Itinerari umbri: la Porziuncola e la basilica di Santa Maria degli Angeli.

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Tablinum: l’Umbria, terra di borghi, colline, boschi e montagne, oltre ad essere una meta per turisti alla ricerca di cultura, arte e buon cibo, è anche la terra dei santi e in particolare di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. Numerosi sono i luoghi legati alla vita del “poverello”, oltre naturalmente alla stessa Assisi, luogo in cui nacquero, vissero e morirono sia San Francesco che Santa Chiara. A Gubbio, ad esempio, uno dei luoghi francescani simbolo è la chiesetta della Vittorina, costruita dove il Santo avrebbe ammansito il lupo. L’altare è la pietra sopra la quale Francesco avrebbe predicato la riconciliazione tra l’animale e gli eugubini. Nella pianura umbra tra Cannara e Bevagna, a Pian d’Arca, sarebbe avvenuto invece uno degli episodi più famosi dei Fioretti, la predica agli uccelli. La pietra dove Francesco, secondo una credenza popolare, avrebbe posato i piedi durante la predica si trova nella duecentesca chiesa a lui intitolata a Bevagna. Sul Lago Trasimeno, secondo la tradizione, il Santo avrebbe trascorso la Quaresima del 1212 o 1213 sull’Isola Maggiore e vi rimase da solo per 40 giorni mangiando soltanto mezzo pane.

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Queste ed altre tappe vengono percorse ogni anno durante i pellegrinaggi che hanno come meta proprio Assisi, in particolare il santuario della Porziuncola che si trova all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli. Da pochi giorni è stato celebrato l’ottavo centenario della Festa del Perdono di Assisi, ovvero un’indulgenza plenaria che, nella Chiesa cattolica, può essere ottenuta dai propri fedeli dal mezzogiorno del 1º agosto alla mezzanotte del 2 agosto di ogni anno. Le origini di questa festa bisogna cercarle in una lontana notte dell’anno 1216, quando San Francesco, immerso nella preghiera presso la Porziuncola, vede la chiesina avvolta da una vivissima luce e subito dopo appaiono sopra l’altare il Cristo e la sua Madre Santissima, circondati da una moltitudine di Angeli. Essi gli chiedono allora che cosa desideri per la salvezza delle anime. La risposta di Francesco è immediata: “Ti prego che tutti coloro che, pentiti e confessati, verranno a visitare questa chiesa, ottengano ampio e generoso perdono, con una completa remissione di tutte le colpe”. Il Signore accoglie la sua preghiera, a patto che Francesco ne parli al suo vicario in terra, ovvero il papa. Francesco si presenta subito al pontefice Onorio III che lo ascolta con attenzione e dà la sua approvazione. Alla domanda: “Francesco, per quanti anni vuoi questa indulgenza?”, il santo risponde: “Padre Santo, non domando anni, ma anime”. Il 2 agosto 1216, insieme ai Vescovi dell’Umbria, annuncia al popolo convenuto alla Porziuncola: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso!”.

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La chiesetta intitolata a Santa Maria degli Angeli, edificata probabilmente nel IV secolo e successivamente passata sotto la proprietà dei monaci benedettini, prende il nome dalla zona denominata “Portiuncula”, che letteralmente indica la piccola porzione di terreno su cui sorgeva.

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Benché si possano trovare riferimenti alla zona della Porziuncola nei documenti del comune di Assisi risalenti intorno all’anno mille, è solo con la vita di San Francesco che il luogo acquisisce una sua precisa identità. Dopo aver abbandonato le ricchezze della propria famiglia San Francesco trovò rifugio in questa antica cappella, oggi accolta all’interno dell’ampia Basilica di Santa Maria degli Angeli, la restaurò e la ottenne in dono dai Benedettini, vi fondò poi l’Ordine dei Frati Minori nel 1209, affidandolo alla protezione della Vergine Madre di Cristo, cui la chiesina è dedicata. In questo luogo, inoltre, il 28 marzo 1211 Chiara di Favarone di Offreduccio iniziò la sua vita monastica fondando poi l’ordine delle Clarisse e San Francesco ottenne in sogno da Gesù l’indulgenza del Perdono.

