SensArt: Art Capital 2018

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Tablinum Cultural Management inaugura la rassegna artistica SensArt 2018 con la partecipazione ad Art Capital, a Parigi, la più grande rassegna internazionale dedicata all’arte contemporanea che trova spazio sotto la cupola del Grand Palais.  

Nel corso degli anni, Art Capital è diventato un evento imperdibile che consente a pittori, scultori e artisti visivi di promuovere ciò che rappresentano nel mondo dell’arte di oggi. Negli ultimi 13 anni, Art Capital ha accolto circa quattro decine di migliaia di visitatori ogni anno per celebrare un festival, quello dell’arte, oggi di circa 2.000 artisti. E per cinque giorni, sotto la cupola di vetro del Grand Palais, si incontrano artisti, galleristi, professionisti del mercato dell’arte, collezionisti e visitatori. 

Art en Capital sotto il segno della libertà, tolleranza, solidarietà, permette a pittori, scultori, artisti, fotografi, architetti, talenti già affermati o nuove promesse del mondo dell’arte internazionale, di poter esporre le proprie opere in una Parigi che sempre di più si conferma capitale europea dell’arte contemporanea.

Libero, tollerante, aperto, dinamico e diversificato, questo evento artistico fornisce una vetrina d’eccezione per tutte le sfumature della produzione artistica contemporanea. 
Unico nella sua filosofia e nella sua struttura, Art  en Capital è ormai un appuntamento irrinunciabile per il mondo dell’Art System internazionale.

Tablinum avrà l’onore di partecipare come delegato a fianco della Societè des Artiste Independant con sei artisti: Mariangela Bombardieri, Roberto Piaia, Anne Delaby,  Gilles Mazan, Maria Mouriadou e Mieke Van den Hoogen.

La grande mostra di Giovanni Boldini alla Reggia di Venaria Reale raccontata dallo storico dell’arte Tiziano Panconi

Tablinum Cultural Management: Oggi vi vogliamo accompagnare idealmente alla Reggia di Venaria Reale dove è in corso, fino al 28 gennaio 2018, la grande mostra dedicata al pittore par excellence della Belle Epoque  Giovanni Boldini.

Ad accoglierci è il curatore della mostra, lo storico dell’arte Tiziano Panconi (BIO su Wikipedia)

La mostra, la cui prima fortunata tappa è stata a Roma, al Complesso monumentale del Vittoriano, si è poi trasferita alla Reggia di Venaria Reale (To). Inizialmente erano 160 le opere provenienti da collezioni private e oltre trenta musei internazionali, per poi essere ridimensionata a circa 110, alle quali è stata aggiunta una collezione di arredi Liberty.

Un percorso unico per conoscere la multiforme e straordinaria produzione pittorica di Giovanni Boldini, Le Petit Italien (era alto soltanto 154 cm) che conquistò la Parigi della Belle Epoque.

Abbiamo chiesto di raccontarci tutti i retroscena della mostra a Tiziano Panconi, che oltre ad essere curatore di questa grande mostra è anche autore del catalogo generale ragionato di Giovanni Boldini (edito da Edifir) e presidente del nuovo “Museo archives Giovanni Boldini Macchiaioli” dove si  raccoglie l’imponente lavoro di archiviazione che ruota attorno alle figure di Boldini e dei pittori macchiaioli e dove, tra l’altro, è possibile l’autenticazione delle loro opere (www.museoboldinimacchiaioli.com).

Tiziano Panconi intervista a Tablinum

Lo storico dell’arte Tiziano Panconi, curatore della mostra dedicata a Giovanni Boldini

Per lei il settimo libro e il terzo grande evento dedicato in carriera a Boldini. Cos’ha di diverso questa mostra dalle altre?

Questa mostra è stata pensata per rappresentare uno spaccato più fedele possibile dell’intera produzione di Giovanni Boldini che non fu soltanto l’artista dei grandi ritratti femminili o ufficiali ma molto, molto di più. Diceva Diego Martelli, critico e amico dei Macchiaioli, che le opere di Boldini “sono un misto di lasciato e di fatto”, cioè di parti ultimate e di altre incompiute. Così, allo stesso modo il suo percorso creativo fu estremamente vario, alternando dipinti prodigiosamente fotografici ad altri appena accennati, ad altri ancora realizzati con pennellate veloci e vorticose. In alcuni di essi, quelli probabilmente più emblematici, tutte queste qualità convivono.

Abbiamo dunque immaginato di rappresentare la totalità degli aspetti della sua pittura con proporzione quasi scientifica rispetto al catalogo generale delle opere e così offrire una visione il meno fuorviante possibile della sua vastissima produzione. La mostra è stata progettata come un mosaico, come se avessimo dovuto comporre un unico quadro, un archetipo della pittura di Giovanni Boldini, all’interno del quale coabitano tutte le componenti del suo stile, ognuna a parer nostro, rappresentate abbastanza equamente.

L’idea ci pare affascinante e innovativa, la realizzazione più complicata. Le mostre, lo sappiamo, non sono libri dove si possono facilmente pubblicare le immagini desiderate e i curatori devono fare i conti con la effettiva disponibilità delle opere. Com’è stato possibile intraprendere un percorso così selettivo? 

Si, in effetti ci siamo complicati la vita, perché le mostre, come lei giustamente ha osservato, si fanno solitamente con il materiale, con le opere, che si hanno a disposizione. In questo caso invece non ci siamo voluti accontentare, siamo stati ambiziosi e abbiamo preteso di scegliere. Le scelte sono state talvolta dolorose, quando magari una certa opera ci è stata offerta per esempio da un museo e, benchè importante, proprio non rientrava nella nostra pianificazione e abbiamo dovuto dire di no. Al contempo, la selezione è stata ancor più difficoltosa rispetto alle opere ritenute irrinunciabili, non sempre disponibili a prima richiesta. Ogni dipinto di questa mostra costituisce una tessera fondamentale di un discorso generale e ogni prestito una conquista spesso personale.

