Le Grandi Battaglie della Storia: Hiroshima

hiroshimaTablinum: cari lettori, questo mese non tratteremo una battaglia o un assedio ma scopriremo come il lancio di due sole bombe abbia cambiato il corso della Seconda Guerra Mondiale, e più in generale la storia della guerra. Con il lancio di due bombe atomiche ebbe inizio l’era atomica e conseguentemente il periodo storico comunemente conosciuto come: Guerra Fredda.

Ma scopriamo come si è arrivati a questo momento cruciale.

forze dell'asseDal 1943 le forze dell’Asse sono in crisi su tutto lo scacchiere bellico, ma lungi dall’essere piegate. L’Italia è uscita dal conflitto a settembre, ma nel nord del paese si è instaurata la Repubblica Sociale Italiana. Nello stesso anno, le forze militari congiunte anglo-americane sono sbarcate in Europa e l’Unione Sovietica è in grande ripresa dopo lo battaglia di Stalingrado mentre nel Pacifico, le sorti della guerra sono ormai segnate: fra il 1944 e il 1945 le forze anglo-americane procedono con la riconquista della Birmania, delle isole Gilbert, delle isole Filippine, e del Giappone che non riuscendo a fare fronte a tutte queste invasioni subisce pesanti bombardamenti anche sul proprio territorio.

iwo jimaL’offensiva americana procede faticosamente e le perdite subite a Iwo Jima e Okinawa preoccupano lo stato maggiore americano sui tempi di conclusione della guerra. Il Giappone, nonostante i bombardamenti subiti, è ancora ottimamente difeso, soprattutto nella parte centrale e conta su oltre 1.800.000 uomini in 26 divisioni e su un terreno che si presta bene alla guerriglia. La stima delle perdite di vite umane la conquista del Giappone, secondo il rapporto dettagliato del generale George Marshall, Capo di Stato Maggiore, oscilla tra i 500.000 e il 1.000.000 di caduti. Un numero davvero intollerabile se consideriamo che la conquista della Germania, e la conseguente caduta di Hitler, sono costati in confronto 200.000 caduti.

harry trumanLa situazione si muove in fretta e nel maggio 1945, un comitato presieduto dal Ministro della Difesa Henry L. Stimson, presenta un rapporto al neo presidente americano Henry Truman sull’ipotesi di ricorrere contro il Giappone a una nuova e potentissima arma: la bomba atomica.

La costruzione della potente arma è segretissima, tanto che anche gli alleati degli americani ne sono all’oscuro. Il progetto, chiamato in codice “Progetto Manhattan”, è coordinato dal generale Leslie R. Groves. Illustri fisici lavorano alacremente al progetto dal 1942 e sono Leo Szilard, Klaus Fuchs, Robert Oppenheimer, Edward Teller, Emilio Segre ed Enrico Fermi.

La volontà degli americani è quella di far cessare immediatamente il conflitto bellico nell’arcipelago giapponese, evitando così inutili perdite, ma soprattutto per evitare che anche l’Unione Sovietica dichiari guerra al Giappone da una posizione di vantaggio rispetto agli Stati Uniti.

potsdamLe diplomazie dei vari stati si mettono al lavoro per trovare una soluzione e il 26 luglio 1945 viene diffuso il proclama alleato di Potsdam che offre la resa allo stato nipponico, promettendo la restituzione dei prigionieri, il mantenimento delle industrie e infine un posto nel commercio internazionale. A fronte di questo, si impone al Giappone la perdita di tutte le conquista militari e la riduzione del territorio nazionale alle quattro isole maggiori, quelle dove sinora non sono avvenuti gli sbarchi americani.

Il 29 luglio 1945 il Giappone risponde al proclama con un comunicato stampa. Il termine usato è: “ignorare l’ultimatum” e viene inevitabilmente interpretato dagli Alleati come un secco rifiuto.

Si è giunti quindi al momento più critico e le diplomazie propongono l’utilizzo dei canali “non ufficiali” attraverso la neutrale Svizzera, ma gli Stati Uniti hanno investito una cifra colossale per il “Progetto Manhattan” e per lo Stato Maggiore dell’Esercito, questo rifiuto giapponese, è l’occasione giusta per testare la nuova arma.

Little_boyIntanto tra il 26 e il 29 luglio 1945 “Little Boy”, il nome dato alla prima bomba atomica, viene imbarcata sull’incrociatore Indianapolis nell’isola di Tin, nell’arcipelago delle Marianne. A questo punto si attende solo la decisione del Presidente degli Stati Uniti per imbarcarla sul bombardiere a lungo raggio B29. Il piano è quello di sganciare la bomba atomica su dei centri minori come Hiroshima, Kokura, Niigata o Nagasaki, risparmiando a Tokyo la totale distruzione del suo abitato.

Crew of the B-29 "Enola Gay"

L’ordine del Presidente Truman arriva il 5 agosto 1945 al 509° Gruppo da Bombardamento. Tre B29 decollano poco dopo la una del 6 agosto 1945, sono i bombardieri da ricognizione che scortano il bombardiere, soprannominato “Enola Gay” in onore della madre del comandante Paul Tibbets, che porta la bomba atomica. La missione è talmente segreta che solo il tenente-colonnello Paul Tibbets è a conoscenza del carico, il resto degli equipaggi dello stormo pensa che si tratti un bombardamento “convenzionale”.

