Sperlonga, benvenuti nella Terra di Ulisse

Tablinum: proseguono le nostre tappe alla scoperta del litorale laziale. Dopo Gaeta, questa volta andremo poco più a nord ad esplorare Sperlonga, piccolo comune del basso Lazio situato in provincia di Latina. Oltre a offrire alcune delle spiagge più belle d’Italia come Salette, composta, come tutte le spiagge della zona, da sabbia finissima di colore chiaro e acque limpide, Sperlonga è anche uno dei borghi più belli del Belpaese.

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Secondo la tradizione presso Sperlonga sorgeva la città di Amyclae (in greco Αμύκλαι), fondata dagli Spartani. Furono poi i Romani a scoprirla alla fine dell’età repubblicana, realizzando magnifiche residenze, attratti dalla bellezza del luogo e dal clima mite. Il nome del paese deriva dalle numerose cavità naturali, in latino speluncae, tra cui quella utilizzata dall’imperatore Tiberio.

Il grazioso centro storico è composto da un labirinto di viuzze, case tinte di calce bianca e terrazze sul mare da dove ammirare lo splendido panorama.

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Un altro elemento caratteristico di questa località sono le quattro torri. Costruite nel medioevo per difendersi dai Saraceni, oggi sono una delle mete turistiche più visitate. La Torre Centrale e la Torre del Nibbio sono oggi incorporate tra le case del paese, dando quell’aspetto arroccato e tortuoso. La Torre Truglia, invece, sorge su uno scoglio della punta più estrema del promontorio di Sperlonga. La torre ha una pianta quadrangolare, con robusti contrafforti laterali e una scala di accesso al piano rialzato, riparata rispetto al mare. Col suo profilo suggestivo, la Torre Truglia divide le due riviere (la Riviera di Levante che si estende fino alla Grotta di Tiberio e la Riviera di Ponente che lambisce la parte bassa di Sperlonga). Essa è stata più volte restaurata, e ha anche ospitato per diversi decenni la sede della Guardia di Finanza. La si può raggiungere anche a piedi, senza dimenticare di visitare, lungo la strada, anche le piccole e pittoresche chiese di Sperlonga, situate nel cuore antico della città.

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Dalle terrazze del borgo si può ammirare la Villa di Tiberio, la residenza imperiale – di cui rimangono a Sperlonga ancora cospicui resti – che si sviluppava per oltre trecento metri di lunghezza lungo la spiaggia di levante e che comprendeva, oltre ai quartieri di servizio e quelli abitativi, un impianto termale, manufatti per le riserve d’acqua e un attracco privato. In epoca augustea, in occasione di un grande intervento di ristrutturazione, la cavità naturale, ovvero la più conosciuta Grotta di Tiberio, accolse una piscina circolare collegata ad altre esterne di varia forma, destinate all’itticoltura pregiata. Al centro della vasca rettangolare esterna doveva sorgere il triclinio imperiale. L’interno dell’antro venne decorato con marmi e di mosaici in tessere di vetro, e arredato con i monumentali gruppi scultorei ispirati alle imprese di Ulisse. Tiberio, succeduto ad augusto nel 14 d.C., utilizzò la residenza fino al 26 d.C. quando una frana che mise a repentaglio la sua vita lo indusse a scegliere l’isola di Capri.

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Dopo la caduta di Roma, i ruderi della residenza imperiale, verso il VI secolo, servirono da rifugio a comunità e popolazioni locali. Proprio da queste popolazioni vengono i primi abitanti di Sperlonga, che cominciava lentamente ad arroccarsi sulla collina di S. Magno. Una necessità determinata non solo dalle malattie delle paludi, ma anche dai continui attacchi dei pirati che infestavano il Tirreno. Il piccolo centro venne raso al suolo nell’agosto del 1534 dal corsaro Khair ad – Din detto il Barbarossa (di questi eventi rimane la memoria nel nome di Valle dei Corsari, presso la Grotta). Nel Settecento e nell’Ottocento, Sperlonga assunse l’attuale caratteristica struttura a forma di testuggine e venne arricchita con chiese e palazzi signorili.

Il Museo archeologico di Sperlonga, annesso all’area della Villa, ospita i gruppi statuari rinvenuti negli scavi condotti nel sito a partire dal 1957. Esso venne realizzato in seguito alla mobilitazione popolare contro l’ipotesi di trasferire i reperti a Roma.