Questa aspirazione, questa idea di mostra iconica che avevamo, ci ha portato a estendere la ricerca e le richieste di prestito in mezzo mondo, con la conseguente proliferazione dei costi, soprattutto di trasporto, e un crescendo di tutte le difficoltà connesse al comporre quelle relazioni internazionali necessarie per l’ottenimento degli importanti prestiti. Fra i musei e le istituzioni straniere che hanno contribuito con i prestiti vi sono: l’Arwas Archives di Londra; il Butterfly Insitute Fine Art di Lugano; la Collections de la Comédie Française di Parigi; il Rau Antiques di New Orleans;
il MUDO – Musée de l’Oise di Beauvais;
 il Musée Baron Martin a
Ville de Gray;
il Musée Bonnat-Helleu e il  Musée des beaux-arts entrambi di Bayonne;  il Musée d’Orsay di Parigi; l’Ambasciata di Francia a Vienna; Il Musée de la Vénerie di Parigi; il Musée des Arts Décoratifs di Senlis;
 il Musée des Beaux-Arts di Bordeaux;
 il Musée des Beaux-Arts di Tours; il Musée des Beaux-Arts di Marsiglia;
 il Museo d’arte della Svizzera italiana di Lugano; la National Portrait Gallery di Londra e la Staatliche Museen Nationalgalerie di Berlino, oltre ad una trentina di collezioni private principalmente dislocate fra Inghilterra e Stati Uniti. Ugualmente importanti sono risultate le opere di provenienza italiana, da quelle degli Uffizi, alla Camera dei deputati, alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, da Capodimonte, dalle GAM di Milano e Torino, dal Museo Boldini di Ferrara, dalla Collezione Frugone di Genova, dalla Ricci Oddi di Piacenza e ancora molti altri.

Perché parla al plurale?

Perché in questa avventura ancora in corso non sono ovviamente solo, avendo alcuni importantissimi compagni di viaggio come il co-curatore Sergio Gaddi, fautore della decennale stagione di grandi mostre di Villa Olmo a Como e un Comitato scientifico internazionale di prim’ordine, da me del tutto modestamente presieduto.

Aggiungerei che una mostra di questo tipo e così ampia è stata possibile proprio grazie all’indispensabile contributo degli autorevolissimi membri del Comitato, sopra tutti Marina Mattei, curatrice dei Musei Capitolini di Roma, direttrice degli scavi di Largo Argentina e docente all’università Link Campus di Roma, il cui presidente è l’ex ministro dell’interno e dei beni culturali Vincenzo Scotti, a cui vanno i miei più sentiti ringraziamenti. Poi Beatrice Avanzi, conservatrice del Musèe d’Orsay di Parigi e “chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres”, ossia la massima onorificenza conferita dal ministero della cultura francese. Poi Loredana Angiolino, della facoltà di storia dell’arte della Sapienza di Roma, fra le ricercatrici più importanti del nostro paese. Ancora Leonardo Ghiglia, cultore della materia, discendente del pittore Cristiano Banti e alla cui famiglia si deve la donazione di poco meno di trenta opere di Boldini alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Il museo, fra l’altro, è oggi brillantemente diretto da Simonella Condemi, il cui contributo è risultato fondamentale per il prestito di alcuni autentici capolavori boldiniani del periodo toscano.

Abbiamo potuto contare anche su collaborazioni e consulenze esterne come quella di Esmeralda Benvenuti, ex direttrice del Dipartimento di dipinti del XIX secolo di Sothebys Italia, di Elisa Larese, storica dell’arte italo svizzera, di Leo Lecci, della facoltà di lettere e filosofia dell’Università degli studi di Genova e sul contributo della Fondazione Foedus, risultato indispensabile per molti aspetti e per questo ringrazio il presidente ed ex ministro della funzione pubblica Mario Baccini e Gianni Puglisi, presidente del Comitato scientifico della Fondazione – del quale anche io mi onoro di far parte – e rettore dell’Università degli studi di Enna.

Debbo anche ringraziare per la professionalità tutto il personale di Arthemisia Group, società produttrice della mostra e in special modo il presidente Iole Siena. Infine una speciale riconoscenza va al Mibact, al sottosegretario di Stato Dorina Bianchi e sopra tutti al ministro Dario Franceschini, autore della bella e importante presentazione al catalogo della mostra pubblicato dalla Casa editrice Skira, presieduta da Massimo Vitta Zelman.

La mostra è divisa in quattro sezioni che rappresentano le diverse fasi dell’attività di Giovanni Boldini. Ce ne descriva una.

Il rapporto fra eleganza e universo femminile è al centro della scenografica galleria di ritratti di alcuni dei più famosi personaggi dell’epoca come la bellissima Berthe, la sensualissima contessa de Rasty o la statuaria Emiliana Concha de Ossa. Fra i raffinati ritratti maschili quello notissimo di Giuseppe Verdi o del pittore macchiaiolo Cristiano Banti.

La prima sezione è dedicata al periodo toscano, 1864-1870. Fin dal suo esordio, cioè fin dal lungo soggiorno fiorentino iniziato appunto nel 1864, l’artista partecipò al clima rivoluzionario della Firenze risorgimentale e ai moti di rinnovamento ideologico e artistico dei Macchiaioli, avvertendone tutta la portata innovativa. Firenze, negli anni sessanta dell’800, era la capitale artistica italiana e vi convenivano abitualmente i più importanti maestri europei, in particolare francesi, dando luogo a continui scambi culturali e reciproche influenze stilistiche fra Italia e Francia. Furono questi, anni di straordinaria creatività per l’artista che a Firenze pose radici profonde che costituirono la solida base luministica della sua successiva cifra francese. La luce potente della “Macchia”, con le sue forti contrapposizioni chiaroscurali, rimase infatti per Boldini una sorta di ossatura compositiva sulla quale via via innestò i successivi aggiornamenti stilistici.

Avete proposto confronti con altri artisti?

Naturalmente. Nella prima sezione, quella cioè dedicata al suo soggiorno fiorentino, il confronto, quasi dialettico, è con gli artisti e compagni del Caffè Michelangelo, come Telemaco Signorini, Cristiano Banti e Vincenzo Cabianca. Quando Boldini si trasferì a Parigi chiaramente lo scenario di amicizie e relazioni si fece più ampio. Lì ritrovò gli italiani Federigo Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis e più tardi Vittorio Matteo Corcos – rappresentati nel percorso espositivo da degli autentici capolavori – e si confrontò con maestri come James Tissot e Antonio de la Gandara, anche questi presenti con opere di altissima qualità. De la Gandara fra l’altro, sebbene sia stato uno dei più grandi ritrattisti della Parigi dell’epoca e certamente fra i principali antagonisti per Boldini sul mercato dei ritratti, non era fino ad oggi mai stato rappresentato nelle mostre dedicate a Giovanni Boldini. Lo stesso vale per Joaquin Ruano, l’artista spagnolo al quale il maestro ferrarese consacrò uno dei suoi ritratti più belli e intesi, anche lui partecipe alla mostra del Vittoriano con una delle sue tele più emblematiche.

