Wonders of the Universe

DSCN2296Studio Tablinum: 84 Orchard Street, between Broome and Grand. There is an art gallery called “Artifact”. We are in New York City, the “Big Apple”, the city that never sleeps.

Here, from the 7th of September to the 28th , has exhibited a great Italian artist named Giorgio Tardonato.

He lives and works in Eupilio, a little town near Como. He’s a really kind man, one of those who is difficult to find nowadays, one of those who has old ways and habits. In few words, a gentleman. I have had the pleasure of knowing him personally, and the idea that I had of him turned out to be true: he shook my hand gently, a big smile lighting up his face, and together we have observed and discussed about his paintings that were in the gallery.

He has an impressionistic training. His kind of painting could be called “Space Art”, the founder of this current is Chesley Bonestell (1888-1986), an American painter, designer and illustrator.

DSCN2295In his works we find stars, galaxies, comets, star clouds but also fanciful galaxies of antimatter, negative skies and cosmic crystal.

Painting techniques are always in progress: oil on canvas or acrylics on canvas, brushes, spatulas, airbrush, inclusions, but also self made canvases, cuts filled with transparent resins and true gold inclusions, shapes: engraved or cut, transparent or opaque.

But the most important thing which characterize Tardonato’s operas is the attention that he puts to the creation of his artworks: before painting something he observe it thanks to a telescope. It is a really hard work which requires calm and precision and that’s why he uses lots of time for the creation of a canvas, also because he wants that his operas are realistic. In his artworks he mixes the passion for the Space and that for the painting, without creating something imaginary but at most he gives to the operas a free artistic interpretation, without departing it from the reality.

He’s a man with the head which tends to the sky but the feet on Earth, as it were.

DSCN2780In the exhibition of NYC there were operas which are connected with the scientific and the astronomical tools periods, two of Tardonato’s artistic phases.

In the scientific period there are oils on canvas, acrylic, opaque or glossy paintings. The dimensions are relatively big and the peculiarity of these early works is the scientific accuracy with many details. They are some of the most beautiful and famous heavenly bodies like “Antennae”, which represents a collision between two galaxies placed at 60 million light-years away in the constellation of the Raven. The name comes from the gravitational deformation which the two original spirals arm have, like the antennae of an insect. Or also “The South Polar Aurora” which represents the phenomenon of the aurora borealis and there are also other canvases which are always connected to stars, galaxies, globular clusters and nebulas.

In the astronomical tools period, instead, are painted the scientifical instruments which permits men to discover the wonders of Universe like ISS, the International Space Station which is inhabited by 3 astronauts and which allows to study celestial phenomena and make searches.

20140907_180053I think that this exhibition was really beautiful: the location was modern and quiet also if it was located in the middle of LES, the central borough of Manhattan. Orchard street is an important historical place empty of factories and shops, you can see tourist at any time. The set-up was great: the canvases exploded in the walls, lighted in a brilliant way which exalted the glossy effect of the canvases. All of this explain why there were people at any hour; most of all during the preview on Sunday because there was the fashion week.

DSCN2779A unique experience which is the result of the union of the location with the set-up and, but most of all, with the canvases.

In short, with this exhibition in New York, our artist has proven to be a really great painter that not only manages to capture the magic of Space and transmit it to us, but also manages to make us lift up our head to look at the wonders of the Universe. And to surprise us; which is something really rare today.

Camilla Oliveri

Wonders of the Universe

DSCN2296Studio Tablinum: al numero 84 di Orchard Street, tra la Broome & Grand, si trova una galleria d’arte di nome Artifact. Siamo a New York City, la “Grande Mela”, la città che non dorme mai.

Qui, dal 7 al 28 Settembre 2014, ha esposto un grande Artista italiano di nome Giorgio Tardonato.

Di origine comasca, vive e lavora a Eupilio, un piccolo paese in provincia di Como. È un uomo davvero pacato e gentile, di vecchio stampo, di quelli che non vedi più molto spesso in giro oggigiorno. Un gentiluomo insomma. Ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente e l’idea che mi ero fatta di lui in base a quello che mi avevano raccontato si è rivelata veritiera: mi ha stretto la mano con gentilezza, un grande sorriso gli illuminava il volto e insieme abbiamo osservato e discusso delle sue tele che erano lì in galleria.

Ha una formazione di taglio impressionista e il suo genere di pittura è “astronomico”, di cui l’iniziatore è Chesley Bonestell (1888-1986), un pittore americano, designer e illustratore.

DSCN2295Nelle opere ci sono stelle, galassie, comete, nubi cosmiche, ma anche fantastiche galassie di antimateria, cieli in negativo e cristalli cosmici.

Le tecniche necessarie sono in continua evoluzione: tele dipinte con colori ad olio o acrilici; pennelli, spatole, aerografo, scorrimento, inclusioni; anche tele autocostruite, con tagli riempiti di resine trasparenti e inclusioni d’oro; forme scolpite o incise, opache e trasparenti.

Ma la cosa che caratterizza principalmente la pittura di Giorgio è l’attenzione che pone alla creazione delle sue opere: prima di dipingere osserva il soggetto grazie a un telescopio e solo in seguito riporta l’immagine sulla tela. È un lavoro arduo e faticoso che richiede precisione e pazienza; ed ecco perché impiega anche anni a terminare una sua opera, oltre al fatto che vuole che siano realistiche. Nelle sue tele mescola la passione per lo Spazio con quella per la pittura, senza creare nulla di immaginario ed al massimo conferisce all’opera una libera interpretazione artistica, senza allontanarla troppo dalla realtà.

È un uomo con la mente protesa verso lo Spazio ma con i piedi sulla Terra, per così dire.

Nella mostra di NYC c’erano opere connesse al periodo scientifico e a quello degli strumenti astronomici, due tra le varie fasi artistiche di Tardonato.

