Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus 2018

locandina tributo storico LME - bassa

Tablinum: Sabato 30 Giugno e Domenica 1 Luglio 2018, si terrà l’annuale Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus. Durante questa edizione, si tratterà il periodo cesariano e la fondazione di Novum Comum (59 a.c.).

Grande spazio avrà la didattica con tante curiosità e ampio spazio per i più piccoli.

Di seguito la sceneggiatura del tributo storico:

Sabato 30 Giugno

inizio Attività:

  • Ore 10.00 – Sfilata e apertura del Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus

Commemorazione  e Invocazione agli Dei del Pontifex Maximvs                                      

  • Ore 11.00 – Rituale Religioso di apertura della manifestazione.

Rito romano: piccole offerte sacrificali, auspicium del fegato e auspicium degli uccelli.

  • Ore 12.30 – Pausa Pranzo: Cucina e Sapori nell’Antica Roma
  • Ore 14.00 – Didattica: Topografia, Architettura e Ingegneria nell’Antica Roma 
  • Ore 15.00 – Didattica: Religione, Numismatica, Alimentazione del popolo elvetico
  • Ore 16.00 – La Legge nell’Antica Roma: processo civile e processo penale
  • Ore 17.00 – Didattica: La Religione degli Helvetii
  • Ore 18.00 – Didattica: Religione, Medicina, Mosaico e Pittura nell’Antica Roma
  • Ore 18.00 – Didattica: Usi e costumi del popolo elvetico
  • Ore 19.00 – Conferenza: Cesare, Catullo e la Cisalpina – Marco Sartori
  • Ore 20.30 – Rituale: La vestizione di un legionario romano
  • Ore 21.00 – Fine delle attività da campo 

Domenica 1 Luglio

Inizio Attività:

  • Ore 10.00 – Sfilata e apertura del Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus Commemorazione e Invocazione agli Dei del Pontifex Maximvs                                  
  • Ore 11.00 – La Legge nell’Antica Roma: processo civile e processo penale
  • Ore 12.30 – Pausa Pranzo: Cucina e Sapori nell’Antica Roma
  • Ore 14.00 – Didattica: Armi e Tecniche di combattimento del popolo elvetico
  • Ore 14.00 – Didattica: Armi e Tecniche di Combattimento nell’Antica Roma
  • Ore 15.00 – Didattica: Usi e Costumi del popolo elvetico
  • Ore 15.00 – Didattica: Mosaico e Pittura nell’Antica Roma
  • Ore 16.00 – Didattica: La Religione degli Helvetii
  • Ore 17.00 – Scontro Militare fra Romani ed Helvetii – Bibracte
  • Ore 18.00 – Didattica: L’Amore nell’Antica Roma Preparazione al Matrimoni
  • Ore 18.30 – Rituale: Il Matrimonio nell’Antica Roma
  • Ore 19.00 – Fine delle attività da campo
  • Ore 19.00 – Conferenza: La Fondazione di Novum Comum – Alessandro Cerioli
  • Ore 21.00 – Fine delle Attività

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le Grandi Battaglie della Storia: Hiroshima

hiroshimaTablinum: cari lettori, questo mese non tratteremo una battaglia o un assedio ma scopriremo come il lancio di due sole bombe abbia cambiato il corso della Seconda Guerra Mondiale, e più in generale la storia della guerra. Con il lancio di due bombe atomiche ebbe inizio l’era atomica e conseguentemente il periodo storico comunemente conosciuto come: Guerra Fredda.

Ma scopriamo come si è arrivati a questo momento cruciale.

forze dell'asseDal 1943 le forze dell’Asse sono in crisi su tutto lo scacchiere bellico, ma lungi dall’essere piegate. L’Italia è uscita dal conflitto a settembre, ma nel nord del paese si è instaurata la Repubblica Sociale Italiana. Nello stesso anno, le forze militari congiunte anglo-americane sono sbarcate in Europa e l’Unione Sovietica è in grande ripresa dopo lo battaglia di Stalingrado mentre nel Pacifico, le sorti della guerra sono ormai segnate: fra il 1944 e il 1945 le forze anglo-americane procedono con la riconquista della Birmania, delle isole Gilbert, delle isole Filippine, e del Giappone che non riuscendo a fare fronte a tutte queste invasioni subisce pesanti bombardamenti anche sul proprio territorio.

iwo jimaL’offensiva americana procede faticosamente e le perdite subite a Iwo Jima e Okinawa preoccupano lo stato maggiore americano sui tempi di conclusione della guerra. Il Giappone, nonostante i bombardamenti subiti, è ancora ottimamente difeso, soprattutto nella parte centrale e conta su oltre 1.800.000 uomini in 26 divisioni e su un terreno che si presta bene alla guerriglia. La stima delle perdite di vite umane la conquista del Giappone, secondo il rapporto dettagliato del generale George Marshall, Capo di Stato Maggiore, oscilla tra i 500.000 e il 1.000.000 di caduti. Un numero davvero intollerabile se consideriamo che la conquista della Germania, e la conseguente caduta di Hitler, sono costati in confronto 200.000 caduti.

harry trumanLa situazione si muove in fretta e nel maggio 1945, un comitato presieduto dal Ministro della Difesa Henry L. Stimson, presenta un rapporto al neo presidente americano Henry Truman sull’ipotesi di ricorrere contro il Giappone a una nuova e potentissima arma: la bomba atomica.

La costruzione della potente arma è segretissima, tanto che anche gli alleati degli americani ne sono all’oscuro. Il progetto, chiamato in codice “Progetto Manhattan”, è coordinato dal generale Leslie R. Groves. Illustri fisici lavorano alacremente al progetto dal 1942 e sono Leo Szilard, Klaus Fuchs, Robert Oppenheimer, Edward Teller, Emilio Segre ed Enrico Fermi.

La volontà degli americani è quella di far cessare immediatamente il conflitto bellico nell’arcipelago giapponese, evitando così inutili perdite, ma soprattutto per evitare che anche l’Unione Sovietica dichiari guerra al Giappone da una posizione di vantaggio rispetto agli Stati Uniti.

potsdamLe diplomazie dei vari stati si mettono al lavoro per trovare una soluzione e il 26 luglio 1945 viene diffuso il proclama alleato di Potsdam che offre la resa allo stato nipponico, promettendo la restituzione dei prigionieri, il mantenimento delle industrie e infine un posto nel commercio internazionale. A fronte di questo, si impone al Giappone la perdita di tutte le conquista militari e la riduzione del territorio nazionale alle quattro isole maggiori, quelle dove sinora non sono avvenuti gli sbarchi americani.

Il 29 luglio 1945 il Giappone risponde al proclama con un comunicato stampa. Il termine usato è: “ignorare l’ultimatum” e viene inevitabilmente interpretato dagli Alleati come un secco rifiuto.

Si è giunti quindi al momento più critico e le diplomazie propongono l’utilizzo dei canali “non ufficiali” attraverso la neutrale Svizzera, ma gli Stati Uniti hanno investito una cifra colossale per il “Progetto Manhattan” e per lo Stato Maggiore dell’Esercito, questo rifiuto giapponese, è l’occasione giusta per testare la nuova arma.

Little_boyIntanto tra il 26 e il 29 luglio 1945 “Little Boy”, il nome dato alla prima bomba atomica, viene imbarcata sull’incrociatore Indianapolis nell’isola di Tin, nell’arcipelago delle Marianne. A questo punto si attende solo la decisione del Presidente degli Stati Uniti per imbarcarla sul bombardiere a lungo raggio B29. Il piano è quello di sganciare la bomba atomica su dei centri minori come Hiroshima, Kokura, Niigata o Nagasaki, risparmiando a Tokyo la totale distruzione del suo abitato.

Crew of the B-29 "Enola Gay"

L’ordine del Presidente Truman arriva il 5 agosto 1945 al 509° Gruppo da Bombardamento. Tre B29 decollano poco dopo la una del 6 agosto 1945, sono i bombardieri da ricognizione che scortano il bombardiere, soprannominato “Enola Gay” in onore della madre del comandante Paul Tibbets, che porta la bomba atomica. La missione è talmente segreta che solo il tenente-colonnello Paul Tibbets è a conoscenza del carico, il resto degli equipaggi dello stormo pensa che si tratti un bombardamento “convenzionale”.

