Lucio Minicio Exorato: la storia dimenticata di un membro della corte dell’Imperatore Vespasiano

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Larius,196 a.c.

Una lingua d’acqua che come una ferita squarcia il verde dei boschi e si spinge verso nord, le acque scintillano nel riverbero del tiepido sole d’inizio estate e i soli rumori che si odono sono lo sciabordio delle acque che cedono il passo a un’imbarcazione che procede lentamente sulle acque profonde e cupe e il movimento delle fronde degli alberi e degli arbusti che arrivano a lambire la riva del lago. Certamente qualche insediamento si troverà dietro il riparo sicuro dei boschi, magari posto sulle cime dei monti, dove poter vivere al sicuro, irraggiungibili da inattesi visitatori e dalle intemperanze di quelle acque che, anche in un giorno terso e senza vento, appaiono tuttaltro che rassicuranti, soprattutto se a fronteggiarle non si hanno che pochi mezzi di sostentamento e gli inverni sono lunghi e freddi. L’isolamento è l’unica forza per queste piccole comunità.

Sembra un giorno come tutti gli altri eppure quella strana imbarcazione, fatta di robusto legname sulla quale svetta una vela bianca gonfiata dal vento, sta trasportando un carico molto speciale: innanzitutto a bordo si trovano uomini le cui armi gareggiano con il riverbero delle acque a chi lancia bagliori più audaci. Silenziosi, come dèi venuti da molto lontano, i loro occhi tradiscono la circospezione di chi è abituato ad ogni genere d’imprevisti che sorgono da chi si addentra in territori sconosciuti per la prima volta; ma c’è anche un carico intangibile che si portano appresso quegli uomini: la romanitas.

Gli Insubri, a differenza di altre popolazioni del nord (esempio: Liguri – Elvezi) sembrano accettare subito di buon grado l’arrivo dei romani e subito il territorio, e con esso i sui abitanti subisce una metamorfosi grandiosa: quel lago sul quale si erano avventurati i primi legionari romani è ora il Larius (dal latino Laurum) e la vegetazione rigogliosa ma incolta che aveva accolto i romani si è fatta più regolare è sulle sponde i cespugli di Laurum si susseguono, come le piante di ulivo e i vitigni iniziano a spuntare un po’ ovunque.
Il trattato di Equitas rende la romanizzazione meno traumatica e le popolazioni presto adottando usi e costumi romani e integrano al loro interno coloni greci e romani: sorgono i castra di Bilacus (Bellagio) e Lemnos (Lenno) e sulle sponde del lago, già millenni fa come ancora oggi, si inizia a praticare l’Otium Ludens e i potenti dell’epoca stabiliscono qui le loro residenze. Celeberrime le Villae dei Plini: Tragoedia, che si ergeva alta sui “coturni” del promontorio di Bilacus, proprio dove oggi si trova Villa Serbelloni, e la Comoedia, dal cui triclinium era possibile immergere la mano nelle acque del Larius e pescare un guizzante pesce lacustre, e che doveva trovarsi nel Golfo di Venere, non molto lontana da Villa del Balbianello.

Plinio il Giovane, forse il più illustre estimatore del Larius, nelle sue epistole ci ricorda anche in cosa eccelleva il territorio comasco, ossia nella produzione alimentare (carni suine, olio, vino), nella metallurgia di precisione (lavorazione di monili in metallo), nella lavorazione delle pietre, soprattutto la pietra ollare, molto diffusa nel territorio prealpino, e nell’estrazione del marmo (Musso), una vera e propria industria specializzata.

