Benvenuti in Messico, angolo di paradiso in terra

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Tablinum: questa volta vogliamo farvi assaporare un luogo lontano dall’Italia, facendovi immergere nella calda atmosfera del Messico: parlarvi dell’intero ‘labirinto della solitudine’, come definì questa terra il poeta e saggista Octavio Paz, sarebbe un’ardua impresa. Dovremmo percorrere un territorio che va dalla Bassa California alla capitale, la cosmopolita Città del Messico; dalla culla della musica Mariachi, il Guadalajara, sulla costa centrale del Pacifico, al selvaggio Chiapas, fino ad arrivare alla costa orientale, la penisola dello Yucatán. È proprio quest’ultima che vogliamo approfondire, questo incantevole, piatto lembo di terra dove le candide spiagge si alternano a riserve naturali e suggestivi siti archeologici.

La penisola dello Yucatán comprende tre Stati, il Quintana Roo, Campeche e lo Yucatán, e in ognuno dei tre è possibile trovare numerosi siti Maya avvolti dalla giungla. L’acqua, che per i Maya era sacra, arrivava qui alla terra attraverso un terreno poroso e calcareo, andando a creare un vasto sistema fluviale sotterraneo. Al cedere dello strato di calcare, si formano le doline o cenotes, ovvero delle pozze profonde nelle quali è possibile immergersi: nel solo Yucatán ne sono presenti 200.

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Oltre agli Spagnoli e ai Maya (popolazione, ricordiamolo, tuttora esistente e non del tutto sterminata dagli invasori ispanici), questa terra è un’amalgama di culture che comprende anche francesi, libanesi e altri immigrati.

Per quanto riguarda la cucina, oltre ai piatti tipici messicani come il mais, il cioccolato, il tacchino selvatico, la zucca, i peperoncini e i pomodori, la cucina yucateca comprende anche ingredienti europei quali le arance e la carne di maiale: in parte per via dell’isolamento geografico della regione dello Yucatán rispetto alle altre regioni messicane, e in parte per le influenze europee, caraibiche, mediorientali e indigene di cui è ricca. A Merida ad esempio, non troverete dei piatti simili in nessun altro posto del Messico, come i panuchos (tortillas fritte ripiene di fagioli neri e coperte con pollo o tacchino, avocado, lattuga e cipolle in agrodolce).

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A proposito di Merida, la torrida ‘città bianca’, essa fu fondata dallo spagnolo Francisco de Montejo nel 1542 sulle rovine di una città Maya. Se avete intenzione di visitarla, non mancate di andare a vedere la Cattedrale inaugurata nel 1598 e dedicata a  San Ildefonso, la più antica di tutto il continente, e il Museo de la Ciudad, ospitato dall’ex Palazzo della Posta edificato nel 1908, che illustra la storia di Merida, dalla sua fondazione ai giorni nostri.

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Non lontano da Merida, potrete ammirare i fantastici siti archeologici della cultura Maya: dal più famoso e maestoso, quello di Chichén Itzá, al collinare Uxmal, a Ek Balam, il ‘giaguaro nero’, fino a Coba, sito completamente immerso nella giungla: qui potreste avventurarvi a scalare il Nohuch Mul, che in lingua maya significa “grande monticello”, la più grande piramide della penisola dello Yucatán con i suoi oltre 40 metri.

chichén ItzaE se, dopo che avrete visitato città e scalato piramidi, avrete voglia di mare, non possiamo non consigliarvi le meravigliose Isla Contoy e Isla Mujeres, tra le spiagge più incontaminate dei Caraibi, angoli di paradiso dove il tempo si ferma e si possono ammirare numerose specie protette, tra le quali paguri, fregate, iguane e tartarughe marine.messicofregata

 

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Cos’altro dire… ‘Que Viva Mexico!’

                                                                      Francesca Corsi

Castel Sant’Angelo, un viaggio nella Storia – Castel Sant’Angelo, a journey into History

Tablinum: il Mausoleo dell’imperatore Adriano, oggi chiamato Castel Sant’Angelo, è un monumento unico, visitarlo è come un viaggio nella storia dalla grandezza dell’impero romano al periodo medievale e rinascimentale, fino all’età contemporanea.
I predecessori dell’imperatore Adriano sono stati sepolti in gran parte nel Mausoleo di Augusto (in piazza Augusto Imperatore vicino all’Ara Pacis) e la tomba non poteva ospitare più nessun altro, per questo motivo Adriano decise di costruire una nuova magnifica tomba per se stesso e la sua famiglia.
 
Il sito scelto da Adriano erano gli Horti di Domizia nel colle Vaticano, un’area funeraria fuori Roma. Al fine di collegare la tomba di Campo Marzio al di là del Tevere, è stato costruito un nuovo ponte, il Ponte Elio (per celebrare il Dio del Sole) ora chiamato ponte Sant’Angelo.
Il mausoleo è stato costruito a partire dagli anni intorno al 130 ed è stato completato solo nel 139 d.C., dopo la morte di Adriano a Baia vicino a Napoli. L’edificio è costituito da una base quadrata 89 m. su entrambi i lati, 15 m di altezza costruito in opera laterizia con camere radiali a volta.
Tutte le pareti esterne sono state rivestite in marmo e lastre di marmo sono state apposte ad esse, contenenti gli epitaffi di coloro che sono stati sepolti all’interno del monumento.
Vi erano quattro gruppi in bronzo di uomini e cavalli in piedi su ciascuno degli angoli della base e una grande statua di Adriano come Apollo, il dio del sole, in cima all’edificio. Non è possibile trovare la tomba di Adriano qui, perché in quel periodo la tradizione funeraria romana era quella di bruciare i corpi.
Secondo la cronaca chiamata Historia Augusta, Adriano compose la seguente poesia poco prima di morire: “Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, suole ut, Dabis iocos. “
-P. Elio Adriano Imp. (138).

