Serata Letteraria: La Bastarda degli Sforza

 

Tablinum: eccovi il video della serata letteraria “La Bastarda degli Sforza”. La scrittrice Carla Maria Russo ha presentato in modo approfondito il mondo rinascimentale e ha saputo dare la giusta identità al suo personaggio storico, Caterina Sforza. Presso la Sala della Musica del Grand Hotel Victoria di Menaggio (co). Sabato 6 febbraio 2016. Moderatore della serata il classicista Alessandro Cerioli.

L’altra faccia dell’Editto: incontro con Elena Percivaldi

9788851410629_200x280Studio Tablinum: come non pensare alla splendida serata vissuta un’anno or sono ? Oltre alla grande cultura Elena Percivaldi riesce a coinvolgere il pubblico in modo estatico, a distanza di mesi dalla presentazione del suo libro “Fu vero editto?” le persone ricordano con piacere quell’evento, chiedendo una futura presentazione, che mi auguro si possa tenere presto.

Tornando al libro presentato, “Fu vero editto?”, si denota la volontà da parte della scrittrice di gettare una luce nuova sulle vicende che cambiarono per sempre la storia della nostra società, quell’editto voluto dagli imperatori Costantino e Licinio. Editto di tolleranza e comunanza religiosa, ricordiamo fu scritto nel febbraio del 313 d.c. (CMLX ab Urbe còndita) dai due Augusti dell’impero romano, Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell’impero. Il patto fu stretto in Occidente in quanto il senior Augustus era Costantino. Le conseguenze dell’Editto per la vita religiosa nell’impero romano sono tali da farne una data fondamentale nella storia dell’Occidente.

Nel suo saggio “Fu vero Editto?” getta nuova luce sull’effettiva stesura dell’Editto di Milano, cosa la “slega” dalle consuete teorie ?

Per prima cosa, l’aver posto un interrogativo sull’intera vicenda. Non per dubitare dell’essenza, ma per sottolineare come di quello che noi chiamiamo “Editto di Milano” in verità non possediamo neppure il testo originale. Esistono due versioni contenute nelle opere di altrettanti autori cristiani contemporanei agli eventi: Lattanzio ed Eusebio di Cesarea. Mentre Eusebio trascrive nel decimo libro della sua monumentale “Storia Ecclesiastica” solo il testo di Milano, Lattanzio riporta anche il testo della disposizione dettata nel 311 dall’imperatore Galerio sul letto di morte, che dell’atto di Costantino è il diretto antecedente visto che i contenuti sono quasi gli stessi. Più che di Editto si dovrebbe, quindi più correttamente parlare di “rescritto”. Sono quindi tornata alle fonti. E poi ho voluto riesaminare, sempre alla luce delle fonti, l’atteggiamento globale di Costantino nei confronti del Cristianesimo, ricco di luci ma soprattutto di ombre.

Una delle biografie più icastiche da me lette sono “Augusto, il grande baro” di Antonio Spinosa, si sentirà lusingata se la paragono a Spinosa, ma credo se lo meriti; in “Fu vero Editto?” lei mette in discussione diversi temi, dal battesimo in punto di morte, alla donazione di Roma e dei territori imperiali a favore di Papa Silvestro, scrivendo un giudizio a luci ed ombre dell’imperatore Costantino, cosa ci può dire in merito ?