Naturalmente il mercato era aperto in entrata e in uscita, conosciuto come: Corpus Splendidissimum Mercatorum Transalpinorum et Cisalpinorum. Quindi i prodotti comaschi, tramite la via di terra e quella fluviale entravano nel mercato imperiale e viceversa i prodotti provenienti dalle varie provincie imperiali confluivano nel mercato comense; prodotti pregiati come le merci esotiche (datteri, garum, lingue di fenicottero etc. etc.) rinvenute nei siti archeologici comensi. Naturalmente i romani introdussero anche due aspetti fondamentali e semisconosciuti agli insubri: quello giuridico (Ius romanorum) e quello religioso (paganesimo greco-romano). Deduciamo le nostre fonti, nel comasco, da una ricerca capillare e congiunta che addirittura trova concordi gli studiosi lariani, su quasi tutte le tematiche. La mole di documentazione davvero imponente di cui la città di Como, e il suo territorio, gode hanno aiutato negli anni a dare una chiara “rotta” da seguire.

L’apporto delle fonti letterarie che scandiscono in modo preciso le vicende salienti, a cominciare dal primo contatto cruento fra i celti insubri, le tribù galliche dei Comenses e i romani; correva l’anno 196 a.c., anno della battaglia di Camerlata, di cui ci informa Tito Livio, con dovizia quasi cronistica.
Addirittura un personaggio politicamente impegnato come Cicerone si disturba a scrivere, tramandandoli a noi, i termini della pace conclusa fra celti/galli e romani e l’inizio della romanizzazione del territorio comense. Cronaca questa che va dal 196 a.c. all’89 a.c.
Anche il geografo greco Strabone, profondo conoscitore della storia comasca, ci racconta i trent’anni decisivi della storia comasca, ossia le prime tre “colonizzazioni” della terra lariana.

La prima quella di Pompeo Strabone dell’89 a.c., la seconda, quella effettiva, di Gaio Scipione del 77 a.c. circa e infine quella definitiva di Cesare del 59 a.c. che sfruttando la Lex Vatinia diede lo status di colonia latina e rifondò la città nominandola: Nova Comum. Addirittura di questa ultima colonizzazione ci parlano, con accentuazioni diverse secondo le loro esigenze espositive, ben altri cinque autori romani: Catullo, Plutarco, Svetonio, Appiano e Ammiano Marcellino. Naturalmente i Plinii magnificamente illustrano il I° secolo d.c., glorificando la loro “piccola” patria, descrivendoci squarci di vita pubblica e privata, dell’economia lariana, dell’arte e della religione.

In oltre, a supporto di questi scritti, abbiamo il documento ufficiale per antonomasia, “La Notitia Dignitatum”, che ci fa scoprire il ruolo importantissimo di Nova Comum come zona di scambio commerciale e transito (zona pedemontana), tanto che in città esisteva un super funzionario, il “Praefectus Classis cum Curis Civitatis”, che soprassedeva al controllo dell’arteria principale di comunicazione: il Larius, che da Nova Comum portava verso Summus Lacus e da quel punto verso i valichi alpini dello Julier, dello Spluga, del San Bernardino e del Septimer. Troviamo dei riferimenti anche nella “Tabula Peuntingeriana” dove vengono messe in luce le direttrici che collegavano Nova Comum e il Larius ai maggiori centri del nord Italia.
A testimonianza del ruolo fondamentale ricoperto dal Larius in epoca romana abbiamo anche le numerose epigrafi, oltre seicento, rinvenute nel territorio comasco di cui un’importante collezione si trova presso il Museo Giovio di Como mentre altre sono rimaste in loco. Questi aspetti portano la città di Nova Comum e il Larius fra i primissimi posti fra le città del nord Italia, al pari di Aquileia e Brixia.

L’ epigrafi ci restituiscono importanti testimonianze della vita quotidiana, tra le tante informazioni ricaviamo i nomi delle gens più influenti del Larius fra le quali spicca la gens Oufentina da cui proviene Lucius Minicius Exoratus.

Ma chi erano gli esponenti della gens Oufentina?