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È possibile trovare questa poesia nella cosiddetta Sala Urne, il cuore dell’antico mausoleo.
Ma perché il castello è dedicato alla arcangelo Michele? Una famosa leggenda narra che nel 590 d.C. a Roma vi fu una terribile pestilenza. Papa Gregorio magno organizzò un pellegrinaggio a S. Pietro in Vaticano e, di fronte al Castello S. Angelo, improvvisamente l’Arcangelo apparve al papa, mentre riponeva la sua spada fiammeggiante; questo avvenimento è stato interpretato dal papa come il segno che la peste stava finalmente finendo. Per ricordare questo evento papa Gregorio spostò la statua dell’arcangelo sulla parte superiore del monumento. Probabilmente la vera ragione è che il papa ha voluto mettere una statua rappresentasse un segno del cristianesimo, un angelo, al posto della statua di Apollo.

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Parliamo ora di due parti nascoste del castello, visitabile solo con una visita guidata: il Passetto di Borgo e le segrete o prigioni.
Passetto di Borgo è il passaggio segreto utilizzato dal Papa per raggiungere in modo sicuro questa fortezza dalla sua residenza in Vaticano nella Basilica di S. Pietro in caso di pericolo come la guerra e improvvisi attacchi dei nemici. Questo muro è lungo 1 km e conduce direttamente al Vaticano. Questo lungo muro è stato originariamente costruito dal barbaro re Totila nel 547 d.C. per proteggere il suo campo militari. Dopo che Totila lasciò Roma, il campo è diventato una sorta di piccolo villaggio sul lato destro del fiume Tevere ed era conosciuto come Borgo, dalla parola sassone “Burg” che vuol dire in effetti campo.
Il muro venne realizzato utilizzando grandi rocce squadrate e non era alto come possiamo vedere oggi.
La struttura segue gli eventi storici, come il terribile Sacco di Roma da parte dei pirati saraceni nell’847 d.C. Come risultato di questo terribile evento papa Leone IV ha costruito un nuovo muro di camminamento di 5 m. riutilizzando la struttura preesistente per proteggere il Borgo Vaticano noto anche come Civitas Leonina, che significa Città di Leone (l’antica Burg di Totila) e Castel Sant’Angelo.
Il vero Passetto nasce alla fine del tredicesimo secolo, quando Papa Niccolò III Orsini coprì il primo muro eretto da Leone IV con una volta per usarlo come un corridoio segreto collegato a S. Pietro con la Fortezza, perché la nuova residenza papale divenne il Vaticano invece della cattedrale di S.Giovanni, dunque l’area necessitava una maggiore protezione. Nel sedicesimo secolo papa Alessandro VI Borgia ha deciso di duplicare il Passetto ed eresse un altro livello al di sopra del primo.
Così ora abbiamo una tratto della passeggiata coperta da un soffitto, utilizzata un tempo dal Papa e la sua corte, e uno all’aria aperta, utilizzata dalle guarnigioni per proteggere il sito.
Il passaggio si è rivelato utile a papa Clemente VII, che nel 1527 lo utilizzò per fuggire dai suoi appartamenti in Vaticano al Castello durante il sacco da lanzichenecchi, mercenari inviati dall’imperatore Carlo V. Questo attacco era una rappresaglia contro il papa che aveva rifiutato di formare un’alleanza contro il re di Francia Francesco I, nemico di Carlo V. Questa è stata l’ultima volta che il castello fu utilizzato come difesa.

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Riguardo i sotterranei, usati durante il Rinascimento, parleremo di un famoso prigioniero, lo scultore e orafo Benvenuto Cellini. Egli è stato imprigionato perché accusato di aver rubato l’oro dal Papa Paolo III. Cercò di fuggire annodando la biancheria da letto come una corda, ma la corda era troppo corta così cadde rompendosi una gamba e fu nuovamente imprigionato.
Nella sua ultima cella ha forse fatto un dipinto raffigurante Gesù dopo la risurrezione. Ma alla fine, grazie al re di Francia Francesco I il nostro scultore fu liberato.
Non ebbe la stessa fortuna la nobile Beatrice Cenci, che fu decapitata davanti al Castello l’11 settembre 1599 a causa del complotto che la portò a uccidere suo padre Francesco cenci, un uomo violento e dissoluto. Una leggenda dice che il fantasma di Beatrice compare nei pressi del Castello nella notte tra il 10 e l’11 settembre di ogni anno. 
Vicino le segrete e possiamo anche trovare il magazzino del grano e dell’olio. Ci sono 83 giare per l’olio di pesce. L’olio è stato utilizzato sia per cucinare che come arma.

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Infine, l’ultimo posto segreto del castello è uno dei cosidetti “bagnetti” o “stufette” meglio conservato del periodo rinascimentale.
Il bagnetto di Clemente VII – proprio il papa del famoso sacco di Roma– aveva sia acqua corrente calda che fredda, un vero privilegio per quel tempo! L’acqua calda proveniva dal sistema di riscaldamento di tubi collegati a un grande forno essendo confinante al bagnetto stesso. Le pareti sono decorate con grottesche da Giovanni da Udine, allievo di Raffaello. Potete trovare qui alcuni troni dipinti degli dei greci, vuoti ma con accanto gli attributi utili al loro riconoscimento, come il cappello alato per il messaggero degli dei, Mercurio.

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“Last but not least”, a Castel Sant’Angelo ci sarà fino al 5 marzo una fantastica esposizione di Giacomo Manzù, scultore del XX secolo che ha trattato il delicato tema dell’arte sacra durante i terribili anni della seconda guerra mondiale.

Perché non visitare il castello durante le vacanze?