Dal punto di vista scientifico ci sono nuove scoperte?

Direi che uno dei punti caratterizzanti di questo evento è stato proprio il lungo lavoro di ricerca di archivio che lo ha preceduto, di circa quattro anni. Ci siamo infatti cimentati in articolate attività di spoglio negli archivi francesi, svizzeri, inglesi e sudamericani, in particolare cileni e naturalmente italiani, nei quali ritenevamo potessero essere ancora oggi custoditi carteggi inediti di Giovanni Boldini. Il risultato è stato tal volta deludente e in altri casi più profittevoli, seguendo le giuste tracce storiche e, con un po’ di fortuna in più, siamo invece riusciti a scoprire intere corrispondenze, delle quali si sospettava l’esistenza ma fino a ora sconosciute. Esaltante!

Infatti nel catalogo sono state pubblicate circa 40 lettere inedite di Boldini, con relative note. Oltre a questo abbiamo rintracciato gli eredi – sparsi in giro per il mondo – di alcune delle donne più famose ritratte da Boldini e così recuperato, da nipoti e pronipoti, le fotografie dell’epoca delle nonne o bisnonne. Questo ricchissimo album di immagini pubblicato sul catalogo, restituisce per la prima volta un volto “esatto” a donne leggendarie come Olivia Subercaseaux Concha, Dora di Rudinì o Rita Lydig de Acosta, consentendo un utilissimo confronto fra le loro immagini fotografiche e quelle traslate dal genio di Boldini.

Queste ricerche sono naturalmente alla base dei numerosi saggi, come quello a firma di Leo Lecci, dei miei, di Marina Mattei, di Loredana Angiolino e Sergio Gaddi, mentre le lettere e i carteggi inediti in francese sono stati tradotti da Eleonora di Iulio.

Ci menzioni tre opere da non perdere.

In ordine cronologico certamente per primo il piccolo ritratto degli anni sessanta di Diego Martelli della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti. Il personaggio, amico, critico e mecenate di Boldini e dei Macchiaioli, è ripreso in un atteggiamento del tutto spontaneo, seduto su un tappeto persiano, con le gambe incrociate all’indiana. Dietro di lui un ambiente perfettamente descritto, con una tela appoggiata a una parete, la stufa e le suppellettili. Un dipinto estremamente innovativo per l’epoca, nel quale attraverso la rappresentazione della gestualità della mimica abituali del personaggio e la descrizione del luogo, si restituisce una narrazione ampia e profonda della sua personalità. Il tutto in una impaginazione luministica e sintattica macchiaiola, con le tipiche abbreviazioni descrittive delle forme e il sicuro fraseggio di chiaroscuri in una luce piena e potente.

Fra i capolavori assoluti di Giovanni Boldini vi è poi Berthe che legge la dedica su un ventaglio, eseguito sul finire del cosiddetto  periodo Goupil (1871-1878). La ritrattata era la bellissima amante e convivente di Giovanni Boldini. Una stupefacente icona di grazia e sensualità femminile. Boldini rappresentò Berthe come una donna emancipata, di una avvenenza pungente e modernissima, consapevole della propria femminilità e sexappeal. Alta, magra, bionda, vita d’ape, dita lunghe e affusolate, naso all’insù, elegantissima ma soprattutto dipinta con uno stile e una tecnica senza pari, irripetibile anche per Boldini.

La tenda rossa è a mio avviso un altro quadro fra più acuti della produzione dell’artista. Rappresenta una signora ripresa di profilo, a mezzo busto, mentre con la mano sta per portare la sigaretta alla bocca. Potremmo considerarlo un archetipo dello stile boldiniano, nel quale convivono tutte le peculiarità della sua cifra espressiva. Ma non voglio dirle altro per non toglierle il piacere di vedere la mostra… .

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Berthe che legge la dedica su un ventaglio courtesy of Butterfly Institute Fine Art Lugano

Come è iniziata la sua passione per Boldini?

Nella metà degli anni novanta, forse era il 1995, fui contattato da Mario Murari, nipote e erede universale di Emilia Cardona Boldini, che insistette per affidarmi la compilazione del catalogo generale delle opere di Giovanni Boldini. Con un po’ di titubanza accettai l’incarico e mi proiettai di colpo nell’universo boldiniano, rimanendone neanche a dirlo stregato. Fra i primi viaggi propedeutici vi fu quello a San Paolo del Brasile dove fui accolto dal direttore del locale museo d’arte  e potetti visionare le numerose opere dell’artista presenti in città. Mi ricordo ancora con emozione la visita a porte chiuse della grande mostra di sculture di Degas e le due opere di Giovanni Boldini che per l’occasione erano state spostate nei caveaux sotterranei del museo.

Da allora è stato un crescendo di viaggi e incontri, sempre con la finalità di vedere e esaminare le opere del maestro, dipanando tal volta delicate questioni attributive, con l’obiettivo di epurare il mercato dell’artista dai falsi. Una piaga che purtroppo attanaglia il mercato di Boldini, imitatissimo anche da artisti coevi, fra i quali spiccano alcuni pittori spagnoli dalle notevoli capacità tecniche. Queste opere hanno nel tempo tratto in inganno anche esperti di provata esperienza e alcune sono state perfino pubblicate in libri non autorizzati dagli eredi dell’artista, o venduti in asta, anche se a prezzi bassi (irrealistici), e altresì presentati in mostre monografiche in gallerie molto note. Direi quasi un mercato parallelo che non di rado riesce a intrecciarsi con quello ufficiale.

In un percorso quasi a ritroso, cioè partendo per primo dall’analisi stilistica della pittura e della materia, iniziai poi a studiare la biografia di Boldini e a leggere tutto ciò che era stato scritto su di lui. Nel volgere di qualche mese la lettura si fece studio e la curiosità indagine.