DSCN2780Il periodo scientifico concerne opere ad olio, in acrilico, opache e lucide che hanno dimensioni abbastanza grandi e cura nella fedeltà scientifica con dettagli ed effetti di movimento. Sono alcuni fra i corpi celesti più belli e famosi come “Antennae”, che rappresenta il nucleo di uno scontro fra due galassie poste a 60 milioni di anni luce da noi, nella costellazione del Corvo. Il nome deriva dalla deformazione gravitazionale che hanno i bracci delle due spirali originarie, simili alle antenne di un insetto. O anche “Aurora Polare Sud” che rappresenta, invece, il fenomeno dell’aurora boreale; ma ci sono anche molte altre tele connesse alle stelle, alle galassie, agli ammassi globulari e alle nebulose.

Per quanto riguarda il periodo scientifico, invece, vengono dipinti gli strumenti tecnologici che hanno permesso all’uomo di conoscere le meraviglie dello Spazio come ISS, la “Stazione Spaziale Internazionale” che è abitata da 3 astronauti e che permettere di studiare fenomeni celesti e fare ricerca.

20140907_180053Credo che questa mostra fosse veramente bella: la location era moderna e tranquilla anche se si trovava nel bel mezzo del LES, il quartiere centrale di Manhattan. Orchard Street è un importante luogo storico pieno di gallerie d’arte e di negozi, si possono vedere turisti in qualsiasi momento. L’allestimento era grandioso: le tele esplodevano dalle pareti ed erano illuminate in modo tale da esaltarne brillantemente l’effetto lucido. Tutto ciò questo spiega perché ci fosse gente a qualsiasi ora; soprattutto per l’anteprima di Domenica durante la settimana della moda.
Un’esperienza unica che è il risultato dell’unione della location con il setup e, soprattutto, con le tele.

DSCN2779Insomma, con questa mostra newyorkese il nostro artista ha confermato di essere davvero un grande pittore che non solo riesce a cogliere la magia dello spazio e a trasmetterla a noi comuni mortali, ma riesce anche a farci alzare la testa per osservare le meraviglie dell’Universo. E a farci sorprendere; cosa assai davvero rara attualmente.

Camilla Oliveri

Olympos: Hermes, il Messaggero degli Dèi

Hermes_Logios_Altemps_Inv8624Studio Tablinum: basterebbero poche parole per definire il Dio Hermes, ossia: ladro, bugiardo e imbroglione. In verità  Hermes era anche un Dio generoso, alle volte, e andrebbe considerato un Dio vagabondo per la sua connotazione “professionale”; era il Messaggero degli Dei, faceva da tramite fra l’Olimpo e la terra, ma non solo, faceva da collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei defunti. E’ il Dio delle soglie, un ponte tra il visibile e l’invisibile e arriva sempre inatteso e con rapidità. Per questa sua capacità di essere ovunque e in nessun luogo, leggero e inavvertito, lo rendono non solo patrono delle comunicazioni e dei viaggi ma anche del furti; tutti i ladri di questo mondo, per forza di cose, debbono avere un protettore potente per potersi destreggiare con fugacità.

maiaFiglio di Zeus e della Pleiade Maia, Hermes è considerato uno dei dodici Olimpi, i suoi simboli erano il gallo e la tartaruga, era facilmente riconoscibile per il suo abbigliamento, il suo cappello e i suoi sandali alati, il borsellino ed il Kerykeion, il bastone da viandante. Zeus, per evitare di farsi scoprire dalla moglie Hera, segretamente sgusciava di notte fuori dal letto di nozze e si precipitava nella grotta dove la figlia del gigante Atlante Maia lo attendeva. Da questa unione nacque Hermes e non poteva che essere figlio del Padre degli Dei. Precocemente, la sera della sua nascita, scappò dalla sua culla e si incamminò nella boscaglia. Con stupore la prima cosa che vide fu una tartaruga, animale corazzato e buffo; Hermes preso dallo stupore riportò l’animale nella grotta e con un coltello lo uccise e dal suo guscio ne ricavò una nicchia dove vi posizionò sette corde di nervo di pecora che iniziò a pizzicare, in quell’istante ne scaturì un suono dolce ed armonioso che incantava. Era nata la Lira.

Hermes era un Dio dalla mente fervida e brillante, vedeva cose che gli altri non potevano nemmeno immaginare, e qui la sua seconda avventura, dopo solo un giorno di vita, stava per essere messa in atto. Si mise in testa di rubare le vacche sacre del Dio Apollo, suo fratello. Cosi Hermes depose il nuovo strumento musicale e si incamminò verso i monti della Pieria, dove pascolava la mandria degli Olimpi. Radunò la mandria e la portò via con se, accorto che le vacche camminassero tutte all’indietro per non lasciare tracce direzionali su di un terreno sabbioso. Mentre per confondere le idee costui prese delle calzature enormi con foglie e rami, pensando che nessuno avrebbe mai sospettato che il ladro fosse un bimbo in fasce, ma un gigante o un mostro.

Arrivato in un luogo sicuro nascose le vacche e ne macellò due, che con buon appetito hermes e argodivorò in loco. Si pensa che quel gesto portò il Dio Hermes ad inventare il fuoco e nuove tecniche per cucinare gli alimenti. Insomma dopo ventiquattrore di vita l’infante inventò la Lira, il fuoco e l’arte culinaria.

Apollo, recandosi al pascolo per il controllo quotidiano, si accorse che mancavano all’appello cinquanta vacche e non si capacitava del fatto che le impronte provenissero da una parte improbabile e poi quelle impronte giganti, nessuno poteva lasciare impronte simili. Visto al lavoro un vignaiolo lo interrogò ed il vignaiolo, che non se la senti di mentire al Dio del Sole, racconto un fatto strano, un bimbo che conduceva una cinquantina di vacche che procedevano all’indietro. A quel punto Apollo andò su tutte le furie e si precipitò nella grotta, dove nel frattempo il neonato furfantello Hermes era tornato per un riposino ristoratore. Preso Hermes per un orecchio lo condusse sull’Olimpo. Una volta al cospetto del Padre degli Dei, Hermes giurò e spergiurò che non sapeva nulla di queste “vacche” ma che era solo un povero neonato. Zeus a quel punto rimproverò il neonato intimandogli la restituzione del maltolto e ammonendo Hermes di comportarsi in futuro in modo più corretto, ammonimento che Hermes non seguì mai per via della sua natura scaltra e furtiva. Tuttavia, per fare pace con il fratello Apollo, gli donò lo strumento che da poco aveva inventato, la Lira. Avendola nelle sue mani Apollo divenne anche il Dio della Musica.