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Francesca Corsi

English version:

Tablinum: Emperor’s Hadrian Mausoleum, today called Castel Sant’Angelo, is a unique kind of monument, visiting it’s setting is almost a kind of journey troughout history from the grandness of the Roman Empire to the medieval and the renaissance period, until contemporary age.
The predecessors of Emperor Hadrian were buried in large part into the Mausoleum of Augustus (in piazza Augusto Imperatore near the Ara Pacis) and that grave couldn’t host anyone else, so Adrian decided to build a new magnificent grave for himself and his family.
The site chosen by Hadrian was the Horti of Domitia in the Vatican hill, a funerary area out of Rome. In order to link the tomb to the Campus Martius on the other side of the Tiber, a new bridge was built, the Pons Aelius (to celebrate the God of the Sun) now called Sant’Angelo bridge.
The Mausoleum was built from around 130 and was completed only in 139 a.D., after the death of Hadrian at Baiae near Naples. The building consists of a square base 89 m. on each side, 15 m high built in opus latericium with vaulted radial rooms.
All the exterior walls were revetted in marble, and marble tablets were affixed to it containing the epitaphs of those who were buried within the monument.
Four bronze groups of men and horses stood on each of the corners of the base and a large statue of Hadrian as Apollo, the god of sun, was on the top of the building. You can’t find Hadrian tomb here because in that period the roman funerary tradition was to burn the bodies.
According to the chronical called Historia Augusta, Hadrian composed the following poem shortly before his death:“Animula, vagula, blandula
Hospes comesque corporis
Quae nunc abibis in loca
Pallidula, rigida, nudula,
Nec, ut soles, dabis iocos.”
—P. Aelius Hadrianus Imp. (138). You can find this poem in the so called Urns Room, the centre of the ancient masoleum.

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But why the castle is dedicated to the arcangel Michael? A famous legend says that in 590 a.D. in Rome a terrible plague was killing a lot of citizens. Pope Gregory the first organized a pilgrimage to S. Peter in Vatican and, in front of Castle S. Angelo, suddenly the Archangel Micheal appeared to the pope, placing his flaming sword, and that was interpreted by the pope as the sign that the plague was finally ending. To remember this event Gregory the first placed a statue of the archangel on the top of the monument. Probably the real reason is that the pope wanted to put a statue that could rapresent a sign of christianity, an angel, instead of the Apollo’s statue.

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Let’s talk about two hidden parts of the Castle, visitable only with a guided tour: the Passetto di Borgo and the dungeons.
Passetto di Borgo is the secret passage used by the Pope to reach safely this fortress from his vatican residence in S. Peter Basilica in case of danger as war and enemies suddenly attacks. This wall is 1 km long and leads directly to the Vatican. This long wall was originally built by the barbarian King Totila in 547 a.D. to protect his military camp, rised up near the Hadrian Mausoleum. After Totila left Rome, the camp became a kind of little village on the right side of the Tiber river and was known as Borgo, from the saxon word “Burg” that means camp indeed.
The wall at that time was made by using big squared rocks and wasn’t tall as we can see it today.
The structure that we are covering now rise to the following historical events such as the terrible sach of Rome by the Saracenic people in 847 a.D. As a result of this terrible event Pope Leo the IV built a new round walk wall 5 m. high re- using the preexistant structure to protect the Borgo Vaticano also known as Civitas Leonina, which means City of Leo (the ancient Burg of Totila) and Sant’Angelo Castle.
The real Passetto borned in the end of thirteen century when Pope Niccolò III Orsini covered the first wall erected by Leo IV with a vault and use it as a secret corridor to linked S. Peter to the Fortress, because the new papal residence became the Vatican instead of S.Giovanni cathedral. In sixteen century Pope Alessandro VI Borgia decided to duplicate the Passetto and erected another level above the first one.
So now we have one tract of the walk covered by a ceiling, used by the Pope and his court, and one in the open air, used by the garrisons to protect the site.
The passagge proved useful to pope Clemens VII, who in 1527 used it to escape from his apartments in Vaticano to the safer Castle, during the sack by lansquanets, mercenaries sent by emperor Charles V. This attack was a retaliation because the pope broke his word to form an alliance against the French king Francis the first. This was the last time the castle was used as a defence.

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About the dungeons, used during the Renaissance, we’ll talk about a famous prisoner, the famous italian sculpture and goldsmith Benvenuto Cellini. He was prisoned because he was accused to have stolen gold from the Pope Paul III. He tried to escape by using bed linen as a rope but falling down he broked his leg and was captured again! In his last cella, he maybe did a painting representing God and Jesus after the resurrection. But finally, thanks to the king of france Francis the first he was freed.
Not the same fortune had the noble Beatrice Cenci, she was beheaded in front of the Castle on september 11, 1599 because of the plot against her bad temper and immoral father. A legend says that she appears in the Castel on the night between september 10 and 11 every year.
Near the dungeons we can also find food and oil warehouse. There are 83 storage vessels for the fish oil. The oil was used both for enlighteng and for cook but in case of enemies attacks it was used as hot weapon poured on the enemies head.

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Finally, the last secret place of the castle is one of the best preserved private bathroom from the reinassance period.
This bath of Pope Clemente VII had both cold and hot running water, a real privilege for that time! Hot water came from the warming system of pipes that linked a big oven sited in that to the floor and the walls. The hot vapor came out from specific holes on the walls. The walls are decorated with grottesche by Giovanni da Udine, a Raffaello pupil. You can find here some thrones with the greek gods attributes as the winged hat for the messenger of the gods, the fast runner Mercurius.

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“Last but not least”, in Sant’angelo castle there will be until 5 March a fantastic exhibition of Giacomo Manzu, sculptor of the twentieth century who has treated the delicate theme of sacred art during the terrible years of World War II.

Why not visit the castle during the holidays?

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Francesca Corsi

THE FIVE SOULS OF SCULPTURE III

“Sculpture, like all art, is a means for discovering the world and understanding its secrets”

(Olivier Delahaye, Le Ventre lisse, 2005)

How many declinations does art know? Among all possible nuances employed by an artist in order to shape his vision of the world, we have tried to analyse the ways by which the perceptions of the five sculptors unfold.

Five artists: by no means a random number. It is a highly symbolic and evocative number which, since ancient times, is associated with experimenting, with the concrete knowledge of facts, with transformation, with the “changing aspects” of a situation.

The ancient Greeks associated this number with Hermes, the messenger of the Gods, the connection between sky and earth. Five are also the human senses which serve as a compass to the human being through his life: from an emotional, mental and physical point of view to an ever-changing condition.

Number five is the symbol for a polymorphic mind, which is constantly devoted to intelligence and curiosity and has the tendency to reach extreme limits and transgressive boundaries, sometimes in dangerous ways.

