#CulturalMente

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Tablinum: presenta #CulturalMente, il nuovo ciclo d’incontri letterari pensati per arricchire le vostre serate autunnali!
Saremo ospiti a Menaggio, della Libreria Attilio Sampietro e a Como, dell’ Hotel Metropole Suisse – Lake Como dove, al termine degli incontri si terranno, a grande richiesta, le consuete Cene con l’Autore.

Restiamo a vostra disposizione per ulteriori info!

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Serata Letteraria: Il Burocrate in Paradiso

Tablinum: eccovi il video della serata letteraria “Il Burocrate in Paradiso”, tenutasi sabato 3 dicembre, presso il Grand Hotel Victoria di Menaggio (co). Ospite della serata lo scrittore comasco Giorgio Albonico, moderatore il classicista Alessandro Cerioli.

Intervista ad Antonietta Moschi: la scultura come espressione dello sguardo interiore dell’artista

Immagine3Tablinum: Può la scultura farsi riflesso di uno sguardo interiore che con grande sensibilità si approccia al mondo e ne reinterpreta la meraviglia cangiante? L’atto di scolpire nella sua accezione fortemente evocativa della possibilità di dare una forma plastica plasmata dall’incontro tra la bellezza del cosmo e le suggestioni della propria interiorità trova una felice espressione nell’opera di Antonietta Moschi.

Osservando le opere di Antonietta Moschi si è subito catturati dalla forte carica espressiva che le sue opere sanno trasmettere all’osservatore. Le sue sono sculture che ci invitano ad essere privilegiati spettatori di quel momento in cui il soggetto rappresentato si schiude a uno stato di perfetto equilibrio, fra verità interiore ed esteriore, in cui la coscienza dell’umanità sembra plasmata come la creta stessa. .

IMG00857-20141019-1716E’ stata invitata alla Biennale Internazionale dell’Arte Contemporanea di Firenze che si é svolta’ alla Fortezza da Basso, nell’autunno 2013. Attualmente collabora con il Maestro Mario Pachioli, presso lo studio di viale Milton, 49 a Firenze. Sta predisponendo una serie di lavori ispirati a varie tematiche nonché alcuni progetti relativi ad oggetti specifici quali: sculture a tuttotondo, bassorilievi, medaglie, monumenti, bronzi e grafica. Laureata in Medicina e Chirurgia, specializzata in Neuropsichiatria. Pur essendosi appassionata a questa attività professionale, ha sempre manifestato una spiccata predilezione per l’Espressione Artistica. Nonostante abbia vinto il concorso presso l’Accademia di Belle Arti a Firenze, non ha potuto proseguire la frequenza proprio a causa della sua professione di Medico. Ma questo, nel corso degli anni non ha mai impedito il contatto con tutto ciò che rappresenta lo spirito artistico con particolare riferimento alla pittura ed alla scultura. Attualmente, avendo limitato la sua attività professionale originaria si dedica con maggiore impegno di spazio e di tempo alla Scultura.

IMG00852-20141019-1711L’arte per Antonietta è, potremmo dire, una questione genetica: il suo albero genealogico può infatti vantare la presenza di numerosi artisti quali lo scultore monumentale Mario Moschi, e i membri della Famiglia Santelli esponenti della celebrata manifattura di Signa.

Ha partecipato a numerose collettive sia in Italia che all’Estero. E’stata invitata alla Biennale Internazionale dell’Arte Contemporanea di Firenze 2013 e ha esposto le sue opere in occasione  della mostra “Le Cinque Anime della Scultura” presso officinacento5 curata da Tablinum Cultural Management.

La tua formazione artistica si è affiancata a quella di medico psichiatra, come hai saputo far convivere questi due aspetti e quanto essi hanno trovato confluenza?

Sono due lavori complementari in quanto spesso le idee per le opere hanno preso spunto dalle relazioni terapeutiche con i pazienti.

Com’è nata e come si articolata nel tempo la tua collaborazione con il maestro Pachioli?

L’ insegnamento delle capacità tecniche mi ha permesso la realizzazione delle opere, durante questo percorso è nata una collaborazione e una stima reciproca.

Quale rapporto hai con la materia? Quali materiali prediligi?