Non sappiamo molto se non che l’aggettivo “Oufentina” indicava le gens che, tra quelle dell’Italia Settentrionale (Transpadana) nell’epoca romana, abitavano le zone insubri transpadane.
Possiamo ipotizzare che la gens Oufentina sia stata una gens nova, una gens di persone umili che nell’arco di alcune generazione fecero carriera e fortuna, come molte famiglie del I secolo d.c.. Certamente all’epoca di Lucio Minicio Exorato la sua famiglia era molto abbiente.
Inoltre è plausibile che la gens di Exorato fosse stata proprietaria di una o più compagnie di trasporto fluviale, da e per Mediolanum, essendo questa un’attività molto redditizia per l’epoca.
Sappiamo che i membri di spicco delle varie gens, per poter accedere agli ordini senatorio o equestre dovevano avere una rendita garantita e stabile, quindi entrate di una certa consistenza. E se il trasporto fluviale era il “Business” locale, le ipotesi che la gens di Exorato in un qualche modo ne facesse parte sono altamente probabili.
Ed eccoci finalmente pronti a cercare di conoscere, facendo prezioso riferimento all’effige della lapide oggi incastonata nella facciata esterna della Chiesa di Santa Marta in via Calvi, a Menaggio, la figura di Lucius Minicius Exoratus.

L’importanza dell’aver ricoperto molti incarichi amministrativi farà ben comprendere l’importanza di questo personaggio, come lo comprese molto bene lillustre architetto milanese Luigi Mario Belloni, negli anni ’70, dal frammento epigrafico che oggi possiamo analizzare. Le dimensioni del frammento (ben 280 cm) sono già da sé molto eloquenti circa l’imponenza del monumento e la pregiata fattura in marmo di Musso ci rivela inoltre un altro prodotto del commercio lariano molto rinomato già allora.
Abbiamo due conferme importanti: la prima, solo una persona di un certo stato sociale poteva permettersi una spesa simile, la seconda, la cava di marmo di Musso non era solo nota al tempo dei romani, ma ampiamente sfruttate dagli stessi, con operai specializzati che cavano marmo con grande precisione e in grandi quantità, naturalmente una personalità abbiente come Exorato non poteva volere che questo tipo di marmo per il suo monumento funebre.
Un altro particolare che sancisce l’importanza di queste cave è la quantità di marmo rinvenuta dagli archeologici. Se voi stessi conduceste delle campagne di scavo in Lombardia, trovereste dei reperti archeologici che 6 volte su 10 sono stati realizzati con questo marmo.

Leggendo il frammento dell’epigrafe di Lucio Minicio Exorato possiamo scoprire un cursus honorum che lo portò a essere uno dei protagonisti della vita politica imperiale. Ipotizziamo la sua carriera militare e politica provando a ricostruire i suoi spostamenti nel vasto impero romano del I° secolo d.c. Lucius, come molti giovani romani abbienti, partì per completare il proprio ciclo di studio, in Grecia probabilmente, patria della filosofia e della retorica.
Al termine degli studi, potremmo ipotizzare un suo temporaneo ritorno sul Lario oppure l’inizio della sua carriera militare a Roma. Il suo servizio sotto le armi potrebbe essersi svolto in concomitanza delle operazioni belliche in Iudaea, sotto il comando dell’allora Legato Vespasiano.

Dopo il rientro dalla prima guerra giudaica è ipotizzabile che sia entrato nella corte del neo imperatore Vespasiano e che qui inizi la sua carriera politica e religiosa che lo porto a ricoprire ruoli chiave nella scala al potere: Tribuno Militare e Decurione, Quattruorviro, Duumviro, Prefetto dei Fabbri, due volte Pretore e Console, Flamine dell’Imperatore Vespasiano e Pontefice Massimo.

Usando un parallelismo con i giorni nostri, potremmo dire che Lucio Minicio Exorato ebbe lo stesso potere che oggi ricopre il Segretario di Stato di una superpotenza come, ad esempio, gli Stati Uniti.
Molto probabilmente fece ritorno stabilmente, in tarda età, sul Larius, dove fece edificare il grandioso monumento funebre da cui proviene questo frammento di epigrafe ritrovato nelle acque del Lario e poi collocato in Via Calvi proprio dall’umanista Francesco Calvi.

