Benvenuti in Messico, angolo di paradiso in terra

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Tablinum: questa volta vogliamo farvi assaporare un luogo lontano dall’Italia, facendovi immergere nella calda atmosfera del Messico: parlarvi dell’intero ‘labirinto della solitudine’, come definì questa terra il poeta e saggista Octavio Paz, sarebbe un’ardua impresa. Dovremmo percorrere un territorio che va dalla Bassa California alla capitale, la cosmopolita Città del Messico; dalla culla della musica Mariachi, il Guadalajara, sulla costa centrale del Pacifico, al selvaggio Chiapas, fino ad arrivare alla costa orientale, la penisola dello Yucatán. È proprio quest’ultima che vogliamo approfondire, questo incantevole, piatto lembo di terra dove le candide spiagge si alternano a riserve naturali e suggestivi siti archeologici.

La penisola dello Yucatán comprende tre Stati, il Quintana Roo, Campeche e lo Yucatán, e in ognuno dei tre è possibile trovare numerosi siti Maya avvolti dalla giungla. L’acqua, che per i Maya era sacra, arrivava qui alla terra attraverso un terreno poroso e calcareo, andando a creare un vasto sistema fluviale sotterraneo. Al cedere dello strato di calcare, si formano le doline o cenotes, ovvero delle pozze profonde nelle quali è possibile immergersi: nel solo Yucatán ne sono presenti 200.

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Oltre agli Spagnoli e ai Maya (popolazione, ricordiamolo, tuttora esistente e non del tutto sterminata dagli invasori ispanici), questa terra è un’amalgama di culture che comprende anche francesi, libanesi e altri immigrati.

Per quanto riguarda la cucina, oltre ai piatti tipici messicani come il mais, il cioccolato, il tacchino selvatico, la zucca, i peperoncini e i pomodori, la cucina yucateca comprende anche ingredienti europei quali le arance e la carne di maiale: in parte per via dell’isolamento geografico della regione dello Yucatán rispetto alle altre regioni messicane, e in parte per le influenze europee, caraibiche, mediorientali e indigene di cui è ricca. A Merida ad esempio, non troverete dei piatti simili in nessun altro posto del Messico, come i panuchos (tortillas fritte ripiene di fagioli neri e coperte con pollo o tacchino, avocado, lattuga e cipolle in agrodolce).

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A proposito di Merida, la torrida ‘città bianca’, essa fu fondata dallo spagnolo Francisco de Montejo nel 1542 sulle rovine di una città Maya. Se avete intenzione di visitarla, non mancate di andare a vedere la Cattedrale inaugurata nel 1598 e dedicata a  San Ildefonso, la più antica di tutto il continente, e il Museo de la Ciudad, ospitato dall’ex Palazzo della Posta edificato nel 1908, che illustra la storia di Merida, dalla sua fondazione ai giorni nostri.

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Non lontano da Merida, potrete ammirare i fantastici siti archeologici della cultura Maya: dal più famoso e maestoso, quello di Chichén Itzá, al collinare Uxmal, a Ek Balam, il ‘giaguaro nero’, fino a Coba, sito completamente immerso nella giungla: qui potreste avventurarvi a scalare il Nohuch Mul, che in lingua maya significa “grande monticello”, la più grande piramide della penisola dello Yucatán con i suoi oltre 40 metri.

chichén ItzaE se, dopo che avrete visitato città e scalato piramidi, avrete voglia di mare, non possiamo non consigliarvi le meravigliose Isla Contoy e Isla Mujeres, tra le spiagge più incontaminate dei Caraibi, angoli di paradiso dove il tempo si ferma e si possono ammirare numerose specie protette, tra le quali paguri, fregate, iguane e tartarughe marine.messicofregata

 

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Cos’altro dire… ‘Que Viva Mexico!’

                                                                      Francesca Corsi

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Castel Sant’Angelo, un viaggio nella Storia – Castel Sant’Angelo, a journey into History

Tablinum: il Mausoleo dell’imperatore Adriano, oggi chiamato Castel Sant’Angelo, è un monumento unico, visitarlo è come un viaggio nella storia dalla grandezza dell’impero romano al periodo medievale e rinascimentale, fino all’età contemporanea.
I predecessori dell’imperatore Adriano sono stati sepolti in gran parte nel Mausoleo di Augusto (in piazza Augusto Imperatore vicino all’Ara Pacis) e la tomba non poteva ospitare più nessun altro, per questo motivo Adriano decise di costruire una nuova magnifica tomba per se stesso e la sua famiglia.
 