Hermes IVCome dicevamo prima Hermes era il Dio protettore dei viandanti, dei commercianti e dei ladri ma essendo un messaggero che viaggiava per tutto il mondo aveva anche un compito più gravoso, ossia quello di accompagnare le anime dei defunti nell’Aldilà, nell’Ade. Il Dio le radunava e con il suo bastone magico le conduceva attraverso le porte dell’inferno dove esse erano condannate a rimanere in eterno e questa operazione si ripeteva tutte le notti, non a caso Hermes veniva anche identificato come una divinità esoterica. Malinconico custode dell’oltremondo.

Era venerato in tutta la Grecia, ma il centro più importante dove veniva praticato il suo culto era a Feneo in Arcadia.

Diciamo inoltre che sull’Olimpo per lui il lavoro non mancava mai, veniva anche impiegato nel disbrigo delle faccende domestiche come pulire la tavola degli Dei, dopo i banchetti, oppure fare il loro coppiere, insomma una sorta di Dio “factotum”.

perseoLe sue molteplici vicende lo vedono aiutare il semidio Perseo nell’uccisione della Gorgone, procurando a Perseo il falcetto di Zeus, le sue scarpe alate, l’elmo di Ade e lo scudo di Atena.

Andò sul grande Caucaso nel tentativo di convincere il Titano Prometeo a svelargli la profezia sulla fine degli Dei Olimpi ma Prometeo, il Titano amico dell’uomo, si rifiutò di parlare e prolungò cosi la sua sofferenza di prigioniero.

Partecipa, come le altre divinità, alla guerra di Ilio parteggiando per gli Achei, anche se proteggerà sempre il Re Priamo, soprattutto quando il vecchio Re andò nell’accampamento dei greci per rivendicare il corpo del figlio Ettore.

Aiutò anche l’eroe Odisseo nel suo rientro a casa, dopo il consiglio degli Dei che stabilì che il Re di Itaca potesse fare ritorno alla sua isola, Hermes si recò dalla Ninfa Calypso per convincerla a far partire Odisseo. Il Messaggero degli Dei aiuto ancora Odisseo dandogli un antidoto contro le pozioni della maga Circe che tramutavano gli uomini in animali.

ErmafroditoGli amori di Hermes furono diversi e tutti con conseguenze bizzarre per la sua discendenza, essendo il Messaggero degli Dei ambiguo nella sua natura stessa, chiaramente, anche la sua prole era alquanto stravagante.

L’amore per la Dea Afrodite portò a generare uno splendido fanciullo dal nome Ermafrodito*. Si dice che Ermafrodito avesse la bellezza di Afrodite e le vivacità di Hermes, nel suo nome sta la chiave degli illustri genitori, ma accadde che durante una scampagnata per i boschi il bel giovane si trovò nei pressi di una fonte e decise di prendersi un bagno, non sapendo però che la Ninfa Salmacide, protettrice di quella fonte, lo spiava interessata a tutta quella bellezza e non appena il ragazzo si tuffo nelle dolci acque della fonte Salmacide entro anch’essa in acqua e si unì a lui, il giovane Ermafrodito, che non voleva saperne di congiungersi con Salmacide, tento di divincolarsi ma la Ninfa presa da una furia cieca fece un giuramento solenne a gli Dei: non venga mai il giorno in cui i nostri due corpi si staccheranno… Pronunciato questo giuramento dall’acqua usci un essere che non era né uomo né donna ma entrambe le cose. Aveva fattezze da fanciulla ma attributi maschili.

dio-panUn altro figlio bizzarro di Hermes, avuto con la ninfa Driope, fu il Dio potente e selvaggio Pan. Hermes avrebbe sedotto la ninfa sulle montagne dell’Arcadia. Invaghitosi di lei il Messaggero degli Dei si trasformò in un caprone e si avvicinò furtivamente alla ninfa, una volta giunto nei suoi pressi con un balzo gli fu addosso e abusò di lei. Ecco perché da questa unione nacque una divinità tanto capricciosa e surreale, metà uomo e metà capro. Si dice che Driope appena vide questo suo figlio ne fu talmente spaventata che lo abbandonò nei boschi.

Pan era una divinità, come suo padre Hermes, che amava i boschi, i pascoli e la campagna, grande amante del sesso e della danza, era solito inseguire le ninfe mentre suona il suo strumento, la siringa o flauto di Pan. Era anche un dio scherzoso e appariva d’improvviso terrorizzando** pastori e viandanti emettendo urla terrificanti.

mercurio-mitoMentre un figlio di eccezionale furbizia, come il padre Hermes appunto, fu Autolico, padre di Laerte e nonno di Odisseo. Nacque dall’unione fra il Messaggero degli Dei e Chione, figlia di Dedalione. Autolico, grande ladro, aveva la capacità di rubare qualsiasi cosa a chiunque e senza essere scoperto. Autolico fu anche un componente degli Argonauti e dispensò consigli al nipote Odisseo durante il loro incontro, non a caso Odisseo era scaltro e ingannatore.

Come avrete compreso siamo di fronte ad un Dio dalle molteplici capacità, non sempre leali e cristalline, ma per i greci Hermes era un Dio a cui votarsi in caso di bisogno pratico: prima di un viaggio, prima dell’apertura di un’attività commerciale o prima di un furto, era bene avere il Dio Hermes come protettore.