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La raccolta comprende i celebri gruppi marmorei in cui sono state finora identificati quattro episodi dell’epos omerico: l’assalto di Scilla alla nave di Ulisse, l’accecamento del ciclope Polifemo, il ratto del Palladio e Ulisse che solleva il cadavere di Achille (quest’ultimo è detto “Gruppo di Pasquino” per la somiglianza a una delle copie romane che si trova all’esterno del Museo di Roma, vicino Piazza Navona, conosciuta dal Rinascimento proprio come la statua di Pasquino). Dunque, una vera Odissea di marmo che costituisce una delle testimonianze più affascinanti per la conoscenza del mito di Ulisse nell’arte antica. Le sculture, rinvenute in migliaia di frammenti, sono frutto di un lungo lavoro di restauro non ancora compiuto. WP_20160619_11_34_02_ProÈ probabile che tutti i gruppi siano opera di tre famosi scultori rodii, Agesandros, Athenodoros e Polydoros, autori anche del celebre Laooconte oggi in Vaticano, cui Tiberio commissionò la decorazione dell’antro. Nel Museo sono esposti altri pregevoli reperti, in gran parte scultorei, riferibili all’apparato ornamentale della villa (immagini di divinità, ritratti, soggetti mitologici) oltre che suppellettili e manufatti che documentano l’ininterrotta continuità di vita del complesso fino all’età tardo-antica.

Francesca Corsi

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Boudicca, regina e guerriera

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Tablinum: Boadicea o Boudicca, (nome derivante dalla parola celtica bouda, cioè vittoria), sposa del re Prasutago, era la regina della città di Iceni (ora Norfolk), ancora indipendente al potere di Roma: Giulio Cesare aveva iniziato l’invasione della Gran Bretagna nel 55 a.C., ma non era mai realmente riuscito ad imporre la sua dominazione sopra i Britanni. Nel 43 d.C. che l’imperatore Claudio ordinò che la Gran Bretagna dovesse essere conquistata. È durante questa seconda invasione che nasce la storia di Boadicea.
Boadicea è stato descritta come donna potente e, durante le battaglie, si spostava sul carro combattendo con la lancia. Lo storico romano Cassio Dione ci fa sapere che ella era “alta, di statura enorme, aveva un aspetto davvero terrificante nello sguardo dei suoi occhi; la voce rauca, una grande massa di capelli le scendevano fino ai fianchi; intorno al collo aveva una collana d’oro; indossava una tunica colorata su di un mantello che era legato da una grande spilla” (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2).

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Quando Prasutago morì nel 60 d.C. senza eredi maschi lasciò tutte le sue ricchezze alle sue due figlie e all’Impero Romano, a quel tempo comandato da Nerone, confidando con ciò di guadagnarsi la protezione imperiale per la sua famiglia. Era pratica normale di Roma concedere l’indipendenza ai regni alleati solo finché erano vivi i “re clienti”, che dovevano lasciare in eredità a Roma i loro regni. La legge romana, inoltre, riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile. Per questo, alla morte di Prasutago, non avendo egli figli maschi, le sue terre e le proprietà furono confiscate e i nobili trattati come schiavi. Boudicca protestò con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliarono esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le giovani figlie furono stuprate.
Così, mentre il governatore della provincia, Svetonio Paulino, era assente nel 60 o 61 poiché stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (Galles settentrionale), Boudicca organizzò una ribellione in tutta la regione dell’Anglia Orientale. Gli insorti bruciarono Camulodunum (Colchester), Verulamium e parte di Londinium (Londra) e molti avamposti militari, massacrarono (come riporta Tacito) 70.000 tra Romani e Bretoni simpatizzanti romani facendo a pezzi la Nona Legione.

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Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con Budicca nella battaglia di Watling Street (ubicazione sconosciuta e dibattuta) e, nonostante i Romani fossero molto inferiori di numero, sfruttando la loro superiorità tattica inflissero una dura sconfitta ai ribelli, facendone strage. Boudicca si avvelenò, per non cadere nelle mani dei Romani.

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Nel Medioevo la figura di Boudicca fu dimenticata, tant’è che non compare in nessuna fonte. Ricomparve poi nel XVI secolo, dopo la riscoperta delle opere di Tacito e di Cassio da parte di Virgilio Polidoro. A partire dal XVII secolo la sua storia ispirò diversi autori. La sua fama raggiunse l’apice nell’età vittoriana, quando divenne un’eroina e un importante simbolo culturale del Regno unito. Essa compare in diversi romanzi contemporanei, tra cui il quinto libro del ciclo di Avalon di Marion Bradley e Il vessillo di porpora di Massimiliano Colombo, pubblicato nel 2011.

