Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus

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“Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus II^parte”

MENAGGIO, 30 giugno – 1 luglio 2018

Dopo la fortunata prima edizione, che ha visto una straordinaria presenza di pubblico accedere ai campi per le didattiche, le conferenze e i momenti di rievocazione, Lucius Minicius Exoratus torna a rivivere sulle sponde del Lago di Como in una seconda edizione densa di novità didattiche ed eventi. Siete pronti a un nuovo viaggio nel Larius romano?

Sono passati solo 140 anni dalla Battaglia di Camerlata che ha visto, per la prima volta, le legioni romane scontrarsi con i Celti Comenses ed ora, il territorio del Lago di Como è totalmente romanizzato: il Lago di Como, divenuto “Larius”, è divenuto un asse essenziale per gli spostamenti militari e commerciali nonché luogo di origine, e di svago, con le sue splendide villae, di importanti famiglie ascese alle più alte cariche della società romana, quali i Plinii e gli Oufentini. Proprio da quest’ultima gens, nel I° secolo d.C., nacque Lucius Minicius Exoratus, flamine dell’Imperatore Vespasiano e Pontefice Massimo. Sarà seguendo le sue orme, ma anche quelle di altri illustri abitanti del Larius, che da visitatori potrete rivivere un pezzo importante della storia locale e, soprattutto, sperimentare in prima persona, grazie alla ricostruzione in loco degli accampamenti delle popolazioni autoctone, non ancora assoggettate a Roma, e dei legionari romani, la vita di tutti i giorni. In questi due giorni, potrete mischiarvi alle file dei soldati dei due schieramenti, testare il peso di uno scudo e di una spada, saggiare la vostra abilità con l’arco, prepararvi con loro alla battaglia, assistere al conio delle monete, assaggiare il cibo romano e celtico, presenziare agli scenografici riti apotropaici, fare da spettatori a un processo romano, con tanto di arringhe in latino, supplici e avvocati in toga, e, nella seconda giornata, potrete persino essere invitati ad un vero matrimonio romano.

Nel pomeriggio della seconda giornata potrete, infine, assistere dal vivo alla rievocazione della battaglia di Bibracte, nel corso della quale le legioni di Cesare sconfissero gli Helvetii ponendo di fatto le basi per la futura conquista della vicina Helvetia. Durante il tributo storico una particolare attenzione sarà dedicata ai bambini, per i quali saranno organizzati speciali laboratori didattici e grazie a i quali avvicinarsi alla storia con divertimento e curiosità sarà un vero piacere.

Inoltre questo progetto farà comprendere l’importanza strategica del “Larius”, in questa parte del vasto impero romano. I suoi trasporti fluviali servirono a incrementare la romanizzazione del territorio, sin dalla rifondazione di Novum Comum, voluta da Gaio Giulio Cesare, il Lario si trovò al centro degli spostamenti militari prima e scambi commerciali poi ed infine chi era Lucio Minicio Exorato, notabile romano vissuto nel I° secolo dc, che ricopri incarichi di massima importanza a livello politico/religioso e legato alla corte imperiale di Tito Flavio Vespasiano. Usando un parallelismo con i giorni nostri potremmo definirlo: il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America.

Tutti questi aspetti verranno inscenati durante i due giorni del “Tributo Storico Lucius

Minicius Exoratus”, presso l’area verde dell’asilo comunale di Menaggio (co), prima

giornata Sabato 30 Giugno, dalle ore 10.00 alle ore 21.00, seconda parte Domenica 1

Luglio, dalle ore 10.00 alle ore 21.00.

Saranno inoltre previste due conferenze, la prima Sabato 30 Giugno dalle ore 19.00, del

Prof. Marco Sartori, a tema: “Cesare, Catullo e la Cisalpina”, mentre la seconda Domenica 1 Luglio dalle ore 19.00, del Dr. Alessandro Cerioli, a tema: “La Fondazione di Novum Comum”.

Tablinum Cultural Management è nato dalla libera iniziativa di un gruppo di giovani storici dell’arte e letterati, operanti in tutta la penisola italiana. Tablinum fonda la propria missione nel proporre al pubblico italiano variegati stimoli provenienti dalle diverse branche del mondo culturale e nell’esportare il valore della cultura italiana presso il pubblico straniero. La sede principale dello studio si trova a Bellagio, sul Lago di Como, dove opera il Classicista Alessandro Cerioli.

