Lucio Virginio Rufo – La Forza della Coerenza

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Tablinum: dopo aver scritto nel mio precedente articolo le vicende di Lucius Minicius Exoratus, notabile romano vissuto nel I° secolo d.c. e della sua Gens, ora vorrei trattare la vicende di un’altro illustre cittadino romano, coevo di Lucius Minicius Exoratus, e comasco anch’esso: Lucio Virginio Rufo.

Lucio Virginio Rufo nacque nel comasco nell’anno 14 d.c., probabilmente nella zona in cui ora sorge Alzate Brianza, da una famiglia di Equites, classe di censo, paragonabile all’attuale alta borghesia.
Intraprese da subito la carriera militare e raggiunse una posizione di rilievo culminata nella carica di amministratore finanziario della cittadina di Smyrna in Asia Minore. Vista la sua probità e la sua lealtà a Roma, fu lo stesso Imperatore Nerone a promuoverlo nella schiera degli uomini a lui più fidati nominandolo Senatore e, in seguito, inviandolo come Legato nella Germania Superiore.

Fu proprio mentre svolgeva questo incarico che, suo malgrado, si vide invischiato nei giochi di potere che sconvolsero tutto l’impero; correva l’anno 68 d.c. e la rivolta che covava da anni contro le “follie” dell’Imperatore Nerone, scoppiò irrefrenabile.

Il fuoco della rivolta serpeggiò per tutto l’impero sino a scoppiare in un contrasto dai pericolosi risvolti sovversivi per il futuro dell’impero stesso: fu allora che il governatore in pectore della Gallia, Gaio Giulio Vindice, convocò a Lugdunum (oggi Lione) i notabili della provincia spingendoli apertamente alla sedizione proponendo il Senatore Marco Sulpicio Galba come nuovo Imperatore.

Quasi simultaneamente il capo dei Pretoriani, Gaio Ninfidio Sabino, si sollevò contro Nerone e contro il suo collega pretoriano Tigellino.

Ormai l’impero era sconvolto da questa violenta insurrezione che da Roma alla Germania infiammava l’animo dei milites e la situazione raggiunse il suo apice quando anche il Prefetto d’Africa, Lucio Clodio Macro, decise di sollevarsi.

L’unico a rimanere fedele a Nerone fu proprio Virginio Rufo, che rifiutò, a sua volta di essere acclamato Imperator dalle sue truppe e decidendo invece di condurre una marcia a tappe forzate contro le legioni di Vindice. Rufo attaccò Vesontio (oggi Besançon) e Vindice si mosse a difendere la città. I due Legati si incontrarono per parlamentare e strinsero un qualche accordo.
Ma fu proprio quando Vindice fece per entrare in città, che a causa di una incomprensione, i soldati di Rufo si ritennero attaccati e aggredirono Vindice, il quale, credutosi caduto in una trappola, si suicidò gettandosi sul suo gladio.

Eccoci il racconto che Cassio Dione, storico e senatore romano, ci tramanda (Storia Romana 63′-25′):
“Rufo si addolorò profondamente per la fine di Vindice, collega e amico, ma non volle accettare il potere imperiale, nonostante la continua insistenza da parte dei suoi legionari e la relativa facilita nell’ottenerlo, essendo lui stato definito valido e potenziale successore”.

Nel mentre i moti rivoltosi avevano travolto irreparabilmente Roma. L’imperatore Nerone, sulle prime indifferente alla rivolta, non appena seppe della sollevazione contro di lui e che gli restava fedele solo Virginio Rufo, decise di fuggire dall’Urbe ed infine di togliersi la vita; era il 6 giugno del 68 d.c.

Intanto Galba e le sue legioni, incuranti della presa di posizione di Rufo, decisero che era tempo di prendersi il potere e marciarono verso l’Urbe, ma la sua tracotanza lo portò a compiere degli errori
politici davvero imperdonabili che lo portarono all’uccisione nel corso di una congiura che vide coinvolti diversi Senatori. Lo stesso Senato, in accordo con la guardia pretoriana, acclamò imperatore uno dei congiurati, per altro molto vicino all’Imperatore Nerone, Marco Salvio Otone.