Prediligo la creta perché attraverso le mani per me è possibile esprimere il pensiero e i sentimenti.

Se dovessi tu descrivermi quali sono le forze che guidano la tua mano…

L’ espressione fantastica del mio pensiero.

La tua scultura è stata spesso recensita come un’arte che torna al concetto classico di scultura in cui il figurativo è parte irrinunciabile di essa e in cui è preponderante la componente espressiva. Quale pensi sia l’utilità della scultura al giorno d’oggi e quali sentimenti debba andare a suscitare?

La scultura è la rappresentazione dei sentimenti dell’ artista, comunque l’arte in genere dovrebbe suscitare nello spettatore un sentimento di libertà, di leggerezza e di bellezza elevandolo a livelli culturali e simbolici più alti.

Sculture come Homo Quidam e il Vento della Giovinezza sono affascinati per la forte carica emotiva che sembrano evocare. Potresti raccontarci quali riflessioni si celano dietro la rielaborazione di questi soggetti?

Homo Quidam è un uomo qualunque con i suoi sentimenti ed i suoi conflitti che rappresentati attraverso la scultura vengono portati in una dimensione senza tempo.     Il vento della gioventù rappresenta l’ affacciarsi alla vita di una giovane ragazza, il vento nei capelli rappresenta la leggerezza dell’essere giovani e l’ espressione del volto rappresenta la profondità di pensiero e di sentimento.

Nella home page del tuo sito campeggia questa frase di Goethe: “Non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’Arte. Ma non c’è legame più sicuro con esso che l’Arte!” Dunque qual è il filo d’oro che ti lega la tua scultura al mondo?

L’ arte come la vita porta al continuo cambiamento, al sentimento di gioia e di libertà di espressione, al continuo evolversi perché nella vita tutto cambia e niente è uguale a prima.

Recentemente hai partecipato alla mostra “Le Cinque Anime della Scultura”, a Como, ci puoi descrivere come stata la tua esperienza con Tablinum Cultural Management?

Molto buona, molto professionale e con una buona empatia emotiva.

Elisa Larese

Intervista a Vincenzo Vallone: “progettare per recuperare”.

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Tablinum: questa settimana scopriremo la genialità dell’artista sannita Vincenzo Vallone. Le sue opere e il suo passato. Vallone ha partecipato alla nostra mostra “Le Cinque Anime della Scultura” che si è tenuta a Como nell’ottobre scorso presso gli spazi di officinacento5, portando delle opere cariche di simbolismi e profondità.

1) Vincenzo Vallone, la sua vita è consacrata all’architettura, in particolar modo alla progettazione e al recupero degli spazi urbani. L’architettura, “la più intellettuali delle arti”, riveste un importante ruolo sociale. Quale sua opera in particolare riflette questa caratteristica, in questo momento storico?
La risposta è contenuta nella domanda: progettare per recuperare; recuperare attraverso l’archeologia, la paleontologia. Queste ultime sono il vero tesoro che il territorio italiano nasconde ed è da riportare alla luce, alla modernità, con garbo, e rispetto scientifico sempre nella dimensione percepibile dalla razionalità tecnologica.
Per l’artista non c’è l’opera con particolari caratteristiche, esiste il percorso e la sperimentazione continua.

2) Quanto investe oggi l’Italia nella pianificazione territoriale? L’arte può contribuire a valorizzare un territorio così ricco e variegato come quello della Penisola, eppure così fortemente danneggiato dall’eccessivo sfruttamento edilizio?
L’Italia negli ultimi cinquanta anni è stata sconvolta e travolta da leggi del territorio finalizzate solo allo sfruttamento del medesimo. Da qualche anno paghiamo delle furbizie che sono state messe in atto: svalutazione della proprietà fondiaria, immobiliare e inquinamento incontrollato.
L’arte assiste in qualche modo si adegua e in tanti casi può solo denunciare ai posteri l’empatia, ovvero i pensieri e gli stati d’animo dell’umanità contemporanea e della condizione umana.