Già prima dell’edificazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli, i visitatori alla Porziuncola erano così numerosi che si resero necessarie delle strutture per la loro accoglienza. Ad esempio, nel 1450 Cosimo de’ Medici vuole la costruzione di quella “fontana delle 26 cannelle” detta anche “fontana dei pellegrini” che oggi si trova lungo il fianco della basilica.

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La struttura della Porziuncola ricalca l’impianto tipico delle strutture benedettine nello stile romanico umbro; la chiesa, costituita da pietre squadrate, è rimasta inalterata ad eccezione del piccolo campanile, di un portale ligneo del tardo ‘400 e della facciata quasi completamente affrescata da Federico Overbek nel 1830. Gli interventi di restauro del 1998 hanno permesso di evitare l’ulteriore degrado della cappella e recuperare i tessuti pittorici sia del grande polittico dietro l’altare dipinto nel 1393 da Ilario da Viterbo, che illustra la storia del Perdono di Assisi, quanto dei resti dell’affresco della Crocifissione nella parte absidale realizzato intorno al 1485 dal Perugino. Sulla soglia della chiesina sono incise le parole “hic locus sanctus est”, questo luogo è santo, perché Dio vi è sceso per incontrare Francesco e chiunque vi entri con fede.

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A custodire la Porziuncola è proprio la basilica di Santa Maria degli Angeli, fatta costruire per volere del papa Pio V tra il 1569 e il 1679, destinata ad accogliere ogni anno moltissimi pellegrini e che presenta, dal 1930, un’imponente statua della Vergine in bronzo dorato.

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Francesca Corsi

Pomeriggi d’Arte: Moda e Territorio

Tablinum: eccovi il video della conferenza “Moda e Territorio”, tenuta dalla Storica dell’Arte Elisa Larese, nel contesto di “Ville Aperte”, presso Villa Sironi, Oggiono (lc). Domenica 25 ottobre 2015.

Pomeriggi d’Arte: Autoritratto vs Selfie

Tablinum: a tutti i nostri lettori ecco il video del terzo appuntamento di “Pomeriggi d’Arte”, in questa occasione la Storica dell’Arte Elisa Larese tratterà il tema dell’autoritratto e come una pratica molto diffusa oggi, quella del Selfie, stia contaminando quello che tutti gli appassionati d’arte hanno amato, in tutte le epoche. Presso Villa Sironi, Oggiono (lc). Domenica 20 settembre, dalle ore 16.00.

ART in EXPO. Feed the World with Art

Tablinum: nutrire il pianeta significa, anche, fornire ad esso nuove energie mentali che contribuiscano alla sua crescita e rinnovamento, alimentando il prezioso che è in noi. Per questo Tablinum Cultural Management grazie all’ospitalità presso gli spazi di Villa Carlotta propone una rassegna di mostre d’arte dedicate alle opere di tre differenti artisti selezionate in base allo stile e al messaggio unico e indipendente. Grazie a un progetto curatoriale interattivo, capace d’interagire virtualmente con il visitatore, sarà possibile rivivere la genesi delle opere esposte, approfondirne le tematiche ed indagarne il significato. Contenuti speciali e testi curatoriali saranno consultabili direttamente attraverso i link disseminati nel percorso espositivo, con la nuova tecnologia dei QRCode.

GLI ARTISTI ESPOSTI:

ni convenzionali della rappresentazione. Un’anatomia spesso allungata o resa più compatta e corpi completamente glabri dallo sguardo splendidamente espressivo sono i tratti salienti dell’opera di Feuilloley Un’opera che pur rappresentando figure umane è ben lungi dal naturalismo del ritratto. L’occhio dell’artista è incapace di indugiare in superficie, non può astenersi dallo scandagliare l’interiorità dei suoi soggetti ed infine li denuda e non solo esteriormente. Eccoli comparire, caricature di moti d’animo perfettamente ritratti sulla tela.

Myriam Feuilloley

1-PhotoFEUILLOLEY-001La parola d’ordine è fantasia, ed è grazie ad essa che Feuilloley riesce ad appellarsi a quella che è la dimensione magica dell’essere in modo che nel suo linguaggio dominino i meccanismi dell’inconscio e del simbolico.