Number five is associated with the fifth letter of the Hebrew alphabet: “Hey” (ה) which means intuition and illumination. The Kabbalists identify three stages in the letter “Hey”, based on three different, subsequent levels, regarding the development of human awareness throughout one’s life.

The mystery of birth and the complete unawareness in which the human being is “flung” into this world, are overcome by the enthusiastic discovery of the beauty and richness existing in the world around us. We thus succeed in understanding that mysterious power within our lives which drives us beyond existing reality.

We should not forget that this number withholds the power of self-expression. In fact, the physical components corresponding to our ability to speak are exactly five: tongue, teeth, palate, lips and throat. Indeed, the complex interaction between the intellect and word is precisely what allows the number five to indicate the usage of every kind of inner and external discipline in order to shift our personality from a state of uneasiness and a search for an “aliquid” to a desired condition. Only by mastering communication, the formulation of ideas and feelings together with the expression of facts, can a balanced exchange and personal development be achieved.

Such intense symbology is to be found in the various forms of the works presented by these five sculptors. Harmony and contrast, research and sublimation merge in their works.

Sculpture represents the concrete attempt to shape the world around us and, at the same time, to infuse it with perceptions, which impress the human soul in the most powerful way. By offering their personal interpretation and their acute analysis of their own senses, each of the five artists is transformed into a “privileged medium”.


THE  FIVE  SOULS OF SCULPTURE – III° EDITION

THE ARTISTS

Risultati immagini per alexandra slava sevostianovaAlexandra Slava Sevostianova, is the youngest of the artists selected for this third edition. Hers is a career of promising success: at the age of only twenty, She has already achieved important acknowledgements among which that of the Art Renewal Center and her works have already been on display in private collections in Ukraine, Malta, France and Italy.

She will exhibit four works at The Five Souls of Culture in which, in accordance with anatomical rigour, reflecting a classical perfection, the artist’s strong sensitivity is based, and who knows how to look beyond the circumstances by gliding on the wings of her own emotions.

Her sculptures manifest themselves by the struggle in which the artist engages in favour of beauty and truth countering the triviality of everyday life. Precisely this desire to free herself from shameful daily things in the name of a greater ideal is the primary inspiration of “Call for Angels” a sculpture which is a programmatic manifestation of the emotions which thrust the artist towards the creative act.

“My Ukraine” is a tribute to her native country, held tight in the in the coils of serpents which have not managed to bend its strength and which is ready to resurrect even more beautiful than before. “The Unbearable Lightness” expresses all the unsustainable irresponsibility in many amorous relationships, experienced in the ups and downs of daily life, but does not want abandon the desire to sublime oneself in an eternal and incorruptible feeling. “Take My Pain Away” is a self-portrait in which the artist does not hesitate to expose herself to the spectator, in all its own inner fragility.

 

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Cecilia Martin Birsa says she cannot live with art – “without it I could only survive”.

It is precisely this unrenounceable urgency, such as breathing, which             emerges in her sculptures. They are realized with an unusual medium which surprises us for its simplicity and its form that the sculptress manages with  great effort  to create: The stone of rivers with all its atavic unpredictability which “speaks of magma, abysses, ice and earth”.

Medium such as mucronite, granite or serpentine require a real act of maieutics in order to free those forms which await in a state of drowsiness, which endured hundreds, perhaps thousands of years to reawaken.

Cecilia Martin Birsa will propose three of her works at The Five Souls of Sculpture which were hailed as a great success on the occasion of her latest personal exhibition in Venice at the Rosenberg Gallery, which coincided with the 5Th. centenary of the Venetian Jewish Ghetto: “Arcuata”, “Donna allo Specchio” and “Nodo Nero”.

 In these sculptures, the artist manages to liberate from stone forms of atavic sensuality of her own female universe, which reveals itself to be solidly bound to that arcane and inexhaustible mystery that is life and which is reached through everything that revolves around it.

 


 

teresa conditoHer artistic development may be witnessed in her creation of sculptural volumes in a more  efficient and expressive communicative form.

The works on exhibit at The Five Souls of Sculpture eloquently express a phase of strong artistic inspiration from whose emotions new creative solutions emerge. Thus works             like “Black and White”, “Thrill” and “Metamorphosis” are born.

They are small sculptures formed in plexiglass in which the transparency of the material integrates with desired abstract forms and colours which contrast with each other, as it is possible to admire the two faces of the sculpture in an emotional short circuit which reflects the artist’s strong artistic emotionality as well as the continuous state of metamorphosis in which she exerts her own sensitivity by means of the creative process.


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Roberto Piaia has always represented the female soul  infusing in his pictorial and sculptural works The teachings of strongly innovative techniques by the ancient masters, fruit of his studies and constant experimentation, which make him an authentic pioneer.

Mr Piaia, creator of the Assurfivo pictorial technique, officially entered the Aristocracy of Italy’s finest artists in 2009, having been awarded the AIC (High Critical Interest) classification by the Modern Art Catalogue Critical Committee which is edited by Mondadori.

He exhibited at the 54th. Biennale of Venice – Italian pavilion in 2011 and officially presented his first Carrara marble statue “Iris” together with an oil painting entitled “Darya in Cladico”.

His research has brought about a re-elaboration in the sculptural sector of an artistic Ideology in which the classical unites with dynamicity.  His sculptures therefore represent, at the same time, both pictorial and sculptural elements.

His sculptural creations are realized by employing statutory marble or a bronze fusion. While maintaining the female figure as the subject of his inspiration, the body mass is composed of a double propeller which rotates around itself, thus creating a spiral.

Mr. Piaia will present at the Five Souls of Sculpture his works “Mudra” and “Oltre in Bronzo” one in bronze and the other in an alloy of bronze and steel, the result of personal studies and experimentations. In “Mudra”, Mr Piaia transposes on the sculptural level his own Assurfivo concepts which fuse inseparably representations which we only discover are apparently incompatible: the figurative realism of face and hands separate themselves from the classical academic composure into the spiraling volume of the body,  in which the forms recall typically surrealistic concepts dominated by mystery and fantasy.