Anche di fronte a questi nuovi sviluppi, Virginio Rufo si tenne a distanza con le sue legioni e non volle schierarsi apertamente dalla parte di Otone, restando di stanza in Germania superiore. A questo punto, Otone lo mise in stato d’accusa per non averlo appoggiato.

Ma anche ad Otone le cose andarono male, dal nord, dalla Germania Inferiore arrivò con le sue Legioni un nuovo pretendente al trono, Aulo Vitellio, appena proclamato Imperatore dalle sue legioni. Venutolo a sapere Otone gli andò incontro con le sue legioni. Lo scontro con Vitellio a Bedriacum, fu una totale disfatta e Vitellio schiaccio Otone, proseguendo de facto la sua marcia su Roma e facendosi ratificare la carica di Imperatore da un Senato mosso più dal timore che dal rispetto.

Fu a questo punto che, vista la situazione, le truppe di Rufo lo acclamarono per la seconda volta Imperator e il comasco Rufo rifiutò per la seconda volta l’acclamazione. A questo punto, stando agli scritti di Tacito (Historiae 2′-68′) i milites gli divennero definitivamente ostili e lo posero in stato d’arresto presso il pretorium.

Ma le vicende legate alla porpora imperiale non finiscono qui: in questo anno tribolato, definito “l’anno dei quattro imperatori”, sulla scena comparve un altro Legato, proveniente dalla provincia di Judea, Tito Flavio Vespasiano, anch’esso proclamato dalle sue legioni Imperator e determinato a divenire il nuovo Cesare e a fondare una nuova dinastia.

Vespasiano, partito da Alessandria con il suo stato maggiore (probabile la presenza di Lucius Minicius Exoratus, in quanto all’epoca Tribuno) approdò in Grecia e da lì fece rotta sull’Italia. Risalito lungo la Penisola, sino a settentrione, diede battaglia alle truppe dell’Imperatore Vitellio, sconfiggendolo e lasciando nuovamente il trono vacante. A questo punto Vespasiano si affrettò velocemente a rientrare a Roma dove il Senato ratificò la sua carica, divenendo cosi il nuovo Imperatore.

A questo punto Vespasiano pretese la lealtà di tutti i Governatori provinciali e, naturalmente, di tutte le legioni. Anche Rufo si vide costretto ad accettare come nuovo Imperatore Tito Flavio Vespasiano ma prudentemente, si ritirò a vita privata ad Alsium, in Etruria.

Di Rufo, il suo discepolo Plinio il Giovane scrisse (Epistole II. 1.2):
Per trent’anni dopo la sua ora di gloria, egli visse leggendo di sé nella storia e nella poesia…

Lucio Virginio Rufo, stimato dalle sue truppe e dagli imperatori che ha visto succedersi (Nerone, Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito, Domiziano e Nerva) fu persino chiamato dall’imperatore Nerva, che lo conosceva molto bene, a condividere con lui il Consolato. L’ormai ottantenne comasco accettò questo enorme privilegio e nel giorno della solenne cerimonia in Campidoglio, mentre s’accingeva a leggere il discorso di ringraziamento, inciampò in un gradino e cadendo si ruppe un’anca. Purtroppo per via dell’età e della caduta, morì pochi giorni dopo, correva l’anno 96 d.c.

L’altro grande comasco dell’epoca Plinio il Giovane, trascrisse il suo epitaffio, che lo stesso Rufo si era preparato:
Qui giace Rufo, che vinse Vindice e che rifiutò il potere per il bene della Patria

Alessandro Cerioli

Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus

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Tablinum: siamo giunti alla IVa edizione del Tributo Storico Lucius Minicius e quest’anno “l’appuntamento con la cultura classica” si terrà in due giornate: sabato 23 e domenica 24 Settembre, dalle ore 09.30 alle ore 18.00, presso l’area verde dell’asilo comunale di Menaggio (co).