Alessandro Cerioli

Boudicca, regina e guerriera

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Tablinum: Boadicea o Boudicca, (nome derivante dalla parola celtica bouda, cioè vittoria), sposa del re Prasutago, era la regina della città di Iceni (ora Norfolk), ancora indipendente al potere di Roma: Giulio Cesare aveva iniziato l’invasione della Gran Bretagna nel 55 a.C., ma non era mai realmente riuscito ad imporre la sua dominazione sopra i Britanni. Nel 43 d.C. che l’imperatore Claudio ordinò che la Gran Bretagna dovesse essere conquistata. È durante questa seconda invasione che nasce la storia di Boadicea.
Boadicea è stato descritta come donna potente e, durante le battaglie, si spostava sul carro combattendo con la lancia. Lo storico romano Cassio Dione ci fa sapere che ella era “alta, di statura enorme, aveva un aspetto davvero terrificante nello sguardo dei suoi occhi; la voce rauca, una grande massa di capelli le scendevano fino ai fianchi; intorno al collo aveva una collana d’oro; indossava una tunica colorata su di un mantello che era legato da una grande spilla” (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2).

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Quando Prasutago morì nel 60 d.C. senza eredi maschi lasciò tutte le sue ricchezze alle sue due figlie e all’Impero Romano, a quel tempo comandato da Nerone, confidando con ciò di guadagnarsi la protezione imperiale per la sua famiglia. Era pratica normale di Roma concedere l’indipendenza ai regni alleati solo finché erano vivi i “re clienti”, che dovevano lasciare in eredità a Roma i loro regni. La legge romana, inoltre, riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile. Per questo, alla morte di Prasutago, non avendo egli figli maschi, le sue terre e le proprietà furono confiscate e i nobili trattati come schiavi. Boudicca protestò con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliarono esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le giovani figlie furono stuprate.
Così, mentre il governatore della provincia, Svetonio Paulino, era assente nel 60 o 61 poiché stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (Galles settentrionale), Boudicca organizzò una ribellione in tutta la regione dell’Anglia Orientale. Gli insorti bruciarono Camulodunum (Colchester), Verulamium e parte di Londinium (Londra) e molti avamposti militari, massacrarono (come riporta Tacito) 70.000 tra Romani e Bretoni simpatizzanti romani facendo a pezzi la Nona Legione.

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Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con Budicca nella battaglia di Watling Street (ubicazione sconosciuta e dibattuta) e, nonostante i Romani fossero molto inferiori di numero, sfruttando la loro superiorità tattica inflissero una dura sconfitta ai ribelli, facendone strage. Boudicca si avvelenò, per non cadere nelle mani dei Romani.

Boudicca
Nel Medioevo la figura di Boudicca fu dimenticata, tant’è che non compare in nessuna fonte. Ricomparve poi nel XVI secolo, dopo la riscoperta delle opere di Tacito e di Cassio da parte di Virgilio Polidoro. A partire dal XVII secolo la sua storia ispirò diversi autori. La sua fama raggiunse l’apice nell’età vittoriana, quando divenne un’eroina e un importante simbolo culturale del Regno unito. Essa compare in diversi romanzi contemporanei, tra cui il quinto libro del ciclo di Avalon di Marion Bradley e Il vessillo di porpora di Massimiliano Colombo, pubblicato nel 2011.

                                                                                                      Francesca Corsi

Serata letteraria: Bilacus. Il Lario Romano

Tablinum: video della serata letteraria “Bilacus. Il Lario Romano”, presso l’Hotel Belvedere di Bellagio (co). Ospite della serata lo scrittore Massimiliano Colombo. Introduzione del classicista Alessandro Cerioli. Sabato 30 maggio 2015.

Serata letteraria: I Barbari e Roma, Invasori o Immigrati?

Tablinum: serata letteraria “I Barbari e Roma. Invasori o Immigrati?”, ospite della serata il Prof. Alessandro Barbero. Presso il Grand Hotel Victoria di Menaggio. Moderatore della serata il Classicista Alessandro Cerioli. Sabato 21 marzo 2015.