Attraverso le sue opere il mondo ci appare sublimato dalle sue ingannevoli apparenze e i suoi personaggi, denudati ci appaiono finalmente per ciò che sono grazie all’interiorizzazione della metamorfosi che ammiriamo sulle sue tele.

Nelle sue opere è sempre possibile recuperare una serie di livelli ed è questa la sfida che lancia l’artista allo spettatore che per comprendere al meglio dev’essere pronto a mettere in discussione se stesso in qualità di osservatore e al contempo soggetto. E’ così che dipingere si rivela per Myriam soprattutto un’esigenza interiore di comunicare la visione del mondo, un bisogno che porta ad una continua rielaborazione ed approfondimento del proprio stile.

Stephane Deguilhen

deguilheln StepahneCome liberare le forme intrappolate nella materia? La scultura di Deguilhen si colloca laddove la forma si incontra con l’assoluto di cui essa diventa espressione. Il suo è un linguaggio spontaneo che sgorga puro che reca l’impronta dello spontaneo incontro con la materia. Lo scultore sente pulsare nella materia grezza la sua essenza intrappolata: non deve fare altro che lasciarsi assecondare da essa per rivelarla al resto del mondo.

Il suo destino è quello di fare da tramite, di sentire in sé il paesaggio inglobarne ogni granello di pietra, ogni frastagliato contorno di montagna fino a trasformare il mondo che lo circonda nello stesso mondo interiore a questo punto la sua arte sgorga limpida e inarrestabile poiché essa fluisce direttamente dalla natura a lui e per tramite del proprio sguardo ogni radice, ogni pietra o materia ritrova la sua vera essenza.

Delle opere di Stéphane ammiriamo la spontanea rivelazione, lo schiudersi di un mondo finalmente senza più veli in cui non esiste alcun fato superiore, alcun mitologico demiurgo ma semplicemente si celebra la capacità dell’uomo di ritrovare il proprio legame primigenio con la natura in cui è immerso. Emblematico per il suo significato intrinseco è la testa del toro, prima scultura che Stéphane racconta di aver liberato dalla corteccia di un albero. Quasi una predestinazione; animale protagonista della Feria tipica della terra d’origine dello scultore; la pratica della tauromachia racchiude in sé un destino tragicamente drammatico e al contempo arcano:

Così come il pesate compito che grava sulle spalle del torero diventa quello di difendere un’ideale di bellezza e perfezione apollinea dalla vicinanza con la sinistra e ripugnante forza della bestia, sentita in tutta la sua ferina imprevedibilità così l’artista si cimenta con la materia per fissare in un istante di bellezza e perfezione ciò che in essa è di primo acchito confuso nel multiforme divenire del mondo.

Elisa Larese

IL CATALOGO

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Tablinum Cultural Management: i nostri progetti nascono dalla volontà di divulgare un modello culturale in cui il sistema dell’arte sappia comunicare valori fondanti che sorpassino le usuali logiche di mercato e riscoprano il valore primario della cultura quale nutrimento essenziale della coscienza umana. Per questo amiamo considerarci prima di tutto “impiegati della cultura”.

Pomeriggi d’Arte: Sandro Botticelli

Tablinum: video della conferenza “Pomeriggi d’Arte”, la storica dell’arte Elisa Larese spiegato il percorso artistico di Sandro Boticelli nello sviluppo dei disegni dell’Inferno Dantesco. Presso Villa Sironi, Oggiono (lc).

Codice Botticelli: discesa nell’Inferno Dantesco

mappa inferno di BotticelliTablinum: quando pensiamo alle opere di Sandro Botticelli il nostro pensiero corre subito a due meravigliose sue tele: La Primavera, perfetta rappresentazione letteraria della Donna simbolica che, nell’Umanesimo, sublima in se le passioni, segno di misura, di virtù, di bellezza, poesia e armonia del cosmo e la Nascita di Venere e, nel 1485, la Nascita di Venere, perfetto emblema della teoria neoplatonica di comunione tra il bene terreno e il bene divino.