Il sito scelto da Adriano erano gli Horti di Domizia nel colle Vaticano, un’area funeraria fuori Roma. Al fine di collegare la tomba di Campo Marzio al di là del Tevere, è stato costruito un nuovo ponte, il Ponte Elio (per celebrare il Dio del Sole) ora chiamato ponte Sant’Angelo.
Il mausoleo è stato costruito a partire dagli anni intorno al 130 ed è stato completato solo nel 139 d.C., dopo la morte di Adriano a Baia vicino a Napoli. L’edificio è costituito da una base quadrata 89 m. su entrambi i lati, 15 m di altezza costruito in opera laterizia con camere radiali a volta.
Tutte le pareti esterne sono state rivestite in marmo e lastre di marmo sono state apposte ad esse, contenenti gli epitaffi di coloro che sono stati sepolti all’interno del monumento.
Vi erano quattro gruppi in bronzo di uomini e cavalli in piedi su ciascuno degli angoli della base e una grande statua di Adriano come Apollo, il dio del sole, in cima all’edificio. Non è possibile trovare la tomba di Adriano qui, perché in quel periodo la tradizione funeraria romana era quella di bruciare i corpi.
Secondo la cronaca chiamata Historia Augusta, Adriano compose la seguente poesia poco prima di morire: “Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, suole ut, Dabis iocos. “
-P. Elio Adriano Imp. (138).

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È possibile trovare questa poesia nella cosiddetta Sala Urne, il cuore dell’antico mausoleo.
Ma perché il castello è dedicato alla arcangelo Michele? Una famosa leggenda narra che nel 590 d.C. a Roma vi fu una terribile pestilenza. Papa Gregorio magno organizzò un pellegrinaggio a S. Pietro in Vaticano e, di fronte al Castello S. Angelo, improvvisamente l’Arcangelo apparve al papa, mentre riponeva la sua spada fiammeggiante; questo avvenimento è stato interpretato dal papa come il segno che la peste stava finalmente finendo. Per ricordare questo evento papa Gregorio spostò la statua dell’arcangelo sulla parte superiore del monumento. Probabilmente la vera ragione è che il papa ha voluto mettere una statua rappresentasse un segno del cristianesimo, un angelo, al posto della statua di Apollo.

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Parliamo ora di due parti nascoste del castello, visitabile solo con una visita guidata: il Passetto di Borgo e le segrete o prigioni.
Passetto di Borgo è il passaggio segreto utilizzato dal Papa per raggiungere in modo sicuro questa fortezza dalla sua residenza in Vaticano nella Basilica di S. Pietro in caso di pericolo come la guerra e improvvisi attacchi dei nemici. Questo muro è lungo 1 km e conduce direttamente al Vaticano. Questo lungo muro è stato originariamente costruito dal barbaro re Totila nel 547 d.C. per proteggere il suo campo militari. Dopo che Totila lasciò Roma, il campo è diventato una sorta di piccolo villaggio sul lato destro del fiume Tevere ed era conosciuto come Borgo, dalla parola sassone “Burg” che vuol dire in effetti campo.
Il muro venne realizzato utilizzando grandi rocce squadrate e non era alto come possiamo vedere oggi.
La struttura segue gli eventi storici, come il terribile Sacco di Roma da parte dei pirati saraceni nell’847 d.C. Come risultato di questo terribile evento papa Leone IV ha costruito un nuovo muro di camminamento di 5 m. riutilizzando la struttura preesistente per proteggere il Borgo Vaticano noto anche come Civitas Leonina, che significa Città di Leone (l’antica Burg di Totila) e Castel Sant’Angelo.
Il vero Passetto nasce alla fine del tredicesimo secolo, quando Papa Niccolò III Orsini coprì il primo muro eretto da Leone IV con una volta per usarlo come un corridoio segreto collegato a S. Pietro con la Fortezza, perché la nuova residenza papale divenne il Vaticano invece della cattedrale di S.Giovanni, dunque l’area necessitava una maggiore protezione. Nel sedicesimo secolo papa Alessandro VI Borgia ha deciso di duplicare il Passetto ed eresse un altro livello al di sopra del primo.
Così ora abbiamo una tratto della passeggiata coperta da un soffitto, utilizzata un tempo dal Papa e la sua corte, e uno all’aria aperta, utilizzata dalle guarnigioni per proteggere il sito.
Il passaggio si è rivelato utile a papa Clemente VII, che nel 1527 lo utilizzò per fuggire dai suoi appartamenti in Vaticano al Castello durante il sacco da lanzichenecchi, mercenari inviati dall’imperatore Carlo V. Questo attacco era una rappresaglia contro il papa che aveva rifiutato di formare un’alleanza contro il re di Francia Francesco I, nemico di Carlo V. Questa è stata l’ultima volta che il castello fu utilizzato come difesa.

