LA DANZA LUMINOSA DEL SILENZIO

copertina libroStudio Tablinum: per una lettura de “Il Nome del Nulla” di Paola Tricomi

Lo sguardo rivolto verso l’interno,  a  quell’ “oscuro regno del nulla e del tutto” donde si dirama, nella totalità e nella complessità delle sue manifestazioni, ciò che ha nome di vita, essere, esistenza. Un segno chiaro del carattere già maturo di questa poesia è nella possibilità di cogliervi una notevole consonanza fra il livello del significante e quello del significato. La poesia di Paola Tricomi nasce dall’ascolto, scaturisce da un’attenzione continua ad ogni minimo palpito del cuore, di quello “thymos” che la poetessa stessa indica come serbatoio di una sorta di magma che è l’erompere dei moti dell’animo; al lettore essa chiede che si abbandoni alla musica che la pervade, e che le dona senso già prima che la mente del lettore elabori razionalmente i concetti e le immagini. La lezione della poesia novecentesca vi è presente non meno di quella antica, anzi –direi- intrinsecamente fusa con essa.  Segno di questa sintesi, la presenza di un repertorio di immagini ricco e vario, che tesse un ordito limpido e scintillante (“a maglie d’oro”, per usare la medesima espressione che l’autrice usa a proposito dell’anima) , su cui s’innesta una tramatura di riflessioni sul senso dell’essere che situano la sua poesia al crocevia fra quella di carattere gnoseologico di ascendenza leopardiana e montaliana e quello specifico carattere della poesia del primo novecento , che ama accostare “immagini lontane, senza filo”, come scrive Ungaretti, per portare alla luce aspetti inediti e spesso contraddittori dell’umano vivere. Di qui discende una certa impressione di ermeticità che una prima lettura dei versi potrebbe dare. Si tratta in realtà di conoscere non con la sola ragione né col solo sentimento, ma di unire tutte le facoltà come antenne multiple e convergenti verso il medesimo obiettivo.

Lente cadenze di versicoli spesso monoverbali o quasi, a distillare il senso delle cose, e poi un’impennata improvvisa, una danza ritmata, poi allegra, poi pazza, poi furente e quasi bacchica: lo thymos che sente e scrive si muove agilmente ora dentro ora fuori di sé, disegnando un percorso dove la densità di senso si lascia scoprire solo attraverso un processo di scarnificazione, che porta all’essenziale, a una nudità algente e spaventosa come la verità, che questa poesia trova scavando impietosamente per gettare all’aria gli orpelli, il di più, l’inutile mistificante. Il vedersi vivere torna in questi versi non come un’uscita da sé, un’alienazione e un’estraneità che allontana le emozioni ed emarginandole riesce a vedere e a capire con maggiore lucidità; piuttosto, invece, si tratta di rimanere tutti dentro sé stessi, come concentrati e attenti, tutti tesi a percepire ogni accordo che il tempo scandisce, a cogliere ogni gesto, ogni mossa, tutti i “passi da copione” da recitare lasciandosi sul volto “la maschera ridente” nella quale, dall’interno appunto, lo sguardo scopre “buchi lasciati, spazi per guardare, vuoti profondi in occhi di carnevale”. Naturalmente, il tutto è lì a disposizione di chi ha occhi per vedere! Le lacrime della maschera sono dette “interne”, e sembrano quasi soffocate, o meglio lasciate scorrere nell’indifferenza, la stessa che avrà il pubblico della recita che è la vita, capace solo di applaudire ciò che si vede all’esterno.