Il tenente-colonnello riceve il bollettino meteo dal capitano di uno dei B29 in ricognizione; il cielo su Hiroshima  è senza nuvole e l’aria è limpida, condizione perfetta per il bombardamento. Solo quando l'”Enola Gay” si trova sopra Hiroshima Tibbets informa gli equipaggi che la bomba che stanno per essere sganciata è una bomba atomica.

hiroshima_bomba_atomica_giappone-2Preso atto di questo gli equipaggi eseguono gli ordini del Presidente Truman e alle ore 8.15 il maggiore Tom Ferebee esegue lo sgancio e l’esplosione ha luogo 45 secondi più tardi, quando l'”Enola Gay” è già a diversi chilometri di distanza. Ciò nonostante gli equipaggi dei B29 sono quasi accecati dal lampo che vedono attraverso gli occhiali speciali di cui tutti sono stati muniti, mentre dalla città colpita si eleva un’enorme colonna di fumo densissima di particelle solide, che prende presto la forma di un fungo.

piantina esplosioneA terra l’effetto è terribile: dove la bomba impatta, la temperatura raggiunge in una frazione di secondo i 5.000 gradi, in un’area di 1.500 metri di diametro. Niente se non cenere e pulviscolo viene ritrovato in questo spazio. Spostandosi dall’epicentro dell’esplosione, tutti gli edifici crollano al suolo o bruciano da cima a fondo. Non si possono soccorrere i feriti e gli ustionati gravissimi restando a morire in strada, a fine giornata si calcolano 100.000 morti, altri 40.000 morti si aggiungeranno entro la fine 1945.

La forza devastatrice della bomba atomica distrugge anche gli archivi anagrafici civili e militari, rendendo impossibile il conteggio preciso delle vittime. L’Imperatore Hirohito è costretto ad ammettere il colpo devastante e l’Unione Sovietica approfitta di questa devastazione che ha colpito il Giappone per invadere la Manciuria, precedentemente invasa dai nipponici e ribattezzata Manciukuò.

imperatore-hirohitoTuttavia l’Imperatore Hirohito, mal consigliato dal suo entourage, esita a segnalare immediatamente la volontà di resa agli Americani e questa esitazione costa un’altra tragedia altrettanto grave.

Il 9 agosto 1945 la città di Nagasaki viene scelta, per via delle buone condizioni meteorologiche, per lo sganciamento della seconda bomba atomica, denominata “Fat Man”, questa volta una bomba al plutonio.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’esplosione è talmente potente, diverse volte più di Hiroshima, che il bombardiere B29 viene parzialmente investito dall’onda d’urto dell’esplosione ed è costretto a un atterraggio d’emergenza nella base militare di Okinawa. I morti saranno 70.000, inclusi i membri dello stesso equipaggio del B29, contaminati pesantemente dalle radiazioni.

Una riunione tra le principali autorità di governo e i capi militari ha luogo nel palazzo imperiale di Tokyo a partire dalla mezzanotte tra il 9 e 10 agosto 1945 e per la prima volta nella storia è presente alla riunione anche l’Imperatore Hirohito. E’ quest’ultimo a far pendere l’ago della bilancia a favore della resa incondizionata, precedentemente proposta dagli Alleati. Non tutti sono d’accordo con la decisione dell’imperatore, alcuni vogliono delle condizioni migliori senza le quali preferirebbero continuare il conflitto a oltranza. Ma la decisione è stata presa e il 2 settembre 1945 una commissione giapponese sale sulla corazzata Americana Missouri, pacificamente entrata nel porto di Tokyo, e alle ore 9.25 firma la resa del Giappone, davanti ai rappresentanti dei principali stati Alleati. La Seconda Guerra Mondiale è finita.

blocchiL’arma atomica, utilizzata per sconfiggere il Giappone, modifica i rapporti di forza tra i vincitori a favore degli Stati Uniti  e i vincitori a favore dell’Unione Sovietica. Questa frapposizione in blocchi rende ancora più remota la possibilità di creare un ordine mondiale postbellico, che vada a scongiurare un altro conflitto mondiale, anzi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è iniziata la corsa agli armamenti.

De facto è come se da settant’anni a questa parte le guerre non siano mai cessate, ma addirittura moltiplicate, e non si sia mai avuta la sensazione di una pace mondiale, duratura nel tempo.

Alessandro Cerioli

Le Grandi Battaglie della Storia: Jutland

jutland schieramentiTablinum: cari lettori, questo mese tratteremo la battaglia navale dello Jutland, del 31 maggio 1916. Durante la prima guerra mondiale le velleità di vittoria tedesche si infransero contro la marina Britannica, in quella che fu la battaglia navale più importante del primo conflitto mondiale.

Scopriamo insieme come si giunse a questa grande battaglia.

Così come nel campo della guerra terrestre, lo sviluppo tecnologico aveva conferito fin troppe risorse alla difesa, con la conseguente stagnazione del conflitto in una guerra di trincea, così nella guerra per mare le immense flotte di grandi navi armate e corazzate dei due fronti opposti si ridussero rapidamente ad operazioni di blocco navale. La grande battaglia marittima, per la quale gli ammiragli si erano tanto preparati nei decenni precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale, non arrivava.

Nello scontro navale fra la Royal Navy e la Kriegsmarine solo lo sviluppo della guerra sottomarina sembrava poter ridare alla flotta di Berlino quel ruolo bellico che non riusciva a guadagnare. Anche per questo, nei primi due anni della Grande Guerra, la “Hochsee Flotte” (Flotta d’Alto Mare) tedesca rimaneva confinata nel porto di Wielhemshaven, mentre la “Grand Fleet” (Grande Flotta), squadra principale della marina inglese, era alla fonda a Scapa Flow e in altre basi vicine.

Admiral_ScheerL’ansia di Berlino di infrangere il blocco marittimo imposto da Londra si faceva sempre più forte.

Il momento arriva nel maggio 1916, la Hochsee Flotte lascia il porto di Wielhemshaven e avanza divisa in due scaglioni, un’avanguardia comandata dal viceammiraglio Franz Hipper, costituita da 5 incrociatori da battaglia, 5 incrociatori leggeri e 30 cacciatorpediniere. La squadra principale, comandata dall’ammiraglio Reinhard Scheer, è costituita invece da 22 corazzate, 6 incrociatori leggeri e 32 cacciatorpediniere.

200px-AdmiralSirJohnJellicoe1917I tedeschi, tramite messaggi criptati, avevano coordinato l’avanzata della propria flotta, ignari che gli inglesi quei messaggi li avevano decriptati e lo stesso giorno, con qualche ora d’anticipo, hanno fatto salpare la flotta da Scapa Flow e da Cromarti al comando dell’ammiraglio John R. Jellicoe, costituita da 18 corazzate, 12 incrociatori leggeri e 52 cacciatorpediniere. L’ammiraglio Jellicoe impartisce al viceammiraglio David Beatty l’ ordine di avanzare da Rosyth con uno scaglione composto da 10 corazzate, 11 incrociatori leggeri, 28 cacciatorpediniere e una nave portaidrovolanti. Anche il viceammiraglio Martyn Jerram riceve, nel frattempo, degli ordini precisi e sono quelli di ricongiungersi con il resto della flotta in alto mare, cercando di eludere il controllo tedesco.