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Riguardo i sotterranei, usati durante il Rinascimento, parleremo di un famoso prigioniero, lo scultore e orafo Benvenuto Cellini. Egli è stato imprigionato perché accusato di aver rubato l’oro dal Papa Paolo III. Cercò di fuggire annodando la biancheria da letto come una corda, ma la corda era troppo corta così cadde rompendosi una gamba e fu nuovamente imprigionato.
Nella sua ultima cella ha forse fatto un dipinto raffigurante Gesù dopo la risurrezione. Ma alla fine, grazie al re di Francia Francesco I il nostro scultore fu liberato.
Non ebbe la stessa fortuna la nobile Beatrice Cenci, che fu decapitata davanti al Castello l’11 settembre 1599 a causa del complotto che la portò a uccidere suo padre Francesco cenci, un uomo violento e dissoluto. Una leggenda dice che il fantasma di Beatrice compare nei pressi del Castello nella notte tra il 10 e l’11 settembre di ogni anno. 
Vicino le segrete e possiamo anche trovare il magazzino del grano e dell’olio. Ci sono 83 giare per l’olio di pesce. L’olio è stato utilizzato sia per cucinare che come arma.

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Infine, l’ultimo posto segreto del castello è uno dei cosidetti “bagnetti” o “stufette” meglio conservato del periodo rinascimentale.
Il bagnetto di Clemente VII – proprio il papa del famoso sacco di Roma– aveva sia acqua corrente calda che fredda, un vero privilegio per quel tempo! L’acqua calda proveniva dal sistema di riscaldamento di tubi collegati a un grande forno essendo confinante al bagnetto stesso. Le pareti sono decorate con grottesche da Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Potete trovare qui alcuni troni dipinti degli dei greci, vuoti ma con accanto gli attributi utili al loro riconoscimento, come il cappello alato per il messaggero degli dei, Mercurio.

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“Last but not least”, a Castel Sant’Angelo ci sarà fino al 5 marzo una fantastica esposizione di Giacomo Manzù, scultore del XX secolo che ha trattato il delicato tema dell’arte sacra durante i terribili anni della seconda guerra mondiale.

Perché non visitare il castello durante le vacanze?

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Francesca Corsi

English version:

Tablinum: Emperor’s Hadrian Mausoleum, today called Castel Sant’Angelo, is a unique kind of monument, visiting it’s setting is almost a kind of journey troughout history from the grandness of the Roman Empire to the medieval and the renaissance period, until contemporary age.
The predecessors of Emperor Hadrian were buried in large part into the Mausoleum of Augustus (in piazza Augusto Imperatore near the Ara Pacis) and that grave couldn’t host anyone else, so Adrian decided to build a new magnificent grave for himself and his family.
The site chosen by Hadrian was the Horti of Domitia in the Vatican hill, a funerary area out of Rome. In order to link the tomb to the Campus Martius on the other side of the Tiber, a new bridge was built, the Pons Aelius (to celebrate the God of the Sun) now called Sant’Angelo bridge.
The Mausoleum was built from around 130 and was completed only in 139 a.D., after the death of Hadrian at Baiae near Naples. The building consists of a square base 89 m. on each side, 15 m high built in opus latericium with vaulted radial rooms.
All the exterior walls were revetted in marble, and marble tablets were affixed to it containing the epitaphs of those who were buried within the monument.
Four bronze groups of men and horses stood on each of the corners of the base and a large statue of Hadrian as Apollo, the god of sun, was on the top of the building. You can’t find Hadrian tomb here because in that period the roman funerary tradition was to burn the bodies.
According to the chronical called Historia Augusta, Hadrian composed the following poem shortly before his death:“Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos.”
—P. Aelius Hadrianus Imp. (138). You can find this poem in the so called Urns Room, the centre of the ancient masoleum.

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But why the castle is dedicated to the arcangel Michael? A famous legend says that in 590 a.D. in Rome a terrible plague was killing a lot of citizens. Pope Gregory the first organized a pilgrimage to S. Peter in Vatican and, in front of Castle S. Angelo, suddenly the Archangel Micheal appeared to the pope, placing his flaming sword, and that was interpreted by the pope as the sign that the plague was finally ending. To remember this event Gregory the first placed a statue of the archangel on the top of the monument. Probably the real reason is that the pope wanted to put a statue that could rapresent a sign of christianity, an angel, instead of the Apollo’s statue.