Il Prossimo mese tratteremo le vicende della Dea della Saggezza, Atena.

Alessandro Cerioli

*Ancora oggi definiamo Ermafroditismo il fenomeno con il quale una specie animale o vegetale può produrre, in ambo i modi, i gameti maschili e quelli femminili.

** Ancora oggi parliamo di “panico” per le paure improvvise e immotivate.

LA DANZA LUMINOSA DEL SILENZIO

copertina libroStudio Tablinum: per una lettura de “Il Nome del Nulla” di Paola Tricomi

Lo sguardo rivolto verso l’interno,  a  quell’ “oscuro regno del nulla e del tutto” donde si dirama, nella totalità e nella complessità delle sue manifestazioni, ciò che ha nome di vita, essere, esistenza. Un segno chiaro del carattere già maturo di questa poesia è nella possibilità di cogliervi una notevole consonanza fra il livello del significante e quello del significato. La poesia di Paola Tricomi nasce dall’ascolto, scaturisce da un’attenzione continua ad ogni minimo palpito del cuore, di quello “thymos” che la poetessa stessa indica come serbatoio di una sorta di magma che è l’erompere dei moti dell’animo; al lettore essa chiede che si abbandoni alla musica che la pervade, e che le dona senso già prima che la mente del lettore elabori razionalmente i concetti e le immagini. La lezione della poesia novecentesca vi è presente non meno di quella antica, anzi –direi- intrinsecamente fusa con essa.  Segno di questa sintesi, la presenza di un repertorio di immagini ricco e vario, che tesse un ordito limpido e scintillante (“a maglie d’oro”, per usare la medesima espressione che l’autrice usa a proposito dell’anima) , su cui s’innesta una tramatura di riflessioni sul senso dell’essere che situano la sua poesia al crocevia fra quella di carattere gnoseologico di ascendenza leopardiana e montaliana e quello specifico carattere della poesia del primo novecento , che ama accostare “immagini lontane, senza filo”, come scrive Ungaretti, per portare alla luce aspetti inediti e spesso contraddittori dell’umano vivere. Di qui discende una certa impressione di ermeticità che una prima lettura dei versi potrebbe dare. Si tratta in realtà di conoscere non con la sola ragione né col solo sentimento, ma di unire tutte le facoltà come antenne multiple e convergenti verso il medesimo obiettivo.

Lente cadenze di versicoli spesso monoverbali o quasi, a distillare il senso delle cose, e poi un’impennata improvvisa, una danza ritmata, poi allegra, poi pazza, poi furente e quasi bacchica: lo thymos che sente e scrive si muove agilmente ora dentro ora fuori di sé, disegnando un percorso dove la densità di senso si lascia scoprire solo attraverso un processo di scarnificazione, che porta all’essenziale, a una nudità algente e spaventosa come la verità, che questa poesia trova scavando impietosamente per gettare all’aria gli orpelli, il di più, l’inutile mistificante. Il vedersi vivere torna in questi versi non come un’uscita da sé, un’alienazione e un’estraneità che allontana le emozioni ed emarginandole riesce a vedere e a capire con maggiore lucidità; piuttosto, invece, si tratta di rimanere tutti dentro sé stessi, come concentrati e attenti, tutti tesi a percepire ogni accordo che il tempo scandisce, a cogliere ogni gesto, ogni mossa, tutti i “passi da copione” da recitare lasciandosi sul volto “la maschera ridente” nella quale, dall’interno appunto, lo sguardo scopre “buchi lasciati, spazi per guardare, vuoti profondi in occhi di carnevale”. Naturalmente, il tutto è lì a disposizione di chi ha occhi per vedere! Le lacrime della maschera sono dette “interne”, e sembrano quasi soffocate, o meglio lasciate scorrere nell’indifferenza, la stessa che avrà il pubblico della recita che è la vita, capace solo di applaudire ciò che si vede all’esterno.

La musica che accorda e intona questi versi è la medesima che , dopo la fase “entusiastica” –nel senso dionisiaco!-  è capace di fare una pausa per accordare cuore e mente, e ascoltare le domande che quest’ultima si pone, e che introducono nel continuum musicale-emotivo di questa poesia delle pause meditative e riflessive. E poi, dopo altre evoluzioni di pensieri che l’autrice ha la singolare capacità di reificare , rendendoli quasi concreti e tattili oggetti ognuno percepibile ed esperibile dal lettore nel suo peso specifico, ecco prorompere il più rumoroso protagonista di questa poesia: il silenzio! Esso arriva e s’accampa quando dalla maschera, forse attraverso le fenditure e i buchi, la poetessa passa a trovare il volto, a fare la scoperta che fece trasalire Psiche quando vide il volto di Amore. Qui, tuttavia, nessun veto divino, almeno esplicitamente imposto. Resta una nenia, che incessante rompe il silenzio con l’urgenza delle domande di senso: “Chi tu mai fosti? Chi, d’essere, sarai?”. Nel secondo di questi versi si arriva quasi al puro divertissement verbale, al gioco fonico, nel rincorrersi delle varie voci del verbo oggetto dell’inesausta ricerca, quasi fosse un gioco di specchi che si perde all’infinito o una eco che finisce per saziarsi di sé stessa, senza compiacersene, nel turbinio di riflessioni su emozioni che conduce all’impossibilità di arrivare a una risposta che appaghi.