Non sapremo mai se e quanto Costantino abbia, nel suo profondo, aderito al Cristianesimo, e anche la sua supposta conversione è oggetto di ampio dibattito. Una cosa è certa: da uomo pratico e politicamente scaltro qual era, pur favorendo il cristianesimo non ha mai sconfessato l’eredità pagana di Roma, ancora maggioritaria ai suoi tempi nel sentire del popolo e, credo, anche nel suo. Tanto più che si riteneva un restauratore dell’impero in senso tradizionale (anche se con qualche elemento di innovazione in senso personalistico). In quanto imperatore, egli era anche “pontifex maximus”, ossia il primo dei sacerdoti della religione civile romana, e non volle mai rinunciare a questo titolo. Inoltre, quando fondò la Nuova Roma sul Bosforo – poi chiamata Costantinopoli appunto -, volle che fosse rispettato il classico cerimoniale che aveva visto la nascita di Roma, che era di derivazione a sua volta etrusca. E’ anche vero che molto probabilmente Elena, sua madre – lei sì fervente cristiana – visto il profondo affetto che li legava esercitò sulle sue decisioni una certa influenza. La reale portata a livello di convinzioni personali di questa influenza, però, non siamo in grado di valutarla. Di certo, il merito più grande di Costantino fu dovuto al suo acume politico. Comprese che il Cristianesimo stava ormai diventando una presenza viva e diffusa nella società romana e quindi non aveva più senso continuare, come avevano fatto gli imperatori precedenti (l’ultimo proprio Galerio), a perseguitare i fedeli della nuova religione. Tanto più che ad aderire al credo cristiano erano soprattutto molti membri dell’oligarchia senatoria, e quindi i proprietari fondiari: quelli, cioè, che detenevano il potere economico e produttivo dell’impero. Meglio averli come alleati che come nemici, soprattutto in un momento di generale debolezza dell’istituzione imperiale e di crisi economico-sociale, il tutto con la minaccia dei barbari alle porte. E’ comunque innegabile che il suo atteggiamento, tradotto in una serie di misure giuridiche a favore della Chiesa, abbia influito in maniera decisiva su ciò che sarebbe accaduto dopo, gettando le basi fondiarie ed economiche su cui la nascente Ecclesia si sarebbe strutturata. Per non parlare delle ingerenze in campo dottrinale (concilio di Nicea contro l’arianesimo) e liturgico (istituzione della domenica e del Natale). Potremmo continuare per molto ancora…

La descrizione della Milano romana, Mediolanum, è davvero minuziosa, quali difficoltà ha incontrato nella ricerca del materiale ? Considerando che Mediolanum si è celata molto bene nel corso dei secoli.

E’ vero, la Milano romana è stata fagocitata da quelle successive al punto che solo in alcune fortunate eccezioni è ancora visibile e percepibile. Il resto giace negli scantinati oppure è stata inglobata in edifici di epoca posteriore. Però esistono cospicue tracce archeologiche. Molto materiale è emerso in particolare durante gli scavi della MM3 in zona Duomo, che hanno permesso di avere un quadro molto più preciso della pianta di Mediolanum e di alcuni edifici – come la zecca – che fino a quel momento presentavano problemi di collocazione certa. Esiste ormai una corposa produzione scientifica sull’argomento, che mi ha fornito la base per la ricostruzione. Consiglio a tutti di andare a visitare il Museo Archeologico di Milano, in Corso Magenta. Qui oltretutto è presente un ricchissimo bookshop con molti testi, come lo splendido “Immagini di Mediolanum. Archeologia e storia di Milano dal V secolo a.C. al V secolo d.C.” che ricostruisce tutta la città romana accompagnandoci alla sua scoperta.

La sensazione che si ha leggendo “Fu vero editto?” è quella di un’autrice che rinuncia a un tipo di scrittura aulica in favore di termini tecnici più “accessibili”, da storica le è costato “fatica” ?

Confesso di no, essendo anche giornalista professionista sono abituata a scrivere tanto e per farmi capire da tutti, o almeno a cercare di farlo… Lo scopo del libro è proprio quello di fornire una sintesi chiara e accessibile anche e soprattutto al pubblico non specialistico. A cosa serve la storia se poi non viene spiegata e capita da tutti? Sono fermamente convinta che il linguaggio vada adattato ai contesti: quindi uso quello scientifico e accademico tra addetti ai lavori, ma adopero un registro il più possibile chiaro e divulgativo quando parlo o scrivo per il grande pubblico. Ma anche nel primo caso, non è detto che occorra essere noiosi e autoreferenziali per forza…

Su quale altro personaggio di epoca classica scriverebbe un saggio ? Avrebbe l’imbarazzo della scelta.