                                                                                                      Francesca Corsi

Presentazione Letteraria: Forse non tutti sanno che a Roma…

Tablinum: video della presentazione letteraria di “Forse non tutti sanno che a Roma…”, presso Enoteca Letteraria Roma. Ospite della serata la scrittrice Ilaria Beltramme. Moderatore Francesca Corsi. Venerdì 29 maggio 2015.

Intervista a Vincenzo Vallone: “progettare per recuperare”.

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Tablinum: questa settimana scopriremo la genialità dell’artista sannita Vincenzo Vallone. Le sue opere e il suo passato. Vallone ha partecipato alla nostra mostra “Le Cinque Anime della Scultura” che si è tenuta a Como nell’ottobre scorso presso gli spazi di officinacento5, portando delle opere cariche di simbolismi e profondità.

1) Vincenzo Vallone, la sua vita è consacrata all’architettura, in particolar modo alla progettazione e al recupero degli spazi urbani. L’architettura, “la più intellettuali delle arti”, riveste un importante ruolo sociale. Quale sua opera in particolare riflette questa caratteristica, in questo momento storico?
La risposta è contenuta nella domanda: progettare per recuperare; recuperare attraverso l’archeologia, la paleontologia. Queste ultime sono il vero tesoro che il territorio italiano nasconde ed è da riportare alla luce, alla modernità, con garbo, e rispetto scientifico sempre nella dimensione percepibile dalla razionalità tecnologica.
Per l’artista non c’è l’opera con particolari caratteristiche, esiste il percorso e la sperimentazione continua.

2) Quanto investe oggi l’Italia nella pianificazione territoriale? L’arte può contribuire a valorizzare un territorio così ricco e variegato come quello della Penisola, eppure così fortemente danneggiato dall’eccessivo sfruttamento edilizio?
L’Italia negli ultimi cinquanta anni è stata sconvolta e travolta da leggi del territorio finalizzate solo allo sfruttamento del medesimo. Da qualche anno paghiamo delle furbizie che sono state messe in atto: svalutazione della proprietà fondiaria, immobiliare e inquinamento incontrollato.
L’arte assiste in qualche modo si adegua e in tanti casi può solo denunciare ai posteri l’empatia, ovvero i pensieri e gli stati d’animo dell’umanità contemporanea e della condizione umana.

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3) Le sue opere, un connubio tra architettura, scultura e pittura, entrano nel quotidiano grazie alla rappresentazione di oggetti della vita di tutti i giorni: l’elettrodomestico, la lampada, la poltrona, la macchina, l’aereo, le tettoie metalliche e ancora le grandi stazioni di una volta. Secondo Lei, oggi i fruitori dell’arte pensano che essa sia qualcosa d’altro rispetto alla vita, oppure che sia parte della vita stessa?
L’arte è vita ed è parte della stessa vita come gli oggetti del quotidiano. Il connubio fa parte della mia vita; da sempre mio nutro di queste tre discipline come l’architettura, la scultura (alto-basso rilievo) e la pittura. Tre modi in uno per esprimermi, con un occhio di riguardo alle tematiche sociali e ambientali.

4) Recentemente ha esposto alcune sue opere, tra le quali “Firenze oltre il sole”, presso l’Officinacento5 a Como, in collaborazione con Studio Tablinum. Ci racconti la sua esperienza.

L’opera “Firenze sotto il sole” è la metafora di una delle grandi città italiane illuminate dall’arte del Medioevo e ancor più del Rinascimento. Senza elencare nomi di maestri sublimi al mondo sono stati dirompenti, nutriti di ribollite o di pane cotto della cucina contadina col filo d’olio d’oliva.
L’esperienza con Studio Tablinum è stata entusiasmante, in seguito lo sarà ancora di più, ne sono certo. È bello avere al fianco un classicista come Alessandro Cerioli ed Elisa Larese. Non sbagli.

5) Da molte sue opere, “lamiere fiorite” caratterizzate dal taglio, la manualità e il segno, appare una realtà sospesa, luminosa e sognante, “metafisica” ma al tempo stesso aderente alla realtà, sia per i soggetti, sia per la loro realizzazione “materica”. Quali sono le sue fonti d’ispirazione?
Le “lamiere fiorite”mi seguono e le inseguo da più di un decennio. Materia nella quale si ritrovano il taglio delle finiture architettoniche; la manualità dell’alto-basso rilievo; il segno del disegno e della ricerca formale. L’artista non riesce a definire la fonte o le fonti di ispirazione. Ogni occasione è quella propizia in special modo se immerso o accompagnato da atmosfera silente (alla D’Annunzio). Le mie lamiere esprimono la verità come un atto d’amore.