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3) Le sue opere, un connubio tra architettura, scultura e pittura, entrano nel quotidiano grazie alla rappresentazione di oggetti della vita di tutti i giorni: l’elettrodomestico, la lampada, la poltrona, la macchina, l’aereo, le tettoie metalliche e ancora le grandi stazioni di una volta. Secondo Lei, oggi i fruitori dell’arte pensano che essa sia qualcosa d’altro rispetto alla vita, oppure che sia parte della vita stessa?
L’arte è vita ed è parte della stessa vita come gli oggetti del quotidiano. Il connubio fa parte della mia vita; da sempre mio nutro di queste tre discipline come l’architettura, la scultura (alto-basso rilievo) e la pittura. Tre modi in uno per esprimermi, con un occhio di riguardo alle tematiche sociali e ambientali.

4) Recentemente ha esposto alcune sue opere, tra le quali “Firenze oltre il sole”, presso l’Officinacento5 a Como, in collaborazione con Studio Tablinum. Ci racconti la sua esperienza.

L’opera “Firenze sotto il sole” è la metafora di una delle grandi città italiane illuminate dall’arte del Medioevo e ancor più del Rinascimento. Senza elencare nomi di maestri sublimi al mondo sono stati dirompenti, nutriti di ribollite o di pane cotto della cucina contadina col filo d’olio d’oliva.
L’esperienza con Studio Tablinum è stata entusiasmante, in seguito lo sarà ancora di più, ne sono certo. È bello avere al fianco un classicista come Alessandro Cerioli ed Elisa Larese. Non sbagli.

5) Da molte sue opere, “lamiere fiorite” caratterizzate dal taglio, la manualità e il segno, appare una realtà sospesa, luminosa e sognante, “metafisica” ma al tempo stesso aderente alla realtà, sia per i soggetti, sia per la loro realizzazione “materica”. Quali sono le sue fonti d’ispirazione?
Le “lamiere fiorite”mi seguono e le inseguo da più di un decennio. Materia nella quale si ritrovano il taglio delle finiture architettoniche; la manualità dell’alto-basso rilievo; il segno del disegno e della ricerca formale. L’artista non riesce a definire la fonte o le fonti di ispirazione. Ogni occasione è quella propizia in special modo se immerso o accompagnato da atmosfera silente (alla D’Annunzio). Le mie lamiere esprimono la verità come un atto d’amore.

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6) Tra le sue tante attività, è stato anche impegnato in una conferenza presso un Istituto Superiore a Telese Terme. Quanto aiuta oggi la scuola alla formazione di una “coscienza dell’arte” e della cultura scientifica? Quanto invece l’arte può aiutare la scuola? Sarebbe auspicabile una comunicazione tra la scuola e gli operatori culturali?

Certamente. Per salvarci dall’imbarbarimento politico e sociale nel quale siamo stati indotti e caduti dobbiamo dialogare con i giovani, solo con la scuola potremo intraprendere una strada diversa e sana in prospettiva. Sono loro l’ascensore sociale e la catena di trasmissione. Per l’eternità sono loro il viatico intellettivo della vita.
Lo ha scritto Tolstoj “ il destino dell’uomo è l’eternità”.

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Vincenzo Vallone è nato a Telese Terme (Benevento) dove vive e lavora. Architetto. Ha studiato alle scuole Salesiane, all’accademia di Belle Arti e all’università “Federico II” di Napoli. Si è consacrato alla progettazione degli spazi urbani, al recupero storico, alla pianificazione territoriale e alle tematiche dell’ambiente e del paesaggio.
Dipinge da sempre.
Ha partecipato tra tanti altri, al Premio “Terna2008” e “Terna 2009”; Concorso per le opere d’arte presso il Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI sec. in Roma; Concorso Matitalia del Comitato Italia; le sue opere partecipano allo “spazio risonanze” dell’Accademia di S.Cecilia-Auditorium Parco della Musica di Roma.
Negli ultimi anni ha esposto più volte a Milano, Parigi, Assisi, Roma, Firenze,Torino, Bonn, Albenga (Savona) , Baden-Baden, Londra, Bruxelles, Como.

Immagini:
Vincenzo Vallone.
“Chissà cosa prova a stare nella rete una BELLEZZA INFRANTA” – 2011 (New Florence Biennale)
“NOI DUE”
tecnica mista su lamiera – ottone, vernici, specchi
(cm. 56 x 44)
2009
“TELESE AI SUOI CADUTI” Telese Terme 1984

Brigitte Cabell, l’arte di domare la pietra.