In “Oltre in Bronzo” the concept of lightness and material decomposition are underlined by the transposition of the female body into a double propeller in which the execution borders on the utopia in “a Machiavellic study of solids and voids”

 

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Pablo Atchugarry divides his time between Uruguay, his native country, and Italy where he has been living since 1978. Since the beginning of his career he has dedicated his artistic sculptural research by expressing his own poetic talent by means of various materials: he first worked with cement, wood and metals until he later used Carrara statuary marble with which he has created his famous monumental sculptures.

Once he moved to Lecco (Italy) in 1978, he began experimenting and creating monumental sculptures in Carrara marble. His first tribute could not be other than to Michelangelo Buonarroti with two works: “La Lumiere” and “La Pietate”.

He, already an artistic icon in Uruguay,created the sculpted group “Soñando la Paz” on  the occasion of the 50th Exhibition La Biennale in Venice.

 In 2015 he presented 40 of his works at a personal “Pablo Atchugarry – Città Eterna, Eterni Marmi” exhibition at the Fori Imperiali Museum in Rome. He also created a sculpture engraved in olive wood, which was more than 800 years old, for the Uruguayan pavilion at Expo 2015, entitled “La vida después de la vida”.

On the occasion of The Five Souls of Sculpture exhibition, he will present his latest creation “Senza Titolo” in Carrara statuary marble.

Pablo Atchugarry’s chisel touch transforms marble in such a way that it seems to open up into candid folds, which change and are at the same time crystallized, thus indicating the apparent slow passage of Art, so typical of immortal creations.  Essential and pure forms are the language of this work which, void of a title decided by the artist, leaves the spectator free to interpret it within a range between signifier and signified.

 

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Untitled, Statuary Carrara marble, h 60.5x30x22 cm, 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

Chelsey Bonestell. The pioneer of Space Art

“I have no doubt that Chesley Bonestell, with its wonderfully accurate representations of places to explore and instruments of the space age, has helped us create the scenario for what was certainly to come.
Without Bonestell and his works of art, the era of NASA could have been delayed for many years, or may not yet have occurred. “
Joseph Chamberlain, Director of Adler Planetarium

15751988254_282cc55a67Chesley Knight Bonestell, Jr. (January 1, 1888 – June 11, 1986) was an American painter, designer and illustrator. His paintings were a major influence on science fiction art and illustration, and he helped inspire the American space program.

An early pioneering creator of astronomical art, along with the French astronomer-artist Lucien Rudaux, Bonestell was dubbed the “Father of ModernSpace Art”.

Bonestell realized that he could combine what he had learned about camera angles, miniature modeling, and painting techniques with his lifelong interest in astronomy. The result was a series of paintings of Saturn as seen from several of its moons that was published in Life in 1944. Nothing like these had ever been seen before: they looked as though photographers had been sent into space. His painting of Saturn seen from the frosty moon Titan is perhaps the most famous astronomical landscape ever. It was constructed with a combination of clay models, photographic tricks and various painting techniques.

Bonestell followed up the sensation these paintings created by publishing more paintings in many leading national magazines. These and others were eventually collected in the best-selling book The Conquest of Space (1949), produced in collaboration with author Willy Ley. Bonestell’s last work in Hollywood was contributing special effects art and technical advice to the seminal science fiction films produced by George Pal, includingDestination Moon, When Worlds Collide, The War of the Worlds and Conquest of Space, as well as Cat-Women of the Moon. Beginning with the October 1947 issue of Astounding Science Fiction, Bonestell painted more than 60 cover illustrations for science fiction magazines, primarily The Magazine of Fantasy & Science Fiction, in the 1950s through 1970s. He also illustrated many book covers.

When Wernher von Braun organized a space flight symposium for Collier’s, he invited Bonestell to illustrate his concepts for the future of spaceflight. For the first time, spaceflight was shown to be a matter of the near future.
During his lifetime, Bonestell was honored internationally for the contributions he made to the birth of modern astronautics, from a bronze medal awarded by the British Interplanetary Society.

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One of most inspirational paintings by Chelsey Bonestell: an ethereally beautiful image of Saturn seen from its giant moon Titan, has been called “the painting that launched a thousand careers.”

In viaggio lungo la Via Francigena

Tablinum: In occasione dell’anno Santo del 1993, il Cammino di Santiago vide un incremento del flusso dei pellegrini, che passarono dai 9.000 ai 99.000. Un aumento notevole che potrebbe verificarsi anche sulla Via Francigena in occasione del Giubileo della Misericordia, partito l’8 dicembre 2015 e che si concluderà il 20 novembre 2016.
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Le prime notizie di pellegrinaggi penitenziali diretti a una specifica meta risalgono all’VIII secolo; i pellegrini attraversavano l’Europa per recarsi presso i peregrinationes maiores: la tomba dell’apostolo Pietro a Roma, la Terra Santa e Santiago di Compostela, sede delle spoglie mortali di Giacomo il Maggiore, apostolo di Gesù. La pratica del pellegrinaggio assunse un’importanza tale che si svilupparono vere e proprie “vie della fede” costellate da luoghi di sosta, villaggi e abbazie per ospitare i pellegrini. Tra le vie più importanti la Via Francigena ne rappresenta ancora oggi il percorso principale. Essa è parte di un fascio di vie, dette anche vie Romee, che conducevano dall’Europa centrale, in particolare dalla Francia, a Roma. I pellegrini facevano il loro ingresso in   Italia dai valichi alpini fino ad arrivare alle strade consolari e sull’Appia in particolare, per giungere infine a Roma. Sappiamo quale fosse il tracciato originario della Francigena tra Canterbury e Roma grazie alle informazioni contenute nella cronaca di Sigerico, la più antica giunta sino a noi.