La musica che accorda e intona questi versi è la medesima che , dopo la fase “entusiastica” –nel senso dionisiaco!-  è capace di fare una pausa per accordare cuore e mente, e ascoltare le domande che quest’ultima si pone, e che introducono nel continuum musicale-emotivo di questa poesia delle pause meditative e riflessive. E poi, dopo altre evoluzioni di pensieri che l’autrice ha la singolare capacità di reificare , rendendoli quasi concreti e tattili oggetti ognuno percepibile ed esperibile dal lettore nel suo peso specifico, ecco prorompere il più rumoroso protagonista di questa poesia: il silenzio! Esso arriva e s’accampa quando dalla maschera, forse attraverso le fenditure e i buchi, la poetessa passa a trovare il volto, a fare la scoperta che fece trasalire Psiche quando vide il volto di Amore. Qui, tuttavia, nessun veto divino, almeno esplicitamente imposto. Resta una nenia, che incessante rompe il silenzio con l’urgenza delle domande di senso: “Chi tu mai fosti? Chi, d’essere, sarai?”. Nel secondo di questi versi si arriva quasi al puro divertissement verbale, al gioco fonico, nel rincorrersi delle varie voci del verbo oggetto dell’inesausta ricerca, quasi fosse un gioco di specchi che si perde all’infinito o una eco che finisce per saziarsi di sé stessa, senza compiacersene, nel turbinio di riflessioni su emozioni che conduce all’impossibilità di arrivare a una risposta che appaghi.

La direzione del movimento si sposta ancòra, e dallo spazio passa al tempo, e se ne può vedere la danza, si possono sentire tutte le variazioni ritmiche che attraversa nel suo scorrere inesorabile, che rende il passato come una casa troppo piccola per potervi abitare e al contempo disfa quei legami che davano senso all’andare e sicurezza al cuore, e scopre la solitudine del cammino. E una nuova mano guida per un mare tempestoso ma  che si deve attraversare, perché è la vita stessa, e l’unica modalità per attraversarlo è abbandonarvisi, nella certezza che una mano ci culli. Il bisogno di sostituire alle certezze dell’infanzia una nuova certezza, di tenere un’altra mano erompe dal cuore come un bisogno puro e vero, e rivela la fragilità dell’umana natura, che torna – o forse resta- bambina anche, e forse ancor più e a maggior ragione-  nell’età adulta, l’età delle maschere. Il bisogno di autenticità emerge naturalmente prepotente, e in questo magma di emozioni e istinto si leva improvvisa la voce che chiama in causa gli antichi, l’imperatore Marco Aurelio in particolare, celeberrimo regnante e filosofo, tutto teso alla ricerca di una onestissima virtù che chiede, esige impegno in prima persona, e forse chiede anche troppo –ma sempre in buona fede- a sé stesso, l’autarchia che la fragilità umana, splendidamente caduca, non sa attingere a nessuna fonte. Vorrei approcciare qui l’aspetto della presenza dell’antico nella poesia di Paola Tricomi: lungi dall’essere puramente esornativa ed erudita, essa si fa ora confronto vivo, inevitabile e imprescindibile con un’umanità di forte sentire che chiama, esorta,  interroga, spinge al confronto, ora  serbatoio lessicale cui si deve ricorrere perché dotato di una ricchezza e pregnanza di senso dalla quale, volenti o nolenti, non si può prescindere.

Un’attenzione particolare, nel perenne fluire delle cose che sono, è rivolta a ciò che resta, a quelle “crepe e cocci” che danno il titolo a una delle sezioni dell’opera. Sono piccole reliquie di un tempo impietoso, rimaste lì, nel silenzio, nel bianco, come tutto ciò che conta ed ha senso. Ciò che resta: e poco, questo è vero, ma è prezioso. Si scopre così il peso dei ricordi e il bisogno di una continuità, di ricomporre un ordine e di segnare un cammino chiaro e unidirezionale rimettendo a posto tutto quello che i ricordi per loro natura turbano e sconvolgono.