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6) Tra le sue tante attività, è stato anche impegnato in una conferenza presso un Istituto Superiore a Telese Terme. Quanto aiuta oggi la scuola alla formazione di una “coscienza dell’arte” e della cultura scientifica? Quanto invece l’arte può aiutare la scuola? Sarebbe auspicabile una comunicazione tra la scuola e gli operatori culturali?

Certamente. Per salvarci dall’imbarbarimento politico e sociale nel quale siamo stati indotti e caduti dobbiamo dialogare con i giovani, solo con la scuola potremo intraprendere una strada diversa e sana in prospettiva. Sono loro l’ascensore sociale e la catena di trasmissione. Per l’eternità sono loro il viatico intellettivo della vita.
Lo ha scritto Tolstoj “ il destino dell’uomo è l’eternità”.

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Vincenzo Vallone è nato a Telese Terme (Benevento) dove vive e lavora. Architetto. Ha studiato alle scuole Salesiane, all’accademia di Belle Arti e all’università “Federico II” di Napoli. Si è consacrato alla progettazione degli spazi urbani, al recupero storico, alla pianificazione territoriale e alle tematiche dell’ambiente e del paesaggio.
Dipinge da sempre.
Ha partecipato tra tanti altri, al Premio “Terna2008” e “Terna 2009”; Concorso per le opere d’arte presso il Maxxi – Museo nazionale delle arti del XXI sec. in Roma; Concorso Matitalia del Comitato Italia; le sue opere partecipano allo “spazio risonanze” dell’Accademia di S.Cecilia-Auditorium Parco della Musica di Roma.
Negli ultimi anni ha esposto più volte a Milano, Parigi, Assisi, Roma, Firenze,Torino, Bonn, Albenga (Savona) , Baden-Baden, Londra, Bruxelles, Como.

Immagini:
Vincenzo Vallone.
“Chissà cosa prova a stare nella rete una BELLEZZA INFRANTA” – 2011 (New Florence Biennale)
“NOI DUE”
tecnica mista su lamiera – ottone, vernici, specchi
(cm. 56 x 44)
2009
“TELESE AI SUOI CADUTI” Telese Terme 1984

Dare voce alle “5 Anime della scultura”: intervista a Carlo Pazzaglia.

Studio Tablinum: In un mondo caratterizzato dal viavai frenetico della vita quotidiana, dalla dispersione del singolo nella massa, dai molteplici stimoli, è necessario ogni tanto “fare verità” per ritrovare l’essenza delle cose e del nostro essere. L’arte in questo può aiutare. Ce lo dimostrano le opere di Carlo Pazzaglia, artista che ha recentemente preso parte all’esposizione “Le cinque Anime della scultura” a Como, nata dalla collaborazione tra Studio Tablinum e Officinacento5. Conosciamo meglio colui che è stato recentemente definito “l’anima sintetica” della scultura.

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La tua scultura parte prima di tutto dal territorio in cui vivi: ne sono un esempio le Marcolfe, – nome che deriva dall’antico germanico Markulf, composto da mark, “confine”, e wolf, “lupo”, interpretato come “colei che custodisce i confini”-. Esse sono maschere in pietra poste solitamente sulla porta di entrata o sulle facciate delle case, diffuse nella zona di Frignano (territorio a sud di Modena fino ad arrivare ai confini dell’appennino tosco-emiliano). A queste sculture, alle quali si attribuisce la funzione magica di scacciare gli spiriti maligni, ti sei ispirato per le tue immagini degli “spiriti” come gli Uomini neri e i Guardiani. In passato le marcolfe venivano poste ai confini per ricordare il macabro rito di porre le teste mozzate sui pali che costituivano le palizzate difensive come monito ai nemici.
Oggi che cosa rappresentano questi “guardiani”? Cosa ci vogliono ricordare?

Tutte le categorie che ho cercato di rappresentare, in definitiva sono riconducibili ad una cosa sola: la nostra coscienza. Le Marcolfe-Spiriti ci ricordano che non esiste solamente la natura concreta e tangibile delle cose che ci circondano, ma esistono altre realtà che non vediamo e non comprendiamo.

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Oltre alla realtà territoriale, nelle tue opere giocano un ruolo fondamentale i materiali. Hai affermato che lavori «sassi di fiume, il ferro, il legno ed ultimamente anche il marmo, cercando di portare alla luce la loro energia vitale». Emergono così dei veri e propri racconti figurati, delle storie, e le pietre in particolare sono considerate «come fossero diari della terra». Hai la capacità di estrapolare l’anima dalla materia attraverso la semplicità e la sintesi.
Di solito nell’ideazione di un’opera parti prima dal concetto che vuoi esprimere, cercando di darle voce attraverso la materia, o è la materia che ti parla e ti fa risuonare un certo stato d’animo?