L’abate Sigerico, infatti, nominato vescovo di Canterbury nel 990 da Papa Giovanni XV, nel suo diario racconta con dettaglio e precisione delle 80 località da lui attraversate da Canterbury fino a Roma, per ricevere l’investitura, tanto che esso divenne un riferimento per molti pellegrini i quali, si passavano la conoscenza del percorso col passaparola. Un’altra testimonianza di pellegrinaggio sulla Via Francigena è quella risalente al XII secolo dell’abate islandese Nikulás da Munkaþverá: il suo viaggio si colloca cronologicamente tra il 1152 ed il 1153, mentre la scrittura dell’itinerarium avvenne fra il 1154, anno del rientro in Islanda, ed il 1160, anno indicato dalle fonti come quello della sua morte. In questo affascinante viaggio dall’Islanda, passando per la Germania, la Svizzera, l’Italia, fino ad arrivare alle coste dell’Asia minore e infine a Gerusalemme, vengono fornite dettagliate descrizioni di strade, luoghi, chiese e monumenti di interesse religioso – e non ultimo sui viaggiatori – incontrati lungo il percorso.
La Via Francigena divenne dunque un canale di comunicazione determinante per la realizzazione dell’unità culturale dell’Europa medievale, trasformandosi  progressivamente in un percorso commerciale per le spezie, le sete e altre mercanzie provenienti dall’Oriente verso i mercati nord europei passando per l’Italia. Nei secoli successivi, la via perse la sua unicità e cambiò il nome in via Romea, che meglio ne caratterizzava la destinazione verso il soglio di Pietro nella città eterna.

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Il tratto della Via  Francigena italiana che va da dal Gran San Bernardo a Roma ed è lungo all’incirca  945 km, si sviluppa lungo la direttrice di più regioni, dal Piemonte all’Emilia, passando dalla Toscana fino a Roma e conosce una rinnovata celebrità.
Dal 1994 infatti, l’antica Via che nel medioevo univa Canterbury a Roma e ai porti della Puglia è stata riscoperta dai moderni viandanti, che si mettono in cammino lungo questo percorso splendido e sorprendente, dichiarato “Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa”.
Il tragitto originario, da Canterbury a Roma era di 1600 kilometri e la difficoltà del tragitto che rappresentava in sé un atto di penitenza, simbolicamente e materialmente consegnava il pellegrino nelle mani di Dio. Il percorso a piedi infatti esponeva i credenti alle fiere e alle intemperie. Oggi non si corrono più i pericoli di un tempo e percorrere la via Francigena rappresenta non solo un itinerario spirituale ma anche l’occasione per un rinnovato rapporto con la natura e il territorio, la storia, le tradizioni.

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La regione Lazio ha investito sulla Francigena in termini di risorse e di promozione turistica, riattivando una serie di percorsi che hanno come fulcro Roma. Anche in Provincia di Lucca sono state effettuate molte opere per recuperare l’antico tratto della Via Francigena, che giungeva proprio nella città di Lucca, una delle mete di passaggio ma anche di arrivo di molti pellegrini.

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È inoltre cresciuta la necessità di avere strutture idonee per l’accoglienza dei pellegrini lungo l’interno tracciato. In anni recenti la Confraternita di San Jacopo di Compostella di Perugia gestisce diverse strutture di accoglienza sulla via Francigena, una in Toscana a Radicofani, lo Spedale di San Pietro e Giacomo, e una a Roma, lo Spedale della Provvidenza di San Giacomo e di San Benedetto Labre a Testaccio: essi sono destinati ad ospitare coloro che, dotati di credenziale, giungono a Roma secondo i canoni del vero pellegrinaggio.
Dal 2001 l’Associazione Europea delle Vie Francigene coordina lo sviluppo e la valorizzazione di un itinerario che, attraversando l’Italia e l’Europa, ripercorre la storia del nostro continente.
Consultando il sito http://www.viefrancigene.org si possono trovare queste e molte altre informazioni sul percorso spirituale che, tra basolati romani e santuari cristiani, ha forgiato la base culturale, artistica, economica e politica dell’Europa moderna.

Francesca Corsi

Vincenzo Vallone, Attenzione, c'è attenzione nel mondo!

Attenzione, c’è attenzione: Vincenzo Vallone a Villa Carlotta con un’opera-denuncia contro i crimini dell’ISIS

Tablinum: “Salveremo la città ma non le immagini degli idoli” così minaccia l’ISIS. Dal deserto siriano attraverso alcuni siti Internet, ma anche attraverso i social network, l’ISIS svende frammenti di antiche civiltà: fra di essi anche i monumenti archeologici di Palmyra, regina del deserto, patrimonio dell’Umanità, inutilmente posta sotto tutela UNESCO; caduta irrimediabilmente sotto le mani distruttrici delle milizie ISIS.

Vantaggi economici ed effetto mediatico. C’è chi sostiene che l’ISIS distrugga per mettere in risalto estreme ideologie collegate all’integralismo religioso; c’è chi invece, vede in questa terribile pratica non solo una conteporanea damnatio memoriae ma, piuttosto, un rapido e certo metodo di finanziamento per le attività terroristiche del Califfato: pochi i reperti autentici distrutti, molte le copie “di scena” e moltissimi quelli destinati al mercato nero di un’occidente irresponsabilmente complice.

Si distrugge, si smantella, si sottrae, si esporta. Il terrore sale e con esso le vittime.

L’ISIS inaugura il marketing del terrore: esecuzioni di massa, in città inermi, lungo battigie marine, o attraverso gabbie in cui annegare altri esseri umani. Molte ormai le estorsioni collegabili alle forniture di petrolio, di armi e di ordigni nucleari in una girandola di interessi incrociati e di catastrofi incombenti per il mondo che conosciamo.

Teatri di sangue contemporanei: dopo Parigi, in gennaio, con l’attentanto al settimanale satirico Charlie Hebdo lo scenario di marzo è diventato il Museo del Bardo di Tunisi.

26 giugno 2015, giornata di sangue: di nuovo in Tunisia, 37 vittime sulla spiaggia di Sousse, ancora delirio integralista in Francia, a Lione;  e poi gli attacchi in moschea in Kuwait e in Somalia ad opera dello Shebab.

“Il terrorismo alimentato da fanatiche distorsioni della fede in Dio, sta cercando di introdurre nel Mediterraneo, in Medio Oriente, in Africa i germi di una terza guerra mondiale” così commenta il presidente della repubblica italiana Segio Mattarella di fronte alla notizia diramata dal Daily Mail dello sventato attentato alla Regina Elisabetta, alla nuova strage di civili a Sirte e all’orrore a Palmyra.