Ma ci fu un’opera che accompagnerà Botticelli per tutta la vita e alla quale Botticelli lavorerà costantemente: la raffigurazione della Commedia dantesca.

Indissolubilmente legato alle temperie culturali e politiche della propria epoca, incline nelle sue tele a parlare al pubblico per allegorie e simbolismi Botticelli non poté non subire il fascino dell’indiscusso Maestro della poesia  e dell’allegoria Dante Alighieri.

Come Dante, fu un cantore della Firenze della Propria epoca ne subì l’influssi culturali (pittore ufficiale dei Medici, protetto da Lorenzo il Popolano e seguace delle teorie neoplatoniche di Marsilio Ficino) si sottopose ad una sorta di esilio volontario a seguito della cacciata di Medici ma al contempo subì un forte influsso del Savonarola come ben vedremo nelle sue tele. Si racconta che fu l’artista in persona a portare al Rogo delle Vanità alcune delle sue opere in segno di remissione.

Possiamo affermare con certezza che la passione per la Divina Commedia lo accompagnò per tutta la vita. A testimoniarlo abbiamo le parole del Vasari secondo il quale  Botticelli:

“Commentò una parte di Dante, e figurò lo Inferno e lo mise in stampa; dietro il quale consumò di molto tempo: per il che fu ragione d’infiniti disordini alla vita sua”.

 Parole che ci attestano una lunga consuetudine, un rinnovato interesse di Botticelli per Dante.

Essenziale fu l’influenza del Neoplatonismo: E cos’era l’ “Amor che move il sole e l’altre stelle” di cui parlava Dante se non appunto quel principio infinito e presente in tutto l’universo predicato dalla teologia platonica?

Non era difficile leggere nel viaggio ultramondano di Dante dall’Inferno al Paradiso una grande illustrazione poetica della teoria neoplatonica di Marsilio Ficino secondo cui l’anima umana, per via di conoscenza e amore, poteva risalire dalle cose terrene alla pura contemplazione di Dio e della sua infinità.

Letto in questo modo, Dante poteva offrire diverse suggestioni a Botticelli, di certo ben introdotto ai misteri neoplatonici, come attestano le complicate letture delle sue opere più famose, in primo luogo le celebri La Primavera e La nascita di Venere, non a caso dipinte per lo stesso committente delle pergamene dantesche Lorenzo il Popolano, mecenate insieme allo zio anche d Marsilio Ficino e Angelo Poliziano.

Botticelli  e Savonarola

Certo, la Commedia non poteva rappresentare agli occhi del pittore un qualsiasi testo da illustrare.

Il contatto con la drammaticità dantesca avrebbe al contrario dischiuso a Botticelli strade ulteriori rispetto a quelle fino allora percorse, quelle degli abissi insondabili dell’animo umano. Su questa strada già aperta si inseriranno i temi cupi della predicazione di Savonarola che avrebbero portato la pittura di Botticelli agli accenti tesi e drammatici della sua tarda produzione, a quei quadri visionari e sofferti non lontani dalla terribilità delle immagini dantesche, che il pittore aveva avuto modo di conoscere molto bene.

Ad un certo punto infatti, e proprio negli anni ’80, qualcosa inizia a cambiare nella pittura di Botticelli. Qualcosa inizia a perturbare la soave grazia del suo universo estetico, così perfettamente espressa nei due più celebri capolavori: La nascita di Venere e La Primavera.

 La sua pittura si carica di una tensione drammatica che finirà per esplodere nelle ultime opere, La Crocifissione Mistica e La Natività Mistica, tutte permeate da un’atmosfera austera, grave e rigorosa su cui ebbe certo influenza la predicazione di Girolamo Savonarola.

MA perché DANTE TORNA IN AUGE NEL RINASCIMENTO ?

Vederne in Dante un precursore significava innalzarlo a padre e primo glorioso indizio di quella Firenze Novella Atene che si sarebbe realizzata due secoli dopo, sotto e grazie alla dinastia medicea e al suo Magnifico principe in particolare.