Sinceramente non saprei. Sono una medievista di formazione e di interessi, questa su Costantino è stata una piacevole “scorreria” in ambito tardoantico che ho compiuto molto volentieri perché, comunque la si pensi, l’Editto di Milano rappresenta una pietra miliare per l’affermazione della civiltà cristiana, che poi come sappiamo bene avrebbe rappresentato la base di ogni dialogo, incontro o scontro per l’intera Europa medievale. I miei prossimi lavori già programmati saranno inerenti di nuovo al Medioevo. Ma ho in serbo anche una piccola sorpresa in un terreno decisamente inconsueto, che però preferisco non anticipare per… questioni di scaramanzia.

In quale modo si è accostata alla saggistica ?

Leggo molto, ma pochi romanzi, a parte i classici. La “colpa” della mia affezione per la storia, se così si può dire, è però di un romanzo e di Umberto Eco: lessi il suo “Nome della rosa” a 15 anni e decisi che quella sarebbe stata la mia strada. Anche se poi ho sempre e solo scritto saggistica, chissà… magari un giorno proverò altre strade.

Ha un luogo particolare in cui coltiva la sua ispirazione letteraria ?

Il mio studio è il mio laboratorio di idee preferito: ci sono libri, riproduzioni di oggetti antichi, documenti, fotografie, testi vecchi dall’inconfondibile e poetico profumo… Ci passo moltissimo tempo, mi ricarica e lavorare lì non mi costa fatica. Tutte le volte ripenso alle sensazioni descritte dal Machiavelli nella celebre lettera al Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro”. Devo dire che mi ci ritrovo molto.

Penso che il suo stile letterario potrebbe piacere molto ad un pubblico estero, non ha mai pensato di tradurre “Fu vero Editto?” ?

Chissà. Queste cose spettano all’Editore, Ancora, che ha pubblicato il testo, e magari potrebbero anche decidere di farlo anche se non credo abbiano valutato questa possibilità. Finora ho avuto l’onore di avere tradotto in due lingue, spagnolo e tedesco, e quindi aver diffuso anche all’estero un mio saggio sui Celti, “I Celti. Una civiltà europea”, che uscì per la prima volta nel 2003. Speriamo che possa succedere con altri lavori.

Che futuro vede per la letteratura nel nostro paese ? Considerando la sofferenza delle case editrici.

Non molto roseo, purtroppo. Si scrive e si pubblica tanto, ma l’Italia non è un Paese di lettori forti, almeno stando ai dati che vengono ogni tanto diffusi. Dipende anche da cosa si legge: la gran parte del mercato è coperta da romanzi rosa di dubbia qualità oppure di testi a sfondo esoterico o pseudostorico, che oltretutto creano numerosi problemi a chi cerca di fare storia in maniera seria perché non fanno altro che contribuire alla diffusione globale di luoghi comuni consunti alimentando peraltro cliché morbosi e fuorvianti. Penso ad esempio ai poveri Templari, vittime due volte: a suo tempo di terribili vicende, ora di un filone che ci specula sopra in maniera a dir poco bieca. A nulla o quasi valgono gli sforzi di illustri studiosi per riportare la materia in campo strettamente scientifico: ciò che prevale, in libreria come in tv, è purtroppo la pseudostoria sensazionalistica da salotto. Se il settore sta in piedi, lo si deve unicamente alla buona volontà di tanti piccoli e medi editori che invece credono in quello che fanno e a tante associazioni culturali che lavorano tra mille difficoltà. Lo vedo anche quando curo mostre o eventi culturali: complice la poco felice congiuntura economica, è sempre più arduo riuscire a trovare fondi per portare avanti progetti culturali di spessore. Ma non demordo. Sono anche convinta che in un Paese che soffre gravemente, soprattutto nel settore della ricerca e dell’università, il cancro della gerontocrazia, occorra dare una chance ai più giovani. Occorre investire, rinnovarsi, aprire alle nuove tecnologie, dialogare con altri contesti europei, uscire dal provincialismo e dall’autoreferenzialità cui l’Italia è da sempre troppo abituata. Oppure tutto il settore crollerà miseramente sotto il suo stesso peso.