Cosa ha in serbo per il prossimo futuro?

Certamente un’altra grande mostra su un altro maestro italiano, alla quale sto lavorando da tempo ma su cui preferisco mantenere il riserbo. A brevissimo la pubblicazione del Catalogo generale ragionato delle opere di Telemaco Signorini, un tomo di oltre 1000 pagine, che uscirà in Italia in primavera, edito dal Museo archives Giovanni Boldini Macchiaioli. Il Museo archives Giovanni Boldini Macchiaioli, persegue le filosofie del “museo attivo”, itinerante, che non espone le opere in forma permanente nelle proprie sedi ma le concede invece in prestito a istituzioni, a altri musei e per mostre culturali pubbliche. Ciò anche per scongiurare il fenomeno della stagnazione dell’offerta culturale, perché non sia sempre la stessa reiterata nel tempo, consentendo di veicolare l’ampia proposta culturale del Museo attraverso circuiti dinamici e sempre nuovi.

La propria raccolta, sostenuta dalle concessioni dei collezionisti privati nazionali e internazionali, è composta da circa 350 dipinti altamente significativi e fra questi alcuni capolavori della pittura italiana dell’800 ma anche di artisti contemporanei come Damien Hirst.

Il museo, in particolare, promuove, divulga e tutela, la pittura italiana del XIX e XX secolo, collaborando con fondazioni, università e aziende pubbliche e private.

Nelle collezioni sono conservati, fra gli altri, dipinti di: Vincenzo Cabianca, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Antonio Puccinelli, Alberto Pasini, Telemaco Signorini e naturalmente di Giovanni Boldini.

Il Museo si occupa anche di certificare l’autenticità delle opere e della tutela legale?

Il Museo detiene il più vasto archivio fotografico e epistolare sul genere, conservando oltre 450.000 immagini e alcune centinaia di lettere autografe degli artisti macchiaioli, oltre al fondo Cardona-Boldini, composto da immagini, biglietti e lettere del maestro e della moglie Emilia Cardona, oltre a disporre di una biblioteca specializzata sul genere composta da alcune migliaia di titoli.

Scrivendo al nostro indirizzo email gli utenti potranno richiedere le condizioni di servizio per ottenere la disamina attributiva della propria opera di Giovanni Boldini, Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe De Nittis, di Giovanni Fattori, Federigo Zandomeneghi e di tutti gli artisti del gruppo dei Macchiaioli o attivi fra Firenze, Napoli e Parigi alla fine del XIX secolo. Il Museo dispone inoltre di un ufficio legale specializzato.

I certificati di autenticità rilasciati dal Museo sono accettati ai fini assicurativi, legali e da tutte le principali case d’asta, gallerie e collezioni internazionali. Tutti i servizi offerti dal Museo siano già attivi online o presso gli uffici di Pistoia.

Intendete anche incrementare le vostre collezioni?

Come dicevo Il Museo persegue la filosofia del “museo attivo”, in continua espansione e investe i proventi derivanti dalle proprie attività, da donazioni e finanziamenti pubblici e privati, nell’acquisto di opere d’arte o della loro “nuda proprietà”, al fine di arricchire e incrementare le proprie collezioni.

In particolare il Museo è alla ricerca di opere altamente significative della produzione di Giovanni Boldini, Vittorio Matteo Corcos, Giuseppe De Nittis, Alberto Pasini e Federigo Zandomeneghi.

Vendere al museo è semplice e immediato, basta contattarci.

Il Museo valuta anche proposte di concessione gratuita o onerosa. Non è infrequente infatti che importanti tele di proprietà privata siano conservate in depositi o caveaux non sempre in condizioni ideali per la loro perfetta conservazione, essendo esposte a rischi di deterioramento. Le cui principali cause sono le alterazioni e sbalzi igro-climatici, le condense, l’umidità, la siccità e le polveri.

Il Museo può prendersi cura delle opere di terzi, custodendole in condizioni ottimali, in assoluta sicurezza e assicurate contro tutti i rischi e sottoporle a eventuali interventi conservativi e di restauro. I contratti di concessione temporanea sono biennali o quinquennali e in alcuni casi prevedono la corresponsione di un loan fee dell’1% annuo sul valore economico.

Quindi ancora grandi mostre?

Il Museo archives Giovanni Boldini Macchiaioli progetta, cura e produce grandi mostre culturali, collaborando con musei e società private internazionali. Il Museo fornisce anche singole opere o interi pacchetti per la realizzazione di eventi espositivi di pubblico interesse e di alto valore scientifico.

Questo tipo di offerte sono riservate a fondazioni, comuni, assessorati, associazioni, musei e società di produzione.

Molti comuni, assessorati alla cultura e aziende private si stanno rivolgendo a noi per la realizzazione anche “chiavi in mano” di grandi eventi culturali.

Promozione, tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali italiane sono le parole d’ordine della nostra attività, incentrata sull’interscambio intellettuale fra culture e territori.

 

Alessandro Cerioli

 

Moon Adoring Encounter e Panter : le opere di Brigitte Cabell per Art Capital 2017

Tablinum: scolpire la pietra è un lavoro difficoltoso, estremamente fisico, che costringe lo scultore a porre in gioco se stesso in un duro confronto con la materia, sino a domarla, facendo in modo che essa assecondi ls propria volontà poietica di artista.

Opale bianco e serpentino verde dallo Zimbawe sono le pietre che Brigitte Cabell ha scelto per la realizzazione delle sue sculture. Si tratta di pietre dure, non malleabili, dalla storia millenaria.

Brigitte Cabell si pone, scegliendo tali materie prime, nel solco di una tradizione scultorea che ha solcato secoli e secoli: il serpentino, che prende il suo nome dall’aspetto “a pelle di un serpente”, dovuta alle inclusioni e variazioni di colore, è una pietra antichissima già utilizzata in ambito scultoreo dagli antichi sumeri, 4.000 anni fa, che la chiamavano za-tu-mush-gir.

È con questa pietra, ritenuta magica, che è stato realizzato il trentesimo capitolo del ibro dei morti egiziano, sono state scolpite le maschere rituali precolombiane, cesellate le preziose stautine Yu cinesi e altro ancora.

Encounter, green serpentine from Zimbawe, hieght 48, lenght 26 cm, 2016

Il serpentino verde è pietra dal valore di talismano e connettore dell forze vitali; il suo impiego come materia prima va ad assumere un significato essenziale in un’opera come Encounter.