☎ 3392181456 – info@studiotablinum.com http://www.studiotablinum.com

BROCHURE:

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CERIMONIA CONCLUSIVA DI ART IN EXPO A VILLA CARLOTTA

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Villa Carlotta, Tremezzo

Tablinum: lunedì 31 agosto, dalle ore 10.30, presso la Sala dei Gessi di Villa Carlotta, si terrà la cerimonia conclusiva della prima mostra internazionale “Art in Expo. Feed the World with Art” alla quale hanno partecipato i due artisti francesi Myriam Feuilloley e Stéphane Deguilhen, promossa da Tablinum Cultural Management nel contesto sublime di Villa Carlotta.
I quadri dell’artista Myriam Feuilloley sono state apprezzate dai visitatori per la loro carica surrealista e la vena ironica con la quale hanno saputo far riflettere sulle tematiche esistenziali dell’essere umano. Mentre le sculture di Stéphane Deguilhen hanno impreziosito il giardino antistante la Torretta Romantica (spazio espositivo), trovando un suggestivo sfondo nel paesaggi lacustri. Apprezzato in patria e all’estero, Stéphane Deguilhen ha di recente riscosso la stima di uno dei più importanti critici d’arte francesi Jacques Ginepro, divenuto anche un suo collezionista, che ha firmato una preziosa critica che è stata inserita nel catalogo multimediale della mostra lariana, curata dalla storica dell’arte Elisa Larese.
La rassegna “Art in Expo. Feed the World with Art”, che vedrà altri tre appuntamenti da qui ad ottobre divisi fra Villa Carlotta e lo spazio espositivo comasco officinacento5, si iscrive fra gli appuntamenti dedicati ad Expo Milano 2015, con l’intento di “nutrire” il pianeta, fornendo ad esso nuove energie mentali che contribuiscano alla sua crescita e rinnovamento, alimentando il prezioso che è in noi.
Durante la conferenza stampa Serena Bertolucci, direttrice di Villa Carlotta, e Alessandro Cerioli, project manager di Tablinum Cultural Management, consegneranno ai due artisti francesi l’attestato di partecipazione. Al termine della conferenza stampa si terrà il question time con i giornalisti presenti.

Sei un giornalista e vuoi partecipare?

Elisa Larese

Intervista allo scrittore Giuseppe Bresciani

Copertina il cantico del pesce persicoStudio Tablinum: Giuseppe Bresciani, 59 anni, scrittore comasco, ex imprenditore umanista e libero pensatore che ama osservare in modo disincantato ma partecipe la commedia umana, di cui sa fissare gli aspetti più intimi e particolari. È autore di due romanzi e di tre saggi dettati dalla ricerca spirituale, pubblicati con lo pseudonimo Astor. Ultimamente, ha pubblicato col suo vero nome il libro-reportage “L’inferno chiamato Afghanistan” e i racconti “Il cantico del pesce persico”. Cerchiamo di conoscere meglio il suo pensiero:

Nella sua opera “Il Cantico del pesce persico” (2013), un omaggio alla sua terra, i racconti oscillano tra mito e realismo, e il lago di Como fa da sfondo alla Roma imperiale e a personalità quali Leonardo Da Vinci. Quando è nata l’ispirazione di questi racconti?

I racconti sono nati in tempi diversi, come momenti di pausa o defatiganti tra una ricerca culturale e la scrittura di un romanzo ancora inedito, ma tutti nell’arco degli ultimi quattro anni. L’ispirazione era dentro di me fin da bambino. Ho sempre desiderato scrivere un libro di narrativa sulla mia terra, che amo tantissimo. Ci ho messo parecchio tempo a realizzare questo sogno ma ne sono orgoglioso. Il libro è un frutto della maturità e quindi ha un sapore pieno, gustoso. Mi piace definirlo il “frutto della passione”.

Quanto è importante il contatto con le proprie radici, nell’era globalizzata dove si assiste sempre di più a un livellamento di usi e costumi?