Tablinum: osservando le sculture di Brigitte Cabell, abbiamo l’impressione che l’artista abbia non creato un’opera grazie alla materia, ma che di quest’ultima ne abbia rivelato la più intima essenza. Brigitte Cabell è, senza dubbio, colei che ha dato voce alla pietra, plasmando la sua forma primordiale.

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Brigitte Cabell, artista tedesca nata in Germania presso Berlino, ha lo studio nella Reismühle – Monaco di Baviera, è vissuta per molto tempo a Firenze. Ha studiato medicina in Germania e ha lavorato come cardiologa fino sei anni fa in clinica, parallelamente alla clinica gli ultimi 14 anni ha frequentato diverse accademie in Germania, Austria, Italia, concentrandosi sullo studio di pittura e scultura; quest’ultima si è rivelata più affine al suo animo. Ha esposto a Monaco, Berlino, Venezia, alla Triennale delle arti visive di Roma, nonché a Como presso l’officinacento5, in collaborazione con Tablinum Cultural Management.

1) Brigitte, per molto tempo è vissuta in Italia, particolarmente a Firenze: la passione per la scultura era già nei suoi pensieri? Come è riuscita a conciliare gli studi di medicina e la frequentazione dell’accademia?

La passione per la pittura e la scultura è cominciata certamente a Firenze dove sono cresciuta con l’arte del Rinascimento, in special modo mi avevano affascinato le sculture di Michelangelo, Donatello e dei fratelli della Robbia. Durante gli studi di medicina ho frequentato di sera l’accademia d’arte e ho approfondito specialmente i disegni del corpo umano. La mia prima esposizione di pittura (ritratti) era a Firenze all’età di 17 anni. Durante la mia attività in clinica ho frequentato soprattutto negli ultimi 14 anni, sempre durante le vacanze, diverse accademie per scultura e pittura.

2) Le sculture che ho avuto il piacere di ammirare alla mostra di Como, “Le cinque anime della scultura”, sembrano quasi delle pietre trovate in un luogo lontano, in una terra mitica. In uno stesso pezzo si alternano superfici sbozzate ad altre lisce e perfette, ma l’impressione è di trovarsi di fronte a una pietra rara, restituitaci dalla natura stessa. Ha voluto rappresentare, in questo modo, un osmosi tra l’uomo e la natura?

Il lavoro con la pietra è la mia grande passione, entro in un dialogo con la pietra, essa stessa fa andare avanti lo scalpello. Lavoro sopratutto con serpentine dall’ Africa (Zimbabwe), loro hanno un’età fino a tre miliardi di anni, ho un grande rispetto davanti questa materia e lascio parti in originale. Con queste serpentine lavoro quasi solamente a mano, mentre con il marmo uso anche un scalpello pneumatico e la flex (strumento per levigare il marmo). Due volte all’anno lavoro in Carrara.

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3) Il rapporto che Lei ha con la materia sembrerebbe intuitivo, non fa uso di modelli o bozzetti. Le pietre usate sono perlopiù il marmo, l’arenaria, l’alabastro, il serpentino dello Zimbabwe. Avrà sicuramente viaggiato molto. Sono stati i luoghi che ha visitato a suggerirle i materiali scelti?

Ancora non sono stata in Africa, il mio primo incontro con le pietre di Zimbabwe è stato tredici anni fa ad un workshop con scultori di quella terra. Da allora si è sviluppato in me un grande amore. Conosco in Germania un commerciante vicino Norimberga che importa ogni anno tonnellate di serpentine e springstone da Zimbabwe, vado là e scelgo le pietre che mi interessano.

4) Ci sono delle fonti letterarie o artistiche dalle quali attinge per la realizzazione delle sue opere?

Mi sono sempre interessata di mitologia e fiabe. Penso che il mio lungo lavoro in medicina interna mi abbia anche influenzata.

5) La sua arte non è imitazione delle cose, bensì le rivela: è questo secondo Lei il compito della scultura oggi? Siamo inondati di immagini, forse avremmo bisogno di ritornare alle “forme primordiali”?

Sì, penso che non dobbiamo dimenticare la nostra storia, la nostra provenienza, le forme primordiali.

6) Ci racconti la Sua esperienza con Tablinum Cultural Management.