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Let’s talk about two hidden parts of the Castle, visitable only with a guided tour: the Passetto di Borgo and the dungeons.
Passetto di Borgo is the secret passage used by the Pope to reach safely this fortress from his vatican residence in S. Peter Basilica in case of danger as war and enemies suddenly attacks. This wall is 1 km long and leads directly to the Vatican. This long wall was originally built by the barbarian King Totila in 547 a.D. to protect his military camp, rised up near the Hadrian Mausoleum. After Totila left Rome, the camp became a kind of little village on the right side of the Tiber river and was known as Borgo, from the saxon word “Burg” that means camp indeed.
The wall at that time was made by using big squared rocks and wasn’t tall as we can see it today.
The structure that we are covering now rise to the following historical events such as the terrible sach of Rome by the Saracenic people in 847 a.D. As a result of this terrible event Pope Leo the IV built a new round walk wall 5 m. high re- using the preexistant structure to protect the Borgo Vaticano also known as Civitas Leonina, which means City of Leo (the ancient Burg of Totila) and Sant’Angelo Castle.
The real Passetto borned in the end of thirteen century when Pope Niccolò III Orsini covered the first wall erected by Leo IV with a vault and use it as a secret corridor to linked S. Peter to the Fortress, because the new papal residence became the Vatican instead of S.Giovanni cathedral. In sixteen century Pope Alessandro VI Borgia decided to duplicate the Passetto and erected another level above the first one.
So now we have one tract of the walk covered by a ceiling, used by the Pope and his court, and one in the open air, used by the garrisons to protect the site.
The passagge proved useful to pope Clemens VII, who in 1527 used it to escape from his apartments in Vaticano to the safer Castle, during the sack by lansquanets, mercenaries sent by emperor Charles V. This attack was a retaliation because the pope broke his word to form an alliance against the French king Francis the first. This was the last time the castle was used as a defence.

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About the dungeons, used during the Renaissance, we’ll talk about a famous prisoner, the famous italian sculpture and goldsmith Benvenuto Cellini. He was prisoned because he was accused to have stolen gold from the Pope Paul III. He tried to escape by using bed linen as a rope but falling down he broked his leg and was captured again! In his last cella, he maybe did a painting representing God and Jesus after the resurrection. But finally, thanks to the king of france Francis the first he was freed.
Not the same fortune had the noble Beatrice Cenci, she was beheaded in front of the Castle on september 11, 1599 because of the plot against her bad temper and immoral father. A legend says that she appears in the Castel on the night between september 10 and 11 every year.
Near the dungeons we can also find food and oil warehouse. There are 83 storage vessels for the fish oil. The oil was used both for enlighteng and for cook but in case of enemies attacks it was used as hot weapon poured on the enemies head.

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Finally, the last secret place of the castle is one of the best preserved private bathroom from the reinassance period.
This bath of Pope Clemente VII had both cold and hot running water, a real privilege for that time! Hot water came from the warming system of pipes that linked a big oven sited in that to the floor and the walls. The hot vapor came out from specific holes on the walls. The walls are decorated with grottesche by Giovanni da Udine, a Raffaello pupil. You can find here some thrones with the greek gods attributes as the winged hat for the messenger of the gods, the fast runner Mercurius.

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“Last but not least”, in Sant’angelo castle there will be until 5 March a fantastic exhibition of Giacomo Manzu, sculptor of the twentieth century who has treated the delicate theme of sacred art during the terrible years of World War II.

Why not visit the castle during the holidays?

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Francesca Corsi

Itinerari umbri: la Porziuncola e la basilica di Santa Maria degli Angeli.

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Tablinum: l’Umbria, terra di borghi, colline, boschi e montagne, oltre ad essere una meta per turisti alla ricerca di cultura, arte e buon cibo, è anche la terra dei santi e in particolare di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Numerosi sono i luoghi legati alla vita del “poverello”, oltre naturalmente alla stessa Assisi, luogo in cui nacquero, vissero e morirono sia San Francesco che Santa Chiara. A Gubbio, ad esempio, uno dei luoghi francescani simbolo è la chiesetta della Vittorina, costruita dove il Santo avrebbe ammansito il lupo. L’altare è la pietra sopra la quale Francesco avrebbe predicato la riconciliazione tra l’animale e gli eugubini. Nella pianura umbra tra Cannara e Bevagna, a Pian d’Arca, sarebbe avvenuto invece uno degli episodi più famosi dei Fioretti, la predica agli uccelli. La pietra dove Francesco, secondo una credenza popolare, avrebbe posato i piedi durante la predica si trova nella duecentesca chiesa a lui intitolata a Bevagna. Sul Lago Trasimeno, secondo la tradizione, il Santo avrebbe trascorso la Quaresima del 1212 o 1213 sull’Isola Maggiore e vi rimase da solo per 40 giorni mangiando soltanto mezzo pane.

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Queste ed altre tappe vengono percorse ogni anno durante i pellegrinaggi che hanno come meta proprio Assisi, in particolare il santuario della Porziuncola che si trova all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli. Da pochi giorni è stato celebrato l’ottavo centenario della Festa del Perdono di Assisi, ovvero un’indulgenza plenaria che, nella Chiesa cattolica, può essere ottenuta dai propri fedeli dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno. Le origini di questa festa bisogna cercarle in una lontana notte dell’anno 1216, quando San Francesco, immerso nella preghiera presso la Porziuncola, vede la chiesina avvolta da una vivissima luce e subito dopo appaiono sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Il Signore accoglie la sua preghiera, a patto che Francesco ne parli al suo vicario in terra, ovvero il papa. Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. Il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.