CELEBRARE LA GRANDEZZA DI DANTE CON UN’EDIZIONE DI PREGIO

A questa esigenza rispose l’edizione del 1481, corredata dal commento di uno dei maggiori umanisti, Cristoforo Landino, e illustrata da un artista del calibro di Botticelli.

Committente fu Lorenzo di Pierfrancesco de Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico commissionò a Sandro Botticelli 92 disegni dedicati alla Divina Commedia che avrebbero impreziosito il codice redatto a mano dal monaco amanuense Niccolò Mangona con commento dell’Umanista Marsilio Ficino

Un fitto mistero è intessuto attorno alla questione della datazione e dell’intrico stilistico della divina commedia botticelliana. La cronologia dei disegni della Commedia dell’illustre pittore fiorentino (1444 o ’45 – 1510 ?) è ancora incerta. Quanto all’inizio, non lo si anticipa molto al di là del 1481, data dell’edizione dantesca a stampa per i tipi di Niccolò della Magona, con il commento del Landino.“Botticelli dipinse e storiò un Dante in cartapecora a Lorenzo di Piero Francesco de Medici che fu cosa meravigliosa. Partendo dall’Inferno, attraverso il Purgatorio per arrivare al Paradiso, Botticelli illustrò la Divina Commedia con la collaborazione dell’amanuense Niccolò Mangona che incise sul retro delle pergamene il testo dei canti della Divina Commedia.”

Dato che quelle illustrazioni presentano qualche affinità con l’opera botticelliana, si è pensato che l’incisore Baccio Baldini avesse avuto presenti i disegni di Botticelli e si è spiegato anche l’esiguo numero delle illustrazioni, 19 negli esemplari più completi, con la partenza di Botticelli per Roma, chiamato ad affrescare la Cappella Sistina, e quindi con la sospensione del suo studio sulla Divina Commedia. Possiamo concludere che botticelli riporto le sue opere e le rivide dopo l’esperienza romana e sotto nuov influenze dottrinali e filosofiche.

 

Dante, per quanto riguarda la struttura dell’Inferno, si basa sulla teoria di Aristotele nell’opera riguardante l’Etica nicomachea

Dante ritiene che l’Inferno sia una voragine a forma di cono, formatasi nei pressi di Gerusalemme, nell’emisfero boreale.

La formazione di questa voragine è dovuta alla punizione che Dio ha inflitto a Lucifero, uno degli angeli più belli del Paradiso, che voleva diventare pari lui, scaraventandolo sulla Terra dove appunto formerà questa voragine, e al termine di questa si conficcherà a testa in giù.

 Dante, per cominciare la missione che lo porterà alla salvezza di se stesso e di tutta l’umanità, deve intraprendere questo primo percorso nell’Inferno, per venire a contatto con il peccato e comprendere che il peccato ed il male allontanano l’uomo da Dio.

Il viaggio, della durata di sette giorni, ha inizio un venerdì santo, l’ 8 aprile (o 25 marzo) del 1300 nei pressi di Gerusalemme.

 La discesa nell’Inferno

Dante entra nell’Inferno dopo essersi perso nella selva descritta nel primo canto. Tramite la porta accede all’antiferno, il luogo che accoglie le anime che né l’Inferno né il Paradiso vogliono, perché in vita non hanno saputo scegliere tra bene e male. Passato l’Acheronte, il primo dei quattro fiumi infernali, si arriva nell’Inferno vero e proprio: esso è diviso in nove cerchi, che però nella prima parte non hanno ulteriori divisioni. Vediamo i primi cinque, con le rispettive anime:

Limbo.

Lussuriosi;

Golosi;

Avari e prodighi;

Iracondi e accidiosi.

Fino a questo punto si rispetta più o meno la tradizionale suddivisione dei vizi capitali, anche se incompleta. Si attraversa quindi un altro fiume, il Flagetonte, e le mura della città di Dite, alla cui guardia sono posti dei demoni e la Furie.

Nel VI cerchio si trovano gli eretici; il VII, invece, è dedicato ai violenti ed è suddiviso in tre gironi: violenti contro gli altri (omicidi e predoni), violenti contro se stessi (suicidi e scialacquatori), violenti contro Dio (bestemmiatori, sodomiti, usurai). Scorre nel primo girone anche il terzo fiume infernale, il Flagetonte.