Settembre: foto satellitari, su Palmyra in Siria, confermano la distruzione del Tempio di Bel e la strage nella città moderna. Tragedie dei migranti: a scuotere l’indifferenza di noi occidentali sono i marchi rinvenuti sulla pelle dei profughi e la fine tragicamente, morbosamente documentata dai media, di un bimbo e della sua famiglia in fuga verso un futuro in cui la vita di tutti i giorni non conoscesse guerre e stragi.

Voremmo poter scrivere la parola fine eppure…l’escalation prosegue pericolosamente rischiando di travolgerci una volta per tutte.

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Attenzione, c’è attenzione! è questo il richiamo, quasi un’invocazione che l’artista lancia a tutti noi.  Vincenzo Vallone,  attraverso la sua opera-progetto realizzata in 10 pannelli ci parla in modo diretto, mettendoci di fronte alla distruzione già compiuta Il rischio che corre il nostro patrimonio culturale e con esso la nostra identità, è concreto quanto quello già consumatosi per altri patrimoni o altre genti, non poi così distanti. Siamo di fronte a un’opera dalla forte carica di denuncia: l’emergenza è quella di scuotere i propri contemporanei e indurli a penetrare con attenzione le vere conseguenze di ciò che sta accadendo nel mondo.

E così l’immaginazione, segnata dagli ultimi tragici eventi legati al terrorismo dell’ISIS e all’esodo forzato dei migranti, trasforma clamorosamente le opere d’arte più preziose del nostro patrimonio nazionale grazie ad una “Mescolanza di intelligenza umana e intelligenza artificiale”

In una rappresentazione tutta inventata,  in cui  si cammina sul filo sottile di simulazione e realtà: entrambe tragicamente agghiaccianti; minaccia sicura di alienazione per un’intera secolare cultura. Se è destino insito in tutta la materia di ritornare alle proprie origini, di tornare infine allo stato di informe origine, il pensare una simile condanna rivelarsi sui capolavori della nostra cultura annichilisce e terrorizza.

Abbiamo imparato a conoscere e apprezzare il linguaggio personalissimo di Vallone fatto di “lamiere fiorite”  e ora dobbiamo prendere atto della sua trasfigurazione: quelli che ci ripropone sono frammenti, “cocci”, rovine abbandonate alle spalle dalla ferocia iconoclasta di un nemico inatteso e senza volto.

Schegge del nostro passato che l’artista conficca nella nostra coscienza come schegge a monito nel nostro futuro.

La potenza distruttiva che l’artista sembra intuire alitare sul collo della nostra civiltà, ha il volto e la pesantezza di un arcano, inarrestabile potere.

Un omaggio “estremo” all’età aurea della nostra civiltà, il Rinascimento, mentre tutta la sua eredità è messa in pericolo dalle ombre del fanatismo religioso e dell’oscurantismo culturale che si stagliano all’orizzonte.

Vallone rielabora dieci opere capitali del Rinascimento Italiano attraverso la creazione di rendering fotografici in cui, in un gioco di riflessi, le opere appaiono immerse  in uno strato d’acqua la cui immersione ed emersione diventa simbolo del coinvolgimento dell’artista stesso nella tempesta culturale che rischia di abbattersi sulla nostra identità collettiva. La sensibilità dello spettatore segue il ritmo dello specchio d’acqua, con i suoi picchi di intensità cromatica a cui si fonde una profonda emotività, che grida alla presa di posizione non solo morale in difesa dei frutti più preziosi della nostra cultura.

Lo spazio pittorico è qui ripensato e scomposto con meticolosità architettonica per poi essere reinterpretato con la sensibilità e la delicatezza propria dell’artista impegnato nel convogliare un messaggio intenso e assolutamente contemporaneo.

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Artisti e opere dalle quali sono stati tratti i 10 rendering di simulazione

1 – da Caravaggio, Scudo con testa di Medusa (Uffizi Firenze, 1597)

2 – da Leonardo, Dama con l’ermellino (Cracovia, 1490)

3 – da Raffaello, Ritratto di Maddalena Strozzi ( Firenze, 1507)

4 – da Raffaello, Belle Jardinière (Louvre Parigi, 1507)

5 – da Caravaggio, Bacco (Uffizi Firenze, 1595)

6 – da Raffaello, La muta (Urbino, 1507)

7 – da Leonardo, La Gioconda ( Louvre Parigi, 1517)

8 – da Caravaggio, Fanciullo con canestra di frutta (Galleria Borghese Roma, 1593-1594)

9 – da Leonardo, Belle ferronière (Louvre Parigi, 1496)

10 – da Michelangelo, La fine dei tempi (part. del Giudizio Universale Roma, 1542)


VINCENZO VALLONE è nato a Telese Terme (Benevento), dove vive e lavora.
Architetto.
Ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti e  architettura all’Università “Federico II” di Napoli.
Si è consacrato alla progettazione degli spazi urbani, al recupero storico, alla pianificazione territoriale e alle tematiche dell’ambiente e del paesaggio.
Dipinge da sempre.

ART in EXPO: La rassegna “Art in Expo. Feed the World with Art”, vedrà altri tre appuntamenti da qui ad ottobre divisi fra Villa Carlotta e lo spazio espositivo comasco officinacento5, si iscrive fra gli appuntamenti imperdibili dedicati ad Expo Milano 2015, con l’intento di “nutrire” il pianeta, fornendo ad esso nuove energie mentali che contribuiscano alla sua crescita e rinnovamento, alimentando il prezioso che è in noi.

Elisa Larese

Cultura classica e tradizione cristiana: il pastore Endimione e il profeta Giona.

Tablinum: quando il Cristianesimo entrò a far parte della Storia all’interno dell’Impero romano, ci si immagina spesso una società divisa, caratterizzata da un conflitto più o meno aperto tra i pagani e i cristiani. In realtà, come per ogni processo storico, i mutamenti furono molto più lenti e complessi di quanto si possa pensare. A dimostrarlo chiaramente sono proprio le rappresentazioni artistiche, delle quali ci occuperemo nel corso di questo anno.
Questo mese tratteremo nello specifico un personaggio biblico dell’Antico Testamento, il profeta Giona, e il rapporto di continuità che si instaura con un personaggio della cultura pagana, Endimione. Chi erano, innanzitutto?