In queste due giornate si terrà una rievocazione storica che ci farà comprendere al meglio le culture autoctone della zona comense (Celti Comenses) e la cultura che divenne egemone (Romana).  Questo progetto si prefigge di divulgare scientificamente le origini storiche del territorio, approfondirle e renderle, nella sua originalità, accattivanti e fruibili a un pubblico eterogeneo.

Progetto questo pensato e sviluppato in stretta collaborazione fra persone addette al settore culturale che non solo hanno messo la loro professionalità al servizio dello stesso ma in prima persona, stando sul campo, lo articoleranno per il periodo in cui rimarrà in essere, quindi questo progetto ha tutti i presupposti per far comprendere al meglio la romanizzazione e tutte le conseguenze derivanti da essa.

Durante la due giorni di rievocazione si comprenderà al meglio l’economia romana e celtica, il diritto romano, i riti apotropaici romani e celtici ed in fine l’arte bellica romana e celtica. Per gli studenti è stato previsto un particolare approccio alla vita da campo: potranno toccare con mano le attrezzature da campo, verrà messo a loro disposizione il materiale (in scala) per rivivere il peso di un’armatura, di uno scudo, di una spada. Per i più piccoli comprendere al meglio il valore della moneta in epoca classica, assistendo a una coniazione, e ancora le toghe candide dei cittadini romani assistendo alla più alta “ars oratoria” di un processo romano.

Tutti questi aspetti verranno inscenati durante i due giorni del “Tributo Storico Lucius Minicius Exoratus“, presso l’area verde dell’asilo comunale di Menaggio (co).

Inoltre questo progetto farà comprendere l’importanza strategica del “Larius”, in questa parte del vasto impero romano. I suoi trasporti fluviali servirono a incrementare la romanizzazione del territorio, sin dalla rifondazione di Nova Comum, voluta da Gaio Giulio Cesare, il Lario si trovò al centro degli spostamenti militari prima e scambi commerciali poi ed infine chi era Lucio Minicio Exorato, notabile romano vissuto nel I° secolo dc, che ricopri incarichi di massima importanza a livello politico/religioso e legato alla corte imperiale di Tito Flavio Vespasiano. Usando un parallelismo con i giorni nostri potremmo definirlo: il Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America.

Al termine delle due giornate sono previste due conferenze, la prima sabato 23 dalle ore 19.00, del Prof. Livio Zerbini (Università di Ferrara), a tema: “Plinio il giovane e l’Imperatore Traiano”, mentre la seconda domenica 24 dalle ore 19.00, del Dr. Alessandro Cerioli (ideatore e direttore del progetto), a tema: “Il Lario Romano”.

 

Lucio Minicio Exorato: la storia dimenticata di un membro della corte dell’Imperatore Vespasiano

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Larius,196 a.c.

Una lingua d’acqua che come una ferita squarcia il verde dei boschi e si spinge verso nord, le acque scintillano nel riverbero del tiepido sole d’inizio estate e i soli rumori che si odono sono lo sciabordio delle acque che cedono il passo a un’imbarcazione che procede lentamente sulle acque profonde e cupe e il movimento delle fronde degli alberi e degli arbusti che arrivano a lambire la riva del lago. Certamente qualche insediamento si troverà dietro il riparo sicuro dei boschi, magari posto sulle cime dei monti, dove poter vivere al sicuro, irraggiungibili da inattesi visitatori e dalle intemperanze di quelle acque che, anche in un giorno terso e senza vento, appaiono tuttaltro che rassicuranti, soprattutto se a fronteggiarle non si hanno che pochi mezzi di sostentamento e gli inverni sono lunghi e freddi. L’isolamento è l’unica forza per queste piccole comunità.