Il dialogo – incontro fra le forme e la linea è, come lascia intuire il titolo, voluto dalla scultrice, un continuo convergere e ricovergere di forme che si fondono, l’una nell’altra.

La sepentina, volutamente grezza, delle parti più esterne viene finemente lavorata e lucidata in corrispodenza del focus di questa scultura dove questo incontro atavico lascia intravedere il suo lato più prezioso proprio dove l’incontro si fa fusione ed energia pura a cui attingere in questo vortice di forme.

Lavorare una pietra come Encounter significa investire un notevole sforzo fisico ed emotivo: le venature della pietra dialogano, accompagnando lo scalpello della scultrice, nella definizione di forme mentre l’urgenza creativa si scontra con la durezza e la fatica del lavoro scultoreo che, grazie allo sforzo interiore ed esteriore dell’artista riesce a liberare la bellezza intrinseca della pietra lasciando che essa si riveli allo sguardo.

Altra pietra di millenaria genesi geologica, è l’opale, scelto per la seconda scultura di Brigitte Cabell: Moon Adoring. Essa nasce dal silicio che si deposita geologicamente per millenni. L’opale, secondo la tradizione, racchiude in sè il potere di tutti gli elementi e le loro rispettive caratteristiche: l’energia e la forza del Fuoco; la prosperità, la pace e il benessere della Terra; l’intuizione, le emozioni e la sensibilità dell’Acqua; la comunicazione e la creatività dell’Aria.

Dall’iridescenza di una pietra tanto preziosa non puo’ che apparire lei, pallida e trasognata: l’Adoratrice della luna.

Moon Adoring,  white opal from Zimbabwe, height 26 length 33 cm, 2016

Adoratrice di millenarie lune già trascorse e di altre non ancora scritte nel nostro futuro, questa scultura incanta con la sua eterea delicatezza.

Lavorando a questa pietra Brigitte Cabell si lascia guidare, assecondandone venature e  dimensioni: è così che puo’ emergere un volto di donna che si abbandona al fascio di luna abbacinante e bianca.

La pietra, grezza nello sbozzare i lunghi e fluenti capelli dell’adoratrice, rapidamente fluisce in un movimento scultoreo in cui le linee si fanno più curve e le superfici assumono una rilevanza essenziale sino a tratteggiare un delicato volto di donna, adorante i pallidi raggi dell’astro lunare.

Le opere di Brigitte Cabell, Moon Adoring e Panter, saranno presentate in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 14 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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BRIGITTE CABELL

cabellBrigitte Cabell, artista tedesca nata in Germania, a Berlino, ha lo studio nella Reismühle – Monaco di Baviera.  E’ vissuta per molto tempo in Italia, a Firenze.

Ha studiato medicina in Germania e ha lavorato come cardiologa fino sei anni fa in clinica, parallelamente alla clinica gli ultimi 14 anni ha frequentato diverse accademie in Germania, Austria, Italia, concentrandosi sullo studio di pittura e scultura; quest’ultima si è rivelata più affine al suo animo.

Ha esposto a Monaco, Berlino, Venezia, alla Triennale delle arti visive di Roma, nonché a Como presso l’officinacento5, in collaborazione con Tablinum Cultural Management.

La chanson de Frida e La leggenda di San Brendano: le opere di Mariangela Bombardieri per Art Capital 2017

Tablinum: le doti di meravigliosa affabulatrice di Mariangela Bombardieri tornano ad ammaliarci in occasione di Art Capital 2017.

Il colorismo dalle tinte vivaci e dal tratto sapiente, la precisione nella resa di forme e proporzioni dall’equilibrio perfetto ci introducono in un mondo di “Myth & Tales”, come recita anche il suo sito web personale, dov’è possibile ammirare l’intera collezione delle opere realizzate da questa meravigliosa “narratrice su tela”.

Il mondo della letteratura, del mito e del racconto  forma un rigoglioso campo di suggestioni e richiami che l’artista associa seguendo i richiami della propria sensibilità sino a conferirne nuova vita su tela.

Sono accostamenti rapsodici e personalissimi che a volte, nascono quasi per caso, sfogliando distrattamente le pagine di una rivista, quelli che troviamo alla genesi di queste opere; frutto di una mente fervida di creatività e avida di conoscenza.

Se, come sosteneva Picasso, l’artista per creare deve conservare in sè una scintilla di fanciullezza, Mariangela Bombardieri la sprigiona tutta in questo mirabolante connubio fra fantasia ed estro coloristico.

Cos’hanno in comune Frida Kahlo e Nastagio degli Onesti? Oppure l’eroe omerico Ulisse con San Brendano? Vogliamo ora che siano le parole stesse di quest’artista a narrarvi le sue opere attraverso i due testi di accompagnamento alle tele, che qui riproduciamo interamente. Essi sono strumenti preziosi per accostarsi al mondo fatto di miti e favole di Mariangela Bombardieri.

