Le Grandi Battaglie della Storia: Lepanto

don giovanniTablinum: cari lettori questo mese tratteremo la battaglia di navale di Lepanto. Ancora ai nostri giorni è ricordata come una delle battaglie cruciali della storia moderna, per l’assetto dei delicati equilibri fra occidente e oriente, dato che la posta in gioco fu senza dubbio altissima: il controllo del Mediterraneo.

Ma quale fu il climax di eventi che andò a culminare in questo scontro epocale?

Selim_IIDopo la presa di Costantinopoli nel 1453, l’impero turco aveva conosciuto per oltre un secolo un’ inarrestabile espansione coronata da vittorie incontrastate, sia via mare che via terra; a farne le spese erano stati gli stati europei e cristiani spesso svantaggiati, nel concertare la propria offensiva, da un letale disaccordo.

A rendere quasi invincibile il vastissimo impero ottomano era inoltre, la sua potente flotta regolare a cui dava un decisivo appoggio la flottiglia corsara.

Nel 1570 il tentativo caldeggiato da Papa Pio V di formare un’alleanza navale tra le principali potenze che si affacciavano sul Mediterraneo andò vanificato dalle continue discordie intestine delle potenze occidentali e a farne le spese fu l’isola di Cipro: partita dalla capitolazione della capitale insulare Nicosia, la parabola della conquista ottomana dell’isola di Cipro ebbe il suo capitolo più duro presso Famagosta, centro di controllo veneziano situato nella parte orientale dell’isola, che subì lo spietato assedio e il saccheggio delle forze turche che infine la conquistarono ribattezzandola Gazimagusa. La città rimarrà sotto dominio turco sino al 1878 quando l’impero britannico riuscirà a strapparla per un secolo (1878-1974) alle forze turche.

giovanni d'austriaIl clima generale che prelude allo scoppio della battaglia di Lepanto fu quello di una lotta generalizzata per il definivo controllo del Mediterraneo. Anche se tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche non subirono mai una vera e propria battuta d’arresto, nemmeno nelle fasi più acute della crisi, il crescente espansionismo Ottomano non poté non allarmare sempre più i governi dell’occidente mediterraneo e spingerli all’aperta offensiva. L’espansionismo crescente degli Ottomani minacciava non solo i possedimenti veneziani, come Cipro, ma gli interessi del Regno di Spagna i cui galeoni erano esposti a una costante minaccia a causa delle incursioni corsare. Consapevole di questa tensione crescente, Pio V ritenne che finalmente il momento fosse propizio per impegnarsi a coalizzare in una solo le troppo divise forze della cristianità; fu così che ricorse all’appello alla Crociata per poter concentrare gli sforzi degli stati occidentali contro l’Impero Ottomano. Il recente disastro veneziano a Cipro e la conseguente cacciata dall’isola, contribuirono a far si che nel 1571, superate le discordie e le esitazioni, fosse sottoscritta la Lega Santa formata da: Spagna, Venezia, Genova, Malta, il Ducato di Savoia, il Ducato di Urbino, il Granducato di Toscana e lo Stato Pontificio

schieramento lepantoL’alleanza poteva fare affidamento sulle duecentododici navi da guerra, per lo più a remi, agili e veloci grazie al fondo piatto che consentiva la navigazione anche in bassi fondali. Le flotte alleate si diedero appuntamento a Messina dove, sotto il comando del figlio naturale di Carlo V, Don Giovanni d’ Austria progettò di sorprendere le forze ottomane di stanza a Lepanto.

La flotta ottomana superava quella degli alleati in numero di navi, trecentoquarantaquattro, ma era ad essa inferiore per numero di artiglierie: i combattenti imbarcati, ad esclusione dei giannizzeri, erano dotati dei del solo archi per il tiro a distanza.

Kilic_Ali_PashaEntrambi i comandanti erano ormai pronti alla battaglia, quello turco, Müezzinzade Alì Pascià, ne aveva ricevuto l’ordine esplicito dal sultano informato dalle proprie spie dell’arrivo delle flotte della lega a Lepanto. La flotta ai comandi di Don Giovanni d’Austria raggiunse Lepanto domenica 7 ottobre 1571, data che entrerà nella storia.

La flotta ottomana di Alì Pascià si fece trovare schierata nella sua tradizionale formazione a mezzaluna concava che avrebbe consentito manovrata opportunamente, di avvolgere ai fianchi la flotta nemica.

strategiaStava per avere inizio la battaglia e le prue, dove le galere concentravano i loro cannoni, erano già puntate a ovest pronte all’offensiva verso le forze comandate da Don Giovanni d’Austria. Alì pascià si trovava al centro con circa novantatre unità mentre l’ala destra era difesa dalle sessantadue galere del temutissimo corsaro Mehmet Suluk, soprannominato “Scirocco” dai marinai cristiani che avevano avuto la sventura di incrociarlo mentre l’ala sinistra, composta da novantatre navi era agli ordini di dell’ex cristiano e ferocissimo corsaro Uluj Alì Pascià; infine, gli Ottomani possono contare anche su una riserva di otto galere, sessantaquattro fuste e ventidue galeoni, al comando del governatore di Tripoli, Dragut, altro formidabile corsaro. Insomma, il Sultano Selim II aveva ai suoi ordini i più temibili comandanti del Mediterraneo.

gianandrea doriaSul fronte opposto la flotta cristiana era inizialmente ripartita in un corpo centrale, comandato da Don Giovanni d’Austria costituito da sessantadue galere, un’ala destra comandata dal genovese Gian Andrea Doria a capo di cinquantatre unità e l’ala sinistra comandata dal veneziano Agostino Barbarigo con lo stesso numero di legni. La riserva della Lega Santa era decisamente meno cospicua di quella ottomana e pteva contare su trentotto galere agli ordini dello spagnolo don Alvaro de Bazàn.

A risultare determinante per l’offensiva della Lega fu l’intuizione di schierare, poco più avanti della prima fila, le galeazze veneziane; sei in totale, di enormi dimensioni, in grado di muoversi sempre a remi, e molto fornite di potenti artiglierie. Una sola unità di questa era ritenuta in grado di affrontare anche dieci galere tradizionali alla volta. Le preziose galeazze furono disposte in coppie: due in prima fila al centro, due in prima fila al fianco destro e due in prima fila al fianco sinistro.

agostino barbarigoDal principio la flotta turca, favorita dal vento di scirocco, avanzò rapidamente contro la Lega Santa che arrancava contro vento; ma verso mezzogiorno la brezza girò a ponente, gonfiando le vele delle galere cristiane di Don Giovanni d’Austria. Quattro delle galeazze, con i loro grossi calibri, inflissero le prime perdite ai turchi e a rallentarono l’azione di Alì Pascìa. L’ala destra turca, conoscendo molto bene la costa, essendo composta quasi interamente da corsari, riuscì ad aggirare sul fianco la squadra veneziana che la fronteggiava: in questo scontro otto galere veneziane vennero affondate e Barbarigo stesso cadde in battaglia suscitando nella sua flotta una reazione talmente rabbiosa da generare una risposta tanto letale da riuscire ad affondare l’ammiraglia turca e prendere prigioniero il comandate Mehmet prima che bassi fondali frenino definitivamente lo slancio dell’ala destra turca.