Sono stato molto contenta di aver potuto fare un’esposizione con Tablinum a Como, è stata professionale, anche il luogo all’officinacento5 dell’esposizione mi è piaciuto.

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                                                                                                                                           Francesca Corsi

Intervista allo scrittore Giuseppe Bresciani

Copertina il cantico del pesce persicoStudio Tablinum: Giuseppe Bresciani, 59 anni, scrittore comasco, ex imprenditore umanista e libero pensatore che ama osservare in modo disincantato ma partecipe la commedia umana, di cui sa fissare gli aspetti più intimi e particolari. È autore di due romanzi e di tre saggi dettati dalla ricerca spirituale, pubblicati con lo pseudonimo Astor. Ultimamente, ha pubblicato col suo vero nome il libro-reportage “L’inferno chiamato Afghanistan” e i racconti “Il cantico del pesce persico”. Cerchiamo di conoscere meglio il suo pensiero:

Nella sua opera “Il Cantico del pesce persico” (2013), un omaggio alla sua terra, i racconti oscillano tra mito e realismo, e il lago di Como fa da sfondo alla Roma imperiale e a personalità quali Leonardo Da Vinci. Quando è nata l’ispirazione di questi racconti?

I racconti sono nati in tempi diversi, come momenti di pausa o defatiganti tra una ricerca culturale e la scrittura di un romanzo ancora inedito, ma tutti nell’arco degli ultimi quattro anni. L’ispirazione era dentro di me fin da bambino. Ho sempre desiderato scrivere un libro di narrativa sulla mia terra, che amo tantissimo. Ci ho messo parecchio tempo a realizzare questo sogno ma ne sono orgoglioso. Il libro è un frutto della maturità e quindi ha un sapore pieno, gustoso. Mi piace definirlo il “frutto della passione”.

Quanto è importante il contatto con le proprie radici, nell’era globalizzata dove si assiste sempre di più a un livellamento di usi e costumi?

É fondamentale. Non conoscere o rinnegare le proprie radici significa depauperizzare la propria vita. Conoscere, rispettare e tramandare i ricordi e le testimonianze di com’eravamo ci consente di restare unici e liberi. È il modo più intelligente per contrastare la globalizzazione, che considero un leviatano. Guardare avanti va bene, ma guai a dimenticarci del passato, che ci ha dato l’imprinting.

un infernoNel suo libro “L’inferno chiamato Afghanistan” (2012) narra le vicende di un popolo in guerra visto dalla parte di chi lo ha osservato da vicino. Secondo Lei, quanto davvero possiamo percepire dai reportage televisivi? I mezzi di comunicazione ci avvicinano o ci tengono più distanti dalla realtà, specie quella tragica dei conflitti?

Il mio soggiorno di tre mesi in Afghanistan fu un’esperienza molto intensa, ai confini della realtà. Forse perché ero privo di credenziali, una sorta di mina vagante vista con sospetto sia dagli afghani che dagli occidentali, al punto che la Polizia di Kabul mi ha fermato per spionaggio. Vivere in mezzo agli afghani e muovermi liberamente, cacciandomi nei guai con spensieratezza, mi ha consentito di conoscere la situazione locale meglio di un inviato speciale o di un giornalista “embedded”. Ne ho tratto la convinzione che i mass media non ci avvicinano alla realtà, la manipolano. La guerra civile afghana è stata raccontata in modo superficiale e con un taglio “politically correct”. Immagino sia così per ogni guerra.

moby dickHa un esempio di riferimento, uno scrittore che ha colpito particolarmente la sua immaginazione fin da giovane?

Uno? Decine, direi. A cominciare da Dante Alighieri. Quando mi chiedono quali sono gli scrittori che amo maggiormente, di solito procedo dall’universale al particolare. Amo i grandi narratori dell’Ottocento e il mio livre de chevet è Moby Dick di Melville. Potrei fare altri nomi. Adoro Conrad, Borges e Roth. Ogni tanto rileggo Le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Fra gli italiani, apprezzo particolarmente Calvino, Gadda e Buzzati. Fra gli autori del nuovo millennio, ho un debole per lo spagnolo Zafron e le sue storie gotiche.

