anima mundi, forza sincretica che plasma le nostre esistenze.

Le loro opere prendono spunto diretto dal mondo della natura riproducendo, con straordinario realismo, soggetti tratti dal mondo animale.

L’argilla è uno dei più antichi materiali attraverso i quali l’uomo si è esercitato a riprodurre il mondo, essa rappresenta un mezzo per dare espressione alle suggestioni che abbracciamo nel corso della nostra esistenza allo stesso tempo risveglia nell’uomo quella volontà demiurgica che alberga nel proprio animo.

Allo stesso modo i due artisti, forgiando i propri sensi alla fucina del mondo sensibile, ripropongono la propria straordinaria interpretazione del mondo che ci circonda caricandone di una personalissima vena sensitiva ed è così che il gigantesco Kong pur nella sua ammirevole riproduzione naturalistica racchiude in sé tutte le suggestioni e le emozioni del proprio creatore così come le cangianti sfumature smaltate di Ballfish ci trasmettono un senso di attonita allegrezza.

 Immagine1CARLO PAZZAGLIA: L’anima sintetica

Ricerca attraverso un attento dialogo con ciò che lo circonda l’essenzialità dell’esistenza e li confronta tra di loro sino a sintetizzarli nell’opera d’arte che diventa mondo a se, interpretazione sentitamente intimistica di quanto circonda l’artista e, al contempo, sua visione universale

L’opera d’arte è realizzata con diversi materiali tra cui non mancano i ciotoli di fiume, ferro, il legno accostati a quelli più tradizionali, tutti scomposti nella propria matericità dallo sguardo creativo dell’artista che sa come scomporne la matericità intrinseca, così come tutti noi la percepiamo, per farne una sintesi di emozioni e pensieri che solo la sensibilità di chi ha uno sguardo capace di penetrare una quotidianità mai banale che affiora grazie al costante esercizio di analisi di ciò che ci circonda, mai uguale a se stessa, collimandone emozioni e suggestioni dando forma a quel caotico aggregarsi che a stento riconosciamo.

È così che Ecce Homo, rievoca in noi un umanità arcaica intenta a mostrare il doppio di se stessa, irrimediabilmente umana, con tutti i propri pregi e difetti che tale investitura comporta. Ma cosa ci mostra quest’opera? Forse l’Homo oeconomicus? Il frutto di millenni di evoluzione interiore d’interrogativi senza risposta fra i quali campeggia sempre, nonostante ogni tentativo razionale, il più grande: Che significa, veramente, “Essere Uomini”?

Negli ultimi secoli l’uomo ha costruito di sé l’immagine di un Re da cui dipende il destino  del mondo e delle sue creature senza forse comprendere che, in realtà la prima creatura ad essere fagocitata è egli stesso, irrimediabilmente umano, con tutti i bagliori di luce e tenebra che il nostro status comporta.

Immagine2VINCENZO VALLONE: L’anima sognante

Sognare di spiccare il volo, lassù, oltre il sole di Firenze, librandosi con la leggerezza di una farfalla, per poi lasciarsi cadere ad accarezzare le linee perfette della cupola di Santa Maria in Fiore.

Oppure lasciarci catturare dalle suggestioni delle sue lamiere, che sbocciano in lampi di luce, e con esse librarci oltre una quotidianità in cui gli oggetti da utensili del quotidiano vivere si trasformano in magici strumenti indispensabili per innescare in noi una magnifica reverie.

Libere associazioni di materiali che compongono le sue opere, con lo stesso fascino di una casualità solo apparente di pensieri ed emozioni che si schiudono.

Tecniche e materiale sono un tutt’uno nel linguaggio sincretico, ma i uguale a se stesso di quest’artista in cui sembrano avere trovato perfetta sintesi tra l’ambito più razionale dell’arte, reminiscenze architettoniche che ci portano a coniugare l’idealità della forma con la diffusa matericità di uno spazio, puro condensato di oggetti distrattamente riutilizzati, ricordi e interrogativi sospesi.

Elisa Larese

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