Nello stesso momento l’ala sinistra turca tentò una manovra simmetrica, cercando di aggirare, da sinistra su acque più fonde il settore genovese. Doria ordinò subito ai suoi di rivolgere le prue contro le navi turche, ma in questo modo ottenne di isolare la propria ala dal centro e la riserva spagnola dovette in suo soccorso per evitare la disfatta.

galeazzeIl corpo principale, nel mentre, sotto il fermo comando di Don Giovanni, stava prevalendo sul centro dello schieramento di Alì Pascìa. La strategia del comandante turco era chiara: consapevole della potenza di fuoco delle galere e della loro inespugnabilità, si era affidato alle ali del proprio schieramento per cercare di avvolgere le navi della Lega Santa e scagliare, dal centro, il proprio naviglio con l’intezione di catturare Don Giovanni e far vacillare la flotta cristiana. Ma la realtà che andava prendendo forma era un’altra: le galeazze avevano procrato dei danni così ingenti alla flotta turca che la manovra di Alì Pascìa da rendere completamente inattuabile il paino di Alì Pascià. Dopo uno scontro furibondo con le navi da guerra toscane anche l’ammiraglia di Alì Pascìa venne infine abbordata e il comandante venne subito giustiziato e ammainato il suo stendardo, un drappo bianco ricamato con fili d’oro presso La Mecca con i versi del Corano. Ebbe così fine, con la vittoria degli alleati un’aspro scontro navale, durato poco più di cinque ore.

La vista di questo ammainamento scoraggiò il comandate dell’ala sinistra, Uluj Alì Pascìa, ancora intento a combattere ferocemente contro i genovesi; in quel settore i turchi erano riusciti, grazie anche alla loro potente riserva, a catturare una ventina di galere e l’ammiraglia dei Cavalieri di Malta. Tuttavia, dopo questa incredibile disfatta del proprio comandante, Uluj Alì Pascìa, si vide costretto ad abbandonare le proprie “prede” e fuggire con una trentina di unità scampate all’assalto.

I cristiani, impegnati a catturare e distruggere quello che rimaneva della flotta turca, persero l’occasione di inseguire e distruggere tutta la marina da guerra ottomana, ma era ormai evidente che dopo questa epocale battaglia navale, l’impero ottomano non avrebbe più potuto radunare un numero così alto di navi da guerra. Svanì così il progetto di dominio turco su tutto il Mediterraneo.

Scipione_Pulzone_-_Pius_VTutto questo però non rappresentò una vittoria totale dei cristiani. Negli anni successivi alla battaglia di Lepanto, i turchi conquistarono definitivamente Creta: benché sconfitto sul mare, l’impero ottomano non soffrì ridimensionamenti territoriali, mentre gli stati della Lega Santa si dissanguarono finanziariamente per intraprendere e vincere questa battaglia. D’altro canto in Europa la leggenda dell’invincibilità ottomana cominciò a svanire e si guardò alla realtà, affrontabile, dei continui saccheggi costieri e di guerre di confine, sempre meno fruttuose per le elefantiache ma antiquate orde turche.

Nessuno dei componenti della Lega Santa trarrà vantaggio, sul lungo periodo, da questa vittoria; dal Mediterraneo, già nel Seicento e ancor di più nel secolo successivo, le ricchezze dei commerci si sposteranno sulle rotte atlantiche, ormai collaudate. Dal punto di vista militare, le galere e le galeazze, dominatrici a Lepanto, non sarebbero durate a lungo, la guerra del mare troverà invece nei vascelli francesi, inglesi e olandesi i suoi strumenti di conquista per i secoli futuri.

Il prossimo mese di settembre tratteremo l’assedio di Vienna del 1683 e come uno schieramento di cavalleria polacco incalzò gli sconfitti turchi, preservando l’Europa cristiana dall’invasione ottomana.

Alessandro Cerioli

Le Grandi Battaglie della Storia: Gerusalemme

movimenti truppe crociateTablinum: cari lettori questo mese tratteremo la battaglia di Gerusalemme.

Questa battaglia, che in realtà fu un assedio, è stato un capolavoro di ingegneristica, tecniche d’assedio simili non si vedevano più nel bacino del mediterraneo da sei secoli.

Ma come si arrivo a questo feroce assedio?

Nella seconda metà del XI° secolo per rispondere alle richieste d’aiuto e supporto all’impero Bizantino minacciato dalla potenza Ottomana e con la forte motivazione di liberare Gerusalemme, sede del Santo Sepolcro di Cristo, occupata dagli Arabi nel 972 d.c., ma soprattutto per mantenere le vie commerciali aperte con l’oriente si indice in Europa la prima Crociata.

crociati

E’ una guerra di religione benedetta dal Santo Padre, Papa Urbano II, cui inizialmente aderiscono masse disordinate di volontari da tutta Europa. Il Santo Padre promette a tutti i partecipanti l’Indulgenza Plenaria e, soprattutto, la facoltà di riscuotere i tributi spettanti a Santa Romana Chiesa.

Nell’anno 1097 il corpo di spedizione della prima Crociata inizia a prendere forma e a capo di esso il Duca Goffredo di Buglione, che riesce nella titanica impresa logistica di far confluire tutti gli armigeri nei posti convenuti. Fu il primo dei crociati ad arrivare a Costantinopoli ed entrò in conflitto quasi subito con l’imperatore Bizantino Alessio I Comneno, che pretendeva da Goffredo un giuramento di fedeltà all’impero Bizantino.

Goffredo alla fine giurò nel gennaio 1097, imitato da molti altri baroni, garantendo la restituzione all’Impero dei territori strappati dalle proprie truppe ai turchi. Quest’azione assicurò ai crociati l’attraversamento in sicurezza degli stretti passaggi situati dopo Costantinopoli.

arabiDopo diverse conquiste da parte dei crociati fra Siria e Libano, Gerusalemme è raggiunta nel giugno del 1099 d.c. L’accampamento è posto su un terreno arido e soleggiato, dove i pochi pozzi idrici sono stati avvelenati dai difensori Arabi e dove non esiste legname per costruire macchine d’assedio.

L’inizio non è dei migliori per i crociati che tentano due sortite con armi individuali impegnando la fanteria e la cavalleria è il 7 e 13 giugno 1099 d.c., in un caldo soffocante i crociati vengono respinti dagli assediati.

Le forze crociate contano diecimila fanti e milleduecentocinquanta cavalieri, mentre la guarnigione di presidio Musulmana conta ventimila fanti.

macchine d'assedioCome abbiamo visto la mancanza di legname precludeva la possibilità di costruire delle torri d’assedio e macchine da lancio, ma per fortuna dei crociati dal 17 giugno, dopo l’arrivo dei fratelli genovesi Primo e Guglielmo Embìaco, la situazione cambia.