Tribute Lucius Minicius Exoratus

Studio Tablinum: il Tributo Storico a Lucius Minicius Exoratus, tenuto dal Classicista Alessandro Cerioli, presso Menaggio, è stato l’occasione per riscoprire questo personaggio storico, vissuto nel I secolo d.c. che fu un personaggio di spicco nella corte dell’Imperatore Vespasiano; ricoprì le cariche di Console, Prefetto, Pontifex e Flamine dell’Imperatore. La stele funerararia, in marmo di Musso, fa comprendere l’importanza di Exorato dalle sue dimensioni e dalla sua splendida lavorazione. La serata è stata di forte impatto grazie ai membri della Legio I Italica che hanno curato l’aspetto delle militaria, il Vive presidente FilippoCrimi ha delucidato le panoplie delle epoche repubblicano-imperiali e la nascita della Legio I Italica. Lo Scrittore Massimiliano Colombo ha concluso la serata con la presentazione dei suoi romanzi storici “La Legione degli Immortali”, “Il Vessillo di Porpora” e “Draco, l’ombra dell’Imperatore”, editi da Piemme.

“Fu vero Editto?”

#studiotablinum: presentazione del saggio “Fu vero Editto?”, della Prof.ssa Elena Percivaldi, presso la Libreria Sampietro di Menaggio, introduce e modera Alessandro Cerioli.

L’altra faccia dell’Editto: incontro con Elena Percivaldi

9788851410629_200x280Studio Tablinum: come non pensare alla splendida serata vissuta un’anno or sono ? Oltre alla grande cultura Elena Percivaldi riesce a coinvolgere il pubblico in modo estatico, a distanza di mesi dalla presentazione del suo libro “Fu vero editto?” le persone ricordano con piacere quell’evento, chiedendo una futura presentazione, che mi auguro si possa tenere presto.

Tornando al libro presentato, “Fu vero editto?”, si denota la volontà da parte della scrittrice di gettare una luce nuova sulle vicende che cambiarono per sempre la storia della nostra società, quell’editto voluto dagli imperatori Costantino e Licinio. Editto di tolleranza e comunanza religiosa, ricordiamo fu scritto nel febbraio del 313 d.c. (CMLX ab Urbe còndita) dai due Augusti dell’impero romano, Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell’impero. Il patto fu stretto in Occidente in quanto il senior Augustus era Costantino. Le conseguenze dell’Editto per la vita religiosa nell’impero romano sono tali da farne una data fondamentale nella storia dell’Occidente.

Nel suo saggio “Fu vero Editto?” getta nuova luce sull’effettiva stesura dell’Editto di Milano, cosa la “slega” dalle consuete teorie ?

Per prima cosa, l’aver posto un interrogativo sull’intera vicenda. Non per dubitare dell’essenza, ma per sottolineare come di quello che noi chiamiamo “Editto di Milano” in verità non possediamo neppure il testo originale. Esistono due versioni contenute nelle opere di altrettanti autori cristiani contemporanei agli eventi: Lattanzio ed Eusebio di Cesarea. Mentre Eusebio trascrive nel decimo libro della sua monumentale “Storia Ecclesiastica” solo il testo di Milano, Lattanzio riporta anche il testo della disposizione dettata nel 311 dall’imperatore Galerio sul letto di morte, che dell’atto di Costantino è il diretto antecedente visto che i contenuti sono quasi gli stessi. Più che di Editto si dovrebbe, quindi più correttamente parlare di “rescritto”. Sono quindi tornata alle fonti. E poi ho voluto riesaminare, sempre alla luce delle fonti, l’atteggiamento globale di Costantino nei confronti del Cristianesimo, ricco di luci ma soprattutto di ombre.

Una delle biografie più icastiche da me lette sono “Augusto, il grande baro” di Antonio Spinosa, si sentirà lusingata se la paragono a Spinosa, ma credo se lo meriti; in “Fu vero Editto?” lei mette in discussione diversi temi, dal battesimo in punto di morte, alla donazione di Roma e dei territori imperiali a favore di Papa Silvestro, scrivendo un giudizio a luci ed ombre dell’imperatore Costantino, cosa ci può dire in merito ?