É fondamentale. Non conoscere o rinnegare le proprie radici significa depauperizzare la propria vita. Conoscere, rispettare e tramandare i ricordi e le testimonianze di com’eravamo ci consente di restare unici e liberi. È il modo più intelligente per contrastare la globalizzazione, che considero un leviatano. Guardare avanti va bene, ma guai a dimenticarci del passato, che ci ha dato l’imprinting.

un infernoNel suo libro “L’inferno chiamato Afghanistan” (2012) narra le vicende di un popolo in guerra visto dalla parte di chi lo ha osservato da vicino. Secondo Lei, quanto davvero possiamo percepire dai reportage televisivi? I mezzi di comunicazione ci avvicinano o ci tengono più distanti dalla realtà, specie quella tragica dei conflitti?

Il mio soggiorno di tre mesi in Afghanistan fu un’esperienza molto intensa, ai confini della realtà. Forse perché ero privo di credenziali, una sorta di mina vagante vista con sospetto sia dagli afghani che dagli occidentali, al punto che la Polizia di Kabul mi ha fermato per spionaggio. Vivere in mezzo agli afghani e muovermi liberamente, cacciandomi nei guai con spensieratezza, mi ha consentito di conoscere la situazione locale meglio di un inviato speciale o di un giornalista “embedded”. Ne ho tratto la convinzione che i mass media non ci avvicinano alla realtà, la manipolano. La guerra civile afghana è stata raccontata in modo superficiale e con un taglio “politically correct”. Immagino sia così per ogni guerra.

moby dickHa un esempio di riferimento, uno scrittore che ha colpito particolarmente la sua immaginazione fin da giovane?

Uno? Decine, direi. A cominciare da Dante Alighieri. Quando mi chiedono quali sono gli scrittori che amo maggiormente, di solito procedo dall’universale al particolare. Amo i grandi narratori dell’Ottocento e il mio livre de chevet è Moby Dick di Melville. Potrei fare altri nomi. Adoro Conrad, Borges e Roth. Ogni tanto rileggo Le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Fra gli italiani, apprezzo particolarmente Calvino, Gadda e Buzzati. Fra gli autori del nuovo millennio, ho un debole per lo spagnolo Zafron e le sue storie gotiche.

Leggendo il suo blog, mi ha colpito molto un suo intervento riguardante i nonni e il loro ruolo che al giorno d’oggi viene percepito meno importante per i ragazzi, sempre più attirati da modelli giovani e invincibili. Secondo Lei ne perdiamo qualcosa anche a livello culturale?

Sono nonno di quattro splendidi nipotini ed è giocoforza rispondere che i nonni sono uno dei pilastri della società. Purtroppo sono sempre meno di moda ed è un peccato. Se dal punto di vista affettivo sono insostituibili, da quello culturale costituiscono una risorsa indispensabile. I nonni sono la memoria viva del cammino antropologico, i custodi delle tradizioni, gli affabulatori per eccellenza, gli educatori più amorevoli. È così che io ricordo i miei nonni, angeli custodi e maestri di vita.

Tra i suoi libri ve ne sono alcuni di pervasi da un grande afflato spirituale (“Ecce me domine”, 2008, e “Il Vangelo Cosmico”, 2010). Mi parli del suo rapporto con la fede.

È un rapporto dinamico, assai complicato. Sono un ricercatore spirituale e ho percorso un lungo cammino che mi ha avvicinato e allontanato diverse volte dal cristianesimo. Tuttavia, non ho mai smesso di avere fede nell’ineffabile intelligenza cosmica che ci sovrasta. Oggi mi è più difficile pensare a Dio come a una figura antropomorfica paterna. Penso che Dio, comunque lo si voglia chiamare, sia un’invenzione degli uomini. Esiste un’energia cosmica, siamo frammenti di questa forza misteriosa e un giorno ci fonderemo nel tutto, nell’Uno. Credo esista una vita oltre la vita. E credo nella reincarnazione. Anzi, sono consapevole di avere vissuto vite precedenti all’attuale.

fotoCosa consiglia ai giovani che intraprendono gli studi umanistici, in un mondo che sembra essere governato sempre più dalle logiche di mercato? Come combinare la cultura dei classici con il contesto odierno?