I due fratelli sono degli abili costruttori di macchine da lancio e in mancanza di materia prima decidono di demolire le due galere che li hanno trasportati e usare il legname per la costruzione delle macchine. E’ la vera svolta dell’assedio.

Intanto i Musulmani, preoccupati dall’imminente ricorso alle macchine da guerra, tentano diverse sortire fuori dalle mura per impedirne la costruzione, ma dalla metà di luglio i crociati iniziarono a bombardare le mura della Città Santa con proiettili di ogni tipo, facendo uso anche del temibile fuoco greco.

mappa gerusalemmeNel mentre le torri d’assedio e i “gatti” (strutture in legno su ruote, dentro le quali i fanti avanzano protetti) vengono fatti scorrere sul fossato, prontamente riempito dagli assedianti, e quindi accostate alle mura cittadine.

I due più abili comandanti crociati Goffredo di Buglione e Raimondo di Tolosa decidono di compiere un attacco duplice, il primo attacca la Posterla di Santa Maria mentre il secondo attacca la porta di Monte Sion, questo attacco decisivo avviene alle prime luci dell’alba.

gerusalemmeGli Arabi sono letteralmente sopraffatti dal nemico che dilaga in città. E qui, purtroppo, si apre una delle pagine di buie del Cristianesimo; nonostante l’invito da parte di molti capi cristiani a limitarsi alla conquista della Città Santa, i crociati danno libero sfogo alla ferocia e si macchiano di gravi crimini contro la popolazione inerme. Arabi, Ebrei e appartenenti ad altre confessioni religiose vengono brutalmente trucidati. Si narra che nelle vie di Gerusalemme scorrevano fiumi di sangue.

Stati latiniDopo la caduta della Città Santa i crociati si ritagliano uno stato e posto come capo, per via delle sue abilità militari e della sua influenza politica, Goffredo di Buglione. Con questa mossa i crociati vennero meno al giuramento fatto all’imperatore Bizantino Alessio I Comneno, ossia la restituzione dei territori all’impero, dopo la loro riconquista. In questo modo vengono fondati gli Stati crociati che furono territori organizzati secondo lo schema feudale. Questo sgarbo diede inizio ad un periodo di alta tensione con l’impero Bizantino che sfociò, un secoli più tardi, nel saccheggio di Costantinopoli e nella fondazione dell’impero Latino.

Anche l’ordine religioso più conosciuto e controverso delle storia Cristiana ebbe inizio dopo la conquista di Gerusalemme del 1099 d.c., quello dell’Ordine dei Templari. Il compito dei Templari era quello di proteggere i pellegrini europei che, dopo la conquista della Città Santa, si incamminavano per visitare i luoghi Sacri in medioriente. Il doppio ruolo di monaci e combattenti, che contraddistinse l’Ordine templare negli anni della sua maturità, fu sempre fonte di perplessità in ambito cristiano.

In questo articolo abbia visto come una città, cara alle tre maggiori religione monoteiste, ha prodotto il desiderio da parte di un gruppo religioso piuttosto che un altro di averne il dominio totale. Ora a distanza di mille anni possiamo affermare che Gerusalemme è divenuta la città delle tre religioni e del cosmopolitismo.

Il prossimo mese di luglio tratteremo la presa di Costantinopoli del 1453, che sancì ufficialmente la fine dell’impero romano d’oriente, dopo millecento anni di storia. E l’arrivo in Europa dell’Isalm.

 Alessandro Cerioli

Cultura classica e tradizione cristiana: il pastore Endimione e il profeta Giona.

Tablinum: quando il Cristianesimo entrò a far parte della Storia all’interno dell’Impero romano, ci si immagina spesso una società divisa, caratterizzata da un conflitto più o meno aperto tra i pagani e i cristiani. In realtà, come per ogni processo storico, i mutamenti furono molto più lenti e complessi di quanto si possa pensare. A dimostrarlo chiaramente sono proprio le rappresentazioni artistiche, delle quali ci occuperemo nel corso di questo anno.
Questo mese tratteremo nello specifico un personaggio biblico dell’Antico Testamento, il profeta Giona, e il rapporto di continuità che si instaura con un personaggio della cultura pagana, Endimione. Chi erano, innanzitutto?

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Giona, personaggio di dubbio fondamento storico, è un profeta ebreo, uno dei dodici Profeti Minori della Bibbia, e la sua storia è narrata proprio nel libro a lui dedicato. Fuggito a Tarsis disobbedendo all’ordine divino di andare a predicare a Ninive, Giona diviene causa della tempesta che mette in pericolo la nave dove si trovava con l’equipaggio e per questo viene gettato in mare. Il profeta trascorre tre giorni nel ventre di un “grande pesce”, per questo si è visto in lui la prefigurazione della resurrezione di Gesù (Matteo 12,40). Il profeta, dopo molte preghiere, viene liberato dal ventre del mostro marino e porta a compimento la sua missione andando a predicare ai niniviti i quali, contro ogni aspettativa, si pentono e Dio decide di risparmiare la città. Giona voleva che Ninive fosse punita e, non contento, chiede a Dio di farlo morire. Ma il Signore, invece di portargli la morte, gli fa spuntare un ricino sopra la sua testa per fargli ombra e alleviarlo dal suo male. All’alba del giorno dopo un verme rode il ricino che muore e, per il caldo insopportabile, Giona invoca di nuovo la morte. Iddio allora gli spiega se egli si rattrista a morte per una pianta di ricino, a maggior ragione il Signore si era rattristato per la possibile morte di innocenti nella città di Ninive se avesse deciso di distruggerla.
Nell’arte Giona, il profeta ribelle, è rappresentato principalmente in tre modi: mentre viene gettato nelle fauci del pesce; mentre viene da questo rigettato e mentre riposa sulla spiaggia, sotto un pergolato di cucurbitacee o sotto un albero. Queste rappresentazioni compaiono sin dagli inizi dell’arte cristiana, specie tra il III e il IV secolo, nell’ambito di pitture catacombali, sarcofagi, mosaici, graffiti.

catacombe ss marcellino e pietro roma IV sec

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A tal proposito, vi è un’opera d’arte del III secolo, il sarcofago di Santa Maria Antiqua, in cui la storia di Giona si incrocia con quella di Endimione; chi era costui? Pausania e Apollodoro ci narrano che il mitico giovane, essendo stato colpito dalla benedizione ambigua dell’eterna giovinezza e del sonno perpetuo, era visitato di notte da Selene, la dea della Luna, che faceva l’amore con lui e gli partorì cinquanta figlie.
Tornando al sarcofago, conservato presso la chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma e datato circa 260-280 d.C., sono raffigurate su di esso in un continuum una serie di scene simboliche legate a nuovo culto cristiano: (da sinistra) Giona sdraiato sotto una pianta, un filosofo che legge un rotolo (al centro), il Buon Pastore ed una scena di battesimo (a destra). Il personaggio di Giona è stato identificato anche con Endimione; mentre però il sonno di Endimione era un riposo beato, quello di Giona era stato un sonno poco felice, come abbiamo potuto apprendere. La sovrapposizione dei due protagonisti del mondo cristiano e pagano può essere così spiegata.