Nei licei si insegna sempre meno la base della cultura classica, il Greco ed il Latino, cosa ne pensa in merito ? Siamo arrivati ad un punto in cui gli storici programmi scolastici sono divenuti obsoleti ?

Sono convinta che greco e latino siano imprescindibili e che come tali debbano essere assolutamente preservati. Non si tratta di mero nozionismo. Sono le lingue base della nostra civiltà: senza la loro conoscenza, e ignorando il contesto in cui furono utilizzate, non è possibile comprendere non solo l’epoca antica, ma anche il Medioevo e tutta la storia europea (e non solo) fino ai giorni nostri. Il pensiero, la musica, l’arte, la poesia, la letteratura… tutto quello che costituisce il nostro essere più profondo parla queste lingue. Abbandonarne lo studio significherebbe tradire e rinnegare noi stessi.

Il suo ultimo saggio “La vita segreta del Medioevo” è una sorta di riscoperta di quest’epoca ? Il Medioevo ingiustamente definito “età buia” ?

Ho cercato di raccontare gli aspetti meno noti di un’epoca lunga mille anni e quindi tutt’altro che monolitica. Non è un manuale di storia, niente nomi e date, ma un grande (480 pagine!) affresco che ne racconta gli uomini e le donne: come vivevano, cosa mangiavano, come si vestivano, come si divertivano, come facevano l’amore. Ma anche in cosa credevano, che rapporto avevano con la morte, quali erano i loro tabù, terrori e preoccupazioni. Pochi periodi storici sono stati vittime, nel corso del tempo, di tanti luoghi comuni come il Medioevo, bollato come età oscura, millennio della superstizione, dell’oscurantismo, e via dicendo. Io penso invece che nessun’epoca sia stata così varia, contraddittoria e affascinante come questa. Ho cercato di mostrarlo e di spiegare perché il Medioevo costituisca la base per la nascita dell’Europa moderna. Volenti o nolenti, consapevoli o no, un po’ di Medioevo ce lo portiamo tutti dentro.

                                                                                                                                                         Alessandro Cerioli

Elena Percivaldi

ele Editto 2Sono nata a Milano e vivo a Monza. Laureata in Lettere Moderne – Storia medievale, sposata, due bimbi, scrittrice e giornalista, critico d’arte e critico musicale. 

All’attività di saggista, storico e critico affianco la curatela di mostre, la conduzione di programmi radio, la partecipazione in trasmissioni tv e radio a tema e a conferenze, convegni e seminari di studio in tutta Italia.

Sono titolare della Perceval Archeostoria (impresa di consulenza storico-archeologica, studi e ricerche, pubblicazione di saggi, curatela di mostre, partecipazione a conferenze e convegni).

Sono membro della redazione del portale d’arte Exibart.com

Ho co-condotto la trasmissione “ArcheoStorie” in onda il lunedì sulla radio privata Keltoiradio: www.keltoiradio.org

In Ars Veritas. Il secolo d’oro dell’arte lombarda in mostra a Brera.

PRIMA FOTO PARTStudio Tablinum: l’ambito del seicento lombardo per lungo tempo poco divulgato, probabilmente “adombrato” dalla potenza espressiva di Caravaggio prima e dal gusto esuberante di Tiepolo poi si svela nella mostra di Brera dove il bello proviene dalla delicatezza della raffigurazione dalla capacità dell’artista di suscitare i sentimenti più sublimi di timor religioso nello spettatore, come prescirvevano i dettami borromiani, senza però scadere mai in un lezioso patetismo.