Ho fatto il Classico e lo rifarei. L’umanesimo non favorisce il profitto ma apre la mente e la rende duttile. I classici non sono più di moda, tuttavia sono la fonte viva cui l’uomo non smetterà mai di attingere, nemmeno nelle epoche dominate dalla confusione e dallo sconforto. Pensi ai secoli bui, prepararono l’Umanesimo e il Rinascimento. Ai giovani direi quello che ho detto alle mie tre figlie quando le iscrissi al liceo classico. “Quando sarete grandi capirete che un uomo vale per ciò che sa e per ciò che fa”. Gli studi umanistici sono la base che consente a un giovane di sapere e di affrontare qualunque strada professionale con la consapevolezza che nulla gli è precluso. La cultura classica si combina facilmente con il contesto odierno; basta venire incontro alle esigenze degli altri anziché arroccarsi nella propria torre eburnea.

Francesca Corsi

“Il bacio dell’Assunta”

Studio Tablinum: presentazione letteraria del romanzo di Giovanni Cocco, “Il bacio dell’Assunta”, presso la Libreria Sampietro di Menaggio (co). Introduce e modera Alessandro Cerioli.

GEA: IL RICHIAMO DELLA TERRA PULSA NELLE NOSTRE VENE

 GeaStudio Tablinum: Gea Miniartextil, inauguratasi a Como, sabato 4 aprile 2014, nella splendida cornice di Villa Olmo, fa parte di quei rari prodotti culturali in cui l’eccellenza  dell’arte è raramente declinata con passione e sensibilità. Una mostra, lontana dalle logiche dei grandi numeri a tutti i costi, che ammaliano il visitatore per la sua originalità e per essere prodotto corale da cui traspare l’intensità di una vena artistica mai banale. Quando l’arte riesce a convogliare in sé tutta l’intensità del proprio messaggio non c’è bisogno di ulteriori preconfezionamenti.

L’avventura di Miniartextil, ha avuto inizio 24 anni dal chiostro di Sant’Eufemia a Como,  quando Mimmo Totaro e Nazzarena Bortolaso danno il via alla prima Mostra Internazionale d’Arte Tessile Contemporanea: da allora Miniartextil  ha conosciuto una costante evoluzione nel corso degli anni che ha portato la rassegna dedicata alla Textil Art  ad essere apprezzata e ospitata in prestigiose sedi internazionali

La decisione  dell’amministrazione comunale cittadina di spostare l’appuntamento con Miniartextil in Primavera ha rappresentato una vera scommessa per il team di Miniartextil 2014. Come non ha mancato di sottolineare nel corso della conferenza stampa, l’organizzatrice Paola Re,  non sono mancati momenti piuttosto concitati durante la fase organizzativa che hanno però portato ad un risultato encomiabile: in veste di visitatori non possiamo far altro che constatare la cura amorevole dei dettagli  che caratterizza  l’allestimento di questa edizione non lascia trapelare in alcun modo la preparazione a tempo di record (dal 17 marzo al 3 aprile) che lo ha caratterizzato.

Per questa 24esima edizione, hanno partecipato 385 artisti provenienti da 46 nazioni tutti uniti nel declinare attraverso le proprie opere, minitessili o installazioni, il proprio legame con Gea, la terra, principio vitale che anima noi stessi e il mondo intero.

Un tema che esalta il legame imprescindibile, emblema delle origini della creatività umana e al contempo l’humus nel quale si alimentano nuovi orizzonti creativi. Perché le radici sono più che mai vitali: per sapere dove stiamo andando occorre avere sempre ben presente cosa siamo stati.

La sede di Villa Olmo è scenario d’eccezione  in cui l’architettura  neoclassica e le opere di textil art esposte, innescano un dialogo incessante fra passato e presente;  ci parlano dell’uomo e della sua eccezionale capacità di farsi veicolo fra l’uomo e quella natura di cui al contempo e parte integrante e profondo interprete. Che tanto efficacemente è rievocato dalla distinzione tra natura e naturans, la natura in sé e per sé, Matrix Naturae nella sua purezza e integrità e Natura Naturata rielaborata ma mai manipolata dall’uomo. Un nesso fondamentale che ritroviamo nelle diverse modalità con i quali gli artisti si accostano ad essa.

Oltre installazioni di maggiori dimensioni che animano le sale di Villa Olmo, non può sfuggire la bellezza racchiusa nei  54 minitessili: suggestive creazioni, che non superano mai i 20 cm,  microcosmi che rievocano la personale interpretazione degli artisti e del loro legame con l’energia primigenia della terra. Nei 54 minitessili selezionati sono presenti ben 22 nazioni e accanto all’Italia, si trovano Giappone e Germania, ma anche Cile, Argentina, Libano, Cina, oltre ai rappresentanti del vecchio continente.