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Nel mondo romano l’uso di seppellire i defunti con il rito dell’inumazione comportò l’utilizzo di sarcofagi, spesso riccamente scolpiti. Tra la fine del II e i primi decenni del III secolo d.C. lo sviluppo delle comunità cristiane e di una specifica iconografia portò alla nascita di una tipologia di sarcofagi decorati con temi cristiani. I primi di essi nascono tuttavia nelle stesse officine che producono manufatti di carattere profano. Lo stesso sarcofago di S.Maria Antiqua fu prodotto infatti da officine romane, (da collocarsi nell’ambito dell’officina che produsse anche il Sarcofago Ludovisi, oggi a Palazzo Altemps, Roma). Dal repertorio figurativo tradizionale pagano ereditano schemi figurativi, in alcuni casi risalenti addirittura all’età ellenistica, che vengono poi modificati, di volta in volta, con l’inserimento di scene e figure tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, sulla base delle richieste dei committenti cristiani. È difficile identificare il momento in cui alcune forme presenti nell’arte funeraria diventano manifestazioni di fede cristiana, poiché il repertorio dei temi figurativi rimane lo stesso. In alcuni casi si ricorre senza modifica alcuna ai temi del repertorio tradizionale: per simboleggiare i nuovi concetti si ricorre a raffigurazioni che hanno un significato simile anche nell’arte pagana, ad esempio le decorazioni bucoliche come simbolo di pace. Altre volte i modelli iconografici esistenti sono invece modificati e ricombinati per presentare una narrazione diversa, legata ora ai temi biblici.

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Nel caso del sarcofago di Santa Maria Antiqua, abbiamo proprio un re-impiego delle immagini pagane ad uso della nuova fede cristiana: la storia di Giona (inghiottito da un pesce e poi liberato dopo tre giorni), che allude alla morte e resurrezione del Cristo, utilizza il tema funerario pagano della barca con amorini, qui sostituiti da marinai o, per raffigurare il pesce da cui Giona viene inghiottito, i fantastici animali marini del corteggio di Nettuno, tema anch’esso presente nell’iconografia funeraria pagana: in questo modo si spiega, ad esempio, la presenza di una figura di Nettuno a lato della barca. Ancora, in un’altra scena, Giona che riposa sotto la pergola riprende il tema del riposo di Dioniso o del pastore Endimione addormentato: è solo la presenza della “cucurbita” del racconto biblico che permette di identificare il personaggio come Giona. Risaliamo all’adattamento dal personaggio pagano in cui ritroviamo l’analogo tema del riposo, Endimione, per il fatto che il corpo del profeta è rappresentato nudo, caso insolito per quanto riguarda le rappresentazioni cristiane; anche se ci sono delle eccezioni, proprio come nel caso del profeta Giona, spesso rappresentato nudo nell’arte paleocristiana, poiché si può interpretare come già partecipante della gloria di Cristo risorto, e il suo sonno viene trasformato divenendo metafora della beatitudine della vita eterna.

Francesca Corsi

“Fu vero Editto?”

#studiotablinum: presentazione del saggio “Fu vero Editto?”, della Prof.ssa Elena Percivaldi, presso la Libreria Sampietro di Menaggio, introduce e modera Alessandro Cerioli.

L’altra faccia dell’Editto: incontro con Elena Percivaldi

9788851410629_200x280Studio Tablinum: come non pensare alla splendida serata vissuta un’anno or sono ? Oltre alla grande cultura Elena Percivaldi riesce a coinvolgere il pubblico in modo estatico, a distanza di mesi dalla presentazione del suo libro “Fu vero editto?” le persone ricordano con piacere quell’evento, chiedendo una futura presentazione, che mi auguro si possa tenere presto.

Tornando al libro presentato, “Fu vero editto?”, si denota la volontà da parte della scrittrice di gettare una luce nuova sulle vicende che cambiarono per sempre la storia della nostra società, quell’editto voluto dagli imperatori Costantino e Licinio. Editto di tolleranza e comunanza religiosa, ricordiamo fu scritto nel febbraio del 313 d.c. (CMLX ab Urbe còndita) dai due Augusti dell’impero romano, Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell’impero. Il patto fu stretto in Occidente in quanto il senior Augustus era Costantino. Le conseguenze dell’Editto per la vita religiosa nell’impero romano sono tali da farne una data fondamentale nella storia dell’Occidente.

Nel suo saggio “Fu vero Editto?” getta nuova luce sull’effettiva stesura dell’Editto di Milano, cosa la “slega” dalle consuete teorie ?

Per prima cosa, l’aver posto un interrogativo sull’intera vicenda. Non per dubitare dell’essenza, ma per sottolineare come di quello che noi chiamiamo “Editto di Milano” in verità non possediamo neppure il testo originale. Esistono due versioni contenute nelle opere di altrettanti autori cristiani contemporanei agli eventi: Lattanzio ed Eusebio di Cesarea. Mentre Eusebio trascrive nel decimo libro della sua monumentale “Storia Ecclesiastica” solo il testo di Milano, Lattanzio riporta anche il testo della disposizione dettata nel 311 dall’imperatore Galerio sul letto di morte, che dell’atto di Costantino è il diretto antecedente visto che i contenuti sono quasi gli stessi. Più che di Editto si dovrebbe, quindi più correttamente parlare di “rescritto”. Sono quindi tornata alle fonti. E poi ho voluto riesaminare, sempre alla luce delle fonti, l’atteggiamento globale di Costantino nei confronti del Cristianesimo, ricco di luci ma soprattutto di ombre.

Una delle biografie più icastiche da me lette sono “Augusto, il grande baro” di Antonio Spinosa, si sentirà lusingata se la paragono a Spinosa, ma credo se lo meriti; in “Fu vero Editto?” lei mette in discussione diversi temi, dal battesimo in punto di morte, alla donazione di Roma e dei territori imperiali a favore di Papa Silvestro, scrivendo un giudizio a luci ed ombre dell’imperatore Costantino, cosa ci può dire in merito ?