Si tratta, del resto, di una stagione artistica straordinariamente felice, che, in particolare nella prima metà del secolo, ha visto succedersi una teoria impressionante di personalità di primo piano, tale da trovare un ragionevole termine di paragone solo nelle coeve scene romana, bolognese e napoletana, rendendo sotto ogni rispetto Milano, al pari di quelle capitali, uno dei centri nevralgici più influenti della pittura italiana dell’epoca.

Ed è la Milano del Seicento, immersa in questo clima culturalmente e artisticamente stimolante a fare da scenario a una delle più grandi sfide della storia della storia dell’arte che seppe riunire in una sola tela i migliori pittori del momento, ciascuno con il suo stile, ognuno con la propria sensibilità.

A lanciare il guanto della sfida è Scipione Toso, nobile collezionista milanese, sagace committente del dipinto che doveva raffigurare il martirio delle Sante Rufina e Seconda, a raccoglierlo furono i tre protagonisti assoluti sulla piazza ambrosiana: Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, Giovanni Battista Crespi detto il Cerano e Giulio Cesare Procaccini.

Dalla singolar tenzone artistica vedrà la luce l’opera che possiamo considerare manifesto più eloquente del Seicento lombardo: il cosiddetto “quadro delle tre mani”, com’è da sempre noto, di cui la nuova mostra a Brera racconta e indaga non solo gli aspetti più significativi ma anche alcuni inediti.

Il dipinto delle “Tre mani” sembra riassumere in sé tutto il fervore e le contraddizioni insite in un’ epoca che, apparentemente votata all’unitarietà di soggetti e intenti, rivela il proprio fervore nello stile variegato che rende unico il tocco dei tre Maestri: si potrebbe ipotizzare che al pennello del Cerano, animato dalla drammaticità della scena, fosse spettata la raffigurazione della martire ormai decapitata brutalmente; il Morazzone, celebre soprattutto per l’impeto delle sue scene di battaglia si occupò, con ogni probabilità, dello spietato ritratto dei carnefici, mentre la pittura soave del Procaccini, dalle reminiscenze correggesche, sembra la più adatta  per la scena più commovente di tutte: quella in cui Rufina è infine accolta dall’angelo.

G.C. Procaccini Sposalizio mistico di Santa CaterinaÉ importante sottolineare come alla riscoperta del secolo d’oro dell’arte lombarda abbiano, negli ultimi decenni, contribuito il moltiplicarsi delle occasioni di approfondimento, sia in sede critica, sia in ambito espositivo.

Gli studi degli ultimi anni hanno consentito ormai all’amatore di entrare in possesso di una comprensione critica complessiva, ma anche di approfondirei conoscenze specifiche, rendendo ben leggibili anche le peculiarità di quella tradizione artistica, di cui appare chiara, pur nella varietà delle soluzioni prodotte e nell’assenza di tendenze di stile dominanti e assolutamente originali, l’energica vocazione realista (che sembra però, non volersi adeguare in toto ai dettami del chiaroscurismo caravaggesco) il gusto per effetti di lume risentiti e virtuosistici, e il ricorso preferenziale a una materia pittorica particolarmente ricca e corposa.

Negli ultimi dieci anni a queste opere sono stati dedicati notevoli approfondimenti e ottimi cataloghi ragionati come quelli dedicati a Cerano, Morazzone, Giulio Cesare Procaccini, Daniele Crespi, Tanzio da Varallo, Francesco Cairo (Cerano, M. Rosci 2005; Morazzone, J. Stoppa 2003; Cairo, F. Frangi 1998; la famiglia Nuvolone, F.M. Ferro 2003) o volumi dedicati (G.C. Procaccini, M.Rosci 1993; Daniele Crespi, N.Ward Neilson 1996) e notevoli mostre monografiche (Tanzio, Milano 2000; Vermiglio, Campione d’Italia 2000; lo Zoppo da Lugano, Rancate 2001; e ancora Cerano, Milano 2005, e Daniele Crespi, Busto Arsizio 2006).