Leggendo il suo blog, mi ha colpito molto un suo intervento riguardante i nonni e il loro ruolo che al giorno d’oggi viene percepito meno importante per i ragazzi, sempre più attirati da modelli giovani e invincibili. Secondo Lei ne perdiamo qualcosa anche a livello culturale?

Sono nonno di quattro splendidi nipotini ed è giocoforza rispondere che i nonni sono uno dei pilastri della società. Purtroppo sono sempre meno di moda ed è un peccato. Se dal punto di vista affettivo sono insostituibili, da quello culturale costituiscono una risorsa indispensabile. I nonni sono la memoria viva del cammino antropologico, i custodi delle tradizioni, gli affabulatori per eccellenza, gli educatori più amorevoli. È così che io ricordo i miei nonni, angeli custodi e maestri di vita.

Tra i suoi libri ve ne sono alcuni di pervasi da un grande afflato spirituale (“Ecce me domine”, 2008, e “Il Vangelo Cosmico”, 2010). Mi parli del suo rapporto con la fede.

È un rapporto dinamico, assai complicato. Sono un ricercatore spirituale e ho percorso un lungo cammino che mi ha avvicinato e allontanato diverse volte dal cristianesimo. Tuttavia, non ho mai smesso di avere fede nell’ineffabile intelligenza cosmica che ci sovrasta. Oggi mi è più difficile pensare a Dio come a una figura antropomorfica paterna. Penso che Dio, comunque lo si voglia chiamare, sia un’invenzione degli uomini. Esiste un’energia cosmica, siamo frammenti di questa forza misteriosa e un giorno ci fonderemo nel tutto, nell’Uno. Credo esista una vita oltre la vita. E credo nella reincarnazione. Anzi, sono consapevole di avere vissuto vite precedenti all’attuale.

fotoCosa consiglia ai giovani che intraprendono gli studi umanistici, in un mondo che sembra essere governato sempre più dalle logiche di mercato? Come combinare la cultura dei classici con il contesto odierno?

Ho fatto il Classico e lo rifarei. L’umanesimo non favorisce il profitto ma apre la mente e la rende duttile. I classici non sono più di moda, tuttavia sono la fonte viva cui l’uomo non smetterà mai di attingere, nemmeno nelle epoche dominate dalla confusione e dallo sconforto. Pensi ai secoli bui, prepararono l’Umanesimo e il Rinascimento. Ai giovani direi quello che ho detto alle mie tre figlie quando le iscrissi al liceo classico. “Quando sarete grandi capirete che un uomo vale per ciò che sa e per ciò che fa”. Gli studi umanistici sono la base che consente a un giovane di sapere e di affrontare qualunque strada professionale con la consapevolezza che nulla gli è precluso. La cultura classica si combina facilmente con il contesto odierno; basta venire incontro alle esigenze degli altri anziché arroccarsi nella propria torre eburnea.

Francesca Corsi

L’infinita ricerca di Mariangela Bombardieri

Don Quisciotte e la lunga notte

Don Quisciotte e la lunga notte

Studio Tablinum: Esistono artisti che riescono a sublimare quella che è un’autocoscienza ancora grezza, immersa nel buio di una ragione addormentata, che costringe a procedere a tentoni, in costante pericolo d’inciampare sui propri passi.

Esiliati in un mondo sconosciuto, dal sapore arcano e primigenio, sanno però che entro l’apparenza del quotidiano, nella paralisi del buio di  quella che appare sempre  un’autocoscienza addormentata, si racchiude un tesoro che solo in pochi sanno percepire  e che richiede un grande esercizio dei propri sensi, una tensione a superare i limiti dell’apparenza e un costante ascolto di se stessi, cosa che ad un animo sensibile come quello dell’artista, riesce più facile di altri. L’artista cerca d’indagare, procede a tentativi nell’oscurità che lo circonda, scopre di essere incatenato, condannato al proprio oblio dalle stesse paure e piccolezze che hanno preso dimora nel proprio animo attorno a lui si addensano figure di altri uomini come lui intrappolati in una vita vuota, costretti a ripetere gli stessi pensieri le stesse azioni, ridotti a semplici automi. Eppure sa che qualcosa dentro in quel buio brilla; è una pietra grezza che va ricercata con perseveranza affinando e affrancando dalle catene di inutili consuetudini quel nulla che lo circonda, che lo attanaglia.