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Giona, personaggio di dubbio fondamento storico, è un profeta ebreo, uno dei dodici Profeti Minori della Bibbia, e la sua storia è narrata proprio nel libro a lui dedicato. Fuggito a Tarsis disobbedendo all’ordine divino di andare a predicare a Ninive, Giona diviene causa della tempesta che mette in pericolo la nave dove si trovava con l’equipaggio e per questo viene gettato in mare. Il profeta trascorre tre giorni nel ventre di un “grande pesce”, per questo si è visto in lui la prefigurazione della resurrezione di Gesù (Matteo 12,40). Il profeta, dopo molte preghiere, viene liberato dal ventre del mostro marino e porta a compimento la sua missione andando a predicare ai niniviti i quali, contro ogni aspettativa, si pentono e Dio decide di risparmiare la città. Giona voleva che Ninive fosse punita e, non contento, chiede a Dio di farlo morire. Ma il Signore, invece di portargli la morte, gli fa spuntare un ricino sopra la sua testa per fargli ombra e alleviarlo dal suo male. All’alba del giorno dopo un verme rode il ricino che muore e, per il caldo insopportabile, Giona invoca di nuovo la morte. Iddio allora gli spiega se egli si rattrista a morte per una pianta di ricino, a maggior ragione il Signore si era rattristato per la possibile morte di innocenti nella città di Ninive se avesse deciso di distruggerla.
Nell’arte Giona, il profeta ribelle, è rappresentato principalmente in tre modi: mentre viene gettato nelle fauci del pesce; mentre viene da questo rigettato e mentre riposa sulla spiaggia, sotto un pergolato di cucurbitacee o sotto un albero. Queste rappresentazioni compaiono sin dagli inizi dell’arte cristiana, specie tra il III e il IV secolo, nell’ambito di pitture catacombali, sarcofagi, mosaici, graffiti.

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A tal proposito, vi è un’opera d’arte del III secolo, il sarcofago di Santa Maria Antiqua, in cui la storia di Giona si incrocia con quella di Endimione; chi era costui? Pausania e Apollodoro ci narrano che il mitico giovane, essendo stato colpito dalla benedizione ambigua dell’eterna giovinezza e del sonno perpetuo, era visitato di notte da Selene, la dea della Luna, che faceva l’amore con lui e gli partorì cinquanta figlie.
Tornando al sarcofago, conservato presso la chiesa di Santa Maria Antiqua a Roma e datato circa 260-280 d.C., sono raffigurate su di esso in un continuum una serie di scene simboliche legate a nuovo culto cristiano: (da sinistra) Giona sdraiato sotto una pianta, un filosofo che legge un rotolo (al centro), il Buon Pastore ed una scena di battesimo (a destra). Il personaggio di Giona è stato identificato anche con Endimione; mentre però il sonno di Endimione era un riposo beato, quello di Giona era stato un sonno poco felice, come abbiamo potuto apprendere. La sovrapposizione dei due protagonisti del mondo cristiano e pagano può essere così spiegata.

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Nel mondo romano l’uso di seppellire i defunti con il rito dell’inumazione comportò l’utilizzo di sarcofagi, spesso riccamente scolpiti. Tra la fine del II e i primi decenni del III secolo d.C. lo sviluppo delle comunità cristiane e di una specifica iconografia portò alla nascita di una tipologia di sarcofagi decorati con temi cristiani. I primi di essi nascono tuttavia nelle stesse officine che producono manufatti di carattere profano. Lo stesso sarcofago di S.Maria Antiqua fu prodotto infatti da officine romane, (da collocarsi nell’ambito dell’officina che produsse anche il Sarcofago Ludovisi, oggi a Palazzo Altemps, Roma). Dal repertorio figurativo tradizionale pagano ereditano schemi figurativi, in alcuni casi risalenti addirittura all’età ellenistica, che vengono poi modificati, di volta in volta, con l’inserimento di scene e figure tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, sulla base delle richieste dei committenti cristiani. È difficile identificare il momento in cui alcune forme presenti nell’arte funeraria diventano manifestazioni di fede cristiana, poiché il repertorio dei temi figurativi rimane lo stesso. In alcuni casi si ricorre senza modifica alcuna ai temi del repertorio tradizionale: per simboleggiare i nuovi concetti si ricorre a raffigurazioni che hanno un significato simile anche nell’arte pagana, ad esempio le decorazioni bucoliche come simbolo di pace. Altre volte i modelli iconografici esistenti sono invece modificati e ricombinati per presentare una narrazione diversa, legata ora ai temi biblici.

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Nel caso del sarcofago di Santa Maria Antiqua, abbiamo proprio un re-impiego delle immagini pagane ad uso della nuova fede cristiana: la storia di Giona (inghiottito da un pesce e poi liberato dopo tre giorni), che allude alla morte e resurrezione del Cristo, utilizza il tema funerario pagano della barca con amorini, qui sostituiti da marinai o, per raffigurare il pesce da cui Giona viene inghiottito, i fantastici animali marini del corteggio di Nettuno, tema anch’esso presente nell’iconografia funeraria pagana: in questo modo si spiega, ad esempio, la presenza di una figura di Nettuno a lato della barca. Ancora, in un’altra scena, Giona che riposa sotto la pergola riprende il tema del riposo di Dioniso o del pastore Endimione addormentato: è solo la presenza della “cucurbita” del racconto biblico che permette di identificare il personaggio come Giona. Risaliamo all’adattamento dal personaggio pagano in cui ritroviamo l’analogo tema del riposo, Endimione, per il fatto che il corpo del profeta è rappresentato nudo, caso insolito per quanto riguarda le rappresentazioni cristiane; anche se ci sono delle eccezioni, proprio come nel caso del profeta Giona, spesso rappresentato nudo nell’arte paleocristiana, poiché si può interpretare come già partecipante della gloria di Cristo risorto, e il suo sonno viene trasformato divenendo metafora della beatitudine della vita eterna.

Francesca Corsi