Nw_beatty_01Il 31 maggio del 1916, alle ore 14.00 nello Skagerrak, al largo della Danimarca a circa 177 chilometri a ovest dello Jutland, si affrontano le pattuglie leggere delle due flotte. A circa due ore dallo scontro il vice-ammiraglio David Beatty azzarda e ordina di iniziare i cannonamenti contro la flotta tedesca del vice-ammiraglio Franz Hipper, gli inglesi contano in questo scontro 6 incrociatori e 4 corazzate, mentre i tedeschi, in inferiorità numerica, contano 5 corazzate. Le unità si cannoneggiano da 14 chilometri di distanza e ad avere la peggio, in questo primo scontro, sono le unità inglesi.

cacciatorpediniere tedescoLa squadra di Beatty è spinta in avanti dal moto della squadra del contrammiraglio Hugh Evan-Thomas e sono colte all’improvviso dal fuoco tedesco; l’incrociatore Lion è gravemente danneggiato mentre l’incrociatore Indefatigable si capovolge e affonda e l’incrociatore Queen Mary letteralmente esplode dopo essere stato colpito ripetutamente dai tedeschi. In questo primo scontro la supremazia tecnologica tedesca ha la meglio: i cannoni tedeschi sono molto più veloci e precisi mentre emerge l’inadeguatezza e la vulnerabilità degli incrociatori inglesi, che in questo scontro perdono 2.200 uomini.

cartina jutlandOra è il turno dei due ammiragli, l’inglese Jellicoe e del tedesco Scheer. Le due flotte avanzano l’una contro l’altra, ma per un banale errore di rotta incrociano a distanza. La formazione dell’ammiraglio Jellicoe si disponendosi su sei file, coprendo un raggio di 6,5 chilometri, cerca di portarsi in vantaggio sulla flotta tedesca mirando alle loro prue con un timido cannoneggiamento, ma l’ammiraglio Scheer intuisce la mossa e la previene invertendo la rotta alle ore 18.30, sottraendosi de facto allo scontro e inviando i suoi incrociatori e cacciatorpediniere a coprire la ritirata strategica.

corazzata tedescaDopo questo primo scontro, la flotta dell’ammiraglio Scheer lamenta danni a qualche grande unità, seppur non rilevanti; altra situazione è quella in cui versa la flotta dell’ammiraglio Jellicoe che conta la perdita della corazzata Warspite, la più potente unità schierata nella prima Guerra Mondiale, colpita duramente dal fuoco tedesco. Durante il primo scontro, simultaneamente, il vice-ammiraglio Hipper perde l’incrociatore leggero Wiesbaden ma riesce ad affondare ben tre navi nemiche: l’incrociatore da battaglia Invincible, con a bordo l’ammiraglio Horace L.A. Hood che perde la vita; l’incrociatore corazzato Defence, che gravemente danneggiato si sottrae allo scontro; l’incrociatore Warrior che colpito gravemente affonderà il giorno dopo. Nello stesso scontro la corazzata Marlborough viene colpita da un siluro a prua e il fuoco propagatosi per poco non ne causa l’ esplosione.

180px-Bundesarchiv_Bild_183-R10687,_Vizeadmiral_Hipper_mit_Stab_croppedVisto il bilancio dello scontro, del tutto favorevole, l’ammiraglio tedesco Reinhard Scheer abbandona il teatro della battaglia alle ore 19.20, lasciando nello zona dello scontro solo i cacciatorpediniere, che si batteranno anche nella notte del 1 giugno, sino alle ore 02.00. Nella confusione notturna della battaglia, gli inglesi tentano un’ultima controffensiva alla flotta tedesca affondando con una silurante la corazzata Pommern, ma l’ammiraglio Scheer non torna sulla sua decisione e ordina il rientro alla base di tutta la flotta.

Durante l’ultima fase della battaglia navale dello Jutland la situazione è davvero singolare: in primo luogo non abbiamo un vincitore certo poiché stando ai numeri degli affondamenti e alle perdite arrecate alla flotta nemica certamente sono i tedeschi a risultare vincitori ma, nonostante le perdite subite, la potenza navale inglese rimane quasi del tutto intatta.

cacciatorpediniere ingleseIl secondo luogo, l’indecisione da parte di Scheer prima e di Jellicoe dopo nello sferrare il colpo di grazia alla flotta nemica risulta paradossale: il tedesco avrebbe potuto chiudere i conti con la flotta inglese alle ore 19.30, quando gli affondamenti si erano fatti molteplici e gli inglesi erano in seria difficoltà; dal canto suo l’ammiraglio inglese, dopo aver decriptato i segnali tra le due formazioni tedesche in dispiegamento, decide di non attaccare la flotta tedesca in inferiorità numerica e di ripiegare verso nord, perdendo l’occasione di distruggere la flotta nemica.

Possiamo dire che il nulla di fatto tattico dello Jutland ha implicato la sconfitta strategica delle mire tedesche e la vittoria sulla carta della marina di sua Maestà che, nonostante avesse condotto della battaglie navali tutt’altro che brillanti nel corso dell’intero conflitto bellico, riuscì vittoriosa grazie al continuo temporeggiare. Come per le battaglie terrestri, anche le battaglie navali, durante il Primo conflitto bellico, si rivelarono battaglie statiche, che portarono a degli esiti solo grazie al “nulla di fatto”.

Il prossimo mese di dicembre tratteremo la fine del secondo conflitto mondiale. A Hiroshima, con il solo lancio di una bomba atomica, non solo si pose fine al conflitto mondiale, ma si diede inizio a una nuova era: l’era della minaccia atomica.

Alessandro Cerioli

Le Grandi Battaglie della Storia: Waterloo

Tablinum: cari lettori, questo mese tratteremo la battaglia di Waterloo, dove la grande avventura napoleonica si concluse. I reparti comandati dal Grande Corso non erano più la “Grande Armée” di un tempo e gli alleati ebbero la meglio. L’impero francese infine si arrese alle forze alleate e Napoleone Bonaparte si avviò verso l’ultimo esilio nell’isola di Sant’Elena.

Scopriamo insieme come si giunse a questa grande battaglia.

Bouchot_-_Napoléon_signe_son_abdication_à_Fontainebleau_4_avril_1814A seguito del trattato di Fontainebleau del 13 aprile 1814, l’ormai deposto imperatore Napoleone, dopo le pesanti sconfitte subite da parte delle truppe delle potenze alleate d’Austria, di Russia e di Prussia con la campagna dei sei giorni culminata nella capitolazione di Lipsia e l’occupazione della capitale francese, fu costretto a un umiliante esilio nel principato dell’Isola d’Elba.

Anche sulla piccola Isola d’Elba le voci che parlavano di un crescente malcontento francese nei confronti del regime monarchico subito restaurato dai suoi oppositori si fecero sempre più insistenti e raggiunsero anche l’esiliato Napoleone Bonaparte. Non dimentichiamo che solo ventisei anni prima la rivoluzione francese aveva per sempre cambiato la percezione politica francese rendendo ormai impossibile adattarsi ai dettami dell’Ancienne Regime. Napoleone poteva ben immaginare quale miccia fosse pronta ad essere innescata dal malcontento dei suoi ex sudditi e decise di tentare la riconquista del solio imperiale: subito organizzò un corpo di spedizione con poco più di un migliaio di uomini e pochi cannoni determinato a rientrare in patria e riprendersi tutto ciò aveva perduto.

napoleone a waterlooRaggiunta la Francia meridionale prima che la notizia della sua “evasione” diventasse di dominio pubblico, Napoleone, per non dare nell’occhio, con il corpo di spedizione prese le strade più impervie e poco frequentate. Nonostante i tentativi di raggiungere la capitale in incognito non poté contrastare i tributi che i francesi incontrati sulla via riversarono al redivivo imperatore e che ben preso vanificarono ogni tentativo di occultamento della propria identità: addirittura le forze dell’esercito monarchico francese disertarono per schierarsi fra le sue fila. Dopo un mese circa di marcia, Napoleone era di nuovo insediato a Parigi da Imperatore per riconquistare il suo impero. La sua prima mossa fu quella di ripristinare l’esercito e lo fece reclutando 200.000 uomini, un piccolo esercito ma armato di tutto punto. In quel momento ebbe inizio il “governo dei 100 giorni”; tuttavia la risposta alleata non si fece attendere e il 25 marzo 1815 si forma la Settima Coalizione Antinapoleonica.