La direzione del movimento si sposta ancòra, e dallo spazio passa al tempo, e se ne può vedere la danza, si possono sentire tutte le variazioni ritmiche che attraversa nel suo scorrere inesorabile, che rende il passato come una casa troppo piccola per potervi abitare e al contempo disfa quei legami che davano senso all’andare e sicurezza al cuore, e scopre la solitudine del cammino. E una nuova mano guida per un mare tempestoso ma  che si deve attraversare, perché è la vita stessa, e l’unica modalità per attraversarlo è abbandonarvisi, nella certezza che una mano ci culli. Il bisogno di sostituire alle certezze dell’infanzia una nuova certezza, di tenere un’altra mano erompe dal cuore come un bisogno puro e vero, e rivela la fragilità dell’umana natura, che torna – o forse resta- bambina anche, e forse ancor più e a maggior ragione-  nell’età adulta, l’età delle maschere. Il bisogno di autenticità emerge naturalmente prepotente, e in questo magma di emozioni e istinto si leva improvvisa la voce che chiama in causa gli antichi, l’imperatore Marco Aurelio in particolare, celeberrimo regnante e filosofo, tutto teso alla ricerca di una onestissima virtù che chiede, esige impegno in prima persona, e forse chiede anche troppo –ma sempre in buona fede- a sé stesso, l’autarchia che la fragilità umana, splendidamente caduca, non sa attingere a nessuna fonte. Vorrei approcciare qui l’aspetto della presenza dell’antico nella poesia di Paola Tricomi: lungi dall’essere puramente esornativa ed erudita, essa si fa ora confronto vivo, inevitabile e imprescindibile con un’umanità di forte sentire che chiama, esorta,  interroga, spinge al confronto, ora  serbatoio lessicale cui si deve ricorrere perché dotato di una ricchezza e pregnanza di senso dalla quale, volenti o nolenti, non si può prescindere.

Un’attenzione particolare, nel perenne fluire delle cose che sono, è rivolta a ciò che resta, a quelle “crepe e cocci” che danno il titolo a una delle sezioni dell’opera. Sono piccole reliquie di un tempo impietoso, rimaste lì, nel silenzio, nel bianco, come tutto ciò che conta ed ha senso. Ciò che resta: e poco, questo è vero, ma è prezioso. Si scopre così il peso dei ricordi e il bisogno di una continuità, di ricomporre un ordine e di segnare un cammino chiaro e unidirezionale rimettendo a posto tutto quello che i ricordi per loro natura turbano e sconvolgono.

Il rincorrersi di suoni ha una certa frequenza: così in “Mie costellazioni”, dove si legge  “Sogno boccoli d’oro, di intrecciarli fra le dita, di intrecciare intrecciare intrecciarmi inebriarmi…”, o in “Aurea memoria”, “di un animo che trascorre al trascorrere stesso” o in “Notturno”: “quel cielo ricurvo su sé ricurvo”. Significative anche le sequenze asindetiche di aggettivi, che conferiscono al dettato poetico la capacità di ritrarre compiutamente in pochi tratti degli oggetti di per sé impalpabili come gli attimi di cui il tempo è composto (“attimi/al secolare passo/cadenzato regolare armonico” in “Il presente del passato”) o la bellezza come effetto del potere della poesia in “Ti cerco”: Poesia, forse l’essenza ancora capace/di ricondurre alla bellezza limpida lucente lineare di un tratto, un contorno”. Ancora in “Monologo ad una sigaretta immaginaria” si legge “Prendere forma in ciò che da sempre si è desiderato essere e desiderare essere l’immagine che desiderava”.In “Farti, farmi una culla”, poi,  tutto il testo andrebbe letto per apprezzare questo gioco di specchi, che è poi tuttuno col destino stesso del poeta: “una vita senza vita…dare forma al fumo, dal bianco al bianco…autentica finzione, alchimia…oppure vivere due più volte infinite in immagini moltiplicate di un tono più intenso planando nell’intus profondo a pulviscoli?”

Nella profondità dello scandaglio poetico che l’autrice fa scendere negli abissi del suo cuore, è interessante notare come, dal buio profondo dello thymos, ella sia capace di far affiorare sempre la luce (d’altronde, come scrive il prof. Savoca nella postfazione al volume, “luce” è il termine a più alta frequenza nella raccolta!).

paola tricomi 2Pare che in questa lettura ci si muova prima dalla superficie verso il centro dell’essere, e poi al contrario: catabasi e anabasi che sono sapientemente incluse in una vera e propria struttura anulare che inizia e finisce con lo thymos, che parte dal desiderio di descrivere e arriva alla conclusione che il dolore non si può rendere all’esterno: solo l’inesausta ricerca ha senso: “Cercami sempre…e ci sarò”.


Elio Distefano

Olympos: Artemide, la Dea della Caccia

Artemide statuaStudio Tablinum: questa è la Dea più austera e proba dell’Olimpo, oggi giorno potremmo definirla una “single convinta”, non era una Dea che legava molto con il sesso maschile.

La Madre degli Dei Hera l’additava di essere troppo incline ad una natura  mascolina e rozza; ma in verità a parlare era solo la gelosia, dopo l’ennesima scappatella del marito Zeus, questa volta con Latona,  con la quale generò, oltre ad Artemide, anche il Dio Apollo, che abbiamo trattato il mese scorso.

Si narra che Artemide, nata primigenia, aiutò la madre Latona a partorire il fratello divino. Artemide, seduta sulle ginocchia del padre divino, chiese di avere un arco come il fratello Apollo e di avere una schiera di Ninfe e Oceanine che accudissero i suoi cani, quando lei non era a caccia, e che si prendessero cura della sua persona. Zeus da padre generoso concesse ad Artemide quanto richiesto, concedendole inoltre di rimanere vergine per sempre.

oceanineCelebre per la propria austerità, Artemide fu eletta patrona delle iniziazioni femminili, alla quale tutte le fanciulle facevano appello. Adorata in tutta la Grecia, i suoi luoghi di culto si trovavano in quasi tutte le città, soprattutto la nativa Delo e la guerresca Sparta. I suoi simboli sacri erano il cervo ed il cipresso.