Insomma, tanti validi motivi per non rinunciare a visitare “Brera e il Seicento lombardo” e per lasciare che i nostri sguardi di uomini moderni, travolti da una caleidoscopio d’immagini ma disabituati alla spontaneità propria del Bello che si svela in tutta la sua delicata semplicità, possano riscoprire una pagina della storia dell’arte che solo adesso inizia a schiudere i propri tesori.

Nelle sale della pinacoteca braidense potremo ammirare 46 opere, molte delle quali di grande formato ideali per l’allestimento museale, a cui si aggiungono ben 21 opere provenienti dai depositi interni ed esterni della Pinacoteca di Brera mai esposte a causa delle tristemente note difficoltà allestitive della Pinacoteca e che sembrano ormai sul punto di svolta grazie al futuro progetto museale “Grande Brera” nato proprio dalla volontà dell’accademia milanese di approfondire e di poter finalmente ammirare alcune tra le più significative opere lombarde del XVII secolo.

In un unico, articolato percorso si può immergersi nell’arte, e quindi nell’anima di un secolo dagli accenti al contempo lirici e naturalistici, monumentali e quotidiani, in cui non manca l’attenzione all’ambito profano, ma che sembra esprimere tutta la propria carica espressiva proprio in quell’arte sacra che, secondo i dettami del Concilio di Trento, doveva commuovere ed educare, ispirando i sentimenti più alti.

Dettami che ritroviamo nella Santa Caterina da Siena di Francesco Cairo, segnata nel corpo dalla tremenda sofferenza delle stigmate eppure raccolta in una vibrante estasi mistica che non può non emozionare lo spettatore di ieri come quello di oggi.

Il Seicento è anche un secolo di grandi contraddizioni in cui i germi di una nuova visione del mondo minacciano di far crollare ogni punto di riferimento prestabilito.

I volti scavati di Tanzio da Varallo, incarnano l’inquietudine serpeggiante di una società in bilico in un mondo che si sta rapidamente sgretolando spiritualmente a causa della ferita mai veramente rimarginata della scissione protestante e materialmente con l’ombra della peste di manzoniana memoria pronta a stravolgere per sempre la vita di tutti i giorni.

E sarà proprio la peste a strappare precocemente alla sua arte piena di forza e vigore espressivo così vicina ai vibranti sermoni di San Carlo, Daniele Crespi, presente in mostra con i due impetuosi ritratti dei Santi Pietro e Marco.

L’arte lombarda non manca neppure della delicatezza del pennello femminile di Fede Galizia che si realizza in una pittura delicata ma sempre discosta da qualsiasi genere di leziosità, intensa e commovente senza mia scadere nel patetismo. Caratteristiche eccezionalmente condensate nel suo Noli me tangere che il recente restauro ha saputo riportare all’originario fulgore.

Molte le opere strappate all’oblio dei depositi milanesi e finalmente offerte all’ammirazione del pubblico: Il Cristo nel sepolcro, san Carlo e santi del Cerano (proveniente dal deposito presso la chiesa milanese di Santo Stefano e databile intorno al 1610) l’Assunzione della Vergine di Carlo Francesco Nuvolone, del 1648, e il San Francesco in estasi di Giuseppe Nuvolone del 1650, già in deposito presso la chiesa parrocchiale di Cornate d’Adda.