Napoleone a quel punto aveva delle esigenze di carattere strategico: doveva necessariamente colpire i nemici più vicini, quindi orientò le sue forze contro i Prussiani, gli Inglesi e gli Olandesi dislocati a ridosso dei confini nordorientali della Francia.

Grand-ManoeuvreGli effettivi a disposizione di Bonaparte erano circa 235.000 e il suo piano strategico consisteva quello di attaccare e invadere il Belgio per annientare gli eserciti degli alleati antifrancesi: nella fattispecie i Prussiani del Maresciallo Gebhard Leberecht von Blucher e gli inglesi di Arthur Wellesley Duca di Wellington.

Napoleone agì in fretta adottando la sua tattica già consolidata di attaccare prima una parte dello schieramento nemico e poi occuparsi del resto, avendo così un numero maggiore di bocche da fuoco e fanteria concentrate contro pochi battaglioni nemici. In quel frangente, le forze alleate si trovavano molto distanti le une dalle altre e questo inizialmente giocò a favore di Napoleone.

History enthusiasts, dressed as members of the French and British Army, fight during a re-enactment of Napoleon's famous battle of Waterloo in Braine-l'Alleud June 21, 2009. Brandishing guns and bayonets near Waterloo, just south of Brussels, some 1,200 men from 12 countries gathered on Sunday to re-enact the 1815 battle that ended Napoleon's imperial dream. REUTERS/Thierry Roge (BELGIUM SOCIETY IMAGES OF THE DAY) - RTR24VOBIl confine belga venne superato nella notte del 15 giugno 1815 e senza grandi sofferenze il Maresciallo napoleonico Michel Ney conquistò Charleroi e solo per eccesso di prudenza in poche ore non conquistò anche l’importante quadrivio di Quatre Bras. Questa occasione perduta si dimostrò un grande perdita di tempo e conseguentemente, questo ritardo si dimostrò fatale all’esercito francese.

Blücher_(nach_Gebauer)Il 16 giugno Napoleone decise di muovere contro i Prussiani. Il piano era semplice e letale: accerchiarli e distruggerli attaccandoli da due fronti; il Maresciallo Ney avrebbe dovuto, dopo la conquista di Quatre Bras, dirigersi a sud verso Ligny per aggredire il fianco e la retroguardia del Maresciallo Blucher, mentre Napoleone, con il Maresciallo Emanuel Grouchy, avrebbe attaccato il nemico Prussiano frontalmente.

Ma qualcosa non andò per il verso giusto. La comunicazione tra i reparti, punto di forza dell’esercito francese, mostrò gravi mancanze, che avrebbero avuto gravi ripercussioni anche a Waterloo.

L’attacco a Ligny si concluse a favore delle forze napoleoniche ma senza nessun tipo di coordinamento tra i reparti fu una vittoria molto sofferta e de facto fu l’ultima vittoria napoleonica. I Prussiani vennero sconfitti dopo una combattimento durato tutta la notte e solo l’intervento della guardia napoleonica fece capitolare i prussiani.

Dopo la battaglia di Ligny, Napoleone ancora all’oscuro della mancata conquista di Quatre Bras, perse tempo prezioso la mattina del 17 giungo, in attesa di una staffetta che gli comunicasse la conquista di Quatre Bras. Quando venne a conoscenza della mancanza di coordinamento, si reca personalmente a Quatre Bras e ordinò a Ney un ultimo e vano assalto, le forze Prussiani resistettero e fecero guadagnare agli alleati un grande vantaggio tattico. Tale vantaggio si rivelò provvidenziale per Wellington, che alle prime luci dell’alba iniziò a ritirarsi sul crinale di Mont St. Jean, a circa venti chilometri più a nord di Ligny. Intanto anche parte dell’esercito Prussiano arretrarono a nord verso Wavre, in modo di ricongiungersi agli inglesi.

prussiani all'azioneNapoleone per non perdere altro tempo e terreno, ordinò al Maresciallo Grouchy di inseguire gli alleati con 33.000 uomini, mentre inviò provvide ad inviare la Guardia Napoleonica a Quatre Bras per cercare di conquistarla definitivamente. Purtroppo, a segnare il destino di Napoleone fu una concomitanza di errori strategici: la sfumata conquista di Quatre Bras la sera del 16 giugno, la mancanza di comunicazione fra i reparti giocarono un ruolo importante nell’economia della guerra e non a favore di Napoleone. Infatti la conquista e il ricongiungimento dell’esercito napoleonico arrivò troppo tardi, a quel punto Wellington era irraggiungibile.

La mattina del 18 giungo, anche l’aspetto del tempo giocò a sfavore dell’imperatore. Infatti dovette aspettare che il sole asciugasse il terreno di battaglia per poter mettere in grado la cavalleria di caricare agevolmente e per consentire all’artiglieria di sparare con la micidiale tecnica dei rimbalzi sul terreno duro, così da aumentare la gittata e le conseguente capacità distruttiva.

A causare la rovinosa sconfitta del fronte napoleonico fu la risposta tardiva a una richiesta di ordini di Grouchy, che tentò di comunicare a Napoleone l’importanza di mantenere la posizione a Wavre, in attesa del transito delle truppe Prussiane sconfitte, onde evitare il ricongiungimento con le truppe inglesi.

ricostruzione strategica waterlooIl piano di battaglia napoleonico prevedeva l’attacco da parte del Maresciallo Ney a Mont Saint – Jean alle ore 13.00 per poi attestarsi in attesa dei prussiani. L’attacco iniziò con una gran salva di 84 cannoni verso il centro dello schieramento inglese; Wellington, che aveva avuto modo di prepararsi dalla giornata precedente, fece occultare la propria artiglieria nei fossi, dietro gli alberi e nel grano non falciato, in modo che l’attacco d’artiglieria francese non arrecasse molti danni allo schieramento inglese.

Qualche ora prima il fratello di Napoleone, Girolamo Bonaparte, per spezzare gli indugi tentò una sortita, con un solo reparto, contro il castello Hougoumont ben protetto dagli inglesi. La mossa si rivelò disastrosa, a tal punto che una parte del contingente pronto allo scontro su Mont Saint – Jean fu inviato in soccorso di Girolamo Bonaparte e del suo reparto, che subì perdite ingenti.

reparti scozzesiIn una situazione di totale incertezza, i francesi iniziarono la “terribile” scalata a Mont Siant – Jean. Subito, le artiglierie francesi iniziarono a bersagliare il nemico, insieme ai fucilieri, per indebolire le linee nemiche. Le quattro divisioni impiegate sottostavano agli ordini del Maresciallo Jean Baptiste Drouet d’Erlon, anche in questo caso, ottenendo un ben scarso risultato: non solo provocarono perdite marginali nello schieramento inglese ma vennero addirittura massacrate dall’artiglieria inglese per via del loro schieramento compatto. Questa incursione francese lasciò sul campo 3.000 prigionieri e vennero incalzate dalle truppe scelte scozzesi sino alle proprie batterie d’artiglieria e solo il pronto intervento della cavalleria imperiale francese ne impedì la totale disfatta.

immagini della battaglia finaleDopo lo shock iniziale, il Maresciallo Ney cercò di ricompattare le fila e, dopo una breve tregua, molto probabilmente mal interpretando le intenzioni inglesi, pensò in una ritirata strategica quando invece si trattava solo di un riposizionamento, lanciando alla carica 10.000 cavalieri che si trovarono investiti dal fuoco dell’artiglieria inglese mentre le loro cavalcature affondavano nel pantano causato dalle piogge torrenziali dei giorni precedenti. Preso dalla disperazione e ignorando i principi elementari della tattica, Ney ordina un’altra carica di cavalleria, ancora priva del sostegno della fanteria: i reparti francesi si dissanguarono senza conseguire nessun obbiettivo rilevante. Il Maresciallo Ney impiego almeno un’ora prima di risolversi e utilizzare la fanteria ma a quel punto, il generale Wellington ebbe tutto il tempo per riorganizzare le proprie fila. La risposta della fanteria inglese fu formidabile: in un quarto d’ora persero la vita più di 1.500 francesi. Il disastro francese era infine compiuto.