Il rincorrersi di suoni ha una certa frequenza: così in “Mie costellazioni”, dove si legge  “Sogno boccoli d’oro, di intrecciarli fra le dita, di intrecciare intrecciare intrecciarmi inebriarmi…”, o in “Aurea memoria”, “di un animo che trascorre al trascorrere stesso” o in “Notturno”: “quel cielo ricurvo su sé ricurvo”. Significative anche le sequenze asindetiche di aggettivi, che conferiscono al dettato poetico la capacità di ritrarre compiutamente in pochi tratti degli oggetti di per sé impalpabili come gli attimi di cui il tempo è composto (“attimi/al secolare passo/cadenzato regolare armonico” in “Il presente del passato”) o la bellezza come effetto del potere della poesia in “Ti cerco”: Poesia, forse l’essenza ancora capace/di ricondurre alla bellezza limpida lucente lineare di un tratto, un contorno”. Ancora in “Monologo ad una sigaretta immaginaria” si legge “Prendere forma in ciò che da sempre si è desiderato essere e desiderare essere l’immagine che desiderava”.In “Farti, farmi una culla”, poi,  tutto il testo andrebbe letto per apprezzare questo gioco di specchi, che è poi tuttuno col destino stesso del poeta: “una vita senza vita…dare forma al fumo, dal bianco al bianco…autentica finzione, alchimia…oppure vivere due più volte infinite in immagini moltiplicate di un tono più intenso planando nell’intus profondo a pulviscoli?”

Nella profondità dello scandaglio poetico che l’autrice fa scendere negli abissi del suo cuore, è interessante notare come, dal buio profondo dello thymos, ella sia capace di far affiorare sempre la luce (d’altronde, come scrive il prof. Savoca nella postfazione al volume, “luce” è il termine a più alta frequenza nella raccolta!).

paola tricomi 2Pare che in questa lettura ci si muova prima dalla superficie verso il centro dell’essere, e poi al contrario: catabasi e anabasi che sono sapientemente incluse in una vera e propria struttura anulare che inizia e finisce con lo thymos, che parte dal desiderio di descrivere e arriva alla conclusione che il dolore non si può rendere all’esterno: solo l’inesausta ricerca ha senso: “Cercami sempre…e ci sarò”.


Elio Distefano

Olympos: the god of fire Hephaestus

398px-Vulcan_Coustou_Louvre_MR1814Studio Tablinum: it is with great pleasure that, this month, I will talk about the avdentures of  Heaphaestus, the God of Fire.

When I was a child, I was fascinated by his strength and intelligence: he was one of the few gods of the Pantheon, constructive and not destructive, as was instead his brother Ares. He was considered the unluckiest god of the Pantheon.

Hephaestus, since its inception, had to struggle against life adversities: he was not born with qualities such as beauty, elegance or friendliness, but he had a great intelligence: he was  indeed, called the “Engineer  of Olympus”.

This ingenious God was the creator of the Olympians residence and, in his own forge, he also created the weapons of the gods and heroes and much more. The most amazing creation were his automatons used as assistants.

Those inventions made of ​​him the God of engineering, technology, metallurgy and sculpture.
His symbols were: the anvil, hammer and tongs. His forge was located beneath Mount Etna in Sicily.

He was worshiped in all over Greece, particularly in Athens, he was considered a God with a bad temper, but it was appreciated by the faithful for his genius.

hera e tetiHis mather, Hera, during one of the many episodes of hate towards her traitor husband, decided to give birth to a son alone,  in order to punish Zeus about His continuous betrayals with other gods and mortal women.

But Hera, since it was also the goddess of marriage, asked for help to Thetis, the mother of the hero Achilles, who procured seaweed with supernatural powers that allowed women to get pregnant without the “help” of man.

Nine months later, Hera gave birth to HephaestusZeus could not remain indifferent and jealous, he asked for an explanation to his wife.

The real drama came when the baby was born: they were both disgusted by his ugliness, and in an extreme gesture, threw down  Hephaestus from OlympusThe poor baby took several days to land in the ocean, but he remain lame for its entire existence. An unnatural act that never forgave to his divine parents, especially his mother Hera.

He took his revenge by chaining her mother to a magical throne. Era was released only after giving in marriage to Hephaestus the Goddess of Love, the beautiful Aphrodite.

teti efestoHephaestus was picked up by the Nereids Thetis and Eurynome and he grew up in an underwater cave. To honor the Nereids, still a child, he created beautiful jewelry.

Despite his physical defect, Hephaestus was very brave during the War against Giants.

With his brothers he expelled from Olympus, the Giants, Gaea’s soons.

Hephaestus fought  against Clizio, one of the most threatening. The God of Fire killed him with a red-hot iron rod.

ciclopiHe took with him in his forge the children of Uranus and Gaea, the Cyclops who, like their brothers Titans, were repeatedly defeated by the Olympians.