Micidiale con la sua muta di cani, che tenevano testa ai leoni; un regalo del Dio Pan. Scorrazzava fra i boschi in cerca di animali da trafiggere con il suo temibile arco, dono questo dei Ciclopi. Il suo corpo atletico e snello con la sua corta tunica da cacciatrice poteva apparire terribilmente sensuale e fu quello che accadde.

atteoneUn giorno, fra i boschi che circondavano Tebe, Artemide si prese un bagno in una delle sorgenti che sgorgavano fresche dal monte Citerone. Trovandosi nei paraggi, per sua disgrazia, il principe tebano Atteone, non poté non contemplare quella bellezza statuaria. Ma nessuno poteva guardare impunemente il corpo di una Dea, e Artemide, accortasi dello sguardo lascivo di Atteone, getto sul viso del malcapitato dell’acqua e immediatamente Atteone si trasformò in un cervo. A quel punto i cani di Artemide, sentito l’odore della bestia nei paraggi, accorsero e ridussero il povero malcapitato in brandelli. Solo quando vide la morte atroce del principe, Artemide placò la propria ira.

caccia calidoniaIn quest’altra vicenda, Artemide mandò un cinghiale di enormi dimensioni contro la città di Calidone*, poiché il suo re Oineo era venuto meno alle offerte rituali dovute alla Dea della Caccia. Questo cinghiale devastò i campi coltivati, Oineo, esasperato, cercò di liberarsi dell’animale, organizzando una battuta di caccia* alla quale parteciparono su invito del re, diversi eroi presenti in Grecia; vediamo la presenza dei gemelli divini Castore e Polluce, di Admeto e Linceo, degli Argonauti Laerte e Giasone e della giovane cacciatrice Atalanta. Con simili cacciatori la fiera non ebbe scampo.

Anche Artemide, come le altre divinità dell’Olimpo, prese parte alla guerra di Troia, parteggiando, come il fratello Apollo, per i troiani. Quando però ebbe a vedere che il fratello abbandonava i suoi protetti per rifugiarsi sull’Olimpo, prese ad insultarlo e lo esortò a ritornare a combattere al fianco dei troiani, Apollo non si degnò nemmeno di risponderle e se ne andò. In quel momento la Madre degli Dei, stanca di questa giovane Dea così baldanzosa, le si piazzò davanti e, con velocità fulminea, le sottrasse l’arco e stringendole i polsi prese a picchiarla sulle orecchie deridendola. Una volta che Hera termino questo trattamento lasciò andare Artemide che spaventata e addolorata si rifugio sull’Olimpo, sulle ginocchia del Padre degli Dei che provvide a consolarla.

artemideLa Dea della Caccia a suo agio nei boschi e meno sui campi di battaglia era anche una Dea vendicativa e in questo tratto era uguale al fratello divino. Contribui ad uccidere i dodici figli di Niobe, figlia del re Tantalo, che vantandosi della sua prole volle fare dei paragoni inopportuni con la madre di Artemide e Apollo, Latona.

Una fine analoga toccò anche al cacciatore Orione, che tento di insidiare la Dea della Caccia. Artemide a quel punto gli mando contro tutti gli animali feroci e selvatici, ma essendo Orione un abile cacciatore li uccise tutti. Artemide a quel punto giocò d’astuzia e mandò contro al Gigante uno scorpione, animale piccolo e velenoso, che punse a tradimento Orione uccidendolo *. Anche questa volta il suo voto di castità fu salvo.

callistoPoiché rispettava ligiamente il proprio voto di castità, Artemide voleva che anche le sue Ninfe e Oceanine facessero lo stesso. Ma questo non accadde a Callisto, la più bella delle Ninfe, che perse la verginità per mano di Zeus. Il Padre degli Dei si presentò alla Ninfa sotto mentite spoglie e quando si rivelò, era ormai troppo tardi per Callisto. Il frutto di questo rapporto violento con il Padre degli Dei non tardò ad arrivare e Callisto, durante uno dei bagni che le Ninfe si concedevano nelle sorgenti boschive, venne scoperta gravida da Artemide che si infuriò con la sua Ninfa e per punirla la trasformo in orsa, tramutando la sua bellezza in bestialità. A distanza di anni, per puro caso, il figlio della Ninfa, Arcade, durante una battuta di caccia rischiò, inconsapevolmente, di uccidere la madre tramutata in orsa. Ma in quel frangente intervenne Zeus che conscio delle sue responsabilità decise di trasformarli entrambi in costellazioni: l’Orsa Maggiore e L’Orsa Minore**.

taigeteNella vicenda di Taigete, una delle Pleiadi, Artemide cercò di intervenire per salvare la propria compagna di caccia, dalla morbosità del padre Zeus, trasformandola in un a cerva, ma il Padre degli Dei non si fece ingannare e riusci comunque a possederla. Da questa unione nacque il fondatore della città di Sparta: Lacedemone.

Grande aiuto diede al padre Zeus quando i due Giganti Oto ed Efialte decisero di assaltare l’Olimpo. Per poco i due Giganti non vi riuscirono, catturando da prima il Dio della Guerra Ares, che fu imprigionato in una vaso per tredici mesi, e poi mettendo in seria difficoltà tutti gli Olimpi. La giovane Artemide a quel punto si trasformò in una splendida cerva e si mise a correre fra i due Giganti che, per non farsela sfuggire, da provetti cacciatori quali erano, lanciarono le loro lance contemporaneamente finendo per trafiggersi l’un l’altro.

La Dea della Caccia aveva una sorta di doppia personalità, un lato benevolo con le fanciulle, che si iniziavano ai suoi riti sin dalla tenera età, e uno oscuro e notturno.

Artemide_EfesiaAd Efeso, città che venerava la Dea Artemide, sorgeva il suo santuario principale e il suo tempio era considerato una delle sette meraviglie del mondo antico, qui ci si rivolgeva alla Dea “buona”, l’Artemide degli efesini, come veniva definito il suo simulacro, di un colorito bruno e dal busto interamente coperto da mammelle. Mentre nella lontana Tauride, esisteva un santuario nel quale si pregava alla Dea “oscura”, e dove si compivano riti sinistri e orrendi. Si narrava che ad officiare questi riti fosse Ifigenia la figlia di Agamennone, re di Micene, costretta a servire la Dea in quelle terre barbare e inospitali a seguito del salvataggio della Dea in occasione del sacrificio intrapreso per ordine del suo stesso padre Agamennone, a seguito del vaticinio di Calcante, che dichiarò l’orrendo atto indispensabile per dare inizio alla guerra di Troia. La povera Ifigenia fu ritrovata fortunosamente e riportata a casa dal fratello Oreste, andato in Tauride per espiare la colpa del matricidio commesso per vendicare l’uccisione del padre Agamennone.