Molto interessanti il tentativo di ricostruire parzialmente il ciclo di dipinti della Sala dei Senatori di quello che fu il Palazzo Ducale. Delle tre opere proposte due provengono dal ciclo delle Storie della Passione di Cristo: L’Orazione dell’Orto delimitato, La Flagellazione di Giuseppe Nuvole mentre L’Andata al Calvario di Daniele Crespi fu con ogni certezza seguita alla fine degli anni venti.

Il ricchissimo percorso della mostra comprende altri dipinti di soggetto sacro di piccolo e medio formato assolutamente non trascurabili tra i quali il bozzetto per la pala d’altare nella Certosa di Pavia del Morazzone la Natività e adorazione dei pastori di Giuseppe Vermiglio.

Non mancano gli accenni alla quotidianità degli artisti qui riproposta grazie all’esposizione di parte delle opere raccolte da Giuseppe Bossi nel Gabinetto de’ ritratti. Grazie a questa raccolta possiamo scoprire l’artista immerso in uno spaccato di vita quotidiana come nel Ritratto di gruppo della famiglia Nuvolone in concerto, e nel Ritratto di coppia di Tazio da Varallo, oppure può svelarci un inquietante presagio come nell’autoritratto di Giulio Cesare Proccacini realizzato un anno prima della propria morte.

In questo periodo, certo non facile per la sopravvivenza delle istituzioni museali del nostro Paese, il rischio di far passare in secondo piano i tesori che i nostri musei custodiscono da secoli è più ce mai concreto. Questa mostra e il vasto consenso da essa raccolto, testimoniano che, nonostante tutte le difficoltà che tristemente conosciamo, il fascino dell’arte, l’emozione che essa racchiude possono ancora raccontare al mondo le origini del gusto italiano per il bello.

ELISA LARESE

INFORMAZIONI PER LA VISITA

Seicento lombardo a Brera. Capolavori e riscoperte

a cura di Simonetta Coppa e Paola Strada

Nelle XXX-XXIV della Pinacoteca dall’8 ottobre al 12 gennaio. Prorogata fino al 9 Febbraio

Fu vero Editto ? Saggio di Elena Percivaldi

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Studio Tablinum: Milano, febbraio 313. L’imperatore Costantino e il suo alter ego d’Oriente Licinio si incontrano nella capitale dell’impero per stipulare una grande alleanza: ne scaturirà il celebre Editto di Tolleranza che avrebbe equiparato il Cristianesimo alle altre religioni professate nell’impero, cambiando per sempre la Storia. In cinque agili capitoli l’autrice narra le vicende che portarono alla stesura del documento (a cominciare dal “mistero” legato alla perdita dell’originale), le persecuzioni che investirono la comunità cristiana da Nerone a Diocleziano, la vita di Costantino e i suoi rapporti – a volte ambigui – con il Cristianesimo, forieri di tante leggende sorte sul suo conto nei secoli. L’imperatore rivive gli eventi da protagonista: dalla visione alla vigilia della decisiva battaglia del Ponte Milvio (l’apparizione del monogramma di Cristo con le parole “In hoc signo vinces”) al mito della conversione miracolosa avvenuta grazie all’intervento di papa Silvestro, dalla fondazione di Costantinopoli tra riti e amuleti pagani al rinvenimento della Vera Croce da parte della madre Elena, dalla supposta “donazione” dell’Occidente al Pontefice al battesimo, tardivo, avvenuto sul letto di morte. Il tutto narrato con un linguaggio semplice e accessibile a tutti ma mantenendo sempre un assoluto rigore storico.
Completano il testo cartine e disegni (di Mauro Manfrinato) che illustrano e ricostruiscono Milano com’era ai tempi dell’impero (evidenziando anche cosa è rimasto di tanto splendore ancora oggi) e riproducono rappresentazioni iconografiche, oggetti e palazzi legati alla figura dell’imperatore. Chiude il volume una cronologia essenziale.

Presentato a Bellagio da Elena Percivaldi con introduzione di Alessandro Cerioli e con la partecipazione di Filippo Crimi, membro della Legio I Italica.