LA CHANSON DE FRIDA

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Sfogliavo distrattamente una rivista sciupata dall’uso, quando notai la statua di Anteros [1] fare capolino da un’istantanea di Piccadilly Circus a Londra. Il riverbero della statua fu illuminante. Fui folgorata da un’idea. L’amore è Luce. Questa è una verità profonda e incontrovertibile. L’amore è una forza universale, la più potente che esista, senza limiti, che illumina le nostre esistenze e innesca la scintilla vitale negli esseri viventi. La Luce è presenza d’Amore, che si tratti di un Dio [2] o dello sguardo dell’amante. Anteros è il Dio dell’amore non corrisposto, fratello di Eros. I due fratelli erano inseparabili. Racconta la leggenda che un giorno Afrodite si lamentò con la Dea Temi del fatto che il piccolo Eros non crescesse, così la saggia Temi le rispose che Eros non sarebbe mai cresciuto finché non avesse avuto l’amore di un fratello. Afrodite si unì ad Ares e generò Anteros e da quel momento i due fratelli crebbero insieme, ma ogni qualvolta Anteros si allontanava da Eros, quest’ultimo ritornava un fanciullo, turbolento ed irrequieto. Questo mito insegna che l’amore per crescere ha bisogno di essere corrisposto. Un personaggio simbolo della luce e del suo connubio con il buio è stata la pittrice Frida Kahlo, “una colomba dalla zampa rotta”. La sua esistenza è stata una canzone d’amore, struggente e appassionata, rivolta al suo compagno Diego Rivera. La sua costituzione fisica, la poliomielite (a sei anni) e successivamente un terribile incidente (a diciotto anni) nel quale restò gravemente ferita, non le impedirono di vivere un’esistenza ardente e vivace, animata dal suo amore per la pittura, la sua terra e soprattutto il marito Diego.“Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia. Il vero amore è una quiete accesa” [3]. Amore attraversò lo sguardo di Frida Kahlo, trovatrice del  ventesimo secolo, con la violenza del fulmine, che penetra attraverso  la finestra di una torre e devasta tutto ciò che trova al suo interno [4] . La vita di Frida fu un’alternarsi di tradimenti e riavvicinamenti col compagno di sempre, una partita incerta tra amore corrisposto e non corrisposto. Come nella novella del Decameron di Nastagio degli Onesti [5]. Questi, ritrovatosi ricchissimo in giovane età, era innamorato di una fanciulla appartenente ad una famiglia nobile rivale. Per attirare la sua attenzione, Nastagio cominciò a sperperare il proprio denaro in banchetti e feste organizzate in suo onore; la ragazza, tuttavia, non ricambiò l’amore di Nastagio, anzi si divertì a rifiutarlo freddamente, e per questo motivo egli più volte si propose di suicidarsi, di odiarla o di dimenticarla, senza però riuscirvi. Vedendo che Nastagio si stava consumando di un’amore invano, i suoi amici e parenti gli consigliarono di andarsene da Ravenna. Il giovane pertanto si trasferì nella pineta vicino a Classe. Un venerdì all’inizio di maggio, all’imbrunire, Nastagio, passeggiando nella pineta, vide una ragazza correre nuda tra lacrime e lamenti, inseguita da due cani che la mordevano e da un cavaliere nero con uno spadino che la minacciava di morte. Nastagio cercò di difenderla, ma il cavaliere, presentatosi come Guido degli Anastagi, gli raccontò come un tempo aveva amato follemente questa donna che stava inseguendo ma, poiché costei non aveva voluto ricambiare il suo amore, si era suicidato. Quando anche la ragazza morì, senza alcun pentimento per il tormento che aveva inflitto al suo innamorato, venne condannata con lui alla pena di quella crudele caccia: ogni venerdì, la ragazza avrebbe dovuto subire l’uccisione e successivamente risorgere e ricominciare la dolorosa fuga, per tanti anni quanti erano stati i mesi del suo rifiuto nei confronti dell’innamorato. Nastagio decise di approfittare della situazione: imbandì un banchetto in quello stesso luogo del bosco il venerdì successivo, invitando i propri parenti e l’amata insieme con i suoi genitori. Come Nastagio aveva previsto, alla fine del pranzo si ripeté la scena straziante e drammatica. Con ciò egli ottenne l’effetto sperato: dopo che il cacciatore spiegò di nuovo ai presenti la sua condanna, la fanciulla amata da Nastagio, per paura di subire la stessa sorte della sventurata, cambiò atteggiamento e acconsentì immediatamente alle nozze, tramutando il suo odio in amore.

Testo di Mariangela Bombardieri

 1] Anteros come angelo della Carità cristiana (1893) è stata una delle prime statue in alluminio, allora considerato metallo prezioso.
2] Fin dall’epoca paleocristiana, la luce è segno di una soprannaturale presenza all’interno del luogo sacro
3] Giuseppe Ungaretti
4] Immagine tratta dal celebre sonetto di Guido Guinizzelli: “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo”
5]  La novella è l’ottava della quinta giornata

LA LEGGENDA DI ULISSE E SAN BRENDANO

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Spiccai Il mio ultimo “volo” da Itaca, seguendo la profezia rivelatami nell’Ade dall’indovino Tiresia. E’ stato il naufragio del folle [1]. Volli varcare le colonne d’Ercole, bramoso d’infiniti spazi. Avvistai da lontano una montagna misteriosa. Era la sede dell’Eden [2]. Ahimè! Un vortice sorse improvvisamente e colpì la parte anteriore della nave. La fece girare tre volte, poi il mare si chiuse sopra di noi [3] . Non fui il solo a sfidare il volere degli dei. Nel tempio di Gordio, in terra di Frigia, era collocato un carro sacro, ancorato con un intricato nodo di robusta corda. Secondo l’oracolo chi fosse stato in grado di sciogliere quel nodo, sarebbe diventato imperatore dell’Asia minore.  Alessandro Magno, giunto  a Gordio, provò a sciogliere il nodo ma, non riuscendovi, lo tagliò a metà con la spada.  Egli fece avverare la profezia, conquistando in soli dodici anni l’intero impero persiano. L’eroe macedone affermò: “Molte  volte i miei compagni avrebbero deciso  di tornare indietro, ma non io, perché volevo vedere il confine del mondo”. Nel VI secolo, San Brendano di Clonfert, un abate irlandese, partì con sessanta compagni alla ricerca dell’Eden, situato sulla mitica “Isola dei Beati”.  Secondo la leggenda, i monaci durante la navigazione incontrarono un grande mostro marino (Zaratan) di nome Jasconius, che scambiarono per un’isola: vi si fermarono a celebrare la messa di Pasqua e accesero un fuoco, svegliando la bestia. Fu quindi la volta del Paradiso degli Uccelli Bianchi con gli angeli caduti, che il protagonista trovò sotto le spoglie di uccelli candidissimi, appollaiati sopra di un albero. Dopo diverse esperienze straordinarie, i monaci raggiunsero l’Isola dei Beati, visitarono l’Eden, e poi fecero ritorno in patria. Il come raggiungere quella terra meravigliosa rimase un mistero. Secoli dopo le pagine meravigliose de “Il Milione”, resoconto del viaggio compiuto nel Catai da Marco Polo, attraverso l’antica Via della Seta, ispireranno i viaggi di Cristoforo Colombo. Nel diciottesimo secolo, James CooK, esploratore e navigatore britannico, giunse al di là del mondo allora conosciuto, intenzionato a spingersi “fin dove è possibile per un uomo andare”. Cook andò alla ricerca del mitico continente Terra Australis e del passaggio a nord-ovest, rotta che collegasse l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico nell’emisfero boreale. Le mete mutano e sono sempre più ardite e temerarie, ma dai ciclopici flutti del mare originano fiori di rara bellezza: le margherite. Candide e solari, le margherite sono considerate il simbolo di  purezza, bontà e nobiltà d’animo, generosità, amore. Nel medioevo le donne innamorate dei loro cavalieri cingevano con una corona di margherite gli scudi dei valorosi guerrieri. Anche il gioco del m’ama non m’ama affonda le sue radici in una leggenda riguardante la regina di Francia Margherita di Provenza, che usava sfogliare i petali di una margherita per assicurarsi che il marito, Luigi IX, prigioniero dei Saraceni, tornasse sano e salvo. Le margherite erano state donate alla regina, dal fratello, che le consigliò di staccare i petali dei fiori, per contare i giorni che la separavano dal ritorno del consorte. Quando il re venne liberato, la regina gli consegnò i petali di margherita che aveva strappato e conservato a testimonianza del suo amore e della sua fedeltà. Molti ricercano la felicità come se fosse una meta da raggiungere, mentre essa è rinvenibile all’interno della nostra anima, così come risulta maturata dalle esperienze che hanno segnato la nostra vita. Sono sufficienti il silenzio e l’ascolto. “ Non è nel firmamento stellato, né nello splendore delle corolle che si vede in tutta la sua perfezione la rivelazione dell’infinito nel finito, che è il motivo di ogni creazione – è nell’anima dell’uomo”[4]. Accogliamo allora l’invito propostoci  nella poesia “Itaca” da Costantino Kavafis: “Se per Itaca volgi il tuo viaggio, fa’ voti che ti sia lunga la via, e colma di vicende e conoscenze. Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi o Posidone incollerito: mai troverai tali mostri sulla via, se resta il tuo pensiero alto, e squisita è l’emozione che ti tocca il cuore e il corpo […]. Itaca tieni sempre nella mente. La tua sorte ti segna quell’approdo. Ma non precipitare il tuo viaggio. Meglio che duri molti anni, che vecchio tu finalmente attracchi all’isoletta, ricco di quanto guadagnasti in via, senza aspettare che ti dia ricchezze. Itaca t’ha donato il bel viaggio. Senza di lei non ti mettevi in via. Nulla ha da darti più. E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso. Reduce così saggio, così esperto , avrai capito che vuol dire un’Itaca”.