Non sapremo mai se e quanto Costantino abbia, nel suo profondo, aderito al Cristianesimo, e anche la sua supposta conversione è oggetto di ampio dibattito. Una cosa è certa: da uomo pratico e politicamente scaltro qual era, pur favorendo il cristianesimo non ha mai sconfessato l’eredità pagana di Roma, ancora maggioritaria ai suoi tempi nel sentire del popolo e, credo, anche nel suo. Tanto più che si riteneva un restauratore dell’impero in senso tradizionale (anche se con qualche elemento di innovazione in senso personalistico). In quanto imperatore, egli era anche “pontifex maximus”, ossia il primo dei sacerdoti della religione civile romana, e non volle mai rinunciare a questo titolo. Inoltre, quando fondò la Nuova Roma sul Bosforo – poi chiamata Costantinopoli appunto -, volle che fosse rispettato il classico cerimoniale che aveva visto la nascita di Roma, che era di derivazione a sua volta etrusca. E’ anche vero che molto probabilmente Elena, sua madre – lei sì fervente cristiana – visto il profondo affetto che li legava esercitò sulle sue decisioni una certa influenza. La reale portata a livello di convinzioni personali di questa influenza, però, non siamo in grado di valutarla. Di certo, il merito più grande di Costantino fu dovuto al suo acume politico. Comprese che il Cristianesimo stava ormai diventando una presenza viva e diffusa nella società romana e quindi non aveva più senso continuare, come avevano fatto gli imperatori precedenti (l’ultimo proprio Galerio), a perseguitare i fedeli della nuova religione. Tanto più che ad aderire al credo cristiano erano soprattutto molti membri dell’oligarchia senatoria, e quindi i proprietari fondiari: quelli, cioè, che detenevano il potere economico e produttivo dell’impero. Meglio averli come alleati che come nemici, soprattutto in un momento di generale debolezza dell’istituzione imperiale e di crisi economico-sociale, il tutto con la minaccia dei barbari alle porte. E’ comunque innegabile che il suo atteggiamento, tradotto in una serie di misure giuridiche a favore della Chiesa, abbia influito in maniera decisiva su ciò che sarebbe accaduto dopo, gettando le basi fondiarie ed economiche su cui la nascente Ecclesia si sarebbe strutturata. Per non parlare delle ingerenze in campo dottrinale (concilio di Nicea contro l’arianesimo) e liturgico (istituzione della domenica e del Natale). Potremmo continuare per molto ancora…

La descrizione della Milano romana, Mediolanum, è davvero minuziosa, quali difficoltà ha incontrato nella ricerca del materiale ? Considerando che Mediolanum si è celata molto bene nel corso dei secoli.

E’ vero, la Milano romana è stata fagocitata da quelle successive al punto che solo in alcune fortunate eccezioni è ancora visibile e percepibile. Il resto giace negli scantinati oppure è stata inglobata in edifici di epoca posteriore. Però esistono cospicue tracce archeologiche. Molto materiale è emerso in particolare durante gli scavi della MM3 in zona Duomo, che hanno permesso di avere un quadro molto più preciso della pianta di Mediolanum e di alcuni edifici – come la zecca – che fino a quel momento presentavano problemi di collocazione certa. Esiste ormai una corposa produzione scientifica sull’argomento, che mi ha fornito la base per la ricostruzione. Consiglio a tutti di andare a visitare il Museo Archeologico di Milano, in Corso Magenta. Qui oltretutto è presente un ricchissimo bookshop con molti testi, come lo splendido “Immagini di Mediolanum. Archeologia e storia di Milano dal V secolo a.C. al V secolo d.C.” che ricostruisce tutta la città romana accompagnandoci alla sua scoperta.

La sensazione che si ha leggendo “Fu vero editto?” è quella di un’autrice che rinuncia a un tipo di scrittura aulica in favore di termini tecnici più “accessibili”, da storica le è costato “fatica” ?

Confesso di no, essendo anche giornalista professionista sono abituata a scrivere tanto e per farmi capire da tutti, o almeno a cercare di farlo… Lo scopo del libro è proprio quello di fornire una sintesi chiara e accessibile anche e soprattutto al pubblico non specialistico. A cosa serve la storia se poi non viene spiegata e capita da tutti? Sono fermamente convinta che il linguaggio vada adattato ai contesti: quindi uso quello scientifico e accademico tra addetti ai lavori, ma adopero un registro il più possibile chiaro e divulgativo quando parlo o scrivo per il grande pubblico. Ma anche nel primo caso, non è detto che occorra essere noiosi e autoreferenziali per forza…

Su quale altro personaggio di epoca classica scriverebbe un saggio ? Avrebbe l’imbarazzo della scelta.

Sinceramente non saprei. Sono una medievista di formazione e di interessi, questa su Costantino è stata una piacevole “scorreria” in ambito tardoantico che ho compiuto molto volentieri perché, comunque la si pensi, l’Editto di Milano rappresenta una pietra miliare per l’affermazione della civiltà cristiana, che poi come sappiamo bene avrebbe rappresentato la base di ogni dialogo, incontro o scontro per l’intera Europa medievale. I miei prossimi lavori già programmati saranno inerenti di nuovo al Medioevo. Ma ho in serbo anche una piccola sorpresa in un terreno decisamente inconsueto, che però preferisco non anticipare per… questioni di scaramanzia.

In quale modo si è accostata alla saggistica ?

Leggo molto, ma pochi romanzi, a parte i classici. La “colpa” della mia affezione per la storia, se così si può dire, è però di un romanzo e di Umberto Eco: lessi il suo “Nome della rosa” a 15 anni e decisi che quella sarebbe stata la mia strada. Anche se poi ho sempre e solo scritto saggistica, chissà… magari un giorno proverò altre strade.

Ha un luogo particolare in cui coltiva la sua ispirazione letteraria ?

Il mio studio è il mio laboratorio di idee preferito: ci sono libri, riproduzioni di oggetti antichi, documenti, fotografie, testi vecchi dall’inconfondibile e poetico profumo… Ci passo moltissimo tempo, mi ricarica e lavorare lì non mi costa fatica. Tutte le volte ripenso alle sensazioni descritte dal Machiavelli nella celebre lettera al Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”. Devo dire che mi ci ritrovo molto.

Penso che il suo stile letterario potrebbe piacere molto ad un pubblico estero, non ha mai pensato di tradurre “Fu vero Editto?” ?

Chissà. Queste cose spettano all’Editore, Ancora, che ha pubblicato il testo, e magari potrebbero anche decidere di farlo anche se non credo abbiano valutato questa possibilità. Finora ho avuto l’onore di avere tradotto in due lingue, spagnolo e tedesco, e quindi aver diffuso anche all’estero un mio saggio sui Celti, “I Celti. Una civiltà europea”, che uscì per la prima volta nel 2003. Speriamo che possa succedere con altri lavori.

Che futuro vede per la letteratura nel nostro paese ? Considerando la sofferenza delle case editrici.