Ma la sorpresa per Napoleone, giunse dai reparti prussiani che passarono all’esterno dell’area controllata da Grouchy e, in balia all’orgoglio e alla disperazione, attaccarono le postazioni francesi caricando inaspettatamente l’ala destra francese, obbligandola a ripiegare verso il centro; Napoleone dovette dar fondo alla propria riserva e inviare tutta la cavalleria disponibile per far fronte a questo attacco, che andò a sommarsi alle già gravi perdite subite dagli attacchi ordinati da Ney. Napoleone riuscì a salvare la situazione conquistando il castello fortificato di Hougoumont e a sterminare le unità della legione tedesca che lo difendevano, gettando nello scompiglio i prussiani che desistettero dall’attaccare i francesi per potersi riorganizzare.

wellingtonCon l’ormai prossimo ricongiungimento dei Prussiani agli Inglesi, la situazione per i Francesi si fece tanto critica che sarebbe servito uno scontro decisivo e repentino per poter piegare definitivamente gli anglo-prussiani. Napoleone cercò di riorganizzarsi e cercò di motivare le proprie truppe sbandierando la conquista, sofferta, di Hougoumont, ma la realtà era ben diversa: ai Francesi per vincere sarebbero servite forze fresche, che non avevano a disposizione. Quindi, Napoleone pensò strategicamente: un nemico alla volta. Lanciò nella mischia 11 battaglioni contro i Prussiani i quali, colti di sorpresa, arretrarono subendo diverse perdite tuttavia, il grosso delle truppe del Maresciallo Blucher ebbero il modo di ricongiungersi con le forze di Wellington, è fu contro questo schieramento congiunto che Napoleone sferrò l’ultimo e ormai disperato, attacco impiegando le sue truppe migliori: i celebri reparti della guardia imperiale.

Wellington era un generale con molta esperienza che poteva vantare un’approfondita conoscenza delle strategie di battaglia di Napoleone tanto da sapere sin troppo bene che l’intervento della guardia sarebbe giunto per chiudere lo scontro e quindi, poté prepararsi ad “accoglierla” nel migliore dei modi.

rievocazione storica waterloo-inglesiForte della conquista di Hougoumont, Napoleone fece avanzare la guardia al centro, oltre il castello, e improvvisamente venne attaccata da 1.500 fanti inglesi nascostosi nelle vicinanze; per la prima volta nella sua storia la guardia imperiale non riuscì a frenare l’impeto dei nemici e ne fu travolta. Il mito della sua invincibilità si infranse contro il muro delle baionette inglesi. Tale fu lo shock che le forze napoleoniche sbandarono e ruppero i ranghi: era la disfatta definitiva.

Solo due battaglioni di granatieri della vecchia guardia rimasero al loro posto per proteggere il generale Bonaparte. Furono proprio quegli uomini che fecero abbandonare il campo di battaglia a Napoleone.

La vittoria di Wellington fu totale, anche se non dobbiamo dimenticare il determinante supporto dell’esercito Prussiano.

napoleone ultimo esilioEd ecco che il nemico francese era ormai debellato e l’Europa poteva tornare nelle mani delle secolari monarchie europee, cercando di dimenticare la stagione in cui l’aquila francese volava alta nei cieli d’Europa.

Napoleone dovette rientrare a Parigi da sconfitto: un generale che aveva vinto praticamente tutte le battaglie per poi, alla fine, perdere quella decisiva.

Fu così che Napoleone si apprestò ad abdicare per l’ultima volta e consegnarsi al suo estremo esilio, questa volta nell’Isola di Sant’Elena, dove trovò la morte il 5 maggio del 1821.

Il prossimo mese di novembre tratteremo la battaglia navale dello Jutland, dove la marina britannica venne messa a dura prova dalla marina tedesca, in quella che fu la più grande battaglia navale della prima guerra mondiale. Seppure con gravi perdite da ambo le parti, il nulla di fatto tattico implicò la sconfitta strategica delle mire tedesche.

Alessandro Cerioli

 

 

 

Le Grandi Battaglie della Storia: l’assedio di Vienna

sobieskiTablinum: cari lettori, questo mese tratteremo l’assedio di Vienna. Il 7 luglio 1683 i turchi del Gran Vizir Kara Mustafà sono ai piedi delle mura di Vienna, ultimo baluardo dell’Europa cristiana. La città è martellata dalle artiglierie turche e sembra a un passo dalla capitolazione, ma il 12 settembre l’assedio è spezzato dai rinforzi al comando del re di Polonia Giovanni III Sobieski . Espugnare una città con l’assedio, come abbiamo avuto modo di scoprirlo nei precedenti articoli, è cosa non facile e in questo epocale scontro sarà la cavalleria a incalzare i turchi in ritirata.

Ma come si è arrivati a questo decisivo assedio?

impero ottomanoNella seconda metà del seicento l’impero ottomano, benché in decadenza, dominava sulla penisola balcanica, approfittando dei conflitti tra le principali potenze occidentali. Il nuovo Grand Vizir dei turchi Kara Mustafà, personaggio molto ambizioso, considerò questo un momento favorevole per intraprendere un’offensiva contro Russia, Polonia e Venezia.

Circa qurant’anni prima, durante la quarta guerra austro-turca, nel 1664, le truppe imperiali guidate dal generale italiano Raimondo Montecuccoli respinsero i turchi sul fiume Raab, dopo che gli stessi occuparono la Transilvania, facendola divenire una provincia dell’impero ottomano, con il chiaro intento di puntare su Vienna. Ma Kara Mustafà, in barba al trattato di Eisenburg, ha dato nuovo corso alle ostilità.

L’invasione ha inizio il 31 marzo 1683 ad Adrianopoli, da cui partono 160.000 uomini, di cui 70.000 composti da truppe alleate ungheresi. Gli obbiettivi, molteplici e molto ambiziosi, sono Vienna, Praga, la Renania e addirittura Roma.

carlo di lorenaAllarmata, l’Austria trova nel re di Polonia Giovanni III Sobieski un preziosissimo alleato, in tutta fretta si riescono a reclutare 24.000 soldati al comando del Duca Carlo di Lorena. A quel punto, vista l’insufficienza di truppe il Duca di Lorena divide in due le forze militari e decide di lasciare una guarnigione di 10.000 soldati entro le mura di Vienna, pronte a sostenere l’assedio, e di mandare i restanti 14.000 soldati contro le truppe ungheresi, alleate degli ottomani.

L’enorme esercito turco arriva sotto le mura di Vienna, praticamente senza trovare nessuna resistenza sulla propria strada, il 7 luglio. Avvisato dell’imminente arrivo, l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo decide di abbandonare la capitale austriaca, affidando il comando della piazzaforte al Conte Rudigher von Starenberg, che inizia la sua personale battaglia di resistenza che lo vedrà vincitore su Kara Mustafà. I turchi si accampano intorno alle mura della città partire dal 14 luglio; ci vorranno sette giorni per far giungere l’enorme esercito sul teatro della battaglia. I giannizzeri, le truppe d’élite turche, si collocano nei ponti meglio difesi delle mura, mentre le altre truppe turche, africane e asiatiche, presso il Laaerberg, in modo da poter controllare la parte centrale della città.

leopoldo I asburgoFortunatamente per la città di Vienna l’ingegnere capo tedesco, esperto di fortificazioni, Georg Rimpler, aveva lavorato al rinforzo delle mura già all’inizio del 1683, su ordine dell’imperatore Leopoldo I che aveva già presentito la minaccia turca. Il tratto rinforzato, la parte meridionale e sud-occidentale delle mura, resse bene al fuoco d’artiglieria. Tuttavia furono messe a rischio dalle mine ideate dagli ingegneri turchi.