Questo suo lato oscuro e questa sua dimensione lunare, portarono la Dea Artemide ad essere associata alla Dea della Luna che con il suo cocchio portava in cielo la luna nuova.

Il prossimo mese conosceremo meglio il latore di ogni messaggio, buono o cattivo, proveniente dagli Dei, il Dio furbo e bugiardo Ermes.

* La caccia calidonia è un tipo di caccia ancora in auge in alcune nazioni balcaniche

**Per via di questo racconto mitico, quando si osserva il cielo notturno, si può notare che le stelle Pleiadi fuggono dalla costellazione di Orione mentre Orione fugge dalla costellazione dello Scorpione.

***Ancora oggi possiamo ammirare le due costellazioni nel cielo notturno e guardando le stelle dell’Orsa Maggiore potrete pensare alla Ninfa Callisto.

Alessandro Cerioli

Civita di Bagnoregio, “la città che muore”

Studio Tablinum: esiste una città, in Italia, dove le automobili non circolano, arroccata sulla cima di uno sperone tufaceo e raggiungibile solamente attraverso un ponte, abitata da dodici persone. Il suo fascino irreale, da fiaba, ha attirato l’interesse di molti registi e tantissimi turisti, dagli americani ai cinesi. Stiamo parlando di Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, chiamata anche “la città che muore” a causa della sua natura geologica. Essa infatti è situata sulla cima di un colle tra le vallate formate dai torrenti Chiaro e Torbido, e la sua posizione isolata è dovuta alla progressiva erosione della collina e della vallata circostante, che ha dato vita alle tipiche forme dei calanchi, – piccoli bacini delimitati da creste e pinnacoli creati dall’ azione di dilavamento delle acque su rocce argillose degradate.

                                                  
La città venne fondata 2500 anni fa dagli Etruschi, i quali, come i Romani in seguito, dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell’area attraverso le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti. Testimonianze della presenza etrusca sono la struttura urbanistica dell’intero abitato, una necropoli ritrovata nella rupe sottostante il belvedere della zona di San Francesco vecchio; il “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato, che permette l’accesso, direttamente dal paese, alla Valle dei Calanchi; in ultimo, la grotta di San Bonaventura, nella quale si dice che San Francesco risanò il piccolo Giovanni Fidanza, divenuto poi San Bonaventura, è in realtà una tomba a camera etrusca.
Dai pochi documenti reperiti risulta che Civita di Bagnoregio e Bagnoregio fossero due contrade di una stessa città che fino al XI sec. era denominata Balneum Regis. La leggenda vuole che a darle questo nome sia stato Desiderio, re dei Longobardi (756-774 DC), guarito da una grave malattia grazie alle acque termali presenti nella città. Alla fase longobarda mise fine Carlo Magno nel 774, restituendo il territorio al Pontefice. Da questa data Balneum Regis entra a far parte del dominio della Chiesa anche se durante il periodo feudale la città, con il suo atteggiamento sempre ribelle e forte, diventò un serio problema per il papato. Alla metà del XII secolo Bagnoregio si costituisce libero comune, ma vedrà la sua autonomia minacciata dalle mire dell’Impero. La città viene occupata nel 1186 dal figlio di Federico Barbarossa, Enrico IV, che punta contro Orvieto. I rapporti ostili con Orvieto caratterizzano l’intera storia medievale di Bagnoregio, in special modo la casata dei Monaldeschi tentò di stabilire il controllo sulla città al fine di preservarla come presidio guelfo nel quadro degli scontri contro i ghibellini di Viterbo. I continui sfruttamenti fiscali a danno degli abitanti di Bagnoregio finirono per provocare una violenta ribellione che portò alla distruzione del castello della Cervara, dal quale i Monaldeschi avevano esercitato il loro potere per oltre un secolo. A ricordo di questi eventi furono murati, al di sopra dell’area della Porta di Santa Maria due leoni in pietra basaltica che tengono teste umane tra le loro zampe a ricordo della vittoria del popolo di Civita.

Nell’ultimo decennio del XV sec. si rafforza il controllo della Chiesa sulla città: inizia il “governo dei cardinali” i quali esercitavano il potere a mezzo di luogotenenti, limitando così le libertà comunali, che videro la loro fine quando nel 1592 venne istituita la Congregazione del Buon Governo con lo scopo di esercitare una stretta sorveglianza su ogni attività dei comuni.

                    
Il declino della città di Civita comincia dopo il terremoto del 1695, che provocando gravi danni alle strade e agli edifici, costrinse molti abitanti a lasciare la città.
Il susseguirsi di altri terremoti con conseguenti frane e smottamenti che rischiarono di far restare Civita completamente isolata, contribuì ad incrementare il trasferimento della popolazione altrove, fino ad un quasi totale abbandono. Solo nel 1965 venne costruito il ponte in cemento armato che oggi permette di raggiungere la città.
Oltre alla Porta di Santa Maria, unico accesso alla città, all’interno del borgo rimangono varie case medievali, la chiesa di San Donato, che si affaccia sulla piazza principale e dove al suo interno è custodito il S.S. Crocefisso ligneo, il Palazzo Vescovile, un mulino del XVI secolo e la casa natale di San Bonaventura.

                                 
Il vecchio paese è iscritto all’associazione de I borghi più belli d’Italia. Per la sua posizione geografica suggestiva e il suo impianto medievale è stato diverse volte utilizzato come set di numerosi film, tra i quali I due colonnelli (1962) di Steno con Totò protagonista.