Tra le 14 installazioni presenti in mostra vi è il delicato il ricordo di una delle voci interpreti  più delicate ed evocative dell’arte contemporanea italiana:  Maria Lai, tra le più celebrate protagoniste delle passate edizioni  che  Miniartextil vuole celebrare ad un anno dalla scomparsa. Storia universale (1982) con il planisfero  ricamato con filo dorato, colore già di per sé dalle infinite valenze simboliche,  quasi mistiche, su candida stoffa, che ci accoglie all’ingresso dell’esposizione, richiama con il suo intricato groviglio di fili gli innumerevoli legami tra le esistenze delle creature che popolano la terra, i continenti dai contorni sfilacciati aprono a nuovi sentieri, gettano ponti per costruire nuovi legami fra un umanità travolta e disorientata dal mito moderno della globalizzazione nel quale si deve ricodificare se stessi scongiurando il rischio di perdersi.

 Le forti suggestioni  alle quali siamo richiamati  nel corso della visita ci lasciano sospesi in una costante tensione tra cielo e terra che è mirabilmente rievocata nel meraviglioso giardino di Edicara, opera di  Alejandro Guzzetti, dal sapore arcaico e sognante, in cui il concetto di Gea sembra smaterializzarsi mirabilmente e l’artista ci appare sospeso tra cielo e terra, sospeso tra il più arcaico e materico dei quattro elementi e quello più informe ed evanescente della stessa consistenza, di quella che si è soliti attribuire alla reverie d’artista.

La delicatezza dell’istallazione di Junko Jimada, Mother, ci fa indugiare su ricordi di un’infanzia che non appartiene solo alla nostra personale storia, bensì quella dell’intero pianeta e che si riassume qui in quella che sembra ricordare un ‘ancestrale” culla  sospesa nella quale sono incastonate miriadi di bachi da seta cullati con la dolcezza di un vento primaverile un suono di culla che parla di origini perdute e al contempo preannuncia la nascita del nuovo, auspicio per una rinascita cosciente. E’ spontaneo riallacciarsi in quest’opera al particolare legame che ha caratterizzato sul nostro territorio le declinazioni della natura naturans: quello della produzione serica  comasca simbolo del vitale prezioso legame che le terre comasche hanno saputo intessere nei secoli.

I libri che compongono l’installazione di Maddalena Ambrosio appaiono irreparabilmente dimenticati abbandonati, ricoperti di polvere, destinati a non essere mai più aperti, simbolo di un sapere prodotto dall’uomo per poi essere abbandonato a se stesso. Eppure dalla stessa terra queste pagine dimenticate possono trarre nuova linfa trasformarsi in semi, pronti a sbocciare di nuovo ad arricchire il genere umano.

Il visitatore conserva con sè le forti suggestioni fin qui veicolate anche  di fronte all’opera – totem di Benny Posca, Der Gumminbaum, la cui corteccia è realizzata da frammenti di pneumatici e di materiali di scarto di uso industriale ma anche quotidiano; un’opera capace di seminare in noi il germe della riflessione su quanto resterà dell’uomo e del pianeta terra a seguito dei mutamenti ambientali e sociali in atto.

Anamorphose opera di Pascale Peyret, non meno vitale del sangue l’acqua che alimenta i rametti di tradescanzia, conosciuta in spagna come “Amor de hombre”  una scultura che pulsa e vive, omaggio alla pura forza creatrice di Gea che racchiude in sé una spettacolare anamorfosi che il visitatore potrà carpire solo addentrandosi tra la selva iridescente di questa scultura.

A Winter’s tale, è il titolo che l’artista, Mattia Vacca, ha assegnato alla sua opera allestita nel teatrino di Villa Olmo, grazie alla quale rievoca uno dei carnevali  più famosi e antichi delle nostre terre quello di Schignano. Qui il richiamo della terra si manifesta con tutta la liberatoria infrazione delle convenzioni del vivere quotidiano e di un abbandono alla pure espressione del proprio essere. E’ questa la magia che s’innesca, proprio come in una “favola d’inverno” celando, anche se per un giorno soltanto, la propria individualità dietro  una delle maschere lignee del carnevale di Schignano capaci di scacciare l’immobilismo della condizione umana.