L’ottavo cerchio e le dieci bolge

Dopo una riva scoscesa si giunge all’VIII cerchio dell’Inferno dantesco, che accoglie i dannati che hanno usato frode contro chi non si fida; essi sono suddivisi in dieci bolge concentriche, le Malebolge appunto, di cui riportiamo l’elenco:

Ruffiani e seduttori;

Adulatori;

Simoniaci;

Indovini;

Barattieri;

Ipocriti;

Ladri;

Consiglieri di frode;

Seminatori di discordie;

Falsari.

L’ultima zona e l’incontro con Lucifero

Si giunge, quindi, al pozzo dei giganti e infine all’ultima zona, la nona, destinata ai traditori di chi si fida. Qui scorre l’ultimo fiume, gelato, il Cocito; il cerchio è diviso in quattro zone il cui nome ricorda famosi traditori: prima zona, o Caina, per i traditori dei parenti; seconda zona, o Antenora, per i traditori della patria; terza zona, o Tolomea, per i traditori degli ospiti; quarta zona, o Giudecca, per i traditori dei benefattori. Lucifero stesso strazia, con le sue tre bocche, i tre sommi traditori della Chiesa e dell’Impero, vale a dire Giuda, Bruto e Cassio. Dal centro della Terra si risale verso la montagna del Purgatorio attraverso una natural burella, ossia un pertugio stretto.

I DISEGNI DANTESCHI RITROVATI

Dopo le ultime testimonianze  che potremmo definire coeve all’esecuzione di Botticelli o di poco posteriori se ne perdono completamente le tracce  per almeno un secolo.

92 dei 100 disegni furono rinvenuti nella collezione della Regina Cristina di Svezia.

Otto  sono tutt’oggi conservati nella Biblioteca Apostolica Vaticana, fondo della regina Cristina, codice Reginense lat. 1896.

Le restanti opere furono identificati presso un libraio parigino e furono acquistati da Alexander Hamilton, X duca di Hamilton nel 1882.

La raccolta risultava, però, lacunosa: anziché 100 come i canti del poema dantesco, i fogli erano 88, dei quali 85 con disegni.

 Fra questi 85 due fogli uniti contengono la figura di Lucifero. Dunque nella collezione Hamilton vi erano i disegni per 83 canti.

I fogli vennero acquistati per il Gabinetto delle Stampe di Berlino dal Lippmann, conservatore del Re di Prussia, per il gabinetto Reale di disegni e stampe di Berlino  che li pubblicò.

Dopo la seconda guerra mondiale si ritenne erroneamente che i disegni berlinesi fossero andati perduti. Furono invece smembrati in due gruppi: If VIII, XVII-XXXIV, e Pg I-VIII al Museo di Dahlem nella Berlino occidentale; Pg IX-XXXIII, Pd I-XXX e XXXII al Kupferstichkabinett di Berlino Est.

Attualmente i disegni botticelliani sono conservati in due differenti archivi: nella Biblioteca Apostolica Vaticana (otto), e nel Kupferstichkabinet di Berlino (ottantaquattro), dove peraltro sono stati riuniti solo dopo la caduta del Muro; mentre prima erano ulteriormente divisi tra la parte Est e quella Ovest della attuale capitale tedesca.

E’ di qualche giorno fa la notizia che che la Biblioteca Apostolica Vaticana e l’associazione Digita Vaticana Onlus grazie al progetto Dante per Sempre, promuoveranno la digiralizazzione di 40 milioni d pagine conservate presso la biblioteca vaticana e tra queste i saranno anche tutti i disegni di botticelli presenti a presso la Biblioteca Vaticana.

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Elisa Larese

VISUALIZZA LA PRESENTAZIONE : Codice Botticelli

NEW FLORENCE BIENNALE: ALLA RICERCA DEL DNA DELL’ARTE CONTEMPORANEA

“Nelle mie vene scorre il sangue di un tempo migliore”
PAUL KLEE

florence_biennaleSTUDIO TABLINUM: l’artista è una creatura straordinaria, travolto dalle mille contraddizioni dell’epoca in cui è immerso eppure capace di lasciare che il proprio sguardo sia costantemente rivolto verso un “quid” informe e denso di presagi contrastanti ma che ha in se l’elettrizzante forza del nuovo saldata a quella dell’arcano.