Sembra un giorno come tutti gli altri eppure quella strana imbarcazione, fatta di robusto legname sulla quale svetta una vela bianca gonfiata dal vento, sta trasportando un carico molto speciale: innanzitutto a bordo si trovano uomini le cui armi gareggiano con il riverbero delle acque a chi lancia bagliori più audaci. Silenziosi, come dèi venuti da molto lontano, i loro occhi tradiscono la circospezione di chi è abituato ad ogni genere d’imprevisti che sorgono da chi si addentra in territori sconosciuti per la prima volta; ma c’è anche un carico intangibile che si portano appresso quegli uomini: la romanitas.

Gli Insubri, a differenza di altre popolazioni del nord (esempio: Liguri – Elvezi) sembrano accettare subito di buon grado l’arrivo dei romani e subito il territorio, e con esso i sui abitanti subisce una metamorfosi grandiosa: quel lago sul quale si erano avventurati i primi legionari romani è ora il Larius (dal latino Laurum) e la vegetazione rigogliosa ma incolta che aveva accolto i romani si è fatta più regolare è sulle sponde i cespugli di Laurum si susseguono, come le piante di ulivo e i vitigni iniziano a spuntare un po’ ovunque.
Il trattato di Equitas rende la romanizzazione meno traumatica e le popolazioni presto adottando usi e costumi romani e integrano al loro interno coloni greci e romani: sorgono i castra di Bilacus (Bellagio) e Lemnos (Lenno) e sulle sponde del lago, già millenni fa come ancora oggi, si inizia a praticare l’Otium Ludens e i potenti dell’epoca stabiliscono qui le loro residenze. Celeberrime le Villae dei Plini: Tragoedia, che si ergeva alta sui “coturni” del promontorio di Bilacus, proprio dove oggi si trova Villa Serbelloni, e la Comoedia, dal cui triclinium era possibile immergere la mano nelle acque del Larius e pescare un guizzante pesce lacustre, e che doveva trovarsi nel Golfo di Venere, non molto lontana da Villa del Balbianello.

Plinio il Giovane, forse il più illustre estimatore del Larius, nelle sue epistole ci ricorda anche in cosa eccelleva il territorio comasco, ossia nella produzione alimentare (carni suine, olio, vino), nella metallurgia di precisione (lavorazione di monili in metallo), nella lavorazione delle pietre, soprattutto la pietra ollare, molto diffusa nel territorio prealpino, e nell’estrazione del marmo (Musso), una vera e propria industria specializzata.

Naturalmente il mercato era aperto in entrata e in uscita, conosciuto come: Corpus Splendidissimum Mercatorum Transalpinorum et Cisalpinorum. Quindi i prodotti comaschi, tramite la via di terra e quella fluviale entravano nel mercato imperiale e viceversa i prodotti provenienti dalle varie provincie imperiali confluivano nel mercato comense; prodotti pregiati come le merci esotiche (datteri, garum, lingue di fenicottero etc. etc.) rinvenute nei siti archeologici comensi. Naturalmente i romani introdussero anche due aspetti fondamentali e semisconosciuti agli insubri: quello giuridico (Ius romanorum) e quello religioso (paganesimo greco-romano). Deduciamo le nostre fonti, nel comasco, da una ricerca capillare e congiunta che addirittura trova concordi gli studiosi lariani, su quasi tutte le tematiche. La mole di documentazione davvero imponente di cui la città di Como, e il suo territorio, gode hanno aiutato negli anni a dare una chiara “rotta” da seguire.

L’apporto delle fonti letterarie che scandiscono in modo preciso le vicende salienti, a cominciare dal primo contatto cruento fra i celti insubri, le tribù galliche dei Comenses e i romani; correva l’anno 196 a.c., anno della battaglia di Camerlata, di cui ci informa Tito Livio, con dovizia quasi cronistica.
Addirittura un personaggio politicamente impegnato come Cicerone si disturba a scrivere, tramandandoli a noi, i termini della pace conclusa fra celti/galli e romani e l’inizio della romanizzazione del territorio comense. Cronaca questa che va dal 196 a.c. all’89 a.c.
Anche il geografo greco Strabone, profondo conoscitore della storia comasca, ci racconta i trent’anni decisivi della storia comasca, ossia le prime tre “colonizzazioni” della terra lariana.