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Elisa Larese

 

Intervista allo scrittore Massimiliano Colombo

fotoII Studio Tablinum: su Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata, si è scritto di tutto, erroneamente alle volte, non possiamo non pensare alla figura di Giuliano come alla figura di un imperatore che ha cercato di restituire, ad un impero ormai avviato verso il decadimento, quell’aura di magnificenza che lo aveva caratterizzato per i precedenti quattro secoli. L’idea di restituire dignità alle “lettere” e al “sapere”, lui amante degli aulici classici greci, sino ai pragmatici commentari di Giulio Cesare. Di restituire un orgoglio perduto ai suoi eserciti, dopo le vittorie di Augustodunum ad Argentoratus, sino all’acclamazione imperale a Lutezia Parisiorum, sempre con incalzate determinazione la stessa che lo aiutò nella sua fanciullezza a sopravvivere alle lotte di potere in seno alla sua famiglia, i costantinidi. Sino ad arrivare all’epilogo nella cittadina di Maranga, dopo essere stato vicino, con il suo esercito, a conquistare la capitale del regno Sasanide, Ctesifonte, a soli trentadue anni Flavio Claudio Giuliano Muore.

Nel tuo ultimo romanzo “Draco, l’ombra dell’imperatore” getti nuova luce sulla figura dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano, cosa ti ha spinto a scrivere sulle sue vicende?

Volevo scrivere una storia antica ma che avesse un ritmo incalzante di stampo moderno. Volevo scrivere del passato rendendo il lettore attento del fatto che quel passato, è ancora fortemente radicato in noi, che stiamo vivendo il risultato di decisioni prese più di millesettecento anni fa.

Non potevo quindi che scegliere Flavio Claudio Giuliano e il periodo in cui è vissuto. Un periodo di forti contrasti religiosi, di guerre contro nemici soverchianti e soprattutto di lotte intestine, di tradimenti, di spie, di assassinii decisi nelle stanze del potere. Un sistema che Giuliamo ha cercato di estirpare restandone invece vittima.

Il protagonista, Victor, è infatti una spia al soldo di Costanzo II, che avrà il compito di seguire come un’ ombra il giovane Claudio Flavio Giuliano che la Storia conoscerà come “L’Apostata”. Attraverso gli occhi di Victor il lettore potrà seguire da presso una tra le figure storiche più singolari, straordinarie e controverse che siano mai esistite.

Affiancato a Victor vi è Filopatròs, un greco, anch’egli una guardia del corpo di Flavio Giuliano e forse anch’egli una spia messa li a controllare le mosse di Victor.

Victor, Filopatròs e Giuliano, tre uomini che rappresentano altrettanti ideali politici e religiosi. Uno è senza fede, uno è cristiano ed uno pagano. Uniti come fratelli dall’amicizia, separati dalle proprie ideologie, a tal punto da far divenire laloro fede una sorta di mostro interiore con il quale, loro malgrado, si trovano a combattere.

Le descrizioni delle battaglie sono molto suggestive, sia per la minuzia dei particolari sia per l’attinenza storica, ha influito l’aver fatto parte di un corpo speciale come i paracadutisti?

Direi proprio di si. L’aver assaporato lo spirito di corpo della Folgore come comandante di squadra assaltatori mi ha permesso di trasmettere sensazioni che non avrei mai potuto descrivere se non avessi fatto quell’esperienza. Posso solo immaginare quanto possa essere amplificata questa sensazione di spirito di corpo, facendo parte di una legione che marciava giorno e notte e affrontava innumerevoli nemici in battaglia combattendo all’arma bianca.

 La sensazione che si a leggendo uno dei tuoi romanzi storici e quella di trovarcisi coinvolto in prima persona, ma come ti riesce questa alchimia?

Io ho proprio iniziato a scrivere perché in ciò che leggevo non riuscivo a sentire alcun coinvolgimento. Leggevo di battaglie, combattimenti feroci che duravano in eterno, uomini che continuano a lottare senza curarsi delle ferite e senza mai essere a corto di fiato.