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La chiesetta intitolata a Santa Maria degli Angeli, edificata probabilmente nel IV secolo e successivamente passata sotto la proprietà dei monaci benedettini, prende il nome dalla zona denominata “Portiuncula”, che letteralmente indica la piccola porzione di terreno su cui sorgeva.

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Benché si possano trovare riferimenti alla zona della Porziuncola nei documenti del comune di Assisi risalenti intorno all’anno mille, è solo con la vita di San Francesco che il luogo acquisisce una sua precisa identità. Dopo aver abbandonato le ricchezze della propria famiglia San Francesco trovò rifugio in questa antica cappella, oggi accolta all’interno dell’ampia Basilica di Santa Maria degli Angeli, la restaurò e la ottenne in dono dai Benedettini, vi fondò poi l’Ordine dei Frati Minori nel 1209, affidandolo alla protezione della Vergine Madre di Cristo, cui la chiesina è dedicata. In questo luogo, inoltre, il 28 marzo 1211 Chiara di Favarone di Offreduccio iniziò la sua vita monastica fondando poi l’ordine delle Clarisse e San Francesco ottenne in sogno da Gesù l’indulgenza del Perdono.

Già prima dell’edificazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli, i visitatori alla Porziuncola erano così numerosi che si resero necessarie delle strutture per la loro accoglienza. Ad esempio, nel 1450 Cosimo de’ Medici vuole la costruzione di quella “fontana delle 26 cannelle” detta anche “fontana dei pellegrini” che oggi si trova lungo il fianco della basilica.

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La struttura della Porziuncola ricalca l’impianto tipico delle strutture benedettine nello stile romanico umbro; la chiesa, costituita da pietre squadrate, è rimasta inalterata ad eccezione del piccolo campanile, di un portale ligneo del tardo ‘400 e della facciata quasi completamente affrescata da Federico Overbek nel 1830. Gli interventi di restauro del 1998 hanno permesso di evitare l’ulteriore degrado della cappella e recuperare i tessuti pittorici sia del grande polittico dietro l’altare dipinto nel 1393 da Ilario da Viterbo, che illustra la storia del Perdono di Assisi, quanto dei resti dell’affresco della Crocifissione nella parte absidale realizzato intorno al 1485 dal Perugino. Sulla soglia della chiesina sono incise le parole “hic locus sanctus est”, questo luogo è santo, perché Dio vi è sceso per incontrare Francesco e chiunque vi entri con fede.

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A custodire la Porziuncola è proprio la basilica di Santa Maria degli Angeli, fatta costruire per volere del papa Pio V tra il 1569 e il 1679, destinata ad accogliere ogni anno moltissimi pellegrini e che presenta, dal 1930, un’imponente statua della Vergine in bronzo dorato.

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Francesca Corsi

Itinerari laziali: la Villa dell’Imperatore Traiano agli Altipiani di Arcinazzo

Tablinum: Questo mese andremo alla scoperta di una delle residenze estive dell’imperatore Marco Ulpio Traiano l’optimus princeps, il primo dei cosiddetti imperatori adottivi. Grande condottiero, Traiano portò Roma alle vittorie contro i Daci e i Parti, celebrate nei bassorilievi della Colonna che porta il suo nome; numerose furono anche le opere pubbliche, come il prolungamento della via Appia verso Brindisi. Dal punto di vista privato, Traiano emerge come un uomo sensibile ai problemi dei più indigenti, amante della buona tavola e della natura, nonché della caccia e della pesca. Queste ultime informazioni le ritroviamo nel Panegirico di Traiano ad opera di Plinio il Giovane, orazione risalente all’anno 100 dove sono presenti anche molte notizie su una delle sue residenze estive, la villa degli Altipiani di Arcinazzo, nella valle dell’Aniene.

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Arcinazzo, nato con il nome di Ponza nel Medioevo e fino al 1753, fu soggetto all’abbazia sublacense per poi passare sotto lo Stato Pontificio, fino ad assumere l’odierno nome di Arcinazzo Romano (corrispondente all’attuale centro storico) nel 1892. Il territorio degli Altipiani è oggi afferente a tre diversi comuni divisi tra le province di Roma e Frosinone e rappresenta un punto di raccordo tra la catena dei Monti Simbruini, l’alta valle dell’Aniene e le grandi abbazie e santuari del Lazio orientale e meridionale. Il toponimo di Arcinazzo, dove si trova la villa traiana, è forse dovuto al patrizio di Subiaco chiamato Narzio, che si era convertito al cristianesimo e che costruì una struttura munita di torre nel IV secolo d.C.: Arx Natii o Narcis (rocca di Narzio).
La bellezza di questi luoghi, caratterizzati dal clima umido-temperato e dalla posizione di collegamento tra diverse aree, aveva attirato già l’imperatore Traiano che, proprio agli Altipiani, fece costruire la sua residenza estiva, realizzata da diversi architetti o forse solo da Apollodoro di Damasco, il suo architetto ufficiale.