Dipende dai materiali che lavoro. I sassi di fiume sono loro a parlarmi. Per prima cosa devono colpirmi per come sono fatti, per il colore o per certe venature e poi si tratta di vederci qualcosa. Talvolta comincio il lavoro e questo rimane poi fermo per tantissimo tempo, perchè non so più come andare avanti. Quando e se mi verrà la folgorazione, lo finirò. Il ferro si comporta diversamente; non ha l’anima della pietra. Trattandosi di materiale di recupero, soprattutto piccoli pezzi, mi serve per dare corpo ad una idea che ho già in testa, che poi è un racconto. Il legno ed il marmo li uso con parsimonia perché non mi sono troppo congeniali; bisogna passare troppo tempo a lisciarli. Io sono per l’immediatezza.

Le tue opere, nonché il tuo stile di vita, sono state associate all’ideologia del primitivismo (una delle prime correnti di pensiero primitivista è rappresentata dall’intellettuale statunitense Henry David Thoreau), che promuove uno stile di vita semplice, austero, grazie al quale si può realizzare la vera dimensione umana e sociale. Questo è possibile solamente lasciandosi alle spalle la modernità, recuperando un più pieno contatto con la natura.
Quando hai deciso di aderire a questo modo di vivere? È difficile rimanere “appartato” dal mondo, ma al contempo non perdere lo sguardo attento sulla realtà contemporanea?

Non ho deciso a priori; è maturato da solo. E poi, non è “vivere appartati”, bensì “vivere diversamente”; senza più stress da parcheggio o da frequentazioni obbligatorie ma poco gradite o da smania di successo e voglia di apparire. Qui si può vivere lasciando le chiavi in auto e sulla porta di casa. I contatti con la “civiltà” ci sono ancora ma, per muovermi dai miei luoghi, deve valerne la pena.

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Si possono osservare molteplici influenze nei tuoi lavori: dal primitivismo di Modigliani e Picasso, all’espressività tragica di Caravaggio (si veda ad esempio la Medusa), alla poetica di Goya, ravvisabile nell’alone onirico e misterico che circonda le tue opere; le installazioni in particolare, sintetiche, isolate nello spazio (come Ecce Homo e Prigione), riportano alla mente soprattutto la scultura surrealista ed esistenzialista di Alberto Giacometti. In questo excursus di celebri richiami si rivela l’inquietudine e la precarietà della condizione umana, in contrasto con la natura, maestosa e serena.
Secondo te, l’arte può rappresentare per l’uomo un’occasione per fermarsi, allontanarsi dal caos della vita quotidiana, e riflettere su se stesso, per porsi degli interrogativi? L’arte è rivelazione dell’esistenza, o ne è lo specchio?

Sicuramente l’Arte può servire anche a questo, ma non è l’unico fattore in grado di aiutarci a ritrovare noi stessi.
L’Arte è rivelazione dell’esistenza o ne è lo specchio? Bella domanda. Credo dipenda dalla profondità. Si può scavare per portare alla luce anche un manufatto piccolissimo e di nessun pregio oppure ci si può fermare alla superficie. Si trovano tantissime cose, anche senza faticare troppo.

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Le tue opere sono state recentemente esposte alla mostra “Le Cinque anime della scultura” presso lo spazio Officinacento5 di Como, in collaborazione con Studio Tablinum. Puoi raccontarci un resoconto di questa esperienza?

Sono stato molto contento di questa esperienza. La cornice espositiva era giusta e le opere erano ambientate e non sistemate per riempire gli spazi vuoti; gli organizzatori, persone serie e molto preparate. C’era armonia.

Pensi di sperimentare in futuro altre forme di arte, ad esempio la pittura?

Non escludo nulla. Per quel che riguarda la Pittura, ho già dato. Dai 18 ai 22 anni ho dipinto ma poi, in un impeto di rabbia, ho fatto a pezzi tutte le tele e gettato via colori e pennelli. Ancora oggi amo moltissimo la pittura; quella degli altri.

Carlo Pazzaglia nasce a Bologna nel gennaio 1952; vive in montagna, a Sestola, al confine tra Emilia e Toscana. A 24 anni si iscrive alla facoltà di Architettura di Venezia, sostenendo tutti gli esami ma senza mai discutere la tesi. Ha fatto molti lavori, tra i quali lo scalpellino, la sua via per arrivare alla scultura, attività che lo impegna da alcuni anni.