Nessuno scriveva della tensione emotiva, della stanchezza, del freddo, di quello che in minima parte avevo provato io nelle pattuglie notturne sotto una gelida pioggia. Della sensazione di spossatezza che si impadronisce del corpo o della adrenalina che ti tiene in piedi. Della paura, della mancanza di fiato dopo uno sforzo estenuante. Questo mancava in ciò che leggevo e quindi forse chi li aveva scritti non li aveva mai provati. Reggere uno scudo, portare una corazza, sferrare un colpo, due, dieci, venti, quanto può combattere un soldato? Nella mia mente pochi istanti. Ecco, quegli istanti vanno saputi raccontare come se scorressero al rallentatore. Come se ogni battito del cuore fosse una lotta contro la morte. Ma la mia è solo immaginazione.

Su quale altro personaggio storico scriveresti? Nel mondo classico avresti l’imbarazzo della scelta.

Scriverei Draco ancora dieci volte, ma alla fine credo che sarei ripetitivo. Ho scritto di Sertorio, un libro appena finito e sto scrivendo di Publio Decio Mure, un libro appena iniziato. Un giorno o l’altro scriverò di Scipione, ma preferirei non sbilanciarmi troppo in previsioni, io ci metto molto a scrivere libri, mentre per farsi rubare un’idea ci vuole un secondo.

Quali progetti letterari hai per il futuro?

Come ho accennato ho appena concluso un romanzo su Quinto Sertorio. L’idea di scrivere un romanzo sulla sua campagna in Spagna era nel cassetto da prima che cominciassi a scrivere “Draco, l’ombra dell’imperatore”. Gli scenari e la forte personalità di questo generale, lo rendono una delle figure più controverse e discusse dalla storia di Roma. Sertorio è un Romano che combatte il sistema stesso che lo ha creato e lo fa inizialmente da uomo leale, forte, clemente, che supera in acume tattico e strategico tutti i generali che gli vengono inviati contro. Il logorio della lunga guerra e l’incompetenza dei suoi comandanti, lo rendono poi cinico e crudele, proprio come il destino che lo attende e che trasforma i suoi uomini di fiducia in assassini.

L’intramontabile Teodoro Mommsen, nella sua “Storia di Roma”, parla di lui come uno dei più grandi uomini, forse il più grande, che Roma abbia mai prodotto. Plutarco nelle sue “Vite Parallele”, lo dipinge con i tratti vividi di un uomo straordinario e magnanimo condannato da un destino crudele e ingiusto. Studiandolo e cercando di trasporlo in questo libro con la mia immaginazione, mi sono trovato davanti ad un personaggio geniale, coraggioso, ma anche scaltro e opportunista.

In quale modo ti sei accostato alla letteratura?

Il mio amore per la storia è innato. Io a otto anni ho chiesto a i miei genitori di portarmi a Roma a vedere il Colosseo e i Fori Imperiali. Ma l’amore per la scrittura è arrivato molto più tardi e la scintilla che ha innescato il tutto è stata una esposizione di figurini militari che ha cambiato la mia vita portandomi a scoprire, oltre alle attitudini per la pittura, un incredibile mondo di appassionati ed esperti di storia e uniformologia. Una passione che mi ha portato a partecipare a concorsi internazionali e collaborare con alcune riviste del settore italiane ed estere. Una passione che mi ha fatto riprendere in mano i libri di Storia. Una storia diversa da quella che mi propinavano a scuola, una storia scritta nella polvere dagli uomini come i miei nonni e i ragazzi di ogni tempo che hanno servito sotto le armi. Una passione che mi ha guidato dalle campagne napoleoniche ai confini della letteratura classica.

Li ho capito che esercitandomi, in qualche anno avrei potuto diventare un buon pittore di figurini storici, mentre per lo studio della storia, tutta la vita non sarebbe bastata.

 Hai un luogo particolare in cui coltivi la tua ispirazione letteraria?

Io quando scrivo voglio emozionare, toccare il cuore e a volte graffiarlo. È un lavoro che richiede concentrazione, ma è anche adrenalina della creazione e dell’immaginazione. È sforzo mentale e fisico, mi piacerebbe dire che è anche metodo, perché più si scrive e migliore è il risultato, proprio come un atleta che si allena per esprimersi al meglio, ma questo non è il mio caso.

Voglio sottolinearlo, io non sono quasi mai nelle condizioni ottimali per scrivere, i miei lavori non nascono nel mio studio, con una bella musica d’ambiente di sottofondo e il camino acceso e non scrivo nemmeno nei momenti in cui sono più lucido e riposato. Io scrivo con poche manciate di muniti rubate sui treni, nelle pause pranzo nei bar, sulle panchine del parco, nella stanchezza delle ore notturne rubate al sonno. Quello che ho scritto è ciò che ho potuto fare al meglio nelle condizioni in cui mi trovavo in quel momento. Scrivere per me è una battaglia.