La morte di Adone

La morte di Adone

A tentoni, con il solo ausilio dei sensi, inizia ad esplorare ciò che ha attorno a porsi delle domande, come nel racconto di platonica memoria, percepisce il bagliore e cerca di carpirne la misteriosa fonte.

Mariangela Bombardieri, riesce a coniugare in sé queste rare doti: attenta indagatrice del mondo che la circonda e al contempo di se stessa, ha saputo trovare la propria direzione nel caos che circonda l’essere umano proprio affidandosi a quei sensi  che tanto possono ingannare per riuscire a carpirne il segreto affidando al propria riflessione all’immediatezza del colore e attraverso di esso esprimere una nuova grande consapevolezza, plasmare un  mondo nuovo, in cui la fantasia è lasciata libera di spaziare e di riportare alla vita in tutta la loro possente presenza i personaggi del mito, le antiche divinità greche, abitanti del immaginario mondo della letteratura ma anche controversi personaggi storici incapaci di resistere al fascino senza tempo delle Tre Grazie.

Vanitas

Vanitas

Il suo è un mondo immaginifico ma mai immaginario: un mondo in cui il reale è filtrato attraverso le lenti di un animo artistico, sensibile senza però essere mai tramutato in una fiaba. Il significato profondo, mai banale, del suo simbolismo si insinua nella nostra coscienza, i nostri sensi sono colpiti dall’irruenza dei suoi colori  che incantano l’occhio e penetrano nel fondo dell’animo di chi le osserva risvegliandone antiche e imperiture domande: il vortice di sensazioni ed emozioni estemporanee con i quali l’artista ci avviluppa  sono fatte per raggiungere gli angoli più reconditi del nostro animo strappare il velo delle nostre autodifese e costringerci a guardare il mondo per quello che è davvero per noi.

La coincidenza degli opposti

La coincidenza degli opposti

Il colore dominato con eccezionale abilità alchemica, ferisce la nostra vista, squarcia le catene che ci tenevano imprigionati in un mondo grigio e senza senso, stimolando attraverso i sensi, la fantasia e  la ragione,  impedendole di piombare in quel sonno che finisce irrimediabilmente con il generare dei  mostri.

L’opera di Mariangela non ha bisogno di presentazioni: irrompe con la forza del suo colore e s’impadronisce dello spettatore grazie alla viva forza dei quesiti e delle tematiche che sa sollevare in chi si trova ad ammirarle.

In lei vita e arte trovano un binomio raramente così ben armonizzato tanto che risulta prezioso approfondire con lei alcune tematiche delle sue pere e del suo vivere l’arte. Ne è emerso un dialogo frizzante, da cui trarre numerosi stimoli riflessivi che aiutano a guardare con sguardo rinnovato la sua arte:

Non vogliamo dilungarci con un testo critico ma lasciare la parola all’artista e alle sue riflessioni:

– Parlando di radici, le tue dove affondano ? Qual è l’humus che ha alimentato il tuo fare artistico ?

All’origine del mio operare artistico c’è un profondo amore per la libertà coniugato ad un’esigenza prepotente di raccontare e di raccontarsi. Esiste qualcosa di più libero e potente della fantasia? Come sostiene lo stesso Leonardo “il pittore è signore d’ogni sorta di gente e di tutte le cose”, intendendo dire che il pittore può generare e creare ogni cosa che attraversi il suo pensiero. Questo “potere” del pittore mi ha da sempre affascinato, lo considero la più alta forma di manifestazione del potere della mente. Anzi se per Leonardo la pittura è ancora “figlia di natura”, con la scoperta della pittura astratta ci siamo definitivamente appropriati del linguaggio dello spirito. Ritornando al tema della libertà, che coincide con la mia idea di arte, Leonardo da Vinci l’amò con la stessa forza con cui perseguiva la conoscenza. Egli sperimentò la sofferenza della prigionia in carcere in seguito all’accusa di sodomia. Vasari racconta che era solito fermarsi per le vie di Firenze e pagare i mercanti di uccelli, al fine di aprire le porte delle gabbie e liberare gli uccelli che vi erano rinchiusi. Ma l’arte non è solo libertà, è anche superamento della nostra condizione umana. Raccontare e raccontarsi tramite la pittura, mi fa sentire come una moderna Shahrazade, la protagonista delle Mille e una notte, che ha salva la vita, grazie alle sue doti di tessitrice di storie. Mi piace pensare che quando la mia bocca sarà ormai muta, ci saranno le storie da me rappresentate a prolungare il suono della mia voce. Quanto al sostrato che ha alimentato il mio fare arte, esso va dalle favole di Fedro ai racconti Kafkiani, dalle avventure donchisciottesche alle novelle pirandelliane, passando per le laudi francescane e la poesia ungarettiana.