La prima quella di Pompeo Strabone dell’89 a.c., la seconda, quella effettiva, di Gaio Scipione del 77 a.c. circa e infine quella definitiva di Cesare del 59 a.c. che sfruttando la Lex Vatinia diede lo status di colonia latina e rifondò la città nominandola: Nova Comum. Addirittura di questa ultima colonizzazione ci parlano, con accentuazioni diverse secondo le loro esigenze espositive, ben altri cinque autori romani: Catullo, Plutarco, Svetonio, Appiano e Ammiano Marcellino. Naturalmente i Plinii magnificamente illustrano il I° secolo d.c., glorificando la loro “piccola” patria, descrivendoci squarci di vita pubblica e privata, dell’economia lariana, dell’arte e della religione.

In oltre, a supporto di questi scritti, abbiamo il documento ufficiale per antonomasia, “La Notitia Dignitatum”, che ci fa scoprire il ruolo importantissimo di Nova Comum come zona di scambio commerciale e transito (zona pedemontana), tanto che in città esisteva un super funzionario, il “Praefectus Classis cum Curis Civitatis”, che soprassedeva al controllo dell’arteria principale di comunicazione: il Larius, che da Nova Comum portava verso Summus Lacus e da quel punto verso i valichi alpini dello Julier, dello Spluga, del San Bernardino e del Septimer. Troviamo dei riferimenti anche nella “Tabula Peuntingeriana” dove vengono messe in luce le direttrici che collegavano Nova Comum e il Larius ai maggiori centri del nord Italia.
A testimonianza del ruolo fondamentale ricoperto dal Larius in epoca romana abbiamo anche le numerose epigrafi, oltre seicento, rinvenute nel territorio comasco di cui un’importante collezione si trova presso il Museo Giovio di Como mentre altre sono rimaste in loco. Questi aspetti portano la città di Nova Comum e il Larius fra i primissimi posti fra le città del nord Italia, al pari di Aquileia e Brixia.

L’ epigrafi ci restituiscono importanti testimonianze della vita quotidiana, tra le tante informazioni ricaviamo i nomi delle gens più influenti del Larius fra le quali spicca la gens Oufentina da cui proviene Lucius Minicius Exoratus.

Ma chi erano gli esponenti della gens Oufentina?

Non sappiamo molto se non che l’aggettivo “Oufentina” indicava le gens che, tra quelle dell’Italia Settentrionale (Transpadana) nell’epoca romana, abitavano le zone insubri transpadane.
Possiamo ipotizzare che la gens Oufentina sia stata una gens nova, una gens di persone umili che nell’arco di alcune generazione fecero carriera e fortuna, come molte famiglie del I secolo d.c.. Certamente all’epoca di Lucio Minicio Exorato la sua famiglia era molto abbiente.
Inoltre è plausibile che la gens di Exorato fosse stata proprietaria di una o più compagnie di trasporto fluviale, da e per Mediolanum, essendo questa un’attività molto redditizia per l’epoca.
Sappiamo che i membri di spicco delle varie gens, per poter accedere agli ordini senatorio o equestre dovevano avere una rendita garantita e stabile, quindi entrate di una certa consistenza. E se il trasporto fluviale era il “Business” locale, le ipotesi che la gens di Exorato in un qualche modo ne facesse parte sono altamente probabili.
Ed eccoci finalmente pronti a cercare di conoscere, facendo prezioso riferimento all’effige della lapide oggi incastonata nella facciata esterna della Chiesa di Santa Marta in via Calvi, a Menaggio, la figura di Lucius Minicius Exoratus.