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La villa, i cui lavori iniziarono probabilmente nel 114-115 d.C., quando Traiano stava conducendo la campagna contro i Parti, doveva prevedere una struttura architettonica sviluppata su due livelli (plateae), per un’estensione di quasi cinque ettari ad un’altezza di circa 900 metri. Il complesso architettonico fu pensato innanzitutto come residenza estiva in grado di soddisfare, con la sua abbondante fauna, i banchetti imperiali e l’amore per la caccia dell’imperatore. La campagna di scavi, iniziata dal 1999, ha permesso di ricostruire gli elementi della struttura della villa ma anche del ricco apparato decorativo: il progetto architettonico seguiva un criterio di simmetria tra gli ambienti con una particolare attenzione alla luce e al rapporto visivo con lo spazio circostante. I due principali materiali utilizzati per la costruzione delle strutture murarie erano il calcare estratto nel luogo per le parti inferiori e il “cardellino” per le superiori. Variegata è la tipologia di marmi, che ne celebrano il fasto e la ricchezza.

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Agli occhi dei visitatori moderni non può non colpire il colpo d’occhio scenografico della villa, adagiata sulle pendici del Monte Altuino, la vastità del giardino, originariamente circondato da un portico, i resti dei rivestimenti parietali e pavimentali della terrazza inferiore nella zona del triclinio e la grande quantità di stucchi e pitture, conservati oggi nel museo all’interno dell’area archeologica. L’Antiquarium, inoltre, promuove lo studio, il recupero del patrimonio artistico e archeologico del comune di Arcinazzo romano, sensibilizzando la cittadinanza attraverso seminari, laboratori e visite guidate, nonché attività di archeologia sperimentale.

Francesca Corsi

Un tour in terra sabina

Tablinum: la Sabina, regione geografica dell’Italia centrale, sviluppatasi tra il fiume Tevere e gli Appennini, racchiude un territorio che ha in sé i segni di tutta la storia d’Italia. La più antica testimonianza abitativa è rappresentata infatti dal popolo dei Sabini, il cui mitico fondatore, il semidio Modio Fabidio, mosse dalla conca reatina verso sud e arrivato al Tevere fondò la città di Cures, la più importante tra i centri sabini. I rapporti con il popolo romano non furono pacifici, culminando con il noto Ratto delle Sabine, che sancì in maniera definitiva la supremazia romana.
Il Medioevo vide il fenomeno dell’incastellamento, del quale possiamo ancora oggi leggere la testimonianza attraverso i numerosi borghi, nient’altro che castelli ampliati nel tempo.

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Spostiamoci in particolare nella Bassa Sabina, a ridosso della città di Roma, dove il territorio ricade all’interno della provincia di Rieti. Esso è geograficamente diviso in tre fasce: la Sabina farfense, la Sabina tiberina, la Sabina montana.

La Sabina farfense ha come centro la celebre Abbazia di Farfa, dichiarata monumento nazionale nel 1929: intorno ad essa si è sviluppata la storia del territorio sabino, grazie al potere che i monaci benedettini avevano conquistato col tempo, tanto da arrivare a scontrarsi con il papa stesso. Fu fondata da Lorenzo Siro, giunto in Italia nel V secolo a causa delle persecuzioni degli eretici ariani in Oriente; egli costruì la prima chiesa sulle rovine del tempio dedicato alla dea Vacuna. In seguito la chiesa fu incendiata dai Longobardi e i monaci sopravvissuti emigrarono nei vicini monasteri. Dal VII secolo il monastero fu ricostruito grazie all’opera di Tommaso da Morienna e nel secolo successivo Farfa, sotto la protezione del Duca di Spoleto, divenne un piccolo stato autonomo. Di qui passarono i più importanti personaggi che hanno fatto la Storia, da Carlo Magno a San Giovanni Paolo II nel 1993. Da non perdere la visita al Museo Medievale dell’Abbazia di Farfa, con un allestimento che racconta per “simboli” la storia dell’Abbazia.

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Della Sabina farfense fa parte anche il borgo medievale di Fara Sabina: il nome ha origine longobarda (forse furono proprio i Longobardi a fondare il borgo) e indica l’unità fondamentale sociale e militare di questo popolo, costituita da un gruppo di famiglie in grado di organizzarsi in contingente con funzioni militari di esplorazione, di attacco e di occupazione di territori. Meritano una visita a Fara Sabina il Palazzo Brancaleoni, sede del Museo Civico Archeologico, che conserva reperti delle città sabine Cures ed Eretum, che vanno dalla preistoria all’età romana, e il Museo del Silenzio, dedicato alle Clarisse Eremite. Inoltre dal 27 luglio al 2 agosto è possibile partecipare al Fara Music Festival, tra i festival jazz più importanti della scena internazionale.