Non sapremo mai se e quanto Costantino abbia, nel suo profondo, aderito al Cristianesimo, e anche la sua supposta conversione è oggetto di ampio dibattito. Una cosa è certa: da uomo pratico e politicamente scaltro qual era, pur favorendo il cristianesimo non ha mai sconfessato l’eredità pagana di Roma, ancora maggioritaria ai suoi tempi nel sentire del popolo e, credo, anche nel suo. Tanto più che si riteneva un restauratore dell’impero in senso tradizionale (anche se con qualche elemento di innovazione in senso personalistico). In quanto imperatore, egli era anche “pontifex maximus”, ossia il primo dei sacerdoti della religione civile romana, e non volle mai rinunciare a questo titolo. Inoltre, quando fondò la Nuova Roma sul Bosforo – poi chiamata Costantinopoli appunto -, volle che fosse rispettato il classico cerimoniale che aveva visto la nascita di Roma, che era di derivazione a sua volta etrusca. E’ anche vero che molto probabilmente Elena, sua madre – lei sì fervente cristiana – visto il profondo affetto che li legava esercitò sulle sue decisioni una certa influenza. La reale portata a livello di convinzioni personali di questa influenza, però, non siamo in grado di valutarla. Di certo, il merito più grande di Costantino fu dovuto al suo acume politico. Comprese che il Cristianesimo stava ormai diventando una presenza viva e diffusa nella società romana e quindi non aveva più senso continuare, come avevano fatto gli imperatori precedenti (l’ultimo proprio Galerio), a perseguitare i fedeli della nuova religione. Tanto più che ad aderire al credo cristiano erano soprattutto molti membri dell’oligarchia senatoria, e quindi i proprietari fondiari: quelli, cioè, che detenevano il potere economico e produttivo dell’impero. Meglio averli come alleati che come nemici, soprattutto in un momento di generale debolezza dell’istituzione imperiale e di crisi economico-sociale, il tutto con la minaccia dei barbari alle porte. E’ comunque innegabile che il suo atteggiamento, tradotto in una serie di misure giuridiche a favore della Chiesa, abbia influito in maniera decisiva su ciò che sarebbe accaduto dopo, gettando le basi fondiarie ed economiche su cui la nascente Ecclesia si sarebbe strutturata. Per non parlare delle ingerenze in campo dottrinale (concilio di Nicea contro l’arianesimo) e liturgico (istituzione della domenica e del Natale). Potremmo continuare per molto ancora…

La descrizione della Milano romana, Mediolanum, è davvero minuziosa, quali difficoltà ha incontrato nella ricerca del materiale ? Considerando che Mediolanum si è celata molto bene nel corso dei secoli.

E’ vero, la Milano romana è stata fagocitata da quelle successive al punto che solo in alcune fortunate eccezioni è ancora visibile e percepibile. Il resto giace negli scantinati oppure è stata inglobata in edifici di epoca posteriore. Però esistono cospicue tracce archeologiche. Molto materiale è emerso in particolare durante gli scavi della MM3 in zona Duomo, che hanno permesso di avere un quadro molto più preciso della pianta di Mediolanum e di alcuni edifici – come la zecca – che fino a quel momento presentavano problemi di collocazione certa. Esiste ormai una corposa produzione scientifica sull’argomento, che mi ha fornito la base per la ricostruzione. Consiglio a tutti di andare a visitare il Museo Archeologico di Milano, in Corso Magenta. Qui oltretutto è presente un ricchissimo bookshop con molti testi, come lo splendido “Immagini di Mediolanum. Archeologia e storia di Milano dal V secolo a.C. al V secolo d.C.” che ricostruisce tutta la città romana accompagnandoci alla sua scoperta.