Testo di Mariangela Bombardieri

[1] Si veda la xilografia realizzata da Albrecht Dürer per la “Stultifera navis mortalium”
[2] Il Paradiso viene indicato con nomi differenti nelle diverse tradizioni: Giardino dell’Eden, Campi Elisi, Isole Fortunate, ecc.
[3] L’episodio è narrato da Dante Alighieri nel XXVI canto dell’Inferno
[4 ] R. Tagore, Sadhana

Le opere di Mariangela Bombardieri,  La chanson de Frida e La leggenda di San Brendano, saranno presentate in esclusiva presso lo stand E7 di Tablinum Cultural Management in collaborazione con Artistes Indépendants dal 14 al 19 Febbraio 2017 presso il Grand Palais di Parigi.

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MARIANGELA BOMBARDIERI

Risultati immagini per bombardieri mariangelaLa mia vita è segnata da un sogno ricorrente: dipingere, dipingere e ancora dipingere. E’ questa la passione che anima le mie giornate, unita ad una profonda curiosità . Adoro viaggiare e leggere. Attraverso le mie opere mi piace esprimere le mie riflessioni e i miei stati d’animo. Attingo per l’ideazione delle mie opere dagli spunti offerti dalla lettura di testi di filosofia, letteratura, arte, scienze, o di altre discipline e auspico nel campo dell’arte la più completa e perfetta fusione tra i diversi ambiti del sapere umano. Il mio sogno è infatti di realizzare attraverso le mie opere una forma di “sincretismo culturale”, in cui i diversi ambiti dello scibile umano siano fusi e compenetrati in una perfetta e assoluta armonia.

Propendo per un’arte fatta di contenuti e di simboli e ho sempre sognato di essere una grande “affabulatrice” di storie.

Da qui la mia passione per i miti, le leggende e le favole, e non solo …

Ora vi racconterò una storia, la favola de “La volpe e la maschera”, scritta da Fedro, poeta vissuto nell’età  giulio-claudia, e ripresa successivamente anche da Jean de La Fontaine (sotto un diverso titolo: “la volpe e il busto”).

La volpe un giorno, per caso, vide una maschera tragica: “Che bella testa!” esclamò. “Peccato, che non ha cervello!”

(Personam tragicam forte vulpes viderat: “quanta species” inquit “cerebrum non habet!”).

In una realtà  come quella contemporanea, dominata dalle apparenze, soltanto un’acuta osservatrice (impersonata dalla volpe) riesce a penetrare la sostanza del reale e a vedere al di là  dell’esteriorità  il senso di vuoto che nasconde.

 

 

Serata Letteraria: Innamorarsi a Parigi

 

Tablinum: eccovi il video della serata letteraria “Innamorarsi a Parigi”. Ospite della serata la scrittrice, Rosa Ventrella che ci ha raccontato le vicende narrate nel suo ultimo romanzo. Moderatore il classicista Alessandro Cerioli. Presso il Grand Hotel Victoria di Menaggio (co). Sabato 02 aprile 2016.