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La Sabina tiberina si sviluppa intorno al Tevere, da cui prende il nome; questa regione, oltre a comprendere Poggio Mirteto, considerato come il capoluogo sabino, è caratterizzata da un territorio di straordinario valore ambientale, tanto da essere riconosciuta nel 1977 come “zona umida d’interesse internazionale” e con l’istituzione della Riserva Naturale, prima area protetta della Regione Lazio: la Riserva Naturale Tevere-Farfa è uno splendido scenario ricco di vegetazione, canneti e uccelli acquatici, visitabile attraverso escursioni a partire dalla località di Nazzano.

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Infine, la Sabina montana si trova al di sotto della catena dei monti sabini e comprende una serie di piccoli comuni fino ai confini con l’Umbria. Da non perdere il borgo di Casperia, tra i più belli d’Italia, raccolto in maestose mura erette nel 1282 e visitabile solo a piedi. Qui si trova un presepe perenne ad opera di un artigiano locale che riproduce Casperia con la Natività.

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Avvicinandosi sempre di più verso l’Umbria, è possibile seguire il percorso “sulle orme di San Francesco”, attraversando i prati di Cottanello, per giungere poi a Greccio, luogo del primo presepio vivente fatto da San Francesco d’Assisi nel 1223.
Per maggiori informazioni sulla Sabina, consigliamo il sito http://www.gosabina.com/

Francesca Corsi

Itinerari d’Italia: Gaeta e il Santuario della Montagna Spaccata

Tablinum: Percorrendo il litorale laziale si arriva alla cosiddetta Riviera di Ulisse, tratto di costa che prende il nome dal mitico eroe di Omero. Una volta superate Terracina e Sperlonga, si arriva a Gaeta, uno dei centri litoranei più suggestivi inserito nell’omonimo golfo. Le origini del nome di Gaeta sono avvolte nella leggenda: Strabone indicò la sua provenienza dal termine Gaetas usato dai pescatori per indicare il sito, con riferimento all’ampia insenatura del suo golfo; altri dicono invece che il sito ed il golfo abbiano ricevuto lo stesso nome della nutrice di Enea, Caieta, sepolta dall’eroe troiano in quel sito durante il suo viaggio verso le coste laziali. Così narra Virgilio nell’Eneide e allo stesso modo lo conferma Dante Alighieri. Diodoro Siculo collegò queste terre al mito degli Argonauti facendo derivare il nome della città da Aietes, mitico padre di Medea (figlia di Circe), la maga innamorata di Giasone.
Gaeta comprende sette spiagge: se per i più avventurosi non può mancare una visita alla baia di S.Agostino, dove si può praticare free climbing, è invece da consigliare a chi – come la sottoscritta – non ama tuffarsi dalle scogliere, la splendida spiaggia del Serapo, dalla sabbia finissima e dalla suggestiva collocazione presso il borgo medievale, alle falde del Parco Naturale di Monte Orlando. Non è insolito sentire, da questa spiaggia, il suono delle campane proveniente dal Santuario della Montagna Spaccata.

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La Montagna Spaccata è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi di Gaeta, che racchiude in sé un vero e proprio itinerario.
Il Santuario della SS. Trinità alla Montagna Spaccata fu fondato verso il 930 dai padri benedettini, sui ruderi della lussuosa villa di Munazio Planco, famoso generale romano (20 a.C.) I benedettini officiarono il Santuario per quasi dieci secoli. Dopo un periodo di abbandono subentrarono i frati Francescani Alcantarini (1843-1903) che, con l’aiuto del re di Napoli Ferdinando II, diedero un grande sviluppo e decoro al Santuario. Qui vi pregarono numerosi pontefici, tra cui Pio IX, sovrani, vescovi e santi, tra cui Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Leonardo da Porto Maurizio e San Filippo Neri.
Il percorso comincia dalla Chiesa della SS. Trinità, risalente alla fine del XVII sec. che rappresenta una sintesi semplificata ma elegante di modelli del barocco napoletano e spagnolo. Alla sua sinistra si trova la suggestiva “Grotta del Turco”, spaccatura nella montagna a forma di sesto acuto e chiamata così perché serviva da nascondiglio ai pirati saraceni, che di notte uscivano a depredare il litorale. Gaeta fu tormentata dalle scorrerie dei Saraceni per oltre 60 anni, dall’846 al 915, quando riuscì a sconfiggerli nella battaglia del Garigliano. Per arrivare al livello del mare si scendono circa 300 gradini, solo così nelle belle giornate di sole si possono ammirare i riflessi verdi e turchesi delle acque di Gaeta.