Non molto roseo, purtroppo. Si scrive e si pubblica tanto, ma l’Italia non è un Paese di lettori forti, almeno stando ai dati che vengono ogni tanto diffusi. Dipende anche da cosa si legge: la gran parte del mercato è coperta da romanzi rosa di dubbia qualità oppure di testi a sfondo esoterico o pseudostorico, che oltretutto creano numerosi problemi a chi cerca di fare storia in maniera seria perché non fanno altro che contribuire alla diffusione globale di luoghi comuni consunti alimentando peraltro cliché morbosi e fuorvianti. Penso ad esempio ai poveri Templari, vittime due volte: a suo tempo di terribili vicende, ora di un filone che ci specula sopra in maniera a dir poco bieca. A nulla o quasi valgono gli sforzi di illustri studiosi per riportare la materia in campo strettamente scientifico: ciò che prevale, in libreria come in tv, è purtroppo la pseudostoria sensazionalistica da salotto. Se il settore sta in piedi, lo si deve unicamente alla buona volontà di tanti piccoli e medi editori che invece credono in quello che fanno e a tante associazioni culturali che lavorano tra mille difficoltà. Lo vedo anche quando curo mostre o eventi culturali: complice la poco felice congiuntura economica, è sempre più arduo riuscire a trovare fondi per portare avanti progetti culturali di spessore. Ma non demordo. Sono anche convinta che in un Paese che soffre gravemente, soprattutto nel settore della ricerca e dell’università, il cancro della gerontocrazia, occorra dare una chance ai più giovani. Occorre investire, rinnovarsi, aprire alle nuove tecnologie, dialogare con altri contesti europei, uscire dal provincialismo e dall’autoreferenzialità cui l’Italia è da sempre troppo abituata. Oppure tutto il settore crollerà miseramente sotto il suo stesso peso.

Nei licei si insegna sempre meno la base della cultura classica, il Greco ed il Latino, cosa ne pensa in merito ? Siamo arrivati ad un punto in cui gli storici programmi scolastici sono divenuti obsoleti ?

Sono convinta che greco e latino siano imprescindibili e che come tali debbano essere assolutamente preservati. Non si tratta di mero nozionismo. Sono le lingue base della nostra civiltà: senza la loro conoscenza, e ignorando il contesto in cui furono utilizzate, non è possibile comprendere non solo l’epoca antica, ma anche il Medioevo e tutta la storia europea (e non solo) fino ai giorni nostri. Il pensiero, la musica, l’arte, la poesia, la letteratura… tutto quello che costituisce il nostro essere più profondo parla queste lingue. Abbandonarne lo studio significherebbe tradire e rinnegare noi stessi.

Il suo ultimo saggio “La vita segreta del Medioevo” è una sorta di riscoperta di quest’epoca ? Il Medioevo ingiustamente definito “età buia” ?

Ho cercato di raccontare gli aspetti meno noti di un’epoca lunga mille anni e quindi tutt’altro che monolitica. Non è un manuale di storia, niente nomi e date, ma un grande (480 pagine!) affresco che ne racconta gli uomini e le donne: come vivevano, cosa mangiavano, come si vestivano, come si divertivano, come facevano l’amore. Ma anche in cosa credevano, che rapporto avevano con la morte, quali erano i loro tabù, terrori e preoccupazioni. Pochi periodi storici sono stati vittime, nel corso del tempo, di tanti luoghi comuni come il Medioevo, bollato come età oscura, millennio della superstizione, dell’oscurantismo, e via dicendo. Io penso invece che nessun’epoca sia stata così varia, contraddittoria e affascinante come questa. Ho cercato di mostrarlo e di spiegare perché il Medioevo costituisca la base per la nascita dell’Europa moderna. Volenti o nolenti, consapevoli o no, un po’ di Medioevo ce lo portiamo tutti dentro.

                                                                                                                                                         Alessandro Cerioli

Elena Percivaldi

ele Editto 2Sono nata a Milano e vivo a Monza. Laureata in Lettere Moderne – Storia medievale, sposata, due bimbi, scrittrice e giornalista, critico d’arte e critico musicale. 

All’attività di saggista, storico e critico affianco la curatela di mostre, la conduzione di programmi radio, la partecipazione in trasmissioni tv e radio a tema e a conferenze, convegni e seminari di studio in tutta Italia.

Sono titolare della Perceval Archeostoria (impresa di consulenza storico-archeologica, studi e ricerche, pubblicazione di saggi, curatela di mostre, partecipazione a conferenze e convegni).

Sono membro della redazione del portale d’arte Exibart.com

Ho co-condotto la trasmissione “ArcheoStorie” in onda il lunedì sulla radio privata Keltoiradio: www.keltoiradio.org

Intervista allo scrittore Massimiliano Colombo

fotoII Studio Tablinum: su Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata, si è scritto di tutto, erroneamente alle volte, non possiamo non pensare alla figura di Giuliano come alla figura di un imperatore che ha cercato di restituire, ad un impero ormai avviato verso il decadimento, quell’aura di magnificenza che lo aveva caratterizzato per i precedenti quattro secoli. L’idea di restituire dignità alle “lettere” e al “sapere”, lui amante degli aulici classici greci, sino ai pragmatici commentari di Giulio Cesare. Di restituire un orgoglio perduto ai suoi eserciti, dopo le vittorie di Augustodunum ad Argentoratus, sino all’acclamazione imperale a Lutezia Parisiorum, sempre con incalzate determinazione la stessa che lo aiutò nella sua fanciullezza a sopravvivere alle lotte di potere in seno alla sua famiglia, i costantinidi. Sino ad arrivare all’epilogo nella cittadina di Maranga, dopo essere stato vicino, con il suo esercito, a conquistare la capitale del regno Sasanide, Ctesifonte, a soli trentadue anni Flavio Claudio Giuliano Muore.

Nel tuo ultimo romanzo “Draco, l’ombra dell’imperatore” getti nuova luce sulla figura dell’imperatore Flavio Claudio Giuliano, cosa ti ha spinto a scrivere sulle sue vicende?

Volevo scrivere una storia antica ma che avesse un ritmo incalzante di stampo moderno. Volevo scrivere del passato rendendo il lettore attento del fatto che quel passato, è ancora fortemente radicato in noi, che stiamo vivendo il risultato di decisioni prese più di millesettecento anni fa.

Non potevo quindi che scegliere Flavio Claudio Giuliano e il periodo in cui è vissuto. Un periodo di forti contrasti religiosi, di guerre contro nemici soverchianti e soprattutto di lotte intestine, di tradimenti, di spie, di assassinii decisi nelle stanze del potere. Un sistema che Giuliamo ha cercato di estirpare restandone invece vittima.

Il protagonista, Victor, è infatti una spia al soldo di Costanzo II, che avrà il compito di seguire come un’ ombra il giovane Claudio Flavio Giuliano che la Storia conoscerà come “L’Apostata”. Attraverso gli occhi di Victor il lettore potrà seguire da presso una tra le figure storiche più singolari, straordinarie e controverse che siano mai esistite.

Affiancato a Victor vi è Filopatròs, un greco, anch’egli una guardia del corpo di Flavio Giuliano e forse anch’egli una spia messa li a controllare le mosse di Victor.

Victor, Filopatròs e Giuliano, tre uomini che rappresentano altrettanti ideali politici e religiosi. Uno è senza fede, uno è cristiano ed uno pagano. Uniti come fratelli dall’amicizia, separati dalle proprie ideologie, a tal punto da far divenire laloro fede una sorta di mostro interiore con il quale, loro malgrado, si trovano a combattere.