Francesca Corsi

Intervista allo scrittore Giuseppe Bresciani

Copertina il cantico del pesce persicoStudio Tablinum: Giuseppe Bresciani, 59 anni, scrittore comasco, ex imprenditore umanista e libero pensatore che ama osservare in modo disincantato ma partecipe la commedia umana, di cui sa fissare gli aspetti più intimi e particolari. È autore di due romanzi e di tre saggi dettati dalla ricerca spirituale, pubblicati con lo pseudonimo Astor. Ultimamente, ha pubblicato col suo vero nome il libro-reportage “L’inferno chiamato Afghanistan” e i racconti “Il cantico del pesce persico”. Cerchiamo di conoscere meglio il suo pensiero:

Nella sua opera “Il Cantico del pesce persico” (2013), un omaggio alla sua terra, i racconti oscillano tra mito e realismo, e il lago di Como fa da sfondo alla Roma imperiale e a personalità quali Leonardo Da Vinci. Quando è nata l’ispirazione di questi racconti?

I racconti sono nati in tempi diversi, come momenti di pausa o defatiganti tra una ricerca culturale e la scrittura di un romanzo ancora inedito, ma tutti nell’arco degli ultimi quattro anni. L’ispirazione era dentro di me fin da bambino. Ho sempre desiderato scrivere un libro di narrativa sulla mia terra, che amo tantissimo. Ci ho messo parecchio tempo a realizzare questo sogno ma ne sono orgoglioso. Il libro è un frutto della maturità e quindi ha un sapore pieno, gustoso. Mi piace definirlo il “frutto della passione”.

Quanto è importante il contatto con le proprie radici, nell’era globalizzata dove si assiste sempre di più a un livellamento di usi e costumi?

É fondamentale. Non conoscere o rinnegare le proprie radici significa depauperizzare la propria vita. Conoscere, rispettare e tramandare i ricordi e le testimonianze di com’eravamo ci consente di restare unici e liberi. È il modo più intelligente per contrastare la globalizzazione, che considero un leviatano. Guardare avanti va bene, ma guai a dimenticarci del passato, che ci ha dato l’imprinting.

un infernoNel suo libro “L’inferno chiamato Afghanistan” (2012) narra le vicende di un popolo in guerra visto dalla parte di chi lo ha osservato da vicino. Secondo Lei, quanto davvero possiamo percepire dai reportage televisivi? I mezzi di comunicazione ci avvicinano o ci tengono più distanti dalla realtà, specie quella tragica dei conflitti?

Il mio soggiorno di tre mesi in Afghanistan fu un’esperienza molto intensa, ai confini della realtà. Forse perché ero privo di credenziali, una sorta di mina vagante vista con sospetto sia dagli afghani che dagli occidentali, al punto che la Polizia di Kabul mi ha fermato per spionaggio. Vivere in mezzo agli afghani e muovermi liberamente, cacciandomi nei guai con spensieratezza, mi ha consentito di conoscere la situazione locale meglio di un inviato speciale o di un giornalista “embedded”. Ne ho tratto la convinzione che i mass media non ci avvicinano alla realtà, la manipolano. La guerra civile afghana è stata raccontata in modo superficiale e con un taglio “politically correct”. Immagino sia così per ogni guerra.

moby dickHa un esempio di riferimento, uno scrittore che ha colpito particolarmente la sua immaginazione fin da giovane?

Uno? Decine, direi. A cominciare da Dante Alighieri. Quando mi chiedono quali sono gli scrittori che amo maggiormente, di solito procedo dall’universale al particolare. Amo i grandi narratori dell’Ottocento e il mio livre de chevet è Moby Dick di Melville. Potrei fare altri nomi. Adoro Conrad, Borges e Roth. Ogni tanto rileggo Le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Fra gli italiani, apprezzo particolarmente Calvino, Gadda e Buzzati. Fra gli autori del nuovo millennio, ho un debole per lo spagnolo Zafron e le sue storie gotiche.

Leggendo il suo blog, mi ha colpito molto un suo intervento riguardante i nonni e il loro ruolo che al giorno d’oggi viene percepito meno importante per i ragazzi, sempre più attirati da modelli giovani e invincibili. Secondo Lei ne perdiamo qualcosa anche a livello culturale?