L’importanza dell’aver ricoperto molti incarichi amministrativi farà ben comprendere l’importanza di questo personaggio, come lo comprese molto bene lillustre architetto milanese Luigi Mario Belloni, negli anni ’70, dal frammento epigrafico che oggi possiamo analizzare. Le dimensioni del frammento (ben 280 cm) sono già da sé molto eloquenti circa l’imponenza del monumento e la pregiata fattura in marmo di Musso ci rivela inoltre un altro prodotto del commercio lariano molto rinomato già allora.
Abbiamo due conferme importanti: la prima, solo una persona di un certo stato sociale poteva permettersi una spesa simile, la seconda, la cava di marmo di Musso non era solo nota al tempo dei romani, ma ampiamente sfruttate dagli stessi, con operai specializzati che cavano marmo con grande precisione e in grandi quantità, naturalmente una personalità abbiente come Exorato non poteva volere che questo tipo di marmo per il suo monumento funebre.
Un altro particolare che sancisce l’importanza di queste cave è la quantità di marmo rinvenuta dagli archeologici. Se voi stessi conduceste delle campagne di scavo in Lombardia, trovereste dei reperti archeologici che 6 volte su 10 sono stati realizzati con questo marmo.

Leggendo il frammento dell’epigrafe di Lucio Minicio Exorato possiamo scoprire un cursus honorum che lo portò a essere uno dei protagonisti della vita politica imperiale. Ipotizziamo la sua carriera militare e politica provando a ricostruire i suoi spostamenti nel vasto impero romano del I° secolo d.c. Lucius, come molti giovani romani abbienti, partì per completare il proprio ciclo di studio, in Grecia probabilmente, patria della filosofia e della retorica.
Al termine degli studi, potremmo ipotizzare un suo temporaneo ritorno sul Lario oppure l’inizio della sua carriera militare a Roma. Il suo servizio sotto le armi potrebbe essersi svolto in concomitanza delle operazioni belliche in Iudaea, sotto il comando dell’allora Legato Vespasiano.

Dopo il rientro dalla prima guerra giudaica è ipotizzabile che sia entrato nella corte del neo imperatore Vespasiano e che qui inizi la sua carriera politica e religiosa che lo porto a ricoprire ruoli chiave nella scala al potere: Tribuno Militare e Decurione, Quattruorviro, Duumviro, Prefetto dei Fabbri, due volte Pretore e Console, Flamine dell’Imperatore Vespasiano e Pontefice Massimo.

Usando un parallelismo con i giorni nostri, potremmo dire che Lucio Minicio Exorato ebbe lo stesso potere che oggi ricopre il Segretario di Stato di una superpotenza come, ad esempio, gli Stati Uniti.
Molto probabilmente fece ritorno stabilmente, in tarda età, sul Larius, dove fece edificare il grandioso monumento funebre da cui proviene questo frammento di epigrafe ritrovato nelle acque del Lario e poi collocato in Via Calvi proprio dall’umanista Francesco Calvi.

Alessandro Cerioli

Boudicca, regina e guerriera

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Tablinum: Boadicea o Boudicca, (nome derivante dalla parola celtica bouda, cioè vittoria), sposa del re Prasutago, era la regina della città di Iceni (ora Norfolk), ancora indipendente al potere di Roma: Giulio Cesare aveva iniziato l’invasione della Gran Bretagna nel 55 a.C., ma non era mai realmente riuscito ad imporre la sua dominazione sopra i Britanni. Nel 43 d.C. che l’imperatore Claudio ordinò che la Gran Bretagna dovesse essere conquistata. È durante questa seconda invasione che nasce la storia di Boadicea.
Boadicea è stato descritta come donna potente e, durante le battaglie, si spostava sul carro combattendo con la lancia. Lo storico romano Cassio Dione ci fa sapere che ella era “alta, di statura enorme, aveva un aspetto davvero terrificante nello sguardo dei suoi occhi; la voce rauca, una grande massa di capelli le scendevano fino ai fianchi; intorno al collo aveva una collana d’oro; indossava una tunica colorata su di un mantello che era legato da una grande spilla” (Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, 62, 2).