Le descrizioni delle battaglie sono molto suggestive, sia per la minuzia dei particolari sia per l’attinenza storica, ha influito l’aver fatto parte di un corpo speciale come i paracadutisti?

Direi proprio di si. L’aver assaporato lo spirito di corpo della Folgore come comandante di squadra assaltatori mi ha permesso di trasmettere sensazioni che non avrei mai potuto descrivere se non avessi fatto quell’esperienza. Posso solo immaginare quanto possa essere amplificata questa sensazione di spirito di corpo, facendo parte di una legione che marciava giorno e notte e affrontava innumerevoli nemici in battaglia combattendo all’arma bianca.

 La sensazione che si a leggendo uno dei tuoi romanzi storici e quella di trovarcisi coinvolto in prima persona, ma come ti riesce questa alchimia?

Io ho proprio iniziato a scrivere perché in ciò che leggevo non riuscivo a sentire alcun coinvolgimento. Leggevo di battaglie, combattimenti feroci che duravano in eterno, uomini che continuano a lottare senza curarsi delle ferite e senza mai essere a corto di fiato.

Nessuno scriveva della tensione emotiva, della stanchezza, del freddo, di quello che in minima parte avevo provato io nelle pattuglie notturne sotto una gelida pioggia. Della sensazione di spossatezza che si impadronisce del corpo o della adrenalina che ti tiene in piedi. Della paura, della mancanza di fiato dopo uno sforzo estenuante. Questo mancava in ciò che leggevo e quindi forse chi li aveva scritti non li aveva mai provati. Reggere uno scudo, portare una corazza, sferrare un colpo, due, dieci, venti, quanto può combattere un soldato? Nella mia mente pochi istanti. Ecco, quegli istanti vanno saputi raccontare come se scorressero al rallentatore. Come se ogni battito del cuore fosse una lotta contro la morte. Ma la mia è solo immaginazione.

Su quale altro personaggio storico scriveresti? Nel mondo classico avresti l’imbarazzo della scelta.

Scriverei Draco ancora dieci volte, ma alla fine credo che sarei ripetitivo. Ho scritto di Sertorio, un libro appena finito e sto scrivendo di Publio Decio Mure, un libro appena iniziato. Un giorno o l’altro scriverò di Scipione, ma preferirei non sbilanciarmi troppo in previsioni, io ci metto molto a scrivere libri, mentre per farsi rubare un’idea ci vuole un secondo.

Quali progetti letterari hai per il futuro?

Come ho accennato ho appena concluso un romanzo su Quinto Sertorio. L’idea di scrivere un romanzo sulla sua campagna in Spagna era nel cassetto da prima che cominciassi a scrivere “Draco, l’ombra dell’imperatore”. Gli scenari e la forte personalità di questo generale, lo rendono una delle figure più controverse e discusse dalla storia di Roma. Sertorio è un Romano che combatte il sistema stesso che lo ha creato e lo fa inizialmente da uomo leale, forte, clemente, che supera in acume tattico e strategico tutti i generali che gli vengono inviati contro. Il logorio della lunga guerra e l’incompetenza dei suoi comandanti, lo rendono poi cinico e crudele, proprio come il destino che lo attende e che trasforma i suoi uomini di fiducia in assassini.

L’intramontabile Teodoro Mommsen, nella sua “Storia di Roma”, parla di lui come uno dei più grandi uomini, forse il più grande, che Roma abbia mai prodotto. Plutarco nelle sue “Vite Parallele”, lo dipinge con i tratti vividi di un uomo straordinario e magnanimo condannato da un destino crudele e ingiusto. Studiandolo e cercando di trasporlo in questo libro con la mia immaginazione, mi sono trovato davanti ad un personaggio geniale, coraggioso, ma anche scaltro e opportunista.

In quale modo ti sei accostato alla letteratura?

Il mio amore per la storia è innato. Io a otto anni ho chiesto a i miei genitori di portarmi a Roma a vedere il Colosseo e i Fori Imperiali. Ma l’amore per la scrittura è arrivato molto più tardi e la scintilla che ha innescato il tutto è stata una esposizione di figurini militari che ha cambiato la mia vita portandomi a scoprire, oltre alle attitudini per la pittura, un incredibile mondo di appassionati ed esperti di storia e uniformologia. Una passione che mi ha portato a partecipare a concorsi internazionali e collaborare con alcune riviste del settore italiane ed estere. Una passione che mi ha fatto riprendere in mano i libri di Storia. Una storia diversa da quella che mi propinavano a scuola, una storia scritta nella polvere dagli uomini come i miei nonni e i ragazzi di ogni tempo che hanno servito sotto le armi. Una passione che mi ha guidato dalle campagne napoleoniche ai confini della letteratura classica.

Li ho capito che esercitandomi, in qualche anno avrei potuto diventare un buon pittore di figurini storici, mentre per lo studio della storia, tutta la vita non sarebbe bastata.

 Hai un luogo particolare in cui coltivi la tua ispirazione letteraria?

Io quando scrivo voglio emozionare, toccare il cuore e a volte graffiarlo. È un lavoro che richiede concentrazione, ma è anche adrenalina della creazione e dell’immaginazione. È sforzo mentale e fisico, mi piacerebbe dire che è anche metodo, perché più si scrive e migliore è il risultato, proprio come un atleta che si allena per esprimersi al meglio, ma questo non è il mio caso.

Voglio sottolinearlo, io non sono quasi mai nelle condizioni ottimali per scrivere, i miei lavori non nascono nel mio studio, con una bella musica d’ambiente di sottofondo e il camino acceso e non scrivo nemmeno nei momenti in cui sono più lucido e riposato. Io scrivo con poche manciate di muniti rubate sui treni, nelle pause pranzo nei bar, sulle panchine del parco, nella stanchezza delle ore notturne rubate al sonno. Quello che ho scritto è ciò che ho potuto fare al meglio nelle condizioni in cui mi trovavo in quel momento. Scrivere per me è una battaglia.

La tua qualità letteraria è matura per l’estero? Cosa puoi dirci in merito?

Il prossimo anno esce il mio primo libro in Spagna per Ediciones B. Sono molto contento, ho fortemente voluto la pubblicazione dei miei lavori all’estero e la Spagna si è dimostrata sensibile. Eviterei l’argomento della qualità letteraria perché finirei con lo sparlare della qualità di alcuni libri esteri che leggiamo in Italia. Ma purtroppo il nostro è un paese di esterofili, basta un nome esotico per avere un fascino del tutto particolare, esattamente il contrario di ciò che invece succede nel mercato di lingua anglosassone. Loro giustamente favoriscono i loro scrittori.

Che futuro vedi per la letteratura nel nostro paese? Considerando i tagli al bilancio di questi ultimi anni.