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A destra della chiesa si percorre un corridoio scoperto con alle pareti le stazioni della Via Crucis in riquadri maiolicati, opera di Raimondo Bruno (1849): sotto ogni quadro i versi del Metastasio.
Al termine della Via Crucis si prosegue su scalinata di 35 gradini che porta direttamente alla fenditura più interessante e profonda, quella centrale, spaccatasi, secondo la leggenda, al momento della Crocifissione e della morte di Gesù. Il terremoto che colpì Gerusalemme al momento dell’ultima esalazione del Cristo, pare sia stato riflesso proprio qui, spaccando una montagna intera: “Alla morte di Gesù la terra tremò e le rocce si spaccarono” (Mt. 27,51)
Sempre all’interno di questa fenditura e precisamente a destra, è possibile trovare l’impronta di una mano impressa nella roccia, la cosiddetta “mano del turco”. Secondo un’altra leggenda infatti, un musulmano per saggiare la veridicità del miracoloso evento, toccò la roccia, che si fuse come lava al solo tocco del miscredente.

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Nel 1434 un probabile terremoto determinò la caduta di un grosso macigno che si incastrò all’interno di una delle fenditure del monte: su questa venne eretta la Cappella del Crocifisso, da cui si può godere di uno splendido colpo d’occhio, sia sul mare circostante, che sulla falesia di oltre 150 metri visibile dalla terrazza.

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Alla fine del percorso si trova anche un giaciglio in pietra, dove soleva ritirarsi in meditazione S.Filippo Neri, che secondo una leggenda visse proprio all’interno della Montagna Spaccata.

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Poco prima della Cappella del Crocefisso c’è inoltre un sentiero che conduce al Parco di Monte Orlando. Il parco occupa l’area del monte da cui prende nome ed è estremamente suggestivo per le sue pareti a strapiombo sul mare. La vegetazione che lo ricopre è quella caratteristica della macchia mediterranea, che annovera fra le varie specie il mirto e il leccio ed è popolata da svariate specie di fauna migratoria e marina, tra cui il falco pellegrino. Nell’area del parco troviamo anche il Mausoleo del console romano Lucio Munazio Planco, eretto attorno al 22 a.C.

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Francesca Corsi

Museo Napoleonico, Waterloo 200 anni dopo: dialogo tra passato e presente

NapoleoneTablinum: Si sono da poco concluse le iniziative dedicate al bicentenario della Battaglia di Waterloo, avvenuta il 18 giugno 1815, che comportò la fine dell’Impero francese, la sconfitta di Napoleone Bonaparte e il suo conseguente esilio a Sant’Elena. Se nella cittadina belga, alla periferia di Bruxelles, “la più gloriosa delle disfatte” ha assunto i toni di una grandiosa rievocazione storica dove si sono affrontati più di seimila finti soldati, a Roma il ricordo dell’evento che ha segnato le sorti dell’Europa ha visto come protagonista il Museo Napoleonico attraverso l’organizzazione di tre importanti iniziative. Il museo, che contiene molti cimeli napoleonici provenienti in gran parte dalla collezione del conte Giuseppe Primoli, che li donò alla città di Roma nel 1927, rientra fra gli otto musei gratuiti visitabili nella capitale e offre uno sguardo inedito sulla famiglia Bonaparte, regalandoci anche piacevoli scoperte quali il dipinto “Zenaide e Charlotte Bonaparte”, l’unica opera in Italia del pittore Jaques-Louis David. I tre eventi del Museo Napoleonico nella giornata del 18 giugno si sono svolti dalla tarda mattinata, con l’inaugurazione della mostra “Bees” (18 giugno-4 ottobre 2015), la prima personale in un museo italiano del canadese Josh Torpe: il tema delle api, simbolo araldico scelto da Napoleone per collegare la nuova dinastia alle origini stesse della Francia – poiché si dice che esse furono trovate sulla tomba del re Childerico I, capostipite dei Merovingi –, si esprime nelle opere dell’artista canadese attraverso citazioni testuali su superfici in vetro, installazioni sonore e lavorazioni su carta, inserendosi lungo il percorso museale e tentando di creare un dialogo tra l’antico e il contemporaneo.

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Nel pomeriggio è stata inoltre ospitata la conferenza di Lucia Pirzio Biroli Stefanelli, la storica e vice-Presidente dell’Associazione Amici dei Musei, dedicata alla Medaglia di Waterloo, di cui si conserva proprio nel museo un raro esemplare, realizzata dall’incisore italiano attivo a Londra Benedetto Pistrucci.

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La giornata si è chiusa con la proiezione del film “Waterloo” (1970), del regista russo Sergej Bondarchuk, che ripercorre con estrema precisione storica gli avvenimenti che seguirono l’abdicazione di Napoleone fino alla definitiva sconfitta, vantando tra gli interpreti Rod Steiger nelle vesti dell’imperatore francese e Orson Welles in quelle di Luigi XVI.

Un’occasione per ricordare uno degli eventi più memorabili della storia europea e mondiale e per riscoprire un museo nel cuore di Roma scrigno di numerosi cimeli, arredi e memorabilia, nonché ricco di opere pittoriche e scultoree che vanno dall’età napoleonica sino alla prima metà del XX secolo.

                                                                                                                       Francesca Corsi