 

Serata Letteraria: Innamorarsi a Parigi

le-7-capitali-europee-piu-fotografate-L-CjWtQQTablinum: quale città migliore per un appuntamento con il destino se non Parigi? Perché l’incontro attorno al quale si sviluppa la trama di questo romanzo è di quelli che intrecciano indissolubilmente due esistenze, cambiando per sempre il loro corso.
Dopo la grande prova de “Il Giardino degli Oleandri” che ha portato all’attenzione di pubblico e critica l’autrice esordiente Rosa Ventrella ecco un romanzo in cui tutto ciò che accade ha a che fare con il destino.
In questo romanzo Rosa Ventrella ci racconta una storia in cui si intrecciano l’amore, la famiglia, il rapporto fraterno, il ritorno alle origini, il crescere e l’imparare a conoscersi per davvero di fronte alle difficoltà che la vita ci presenta.
Ci sono persone che irrompono nella nostra vita quasi per caso ma, allo stesso tempo, è come se fossero sempre state al nostro fianco. Questo è un po’ ciò che succede a Giulio, giovane immigrato italiano dalla promettente carriera di pianista che il giorno del suo debutto al Luxe, incontra la bellissima e misteriosa Annette.
Sullo sfondo una città dal fascino irresistibile che rivive grazie alle vibranti descrizioni di Rosa Ventrella: “Era un sabato sera come tanti. Io e Nico a passeggiare a zig zag lungo Rue du Buci. Calava il crepuscolo e lentamente, a una a una, le luci della città si accendevano. donne parigi anni 30Così, d’incanto, ogni casa, ogni negozio, ogni strada, perdeva le sembianze del giorno, e appariva nuova e desiderabile agli occhi di chi ci passava in mezzo. Le mille luci di Parigi ti avvolgevano come in un carosello gigantesco, e tu ci sguazzavi in mezzo. La sentivi frusciare tra le gambe, in mezzo agli inguini, e nella pancia, la morsa che la città ti procurava. Una specie di guizzo di felicità che ti sussurrava che tutto era possibile, che la vita ti turbinava intorno, che era bella. Dio, com’era bella, e meritava di essere vissuta”.

Innamorarsi a Parigi è un romanzo Newton Compton Editori La serata letteraria dedicata Rosa Ventrella si terrà a Menaggio il 02.04.2016 alle ore 19.00. Dalle ore 20.30 si terrà la Cena con l’Autrice presso il Ristorante Le Tout Paris del Grand Hotel Victoria.

ROSA VENTRELLA: Laureata in storia contemporanea, ha un master in dirigenza scolastica. Ha curato per diversi anni articoli per riviste storiche specializzate e ha tenuto numerose conferenze soprattutto su temi riguardanti la condizione femminile nella storia. Da dodici anni insegna lettere. Tra i suoi libri: “Honorata cortigiana” (Arkadia, 2011), “Terra e vita. Vita, morte e tradizione nelle campagne padane di fine Ottocento” (Prospettiva Editrice, 2011), “La visionaria” (Ciesse Edizioni, 2012) e il Giardino degli Oleandri (2013) con il quale ha venduto 50.000 copie.

Elisa Larese

ALL’OMBRA DEL GRAN PALAIS. ALLA RICERCA DEI SEMI DI NUOVE ESTETICHE

??????????Studio Tablinum: intrigante, affascinante, emozionante: la Ville Lumiere non può non esercitare un’attrazione irresistibile e, se a questa meravigliosa città, aggiungiamo anche la possibilità d’immergersi a capofitto tra le più svariate espressioni artistiche contemporanee,  il richiamo diventa a dir poco irrestitibile, soprattutto se il ritrovo è di quelli prestigiosi come Art en Capital.

Art en Capital ha una storia relativamente giovane: nata nel 2006 dalla volontà dei quattro storici salons d’arte parigini (Comparaisons, la Société des Artistes Français, la Société des Artistes Indépendants, Dessin et Peinture à l’eau)  che decidono di schiudere ad  un vero e proprio esercito di amatori e collezionisti il mondo dell’arte contemporanea grazie alle opere di 2500 artisti  selezionati dalle gallerie di tutto il mondo.

Creato in occasione dell’Esposizione Universale del 1900 il Grand Palais fu, già dall’anno successivo, destinato ad ospitare le numerose mostre temporanee della capitale parigina, che non trovavano più posto nel Louvre divenuto troppo stretto per poter ospitare tutte le correnti di rottura con i salons ufficiali accusati di essere eccessivamente allineate al regime politico di turno. Per tutto il XX secolo, ha ospitato i più celebri salotti artistici, ufficiali e indipendenti, diventando simbolicamente la vetrina – simbolo di quelle avanguardie artistiche che hanno saputo segnare la storia dell’arte a livello globale.

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Si tratta di un evento unico nella produzione artistica contemporanea che in soli nove anni si è ormai aggiudicato a pieno titolo lo scettro di erede dei leggendari salon parigini dei secoli scorsi. Oggi come allora, in questo luogo si condensano le migliori eccellenze artistiche dell’anno, stimolate da un contesto straordinario che ha saputo fare della libertà d’epressione l’humus irrinunciabile della produzione di artisti che possono esporre e confrontarsi in un ambiente tollerante ed educativo, sempre dinamico e aperto alle contaminazioni.

Moltissimi di coloro che oggi conosciamo come i grandi protagonisti e fondatori di movimenti e correnti artistiche alle radici dell’arte contemporanea sono passati almeno una volta dalla capitale francese ed è proprio dai salons che hanno iniziato a far vacillare i canoni dell’arte ufficiale, proiettandoci verso nuove forme di estetica: un nuovo modo di creare e vivere l’arte sempre sul filo della provocazione, atto di frattura e allo stesso tempo continuità ideale con i grandi maestri del passato.

Qualche nome? Van Gogh, Bonnard, Mondrian, Modigliani, Vallotton, Botero, Foujita, Braque, Giacometti, Matisse, Miro, Chagall, Duchamp, Ernst, Gromaire, Dufy, Valadon, Toulouse-Lautrec, Utrillo, Kandinsky, Brayer, Zadkine, Valtat.

Societé des Artistes indépendants, che dal 1884 ad oggi riunisce attorno a se grandi nomi che hanno fatto dell’indipendenza della propria poetica artistica la propria egida, è uno dei quattro salons presenti ed è un’autentica emozione, grazie alle opere degli artisti da noi curati, Mariangela Bombardieri e Giorgio Tardonato esposti in una sezione del salon, sentirsi parte di questo meraviglioso ingranaggio.

Il prendere parte a questa grande festa dell’arte contemporanea è stato anche per noi un momento di grande stimolo e crescita. Ammirando tanta eccellenza in opere in cui le grandi lezioni estetiche di XIX e XX secolo sono sì assimilate ma mai imitate, piuttosto trasfigurate, non possiamo che considerarci fortunati testimoni di queste nuove prospettive artistiche che sbocciano sotto i nostri occhi e che, lasciandoci suggestionare dal loro sguardo già gettato oltre il presente, non possono non farci emozionare all’idea di assistere alla nascita di nuove prospettive estetiche.

Elisa Larese