I bombardamenti dei turchi inizia subito, ma non sembrano sortire l’effetto sperato, anche per via del piccolo calibro dei cannoni. Il fuoco turco si concentra fra i bastioni Burg e Lowel e tra il 2 e il 3 settembre cede il rivellino del Burg.

strategia d'assedioLa situazione volge al peggio per gli assediati il 9 settembre, quando le forze turche demoliscono il saliente e un lato del Lowel, ma la resistenza degli austriaci dura ben tre giorni finchè, fortunatamente per loro, giungono finalmente in soccorso le truppe polacche guidate da Giovanni III Sobieski. Il re polacco non aveva esitato nell’attesa del contingente lituano e alla metà di agosto, tempestivamente, si era avviato alla testa del corpo di spedizione. Il contingente polacco giunto in soccorso degli assediati viennesi vanta 18.000 soldati, fra cui 3.330 ussari, corpo d’élite della cavalleria di Sobieski.

Kara_Mustafa_PashaAnche Carlo di Lorena si guadagna il proprio momento di gloria: prima sconfigge gli ungheresi a Pressburg poi, tornando verso Vienna per dar manforte al Conte von Starenberg, occupa un ponte sul Danubio e con la sua cavalleria corazzata respinge ben 15.000 turchi, uccidendone 1.000. Il Gran Vizir Kara Mustafà, venuto a sapere di questa disfatta, ed esasperato dalla lentezza dell’assedio, ormai messo alle strette, impartisce l’ordine di intensificare il lavoro di trincea e creazione di mine. I viennesi si difendono con 310 pezzi d’artiglieri e con delle sortite improvvise oltre le mura, in una delle quali perdono la vita 30 corazzieri.

Gli assalti dei turchi si moltiplicano giorno dopo giorno e le risorse materiale all’interno della città iniziarono a scarseggiare. Ma la notizia che gli assediati stanno attendendo giunge finalmente agli assediati: Carlo di Lorena è riuscito ad attraversare il Danubio con 46.000 uomini tra austriaci, tedeschi, polacchi, svedesi e veneziani. I turchi in tutta risposta mandano contro il Duca di Lorena il Khan di Crimea, ma questi giungono tardi, i rinforzi passarono ancora il Danubio in direzione di Vienna. Il 9 settembre, quando i turchi finalmente fanno breccia nelle mura di Vienna, le truppe di rinforzo di Carlo di Lorena si accampano in un convento, nei pressi di Vienna, e il 12 settembre si presentano al nemico ingaggiando battaglia. A quel punto i turchi sono presi in una morsa, le truppe del Duca di Lorena e tutti gli alleati imperiali alle spalle e le mura di Vienna di fronte. Il Grand Vizir è obbligato a dare battaglia.

ussari-battaglia-di-viennaLo schieramento degli imperiali vede i polacchi di re Sobieski sul fianco destro, gli alleati tedeschi sul fianco sinistro, gli austriaci nel corpo centrale. Fu Carlo di Lorena ad attaccare per primo, espugnando il borgo di Nussdorf; seguono il Duca di Lorena tre squadroni veneziani di corazzieri, che sgominano gli spahis, i cavalleggeri turchi, colti completamente impreparati durante questa seconda offensiva. L’esercito turco sbanda improvvisamente nel vedersi venire contro gli ussari alati polacchi, guidati da Giovanni III Sobieski, travolta l’ala destra turca il re polacco penetra nel grosso dell’armata truca, seguito dalla fanteria. E’ una carneficina, Kara Mustafà ordina un’improbabile ritirata che mette a repentaglio la quasi totalità dell’esercito turco; l’enorme accampamento viene abbandonato di tutta furia, con tutto il vettovagliamento e gli oggetti personali del gran Vizir, e si ritirano disordinatamente verso Belgrado prima del tramonto, incalzati dai cavalieri ussari alati polacchi

MemhetDopo questa disfatta inaspettata le truppe del Sultano non oseranno mai spingersi sotto le mura della capitale asburgica. Il Gran Vizir Kara Mustafà paga con la vita i suoi errori strategici. Il 25 dicembre è fatto strangolare per ordine del Sultano Mehmed IV.

Questa battaglia rappresentò la svolta a favore degli europei durante le decennali guerre austro-turche. Infatti la potenza turca, dopo questa sconfitta, arrestò definitivamente la sua spinta espansionistica e, a distanza di qualche decennio, la perdita dei territori balcanici. Mentre gli austriaci si spinsero ad occupare l’Ungheria e la Transilvania. Nel 1699 le due potenze firmarono un trattato di non belligeranza, il trattato di Karlowitz.

Il prossimo mese di ottobre tratteremo la famosa battaglia di Waterloo, nel suo bicentenario. L’ultima grande battaglia di Napoleone Bonaparte, prima di avviarsi al suo estremo esilio.

Alessandro Cerioli

Le Grandi Battaglie della Storia: Lepanto

don giovanniTablinum: cari lettori questo mese tratteremo la battaglia di navale di Lepanto. Ancora ai nostri giorni è ricordata come una delle battaglie cruciali della storia moderna, per l’assetto dei delicati equilibri fra occidente e oriente, dato che la posta in gioco fu senza dubbio altissima: il controllo del Mediterraneo.

Ma quale fu il climax di eventi che andò a culminare in questo scontro epocale?

Selim_IIDopo la presa di Costantinopoli nel 1453, l’impero turco aveva conosciuto per oltre un secolo un’ inarrestabile espansione coronata da vittorie incontrastate, sia via mare che via terra; a farne le spese erano stati gli stati europei e cristiani spesso svantaggiati, nel concertare la propria offensiva, da un letale disaccordo.

A rendere quasi invincibile il vastissimo impero ottomano era inoltre, la sua potente flotta regolare a cui dava un decisivo appoggio la flottiglia corsara.

Nel 1570 il tentativo caldeggiato da Papa Pio V di formare un’alleanza navale tra le principali potenze che si affacciavano sul Mediterraneo andò vanificato dalle continue discordie intestine delle potenze occidentali e a farne le spese fu l’isola di Cipro: partita dalla capitolazione della capitale insulare Nicosia, la parabola della conquista ottomana dell’isola di Cipro ebbe il suo capitolo più duro presso Famagosta, centro di controllo veneziano situato nella parte orientale dell’isola, che subì lo spietato assedio e il saccheggio delle forze turche che infine la conquistarono ribattezzandola Gazimagusa. La città rimarrà sotto dominio turco sino al 1878 quando l’impero britannico riuscirà a strapparla per un secolo (1878-1974) alle forze turche.

giovanni d'austriaIl clima generale che prelude allo scoppio della battaglia di Lepanto fu quello di una lotta generalizzata per il definivo controllo del Mediterraneo. Anche se tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche non subirono mai una vera e propria battuta d’arresto, nemmeno nelle fasi più acute della crisi, il crescente espansionismo Ottomano non poté non allarmare sempre più i governi dell’occidente mediterraneo e spingerli all’aperta offensiva. L’espansionismo crescente degli Ottomani minacciava non solo i possedimenti veneziani, come Cipro, ma gli interessi del Regno di Spagna i cui galeoni erano esposti a una costante minaccia a causa delle incursioni corsare. Consapevole di questa tensione crescente, Pio V ritenne che finalmente il momento fosse propizio per impegnarsi a coalizzare in una solo le troppo divise forze della cristianità; fu così che ricorse all’appello alla Crociata per poter concentrare gli sforzi degli stati occidentali contro l’Impero Ottomano. Il recente disastro veneziano a Cipro e la conseguente cacciata dall’isola, contribuirono a far si che nel 1571, superate le discordie e le esitazioni, fosse sottoscritta la Lega Santa formata da: Spagna, Venezia, Genova, Malta, il Ducato di Savoia, il Ducato di Urbino, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio

schieramento lepantoL’alleanza poteva fare affidamento sulle duecentododici navi da guerra, per lo più a remi, agili e veloci grazie al fondo piatto che consentiva la navigazione anche in bassi fondali. Le flotte alleate si diedero appuntamento a Messina dove, sotto il comando del figlio naturale di Carlo V, Don Giovanni d’ Austria progettò di sorprendere le forze ottomane di stanza a Lepanto.