Sono nonno di quattro splendidi nipotini ed è giocoforza rispondere che i nonni sono uno dei pilastri della società. Purtroppo sono sempre meno di moda ed è un peccato. Se dal punto di vista affettivo sono insostituibili, da quello culturale costituiscono una risorsa indispensabile. I nonni sono la memoria viva del cammino antropologico, i custodi delle tradizioni, gli affabulatori per eccellenza, gli educatori più amorevoli. È così che io ricordo i miei nonni, angeli custodi e maestri di vita.

Tra i suoi libri ve ne sono alcuni di pervasi da un grande afflato spirituale (“Ecce me domine”, 2008, e “Il Vangelo Cosmico”, 2010). Mi parli del suo rapporto con la fede.

È un rapporto dinamico, assai complicato. Sono un ricercatore spirituale e ho percorso un lungo cammino che mi ha avvicinato e allontanato diverse volte dal cristianesimo. Tuttavia, non ho mai smesso di avere fede nell’ineffabile intelligenza cosmica che ci sovrasta. Oggi mi è più difficile pensare a Dio come a una figura antropomorfica paterna. Penso che Dio, comunque lo si voglia chiamare, sia un’invenzione degli uomini. Esiste un’energia cosmica, siamo frammenti di questa forza misteriosa e un giorno ci fonderemo nel tutto, nell’Uno. Credo esista una vita oltre la vita. E credo nella reincarnazione. Anzi, sono consapevole di avere vissuto vite precedenti all’attuale.

fotoCosa consiglia ai giovani che intraprendono gli studi umanistici, in un mondo che sembra essere governato sempre più dalle logiche di mercato? Come combinare la cultura dei classici con il contesto odierno?

Ho fatto il Classico e lo rifarei. L’umanesimo non favorisce il profitto ma apre la mente e la rende duttile. I classici non sono più di moda, tuttavia sono la fonte viva cui l’uomo non smetterà mai di attingere, nemmeno nelle epoche dominate dalla confusione e dallo sconforto. Pensi ai secoli bui, prepararono l’Umanesimo e il Rinascimento. Ai giovani direi quello che ho detto alle mie tre figlie quando le iscrissi al liceo classico. “Quando sarete grandi capirete che un uomo vale per ciò che sa e per ciò che fa”. Gli studi umanistici sono la base che consente a un giovane di sapere e di affrontare qualunque strada professionale con la consapevolezza che nulla gli è precluso. La cultura classica si combina facilmente con il contesto odierno; basta venire incontro alle esigenze degli altri anziché arroccarsi nella propria torre eburnea.

Francesca Corsi

Giorgio Tardonato: man is made to look at the stars.

Studio Tablinum: eclecticism does not seem to be a distinctive tendency nowadays, so far from that era when an artist was also a scientist, with a breadth of knowledge in both fields. However, Giorgio Tardonato’s marvellous works give us the impression to be before someone who deeply knows science, and astronomy in particular. His paintings abound with starts, comets, cosmic clouds as well as fantastic antimatter galaxies, cosmic crystals and negative skies…a truly “impressionist” vision of Space.

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Giorgio, first of all I would like to talk about your activity as an amateur astronomer. Over the last few years, you have contributed to divulgate astronomy from both a cultural and practical point of view, offering your collaboration to a series of public initiatives. How do you combine this passion with art? Do you see art as a way to divulgate astronomy?

Man is the only animal who can look at the sky. Others can do it through an unnatural effort, whereas for mankind is almost spontaneous. Astronomic observation has guided the history of human society, and now that we can really know the depths of the universe, few people seem to be interested in the sky. We rediscovered the ancient amazement as soon as we are far away from artificial lights. I noticed it during all the initiatives of sky observations organised for the public, even when there were not any instruments, and all we had was the name and picture of the stars. Beauty and amazement mark astronomy divulgation, even in its more simple terms. Art nourishes itself with the same things: beauty and amazement. I simply combined two passions, cultivated since my early age.
I still keep abreast of science, experimenting painting techniques blended with scientific hypothesis in order to represent old and newly discovered objects, picturing how they could be.

Your painting has been defined as “astronomical” or belonging to Space Art, a style that the American artist Chesley Bonestell (1888-1986) first developed with a series of realistic scenarios for future spatial explorations, often carried out by NASA, with an extremely figurative slant. Meanwhile in Europe, the same style was tending towards a stylization of abstract shapes, following the example of Futurism. Did you have a specific source of inspiration for your works in this sense?