Pessimo. Dall’uscita del mio primo romanzo nel 2010 il mondo dell’editoria è radicalmente cambiato, sembrano passati secoli e invece sono passati tre anni. Tre anni in cui c’è stato un crollo del settore. Fatta eccezione per qualche bestseller mondiale l’industria editoriale si regge con numeri da artigianato. Per sopperire a questa carenza di vendite si pubblicano un’enormità di titoli in modo di avere sempre in libreria delle novità da proporre e questo accorcia la vita di ciascun libro. Le librerie storiche delle città sono state soppiantate da quelle in franchising dei centri commerciali dove si è perso il rapporto con la clientela e dove quindi non si consiglia più un prodotto al lettore che si conosce. Internet poi ha aiutato parecchio a fare piazza pulita degli ultimi lettori. La gente passa più tempo sui social network che a leggere libri. Prendete un treno al mattino e guardatevi intorno, contate quelli che guardano il telefonino e quelli che leggono un libro.

Ma non è detto che un giorno le cose non possano cambiare.

Massimiliano Colombo

massimiliano

Massimiliano Colombo, nato a Bergamo nel 1966, vive a Como dove da anni coltiva, con cura, dedizione ed entusiasmo, la sua innata passione per gli eserciti del passato. Nel 1988 serve nella Brigata Folgore – 2° Btg. Paracadutisti Tarquinia, un’esperienza di vita che ne tempra il carattere e rafforza la sua già grande ammirazione per chi, nelle mutevoli stagioni della storia, indossa un’uniforme.

Nel 1993 visita una mostra di figurini militari che lo introdurrà alla scoperta non solo della propria attitudine alla pittura, ma anche nello straordinario mondo di cultori ed esperti di storia. Partecipa a concorsi internazionali e collabora con alcune riviste del settore italiano ed estero. Dietro ogni realizzazione c’è un’appassionata ricerca storica che gli rivela, di volta in volta, nuovi mondi da esplorare.

Nel 2003 si imbatte in una specialistica versione del De Bello Gallico. Da quelle righe nasce uno slancio, una fervida ispirazione, un moto dell’animo che diviene sfida e al tempo stesso desiderio di fermare il tempo, desiderio di scrivere.

                                                                                                                                                                                                                                        Alessandro Cerioli

La caduta dell’impero romano

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Studio Tablinum: è la domanda che tutti i classicisti di ogni epoca si pongono, quali furono le cause della caduta dell’impero romano ?

Da anni cerco di capirne di più su questo fatto epocale e disgregativo, interrogandomi su gli errori commessi dalla classe dirigente dell’epoca e vorrei coinvolgervi in questa riflessione.

Secondo lo storico Edward Gibbon, la voce più autorevole fra i classicisti di tutte le epoche, il suo modello è preso da esempio tutt’oggi dai più illustri storici, la responsabilità principale di tale declino risiede nella diffusione del cristianesimo e di altre sette, dalla perdita di dignitas da parte della classe dirigente e dall’imbarbarimento delle frontiere. Esattamente cita, nel Capitolo 38, in un paragrafo chiamato Osservazioni generali sulla caduta dell’Impero romano in Occidente,  una serie di cause che portarono al declino e alla caduta dell’Impero romano d’Occidente:

« … la decadenza di Roma fu conseguenza naturale della sua grandezza. La prosperità portò a maturazione il principio della decadenza…Invece di chiederci perché fu distrutto, dovremmo sorprenderci che abbia retto tanto a lungo. Le legioni vittoriose, che in guerre lontane avevano appreso i vizi degli stranieri e dei mercenari,… il vigore del governo militare fu indebolito e alla fine abbattuto dalle istituzioni parziali di Costantino (cristianesimo), e il mondo romano fu sommerso da un’ondata di barbari. Spesso la decadenza di Roma è stata attribuita al trasferimento della sede dell’Impero […]. Tale pericolosa novità ridusse la forza e fomentò i vizi di un duplice regno… Sotto i regni successivi l’alleanza tra i due imperi fu ristabilita, ma l’aiuto dei Romani d’Oriente era tardivo, lento e inefficace […]. »

Di tutt’altro avviso il Prof. Adrian Goldsworthy, dell’Universita  Notre Dame di Londra, che nel suo saggio La caduta di Roma idealizza non un crollo ma semplicemente un cambiamento, nemmeno troppo radicale, ma iniziato circa tre secoli prima durante il periodo detto “dell’anarchia militare”, subito dopo la fine della dinastia degli antonini; la società romana stava cambiando ed era impensabile che rimanesse ancorata ai principi dettati dal mos majorum. Secondo Goldsworthy subito dopo la morte di Marco Aurelio si verificarono una serie di guerre civili che destabilizzarono l’apparato sociale e militare portando gli imperatori ad abbandonare il concetto di res publica ed abbracciare il concetto di autodifesa, ponendo, de facto, le basi per un’insicurezza generalizzata che porto a distanza di tre secoli alla paralisi della struttura imperiale. Quindi non un crollo ma un mutamento, naturale, in un impero arrivato ormai al capolinea.

Lo stesso vale per il sindaco di Londra Boris Johnson che nel suo saggio Il sogno di Roma ne cita la grandezza e la decadenza e ci illustra in modo chiaro ed esemplare come Roma sia riuscita prima ad imporsi con la forza delle armi e poi a costruire un sistema politico, una civiltà, in grado di unire molte differenze, unico comune denominatore l’economia in continua espansione, i continui tributi provenienti dalle province. Il problema vero si ebbe quando queste province, ossia territori, vennero meno limitando le capacità organizzative, logistiche e strutturali dell’impero.

Mentre il prof. Peter Heather, docente alla Università di Yale, eviscera tutti i dati storici in nostro possesso, in modo tecnico ma coinvolgente,  nei suoi due saggi La caduta dell’impero romano e L’impero e i barbari sfata molti luoghi comuni confutando o meno le teorie più consolidate, per Heather le ricostruzioni più diffuse hanno dipinto una civiltà decadente e corrotta, troppo “civilizzata” e magari indebolita dal cristianesimo. Ma a giocare un ruolo decisivo furono anche semplici dettagli, come gli archi degli Unni, più lunghi e potenti di quelli dei romani, il carico fiscale divenuto ormai intollerante, imposto dall’Urbe alle province, sino a passare ai dettagli più rilevanti come la perdita del granaio principale di Roma, il nord Africa e la sua mancata riconquista, la mancanza di collaborazione fra i due imperatori che governavano su di un impero ormai definitivamente diviso, il tentativo fallito dell’integrazione dei popoli barbarici riversatisi oltre il limes ed infine la spina nel fianco dell’impero dei Parti – Sasanidi che fu la vera super potenza antagonista di Roma.

In ultima analisi quali potrebbero essere state le cause principali di questa decadenza ?

Come avrete letto le teorie sono molte e molto intricate, in attesa di buone nuove dai continui scavi archeologici in tutto il territorio che fu dell’impero romano, vi invito a commentare e a scrivere il vostro pensiero su questa affascinante ed irrisolta vicenda storica.

Alessandro Cerioli