Hephaestus worked with those wondrous creatures because of their high knowledge of metals; not by chance, the Zeus’ thunderbolts and lightning  were manufactured in the forge of Hephaestus.

Despite its ugliness Hephaestus had many beautiful women: his wife Aphrodite, the Nereid Cabiro, mother of his two sons, the Cabiri, and the Nymph Etnamother of other two children, the Palici.

atena ed efestoThe funniest story come form one of the many myths about the foundation of Athens:

When the Goddess Athena went to Hephaestus forge and ordered some arms, he tried to seduce her with the streght.

But Athena suddenly disappeared, leaving him alone in the moment of maximum enjoyment. His semen fell on the ground and fertilized the goddess Gaea, and after nine months  she gave birth to a child, Erichthonius, one of the first kings of Athens.

Haephaestus designed for the King of the Phaeacians Alcinous, two  automata – dogs as guardians of the royal palace.
These two automata marveled much the hero Odysseus, who saw them while visiting the gardens with the beautiful Nausicaa, daughter of Alcinous.

The reputation of Hephaestus, compared to other deities, is flawless and therefore his vicissitudes are limitedBut we like it as it is: honest and hard-working God of Olympus.

In the next article, I will tell you the story of Ares, the destructive and violent God of War. 

With the god of war, we conclude the trio of gods previously involved: Aphrodite, Goddess of Love and  Hephaestus, God of Fire.

Alessandro Cerioli

 

Giornata Nazionale della Cultura Classica

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Studio Tablinum: la Giornata Nazionale della Cultura Classica, manifestazione a cadenza biennale che si tiene negli anni dispari in una città di volta in volta diversa, sede di una delegazione, con cui l’A.I.C.C. premia con medaglia d’oro due studiosi emeriti in campo filologico e storico classico, uno italiano e uno straniero, quest’anno è giunta alla terza edizione, e si è svolta ad Avola (SR), nella mattinata del 10 maggio u.s. presso l’Aula Consiliare del Palazzo di Città, alla presenza delle autorità cittàdine e di un nutrito numero di docenti, oltre che dei delegati avolesi dell’A.I.C.C. e di una copiosa rappresentanza degli alunni dell’indirizzo classico del locale Liceo “Ettore Majorana”, che hanno affollato l’Aula in una mattinata di alta cultura durante la quale si sono alternati ai microfoni il prof. Peter Parsons, papirologo dell’Università di Oxford, il prof. Andrea Giardina, storico e romanista insigne, nonchè presidente dell’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze e docente di Storia Romana su convenzione presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, e i proff. Mario Capasso e Luisa Prandi in veste di laudatores dei due suddetti studiosi. Le relazioni, cariche di fascino, sono state seguite con interesse da un pubblico quasi rapito dalla capacità comunicativa dei relatori. La qualità della lectio magistralis che ciascuno dei due ha offerto è stata molto elevata ed apprezzata da tutti: il prof. Parsons ha tracciato un profilo del filologo e umanista calato prima nella società del suo tempo e poi in quella odierna, lanciando ai giovani presenti la sfida di scommettere sul Sapere per essere veramente utili a una società stanca e impaludata; commovente il finale del suo discorso, con quel “saluto l’Italia filologa” che ha strappato commossi applausi a tutti i presenti.
Il prof. Giardina ha compiuto un singolare percorso alla ricerca delle radici antiche del Risorgimento Italiano, dimostrando come molti patrioti abbiano versato il proprio sangue per la libertà e l’unità d’Italia infiammati non tanto dai loro contemporanei quanto dall’intensa suggestione della contemplazione dei monumenti della romanità.
Nella seconda sessione con la lectio del prof. Giardina, laudatio dello stesso ad opera della prof.ssa Prandi dell’Università di Verona, si è tenuta la cerimonia di premiazione dei due luminari, e di conferimento dei diplomi di benemerenza ai soci emeriti segnalati dalle delegazioni.

L’organizzazione è stata a cura del prof. Elio Distefano, docente del Liceo Artistico M. Carnilivari di Noto.