Bonestell for sure, firstly known when I was a child and my mother was helping me collect Liebig sticker. This was the series I liked the most. The encounter with dear Ms Adriana also played a fundamental role: she was the painter who has taught me how to paint for 12 years. Both Italian and French, she had studied at the Academy of Fine Arts in Paris and had an impressionist mark. At the end of my course, she suggested that I should have specialised, carefully choosing what and how to paint afterwards.
The first astronomical painting was made together, painting the hydrogen clouds of Orion Nebula in a similar way to those of an impressionist landscape.

In your works you experiment a great variety of materials and techniques: from oil paintings or acrylic on canvas to dipthyc and triptych, as well as statues in transparent resin and photography: every time you manage to represent, with scientific rigour, wonder and astonishment for the Universe. How much time does it take to find the right way to represent such a distant world, to which we however belong?

At the root of each painting there is the knowledge of the subject. Each painting is unique, I never repeat myself. Technical difficulties are due to the fact that celestial bodies are bright, without embracing the contrast of lights and shades which is the base of normal paintings. I must represent a source of brightness and shape its depth: I work out this problem in a different way every time. I study books and magazines and I surf on the Internet; for every subject I never use only one image, but I combine different images with the sensation of being on a spacecraft, close enough to feel their own depth. Finding the motivation to realise what I have in my mind can be very hard, and it requires the same amount of time than experimenting different techniques and materials, in order to reach positive outcomes. At times, I am surprised myself by the final aspect of the work. It is true that reality overcomes fantasy.

Tell us about your experience at new Florence Biennale 2013 where you participated with our studio.

In Florence, I was pleasantly struck by the high quality of the exhibited works. Contemporary art is often an exhibition in negative. In Milan, Rome, Venice, Rovereto (MART), Paris, Stockholm, Amsterdam, Berlin, London I saw denouncing works, even strange and original, complex and difficult, which never represented the idea of beauty and positivity that Art should convey. On the contrary, Florence Biennale 2013 astonished every artist who I could talk to: we enjoyed each other’s company and we felt absorbed in that kind of futuristic atmosphere with the same harmony that pervades Florence and makes it unique in the world.
I often wondered why in Italy we keep organising retrospective exhibitions, looking at the past as well renowned works, rather than investing in the future and in everything that can enrich our patrimony. This Biennale has provided a good answer. The professional assistance of Studio Tablinum was a discerning factor between do-it-yourself and professionalism. Despite the little space dedicated to my paintings, Alessandro’s work generated such visibility that important Galleries were interested in my paintings. I am also thankful to my graphic designer (studio Sintesi) for the effective leaflets.

You also have a double experience with photography: on the one hand you work for advertisements and documentaries, including videos for both state and private companies, on the other hand you are responsible for artistic production. Has your love for photography influenced the way you see things and thus your analytical way of reproducing Space?

Professional photography requires the same skills of a painter, technique and carefulness. I was able to observe images through the telescope and elaborate my own canvas, transforming them into digital artworks. Experience and technical equipment (purchased thanks to a couple of advertisements for a few clients) gave me the chance to develop, balance the equipment costs as well as acquire IT skills, which are also necessary for astronomy. These two things are complementary and I devote myself to both: sometimes art, at other times photography. Every change implies new solutions.

Together with several groups of amateur astronomers, you contributed to the foundation of the national association Cielo Buio, promoting the protection of nocturnal sky – part of Human Heritage – as well as other landscapes and cultural assets around the world. You therefore combine the artistic activity with the conservation of existing assets, enhancing your “eclectic” nature. In modern artistic contexts, is the lack of conservation or that of creativity that causes more risks?

I organised several conferences, even for state bodies, regarding ecological solutions to night lighting, both to save energy and see stars again. This is a long cultural evolution. As long as nocturnal sky is not important for a vast majority of people, laws will not be able to protect it. The light that we need to walk at night should not darken the stars nor blind our eyes. The starry sky has been declared Human Heritage, but I would rather say that Earth itself should be considered heritage of the starry sky.
Those men who do not look at the sky are forgetting that they have no power, neither to create nor to destroy. They can only choose if they want to indulge nature or if they prefer to find easy and direct solutions, following their own wishes and harming themselves.
Modern Art, in the past as well as in the future, has the aim of representing a problem, an idea, a myth or a hope. The artist shows the right way on behalf of everyone else, sometimes before than everyone else.
If people accept art proposals, art gets successful. However, people often understand art message afterwards and only those representations confirming the existing world are successful.
It is not the artist the one who is risking, but spectators to artists’ works are those that can choose to accept or refuse novelties.

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Giorgio Tardonato was born in Erba (Como), Italy, in 1951.
After earning a degree in Modern Literature, worked as a teacher, photographer, artist and popularizer of astronomy.
Lives and works in Eupilio (Co), Italy.