Francesca Corsi

Olympos: Apollo, handsome and cruel

296px-Roman_Statue_of_ApolloStudio Tablinum: He was the most handsome god of the Olympus. Amongst the Olympian deities, Apollo had harmony and grace, he knew how to play music and the Muses, goddesses of song and poetry, belonged to him. He could also be violent and his vengeances were very cruel.

Son of Zeus and Leto, he was born when his mother, tired of escaping from Hera, jealous of her husband’s umpteenth fling, sought refuge in Ortygia. As a gesture of gratitude, Apollo placed the island at the centre of the Ancient Greek world and renamed it Delos. He and his sister Artemis, goddess of hunt, were brought forth under a palm and the father Zeus received them with splendid gifts.

The Sun itself was his symbol and other animals such as the swan, the raven, the cicada, the snake and the wolf were also sacred to him. He also had an incredible talent for archery.

Apollo was worshipped in different parts of Ancient Greece, particularly in Delphi. Another epithet was Phoebus which literally means “bright”.        

 

pizia delfiSince he was young, Apollo had a combative and intense life, one of his most heroic adventures was the killing of the dragon Piton who had tried to rape Leto, while she was already pregnant. Apollo found the dragon in his cave, near Delphi, where the god was worshipped and it is no coincidence that the priestess of his cult, Pythia, was also called Pythoness.      

 

manfredi_bartolomeo_511_apollo_e_marsiaSatyr Marsyas was the victim of one of the most cruel among Apollo’s revenges. Marsyas boasted about his musical skill on the aulos, claiming that his ability was far superior to that of Apollo on his lyre. He challenged the god to a musical contest: the Muses were the judges and the terms stated that the winner had the right to treat the losing rival any way he pleased. The contest started and then ended in a tie. Apollo could not accept such a result and invited the Satyr to play his instrument upside down, Apollo’s lyre was perfect to be played but Marsyas was not able to blow into his flute and lost the competition. Apollo’s punishment did not take a long time to happen: Marsyas was pinned to a tree and flung alive.    

 

niobeAnother terrible action involved the queen of Thebes, Niobe, who bragging about her seven daughters and seven sons dared to mock the mother of the sun-god, claiming that she had only a son and a daughter.

The divine children were skilful archers and used the arch that Zeus had given to Apollo to slaughter Niobe’s offspring; only two were spared and Leto’s honour was saved.

 

criseide

During the ten-year battle under the walls of Ilium, Apollo was always on the Trojan side. An episode risked to compromise the Greek conquest of Ilium: as they first landed on Trojan shores, the Greek imprisoned the beautiful Chryseis, daughter of the soothsayer Chryses. When the father  attempted to ransom her, king Agamemnon refused, mocking and chasing him away. The heart-broken priest prayed to Apollo in order to make the Greek king change his mind. The angered god accepted Chryses’ prayer and fling a rain of darts on the Achaeans’ camp. Only when Chryseis was returned to his father, the darted rain ceased.

 

morte di achilleTo be honest, it was not the only time that the god interfered in the warriors’ adventures: Achilles himself died as Apollo diverted the arrow that the Trojan prince Paris had thrown against the hero’s only point of weakness, his heel.

 

Apollo undoubtedly was a violent god, but his nature urged him to compensate such brutality with gestures of great magnanimity: it was not rare to see him forgiving men who had committed murders; he acquitted even Orestes who had killed his own mother Clytemnestra.

He was a deity who could cause the most terrible plagues and halted them at once.

 

asclepioOne of his most eminent sons was Asclepius, the god of medicine, he was the son of Apollo and a mortal woman, Coronis. He was a peerless healer in the Classical world, but unfortunately, his knowledge originated from a tragic event: when Apollo became aware of Coronis’ unfaithfulness, he killed her cutting the baby she was carrying from her womb and gave him to the wise centaur Chiron. It was Chiron who instructed Asclepius in the art of medicine. Throughout his life, the god became so proficient to the point that not only could he heal people, but he could also bring them back to life, breaking the laws of Fate and Cosmos.

Zeus resorted thus to kill Asclepius with one of his thunderbolts. He was remembered as a healer as well as a benefactor, and at Epidaurus a sanctuary in his memory was erected.

 

driopeTaking after his father Zeus, never were Apollo’s loves trivial. He turned himself into a turtle in order to seduce the nymph Dryope, and he chased her into the wood where she was accustomed to play with her friends. The curious Dryope put the animal on her lap which turned again into the god and raped her.

 

apollo e dafneNymph Daphne was luckier, whilst escaping from Apollo, she prayed the gods for being transformed into something less attractive to the sun-god’s eyes. The gods granted her wish turning her into a plant that we still admire for its beauty, the laurel.

 

Princess Marpessa loved the brave Idas and was loved in return, but Apollo himself was intrigued by the girl’s beauty. After a long and merciless duel, the two rivals were still even. Zeus intervened giving Marpessa the possibility of choosing between her mortal lover and the god. Marpessa chose Idas, reasoning that the god would not have stayed by her side for rest of her life, and would have vanished as soon as the first wrinkles had appeared on her face.

 

???????? ??????????? ????????? ? ????????-????? Gallerix.ruOne of the most passionate loves of Apollo ended tragically. Hyacinth and the god were inseparable, both handsome and athletic, they loved throwing the discus. During a challenge, the sun-god threw the discus and accidentally hit his lover on the neck. Hyacinth fell to the ground and died. The god never forgave himself and from the youth’s blood, a bright crimson flower bloomed, the hyacinth.

 

Guido Reni, L'aurora, Casino dell'Aurora, Palazzo Rospigliosi, RomaGreek loved and feared Apollo, particularly for his ambiguity, handsome and cruel as he was, capable of great gestures as well as despicableness. However, on his chariot of fiery horses, he carries the sun giving light to the world every single dawn.

 

Next month we will be dealing with the adventures of the goddess of hunt, Apollo’s sister, Artemis.                    

 

 

Alessandro Cerioli 

Traduzione di Elisa Campana