Un tema sicuramente ardito ma che non può non richiamare nel visitatore una certa gamma di suggestione, è quello della Biennale di Firenze 2013, giunta alla sua nona edizione: L’Etica come DNA, fondamento dell’arte. Viviamo in tempi complicati, spesso preferiamo trincerarci nel mondo delle apparenze piuttosto che fermarci per cercare di comprendere quale sia il ruolo che siamo chiamati a coprire il quel complicato e impalpabile mistero che da sempre è stata l’esistenza. Una continua avventura che si perpetua per generazioni e stagioni dell’uomo, un costante punto interrogativo che si agita nella storia: a questo potremmo paragonare la storia dell’arte. Ecco perché, ora più che mai l’artista ricopre un ruolo fondamentale, quello di armare la propria sensibilità per sondare quali siano nella nostra contemporaneità le radici dell’arte, il suo DNA. Per fare ciò c’è un limite da varcare, impercettibile ai più, che segna il passaggio di un vitale confine per il quale c’è un’arma indispensabile allo sguardo dell’artista contemporaneo: l’etica.

Chissà se passeggiando tra le opere esposte non inizi ad essere sempre più manifesto ad un animo recettivo, capace di liberarsi dai conformismi della propria epoca, i sensi all’erta, pronti a carpire dietro le forme date dall’artista, un tentativo di catturare, magari solo per la fugacità di un palpito delle proprie palpebre, lo spirito che anima la nostra epoca e il presagio che già si dispiega su quella che ancora deve venire. Al giorno d’oggi il senso etico va portato dentro di , più che mai. Un artista non può non sentire la propria opera come parte vitale e attiva della società in cui essa è immersa e allo stesso deve gettare le basi per qualcosa di nuovo che per la maggioranza di noi giace ancora nel dormiveglia delle nostre coscienze. 

Perché, se è vero quanto recita la suggestiva frase di Klee eletta ad emblema di questa Biennale, “nelle nostre vene scorre già il sangue di un tempo migliore”, all’occhio dell’artista la capacità d’interpretarne il presagio e parlarcene attraverso la propria arte, lo rende simile ad un angelo che non può non voltarsi indietro, magari senza celare un brivido di ribrezzo per le brutture dell’uomo ma munito di grandi, bellissime ali con le quali potrà librarsi dalla prigione di una contingenza che già rifiuta, che non è più sua per fondare le basi per una nuova stagione.

Il tema “Etica: DNA dell’Arte” esprime le motivazioni profondamente radicate nella New Florence Biennale e che consentono ai visitatori di esplorare nuove frontiere non solo etiche ma anche estetiche in grado di fornire gli strumenti necessari per riscoprire i valori fondanti del nostro tempo, magari richiamandosi idealmente a quegli stessi principi  che, come già durante l’Umanesimo, sarebbero capaci di ribilanciare l’essenziale apporto dell’artista  nel plasmare il tempo presente.

Nuove suggestioni e strumenti, non per forza convenzionali, sono quelli utilizzati dagli artisti selezionati dal comitato scientifico della Biennale,  che ha saputo fare della eterogeneità e dell’approccio transdisciplinare e metaculturale, il proprio criterio selettivo.
Le iniziative didattiche, laboratori creativi, seminari, e conferenze con artisti ospiti di fama internazionale hanno fatto di questi dieci giorni un momento di incontro e arricchimento culturale ed umano aperto a tutti.
Fermarsi. Intuire per poi comprendere senza prima irrigidirsi nell’infruttuosa pratica del giudicare a priori è la disposizione d’animo con la quale accostarsi a rassegne di arte contemporanea innovative come quella che si è appena conclusa a Firenze. Forse con questa apertura riusciremo, anche noi, a dispiegare un po’ di più le nostre ali immaginarie.

ELISA LARESE