La tua qualità letteraria è matura per l’estero? Cosa puoi dirci in merito?

Il prossimo anno esce il mio primo libro in Spagna per Ediciones B. Sono molto contento, ho fortemente voluto la pubblicazione dei miei lavori all’estero e la Spagna si è dimostrata sensibile. Eviterei l’argomento della qualità letteraria perché finirei con lo sparlare della qualità di alcuni libri esteri che leggiamo in Italia. Ma purtroppo il nostro è un paese di esterofili, basta un nome esotico per avere un fascino del tutto particolare, esattamente il contrario di ciò che invece succede nel mercato di lingua anglosassone. Loro giustamente favoriscono i loro scrittori.

Che futuro vedi per la letteratura nel nostro paese? Considerando i tagli al bilancio di questi ultimi anni.

Pessimo. Dall’uscita del mio primo romanzo nel 2010 il mondo dell’editoria è radicalmente cambiato, sembrano passati secoli e invece sono passati tre anni. Tre anni in cui c’è stato un crollo del settore. Fatta eccezione per qualche bestseller mondiale l’industria editoriale si regge con numeri da artigianato. Per sopperire a questa carenza di vendite si pubblicano un’enormità di titoli in modo di avere sempre in libreria delle novità da proporre e questo accorcia la vita di ciascun libro. Le librerie storiche delle città sono state soppiantate da quelle in franchising dei centri commerciali dove si è perso il rapporto con la clientela e dove quindi non si consiglia più un prodotto al lettore che si conosce. Internet poi ha aiutato parecchio a fare piazza pulita degli ultimi lettori. La gente passa più tempo sui social network che a leggere libri. Prendete un treno al mattino e guardatevi intorno, contate quelli che guardano il telefonino e quelli che leggono un libro.

Ma non è detto che un giorno le cose non possano cambiare.

Massimiliano Colombo

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Massimiliano Colombo, nato a Bergamo nel 1966, vive a Como dove da anni coltiva, con cura, dedizione ed entusiasmo, la sua innata passione per gli eserciti del passato. Nel 1988 serve nella Brigata Folgore – 2° Btg. Paracadutisti Tarquinia, un’esperienza di vita che ne tempra il carattere e rafforza la sua già grande ammirazione per chi, nelle mutevoli stagioni della storia, indossa un’uniforme.

Nel 1993 visita una mostra di figurini militari che lo introdurrà alla scoperta non solo della propria attitudine alla pittura, ma anche nello straordinario mondo di cultori ed esperti di storia. Partecipa a concorsi internazionali e collabora con alcune riviste del settore italiano ed estero. Dietro ogni realizzazione c’è un’appassionata ricerca storica che gli rivela, di volta in volta, nuovi mondi da esplorare.

Nel 2003 si imbatte in una specialistica versione del De Bello Gallico. Da quelle righe nasce uno slancio, una fervida ispirazione, un moto dell’animo che diviene sfida e al tempo stesso desiderio di fermare il tempo, desiderio di scrivere.

                                                                                                                                                                                                                                        Alessandro Cerioli

Un pezzo di storia lacustre

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Studio Tablinum: ieri mattina lo storico piroscafo PATRIA ha lasciato Colico diretto allo scalo di Cadenabbia, dove rimarrà ormeggiato per circa un mese.
Proseguono come di consueto le visite gratuite a bordo durante i weekend, durante le quali i visitatori potranno ammirare di persona l’ultimo piroscafo mezzo-salone dei laghi italiani (il gemello Concordia negli anni Settanta è stato dotato di una veranda a poppa), recentemente restaurato e riqualificato ad opera della Provincia di Como.
Domenica 10 novembre il PATRIA sarà aperto al pubblico dalle ore 10.00 alle ore 12.00 e dalle ore 14.00 alle ore 16.00: guide d’eccezione saranno Jacopo Memeo, Marcello Baldrati, Andrea Foglia e Alessandro Milesi, appassionati ed esperti di navigazione lariana, pronti a rispondere ad ogni vostra domanda e curiosità.
Jacopo Memeo