La flotta ottomana superava quella degli alleati in numero di navi, trecentoquarantaquattro, ma era ad essa inferiore per numero di artiglierie: i combattenti imbarcati, ad esclusione dei giannizzeri, erano dotati dei del solo archi per il tiro a distanza.

Kilic_Ali_PashaEntrambi i comandanti erano ormai pronti alla battaglia, quello turco, Müezzinzade Alì Pascià, ne aveva ricevuto l’ordine esplicito dal sultano informato dalle proprie spie dell’arrivo delle flotte della lega a Lepanto. La flotta ai comandi di Don Giovanni d’Austria raggiunse Lepanto domenica 7 ottobre 1571, data che entrerà nella storia.

La flotta ottomana di Alì Pascià si fece trovare schierata nella sua tradizionale formazione a mezzaluna concava che avrebbe consentito manovrata opportunamente, di avvolgere ai fianchi la flotta nemica.

strategiaStava per avere inizio la battaglia e le prue, dove le galere concentravano i loro cannoni, erano già puntate a ovest pronte all’offensiva verso le forze comandate da Don Giovanni d’Austria. Alì pascià si trovava al centro con circa novantatre unità mentre l’ala destra era difesa dalle sessantadue galere del temutissimo corsaro Mehmet Suluk, soprannominato “Scirocco” dai marinai cristiani che avevano avuto la sventura di incrociarlo mentre l’ala sinistra, composta da novantatre navi era agli ordini di dell’ex cristiano e ferocissimo corsaro Uluj Alì Pascià; infine, gli Ottomani possono contare anche su una riserva di otto galere, sessantaquattro fuste e ventidue galeoni, al comando del governatore di Tripoli, Dragut, altro formidabile corsaro. Insomma, il Sultano Selim II aveva ai suoi ordini i più temibili comandanti del Mediterraneo.

gianandrea doriaSul fronte opposto la flotta cristiana era inizialmente ripartita in un corpo centrale, comandato da Don Giovanni d’Austria costituito da sessantadue galere, un’ala destra comandata dal genovese Gian Andrea Doria a capo di cinquantatre unità e l’ala sinistra comandata dal veneziano Agostino Barbarigo con lo stesso numero di legni. La riserva della Lega Santa era decisamente meno cospicua di quella ottomana e pteva contare su trentotto galere agli ordini dello spagnolo don Alvaro de Bazàn.

A risultare determinante per l’offensiva della Lega fu l’intuizione di schierare, poco più avanti della prima fila, le galeazze veneziane; sei in totale, di enormi dimensioni, in grado di muoversi sempre a remi, e molto fornite di potenti artiglierie. Una sola unità di questa era ritenuta in grado di affrontare anche dieci galere tradizionali alla volta. Le preziose galeazze furono disposte in coppie: due in prima fila al centro, due in prima fila al fianco destro e due in prima fila al fianco sinistro.

agostino barbarigoDal principio la flotta turca, favorita dal vento di scirocco, avanzò rapidamente contro la Lega Santa che arrancava contro vento; ma verso mezzogiorno la brezza girò a ponente, gonfiando le vele delle galere cristiane di Don Giovanni d’Austria. Quattro delle galeazze, con i loro grossi calibri, inflissero le prime perdite ai turchi e a rallentarono l’azione di Alì Pascìa. L’ala destra turca, conoscendo molto bene la costa, essendo composta quasi interamente da corsari, riuscì ad aggirare sul fianco la squadra veneziana che la fronteggiava: in questo scontro otto galere veneziane vennero affondate e Barbarigo stesso cadde in battaglia suscitando nella sua flotta una reazione talmente rabbiosa da generare una risposta tanto letale da riuscire ad affondare l’ammiraglia turca e prendere prigioniero il comandate Mehmet prima che bassi fondali frenino definitivamente lo slancio dell’ala destra turca.

Nello stesso momento l’ala sinistra turca tentò una manovra simmetrica, cercando di aggirare, da sinistra su acque più fonde il settore genovese. Doria ordinò subito ai suoi di rivolgere le prue contro le navi turche, ma in questo modo ottenne di isolare la propria ala dal centro e la riserva spagnola dovette in suo soccorso per evitare la disfatta.

galeazzeIl corpo principale, nel mentre, sotto il fermo comando di Don Giovanni, stava prevalendo sul centro dello schieramento di Alì Pascìa. La strategia del comandante turco era chiara: consapevole della potenza di fuoco delle galere e della loro inespugnabilità, si era affidato alle ali del proprio schieramento per cercare di avvolgere le navi della Lega Santa e scagliare, dal centro, il proprio naviglio con l’intezione di catturare Don Giovanni e far vacillare la flotta cristiana. Ma la realtà che andava prendendo forma era un’altra: le galeazze avevano procrato dei danni così ingenti alla flotta turca che la manovra di Alì Pascìa da rendere completamente inattuabile il paino di Alì Pascià. Dopo uno scontro furibondo con le navi da guerra toscane anche l’ammiraglia di Alì Pascìa venne infine abbordata e il comandante venne subito giustiziato e ammainato il suo stendardo, un drappo bianco ricamato con fili d’oro presso La Mecca con i versi del Corano. Ebbe così fine, con la vittoria degli alleati un’aspro scontro navale, durato poco più di cinque ore.

La vista di questo ammainamento scoraggiò il comandate dell’ala sinistra, Uluj Alì Pascìa, ancora intento a combattere ferocemente contro i genovesi; in quel settore i turchi erano riusciti, grazie anche alla loro potente riserva, a catturare una ventina di galere e l’ammiraglia dei Cavalieri di Malta. Tuttavia, dopo questa incredibile disfatta del proprio comandante, Uluj Alì Pascìa, si vide costretto ad abbandonare le proprie “prede” e fuggire con una trentina di unità scampate all’assalto.

I cristiani, impegnati a catturare e distruggere quello che rimaneva della flotta turca, persero l’occasione di inseguire e distruggere tutta la marina da guerra ottomana, ma era ormai evidente che dopo questa epocale battaglia navale, l’impero ottomano non avrebbe più potuto radunare un numero così alto di navi da guerra. Svanì così il progetto di dominio turco su tutto il Mediterraneo.

Scipione_Pulzone_-_Pius_VTutto questo però non rappresentò una vittoria totale dei cristiani. Negli anni successivi alla battaglia di Lepanto, i turchi conquistarono definitivamente Creta: benché sconfitto sul mare, l’impero ottomano non soffrì ridimensionamenti territoriali, mentre gli stati della Lega Santa si dissanguarono finanziariamente per intraprendere e vincere questa battaglia. D’altro canto in Europa la leggenda dell’invincibilità ottomana cominciò a svanire e si guardò alla realtà, affrontabile, dei continui saccheggi costieri e di guerre di confine, sempre meno fruttuose per le elefantiache ma antiquate orde turche.

Nessuno dei componenti della Lega Santa trarrà vantaggio, sul lungo periodo, da questa vittoria; dal Mediterraneo, già nel Seicento e ancor di più nel secolo successivo, le ricchezze dei commerci si sposteranno sulle rotte atlantiche, ormai collaudate. Dal punto di vista militare, le galere e le galeazze, dominatrici a Lepanto, non sarebbero durate a lungo, la guerra del mare troverà invece nei vascelli francesi, inglesi e olandesi i suoi strumenti di conquista per i secoli futuri.

Il prossimo mese di settembre tratteremo l’assedio di Vienna del 1683 e come uno schieramento di cavalleria polacco incalzò gli sconfitti turchi, preservando l’Europa cristiana dall’invasione ottomana.