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Mariangela Bombardieri

– Potresti descrivermi quali sono gli elementi che potremmo definire essenziali per il tuo percorso formativo e creativo?

La mia prima esperienza lavorativa, che perdura tuttora, è stata fondamentale:mi ha insegnato il rispetto per me stessa e mi ha infuso sicurezza e consapevolezza. La conoscenza della sofferenza, invece, ha liberato la mia mente da vincoli e condizionamenti, dandomi la sensazione di essere un acrobata che volteggia sul trapezio e si slancia nell’aria senza rete di protezione.  Per esprimere le mie percezioni, che naturalmente si riflettono nella mia attività artistica, mi piace ricordare un’espressione di Pico della Mirandola: Tu potrai degenerare nelle cose inferiori, al livello dei bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine”.

-Nelle tue opere abbiamo evidenziato una commistione di generi e tematiche. Quale il fil rouge fra di esse ? Il fil rouge che unisce le mie opere è appunto rappresentato da questa commistione di generi e tematiche, che è voluto. Intendo realizzare in pittura, infatti, una forma di “sincretismo culturale”, in cui si ha la perfetta e armonica fusione delle diverse discipline dello scibile umano. Propendo per un’arte fatta di contenuti e di simboli e, come ho spiegato, ho sempre sognato di essere una grande “affabulatrice” di storie. Da qui la mia passione per i miti, le leggende e le favole, e non solo …

– Come nasce lo spunto per una nuova opera? Quali sono le fonti della tua ispirazione ?

L’idea di un nuovo quadro nasce quasi come un fulmine a ciel sereno, scatta all’improvviso con la stessa rapidità di un temporale estivo. E’ un’illuminazione improvvisa. Il processo creativo di un’artista è un procedimento alchemico ed è giusto che rimanga parzialmente avvolto nel mistero. Le fonti della mia ispirazione sono alla portata di tutti, ma nascoste allo sguardo dei più …

– L’Italia è la terra dell’arte, la storia dell’arte lo insegna, oggi giorno è ancora così ? Un’ artista italiano o straniero credi sia invogliato ad essere tale nel nostro paese ?

L’Italia possiede un patrimonio artistico impressionante, spesso trascurato e dimenticato, che andrebbe rivalutato. Lo stesso discorso andrebbe fatto per la creatività degli artisti italiani, misconosciuta a vantaggio  di quella degli artisti stranieri. Andrebbe risvegliato il  nostro orgoglio nazionale. Il fatto di essere italiani deve diventare motivo di orgoglio.

– Durante il nostro incontro mi hai parlato del tuo desiderio di far divenire la tua passione artistica una professione a tempo pieno, vuoi anticiparci qualcosa ?  

La mia passione artistica dirige ogni giorno i miei passi e permea di sé i miei pensieri. Conto di farne in un futuro una professione a tempo pieno e nel frattempo mi dedico ad essa con grande impegno e studio.

– Tra prospettive e progetti cosa pensi ti riserbi il futuro ?

Il mio futuro lo sto costruendo con iniziative mirate  e attraverso la concretizzazione di progetti a medio termine. Alla fine dell’anno sarò impegnata con una mostra al Grand Palais di Parigi, mentre dopo la personale qui a Como conto di esporre alcune mie opere al Museo MIIT di Torino.

Elisa Larese

Aisthesis- Como, Off.105, 3 Maggio2014

                                  PER INFO SULLA MOSTRA DELL’ARTISTA CURATA DA STUDIO TABLINUM CLICCA QUI :                                                   Aisthesis. I sentieri dell’infinita ricerca.  Como – Off.105- 3 Maggio2014