La sensazione che si ha leggendo “Fu vero editto?” è quella di un’autrice che rinuncia a un tipo di scrittura aulica in favore di termini tecnici più “accessibili”, da storica le è costato “fatica” ?

Confesso di no, essendo anche giornalista professionista sono abituata a scrivere tanto e per farmi capire da tutti, o almeno a cercare di farlo… Lo scopo del libro è proprio quello di fornire una sintesi chiara e accessibile anche e soprattutto al pubblico non specialistico. A cosa serve la storia se poi non viene spiegata e capita da tutti? Sono fermamente convinta che il linguaggio vada adattato ai contesti: quindi uso quello scientifico e accademico tra addetti ai lavori, ma adopero un registro il più possibile chiaro e divulgativo quando parlo o scrivo per il grande pubblico. Ma anche nel primo caso, non è detto che occorra essere noiosi e autoreferenziali per forza…

Su quale altro personaggio di epoca classica scriverebbe un saggio ? Avrebbe l’imbarazzo della scelta.

Sinceramente non saprei. Sono una medievista di formazione e di interessi, questa su Costantino è stata una piacevole “scorreria” in ambito tardoantico che ho compiuto molto volentieri perché, comunque la si pensi, l’Editto di Milano rappresenta una pietra miliare per l’affermazione della civiltà cristiana, che poi come sappiamo bene avrebbe rappresentato la base di ogni dialogo, incontro o scontro per l’intera Europa medievale. I miei prossimi lavori già programmati saranno inerenti di nuovo al Medioevo. Ma ho in serbo anche una piccola sorpresa in un terreno decisamente inconsueto, che però preferisco non anticipare per… questioni di scaramanzia.

In quale modo si è accostata alla saggistica ?

Leggo molto, ma pochi romanzi, a parte i classici. La “colpa” della mia affezione per la storia, se così si può dire, è però di un romanzo e di Umberto Eco: lessi il suo “Nome della rosa” a 15 anni e decisi che quella sarebbe stata la mia strada. Anche se poi ho sempre e solo scritto saggistica, chissà… magari un giorno proverò altre strade.

Ha un luogo particolare in cui coltiva la sua ispirazione letteraria ?

Il mio studio è il mio laboratorio di idee preferito: ci sono libri, riproduzioni di oggetti antichi, documenti, fotografie, testi vecchi dall’inconfondibile e poetico profumo… Ci passo moltissimo tempo, mi ricarica e lavorare lì non mi costa fatica. Tutte le volte ripenso alle sensazioni descritte dal Machiavelli nella celebre lettera al Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”. Devo dire che mi ci ritrovo molto.

Penso che il suo stile letterario potrebbe piacere molto ad un pubblico estero, non ha mai pensato di tradurre “Fu vero Editto?” ?

Chissà. Queste cose spettano all’Editore, Ancora, che ha pubblicato il testo, e magari potrebbero anche decidere di farlo anche se non credo abbiano valutato questa possibilità. Finora ho avuto l’onore di avere tradotto in due lingue, spagnolo e tedesco, e quindi aver diffuso anche all’estero un mio saggio sui Celti, “I Celti. Una civiltà europea”, che uscì per la prima volta nel 2003. Speriamo che possa succedere con altri lavori.

Che futuro vede per la letteratura nel nostro paese ? Considerando la sofferenza delle case editrici.