Alessandro Cerioli

Le Grandi Battaglie della Storia: Costantinopoli

costantinopoliTablinum: cari lettori questo mese tratteremo l’assedio di Costantinopoli del 1453. Questo assedio sancì ufficialmente la caduta dell’impero romano d’oriente. Nei suoi ultimi secoli l’impero romano d’oriente non esisteva più, se non come città stato, Costantinopoli appunto. Il suo immenso territorio si era irrimediabilmente rimpicciolito sino a ridursi ad una sorta di Polis greca. Ma una cosa era custodita a Costantinopoli, di immenso valore, e non era il suo tesoro: erano, piuttosto, le sue tradizioni che riportavano agli antichi fasti dell’impero romano e alla civiltà romana, con le sue tradizioni e consuetudini, le sue leggi, il suo invincibile esercito, la sua economia e il suo crogiuolo di genti. Tutto questo svanì il 29 maggio del 1453.

Ma vediamo come l’ultimo baluardo della romanità cadde e perche.

A metà del XV secolo, quello che era stato l’impero romano d’oriente e poi l’impero di Bisanzio era ridotto a una penisola su cui sorgeva l’antica capitale, Costantinopoli, pressata da ogni parte dall’impero ottomano in travolgente espansione. Dopo la conquista totale dell’Anatolia, il sultano Mehmet II, appena salito al trono, era più che mai deciso a mettere piede definitivamente sul continente europeo. E Costantinopoli si trovava sulla sua strada. Costantinopoli era ridotta all’ombra della  propria potenza del passato, il suo gettito fiscale era ormai ridotto ai minimi termini, la sua stessa popolazione la stava abbandonando, l’antico splendore dei suo edifici andava irrimedialmente in rovina e la sua moneta non possedeva più il valore di un tempo.

Constantino XIL’imperatore bizantino, Costantino XI Paleologo, decise di chiedere aiuto alle potenze europee per la difesa della città contro l’aggressione ottomana, ma ottenne scarsi risultati. Tutti mantennero una posizione di ambiguità, quasi certi che l’impero ottomano, con le sue enormi potenzialità, non avrebbe trovato troppa resistenza durante l’assedio. Tuttavia le potenze europee, più per salvare le apparenze, mandarono pochi armigeri a difesa delle mura Teodosiane. Sommando tutte le forse a propria disposizione, per la difesa di Costantinopoli l’imperatore poteva contare su ottomila soldati e su ventisei navi da guerra per il controllo del Bosforo e del Corno d’Oro e qui sta la differenza eclatante fra assedianti e assediati, le forze ottomane contavano circa venticinquemila soldati, tredici bombarde, cinquanta cannoni di media potenza e centoventi navi da guerra. Il rapporto era una a undici, e questo la dice lunga.

Sultan-Mehmed-IINel 1452 , il sultano Mehmet II, fece costruire dei castelli difensivi e di controllo lungo le sponde del Bosforo che impedissero ogni tipo di traffico e approvvigionamento con la città assediata. Ma gli abitanti di Costantinopoli si erano preparati per l’assedio da diversi mesi accumulando rifornimenti di ogni genere, quindi era chiaro a Mehmet II che la città non poteva essere presa per fame, ma con un assalto diretto alle mura.

Il sultano era riuscito ad avvantaggiarsi anche tecnologicamente, avendo a disposizione una potenza di fuoco impressionate. Appena prima dell’assedio, un cristiano ungherese di nome Urban diserta e offre i suoi servigi a Mehmet II. Questo Urban era un fonditore di pezzi d’artiglieria e il sultano ne approfitta per richiedergli di fabbricare dei cannoni sovradimensionati: le bombarde. Urban dopo qualche settimana di lavoro realizza una bombarda di bronzo gigantesca, capace di scagliare proiettili di seicento chili contro le mura. Viene subito posta nei pressi della porta di San Romano, dove avvenne l’assalto decisivo delle mura Teodosiane.

bombardaAl comando delle truppe imperiali fu nominato il genovese Giovanni Giustiniani, noto in Europa per l’abilità nel difendere città munite di mura. Tuttavia le mura Teodosiane, le più possenti del mondo antico, furono rinforzate nei secoli mantenendo la pianta originaria: lunghe circa venti chilometri, offrivano una scarsa disponibilità di piazzole per l’artiglieria, dettaglio determinate nell’assedio.

Giustiniani provò a rafforzare il blocco del porto con un’enorme giovanni giustinianicatena che impediva il passaggio delle navi da guerra turche, nel tentatovo diimpedire loro di attaccare la città da vicino. Ma qui avviene il capolavoro di ingegneria ottomana: è il 22 aprile e le navi da guerra turche si presentano davanti al porto di Costantinopoli fra l’incredulità della flotta imperiale; le navi che Giustiniani ha davanti ai propri occhi e limitate dalla grossa catena, ora si trovano inspiegabilmente alle sue spalle. Con uno sforzo disumano, i soldati turchi tirano a riva settanta navi da guerra, con più di cinquecento buoi e l’utilizzo di pedane di legno cosparse di grasso, aggirarono la collina di Galata si gettano in un fiume che sfocia direttamente nel Corno d’Oro. Eludendo le difese marittime dei bizantini.

assedio-costantinopoliCompletato l’accerchiamento via terra e via mare gli ottomani iniziano l’attacco definitivo e bombardando la città di Costantinopoli di giorni e di notte. Le bombarde implacabili creano delle brecce nelle mura Teodosiane su cui vengono sferrati degli attacchi poderosi di fanteria scelta, ma sempre contrastati in modo efficace dai bizantini. Il 7 maggio addirittura Mehmet II manda all’attacco delle mura venticinquemila uomini, ma dopo tre ore di furiosi combattimenti, presso una delle tante brecce create dall’artiglieria, i soldati ottomani si ritirano. Il 12 maggio avviene un assalto analogo presso il quartiere della Blachernae, questa volta respinto dalla guardia dell’imperatore Costantino XI. A questo punto il sultano decide di cambiare strategia e tenta di far minare le mura Teodosiane scavando dei cunicoli sotterranei, ma i bizantini riescono a neutralizzare tutti i quattordici tentativi, grazie alla presenza del tedesco Johannes Grant, esperto di artiglieria e ingegneria militare. A questo punto gli ottomani provano con il metodo tradizionale, costruiscono un’enorme torre d’assedio e provano ad assaltare la Porta di Charisius, ma anche questa volta i bizantini, in un audace sortita, riescono a mettere in fuga i turchi e ad incendiare la torre d’assedio.

strategiaLa svolta definitiva per gli ottomani è alla Porta di San Romano, la gigantesca bombarda costruita dal traditore Urban apre una breccia nella parte di mura adiacente la porta, tuttavia ai turchi occorrono tre ondate per penetrare nella breccia, stretta e quindi ben difesa dai bizantini. La prima ondata è dei reparti irregolari, i basci-buzuk, la seconda è dei fanti anatolici e la terza dei corpi speciali turchi, i giannizzeri. Con queste tre massicce ondate i turchi hanno ragione dei bizantini. Durante quest’ultimo attacco l’imperatore Costantino XI Paleologo perde la vita, intento a cercare di difendere strenuamente le posizioni, anche il comandante Giovanni Giustiniani viene ferito gravemente durante gli ultimi scontri e morirà due giorni dopo a Chio.

santa sofiaE qui in prenda all’euforia il sultano Mehmet II concede alle sue truppe tre giorni di saccheggio indiscriminato dove succede di tutto: dalla profanazione dei luoghi sacri, alle torture alla popolazione inerme e al saccheggio di tutti i tesori cittadini. La stessa Basilica di Santa Sofia, voluta dall’Imperatore Giustiniano I nel VI secolo dc, diviene la sera stessa una moschea, Ayasofya.

Su l’assedio di Costantinopoli si è scritto di tutto, a volte omettendo alcune responsabilità. Secondo il sottoscritto, la responsabilità maggiore l’ebbero gli stati “alleati” dell’impero bizantino che già da parecchi decenni prima di questo avvenimento epocale, giocarono contro gli interessi di Costantinopoli. Come è stato trattato nel precedente articolo sull’assedio di Gerusalemme.

Il prossimo mese di agosto vedremo come la Lega Santa cristiana fermerà sul mare di Lepanto l’espansione ottomana. Uno scontro fra due civiltà per il controllo del Mediterraneo.

Alessandro Cerioli