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Quando Prasutago morì nel 60 d.C. senza eredi maschi lasciò tutte le sue ricchezze alle sue due figlie e all’Impero Romano, a quel tempo comandato da Nerone, confidando con ciò di guadagnarsi la protezione imperiale per la sua famiglia. Era pratica normale di Roma concedere l’indipendenza ai regni alleati solo finché erano vivi i “re clienti”, che dovevano lasciare in eredità a Roma i loro regni. La legge romana, inoltre, riconosceva validità solo all’eredità per linea maschile. Per questo, alla morte di Prasutago, non avendo egli figli maschi, le sue terre e le proprietà furono confiscate e i nobili trattati come schiavi. Boudicca protestò con forza: per tutta risposta, i Romani la umiliarono esponendola nuda in pubblico e frustandola, mentre le giovani figlie furono stuprate.
Così, mentre il governatore della provincia, Svetonio Paulino, era assente nel 60 o 61 poiché stava conducendo una campagna contro i druidi dell’isola di Anglesey (Galles settentrionale), Boudicca organizzò una ribellione in tutta la regione dell’Anglia Orientale. Gli insorti bruciarono Camulodunum (Colchester), Verulamium e parte di Londinium (Londra) e molti avamposti militari, massacrarono (come riporta Tacito) 70.000 tra Romani e Bretoni simpatizzanti romani facendo a pezzi la Nona Legione.

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Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con Budicca nella battaglia di Watling Street (ubicazione sconosciuta e dibattuta) e, nonostante i Romani fossero molto inferiori di numero, sfruttando la loro superiorità tattica inflissero una dura sconfitta ai ribelli, facendone strage. Boudicca si avvelenò, per non cadere nelle mani dei Romani.

Boudicca
Nel Medioevo la figura di Boudicca fu dimenticata, tant’è che non compare in nessuna fonte. Ricomparve poi nel XVI secolo, dopo la riscoperta delle opere di Tacito e di Cassio da parte di Virgilio Polidoro. A partire dal XVII secolo la sua storia ispirò diversi autori. La sua fama raggiunse l’apice nell’età vittoriana, quando divenne un’eroina e un importante simbolo culturale del Regno unito. Essa compare in diversi romanzi contemporanei, tra cui il quinto libro del ciclo di Avalon di Marion Bradley e Il vessillo di porpora di Massimiliano Colombo, pubblicato nel 2011.

                                                                                                      Francesca Corsi

Serata letteraria: Bilacus. Il Lario Romano

Tablinum: video della serata letteraria “Bilacus. Il Lario Romano”, presso l’Hotel Belvedere di Bellagio (co). Ospite della serata lo scrittore Massimiliano Colombo. Introduzione del classicista Alessandro Cerioli. Sabato 30 maggio 2015.

Serata letteraria: I Barbari e Roma, Invasori o Immigrati?

Tablinum: serata letteraria “I Barbari e Roma. Invasori o Immigrati?”, ospite della serata il Prof. Alessandro Barbero. Presso il Grand Hotel Victoria di Menaggio. Moderatore della serata il Classicista Alessandro Cerioli. Sabato 21 marzo 2015.

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Studio Tablinum: il Tributo Storico a Lucius Minicius Exoratus, tenuto dal Classicista Alessandro Cerioli, presso Menaggio, è stato l’occasione per riscoprire questo personaggio storico, vissuto nel I secolo d.c. che fu un personaggio di spicco nella corte dell’Imperatore Vespasiano; ricoprì le cariche di Console, Prefetto, Pontifex e Flamine dell’Imperatore. La stele funerararia, in marmo di Musso, fa comprendere l’importanza di Exorato dalle sue dimensioni e dalla sua splendida lavorazione. La serata è stata di forte impatto grazie ai membri della Legio I Italica che hanno curato l’aspetto delle militaria, il Vive presidente FilippoCrimi ha delucidato le panoplie delle epoche repubblicano-imperiali e la nascita della Legio I Italica. Lo Scrittore Massimiliano Colombo ha concluso la serata con la presentazione dei suoi romanzi storici “La Legione degli Immortali”, “Il Vessillo di Porpora” e “Draco, l’ombra dell’Imperatore”, editi da Piemme.