Non molto roseo, purtroppo. Si scrive e si pubblica tanto, ma l’Italia non è un Paese di lettori forti, almeno stando ai dati che vengono ogni tanto diffusi. Dipende anche da cosa si legge: la gran parte del mercato è coperta da romanzi rosa di dubbia qualità oppure di testi a sfondo esoterico o pseudostorico, che oltretutto creano numerosi problemi a chi cerca di fare storia in maniera seria perché non fanno altro che contribuire alla diffusione globale di luoghi comuni consunti alimentando peraltro cliché morbosi e fuorvianti. Penso ad esempio ai poveri Templari, vittime due volte: a suo tempo di terribili vicende, ora di un filone che ci specula sopra in maniera a dir poco bieca. A nulla o quasi valgono gli sforzi di illustri studiosi per riportare la materia in campo strettamente scientifico: ciò che prevale, in libreria come in tv, è purtroppo la pseudostoria sensazionalistica da salotto. Se il settore sta in piedi, lo si deve unicamente alla buona volontà di tanti piccoli e medi editori che invece credono in quello che fanno e a tante associazioni culturali che lavorano tra mille difficoltà. Lo vedo anche quando curo mostre o eventi culturali: complice la poco felice congiuntura economica, è sempre più arduo riuscire a trovare fondi per portare avanti progetti culturali di spessore. Ma non demordo. Sono anche convinta che in un Paese che soffre gravemente, soprattutto nel settore della ricerca e dell’università, il cancro della gerontocrazia, occorra dare una chance ai più giovani. Occorre investire, rinnovarsi, aprire alle nuove tecnologie, dialogare con altri contesti europei, uscire dal provincialismo e dall’autoreferenzialità cui l’Italia è da sempre troppo abituata. Oppure tutto il settore crollerà miseramente sotto il suo stesso peso.

Nei licei si insegna sempre meno la base della cultura classica, il Greco ed il Latino, cosa ne pensa in merito ? Siamo arrivati ad un punto in cui gli storici programmi scolastici sono divenuti obsoleti ?

Sono convinta che greco e latino siano imprescindibili e che come tali debbano essere assolutamente preservati. Non si tratta di mero nozionismo. Sono le lingue base della nostra civiltà: senza la loro conoscenza, e ignorando il contesto in cui furono utilizzate, non è possibile comprendere non solo l’epoca antica, ma anche il Medioevo e tutta la storia europea (e non solo) fino ai giorni nostri. Il pensiero, la musica, l’arte, la poesia, la letteratura… tutto quello che costituisce il nostro essere più profondo parla queste lingue. Abbandonarne lo studio significherebbe tradire e rinnegare noi stessi.

Il suo ultimo saggio “La vita segreta del Medioevo” è una sorta di riscoperta di quest’epoca ? Il Medioevo ingiustamente definito “età buia” ?

Ho cercato di raccontare gli aspetti meno noti di un’epoca lunga mille anni e quindi tutt’altro che monolitica. Non è un manuale di storia, niente nomi e date, ma un grande (480 pagine!) affresco che ne racconta gli uomini e le donne: come vivevano, cosa mangiavano, come si vestivano, come si divertivano, come facevano l’amore. Ma anche in cosa credevano, che rapporto avevano con la morte, quali erano i loro tabù, terrori e preoccupazioni. Pochi periodi storici sono stati vittime, nel corso del tempo, di tanti luoghi comuni come il Medioevo, bollato come età oscura, millennio della superstizione, dell’oscurantismo, e via dicendo. Io penso invece che nessun’epoca sia stata così varia, contraddittoria e affascinante come questa. Ho cercato di mostrarlo e di spiegare perché il Medioevo costituisca la base per la nascita dell’Europa moderna. Volenti o nolenti, consapevoli o no, un po’ di Medioevo ce lo portiamo tutti dentro.

                                                                                                                                                         Alessandro Cerioli

Elena Percivaldi

ele Editto 2Sono nata a Milano e vivo a Monza. Laureata in Lettere Moderne – Storia medievale, sposata, due bimbi, scrittrice e giornalista, critico d’arte e critico musicale. 

All’attività di saggista, storico e critico affianco la curatela di mostre, la conduzione di programmi radio, la partecipazione in trasmissioni tv e radio a tema e a conferenze, convegni e seminari di studio in tutta Italia.

Sono titolare della Perceval Archeostoria (impresa di consulenza storico-archeologica, studi e ricerche, pubblicazione di saggi, curatela di mostre, partecipazione a conferenze e convegni).

Sono membro della redazione del portale d’arte Exibart.com

Ho co-condotto la trasmissione “ArcheoStorie” in onda il lunedì sulla radio privata Keltoiradio: www.keltoiradio.org