Il tenente-colonnello riceve il bollettino meteo dal capitano di uno dei B29 in ricognizione; il cielo su Hiroshima  è senza nuvole e l’aria è limpida, condizione perfetta per il bombardamento. Solo quando l'”Enola Gay” si trova sopra Hiroshima Tibbets informa gli equipaggi che la bomba che stanno per essere sganciata è una bomba atomica.

hiroshima_bomba_atomica_giappone-2Preso atto di questo gli equipaggi eseguono gli ordini del Presidente Truman e alle ore 8.15 il maggiore Tom Ferebee esegue lo sgancio e l’esplosione ha luogo 45 secondi più tardi, quando l'”Enola Gay” è già a diversi chilometri di distanza. Ciò nonostante gli equipaggi dei B29 sono quasi accecati dal lampo che vedono attraverso gli occhiali speciali di cui tutti sono stati muniti, mentre dalla città colpita si eleva un’enorme colonna di fumo densissima di particelle solide, che prende presto la forma di un fungo.

piantina esplosioneA terra l’effetto è terribile: dove la bomba impatta, la temperatura raggiunge in una frazione di secondo i 5.000 gradi, in un’area di 1.500 metri di diametro. Niente se non cenere e pulviscolo viene ritrovato in questo spazio. Spostandosi dall’epicentro dell’esplosione, tutti gli edifici crollano al suolo o bruciano da cima a fondo. Non si possono soccorrere i feriti e gli ustionati gravissimi restando a morire in strada, a fine giornata si calcolano 100.000 morti, altri 40.000 morti si aggiungeranno entro la fine 1945.

La forza devastatrice della bomba atomica distrugge anche gli archivi anagrafici civili e militari, rendendo impossibile il conteggio preciso delle vittime. L’Imperatore Hirohito è costretto ad ammettere il colpo devastante e l’Unione Sovietica approfitta di questa devastazione che ha colpito il Giappone per invadere la Manciuria, precedentemente invasa dai nipponici e ribattezzata Manciukuò.

imperatore-hirohitoTuttavia l’Imperatore Hirohito, mal consigliato dal suo entourage, esita a segnalare immediatamente la volontà di resa agli Americani e questa esitazione costa un’altra tragedia altrettanto grave.

Il 9 agosto 1945 la città di Nagasaki viene scelta, per via delle buone condizioni meteorologiche, per lo sganciamento della seconda bomba atomica, denominata “Fat Man”, questa volta una bomba al plutonio.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAL’esplosione è talmente potente, diverse volte più di Hiroshima, che il bombardiere B29 viene parzialmente investito dall’onda d’urto dell’esplosione ed è costretto a un atterraggio d’emergenza nella base militare di Okinawa. I morti saranno 70.000, inclusi i membri dello stesso equipaggio del B29, contaminati pesantemente dalle radiazioni.

Una riunione tra le principali autorità di governo e i capi militari ha luogo nel palazzo imperiale di Tokyo a partire dalla mezzanotte tra il 9 e 10 agosto 1945 e per la prima volta nella storia è presente alla riunione anche l’Imperatore Hirohito. E’ quest’ultimo a far pendere l’ago della bilancia a favore della resa incondizionata, precedentemente proposta dagli Alleati. Non tutti sono d’accordo con la decisione dell’imperatore, alcuni vogliono delle condizioni migliori senza le quali preferirebbero continuare il conflitto a oltranza. Ma la decisione è stata presa e il 2 settembre 1945 una commissione giapponese sale sulla corazzata Americana Missouri, pacificamente entrata nel porto di Tokyo, e alle ore 9.25 firma la resa del Giappone, davanti ai rappresentanti dei principali stati Alleati. La Seconda Guerra Mondiale è finita.

blocchiL’arma atomica, utilizzata per sconfiggere il Giappone, modifica i rapporti di forza tra i vincitori a favore degli Stati Uniti  e i vincitori a favore dell’Unione Sovietica. Questa frapposizione in blocchi rende ancora più remota la possibilità di creare un ordine mondiale postbellico, che vada a scongiurare un altro conflitto mondiale, anzi subito dopo la fine della seconda guerra mondiale è iniziata la corsa agli armamenti.

De facto è come se da settant’anni a questa parte le guerre non siano mai cessate, ma addirittura moltiplicate, e non si sia mai avuta la sensazione di una pace mondiale, duratura nel tempo.

Alessandro Cerioli

Talking with Paul Scott Malone

Studio Tablinum: Paul Scott Malone is a successful American artist, he lives in Huston -Arizona- and, after a brilliant career as writer and journalist, he has decided to dedicate himself totally to the thing that he most love: Picture.
I call him “Paul” because he asks me so and, as you can note, this is an important element which underlines that Paul isn’t only a great artist but also a great person.

I’d like to present him with this interview, I leave to you the pleasure of discovering him!

551908_4572028903955_1246771661_nHow did you discover this passion?”

I discovered this passion when I was a young boy. My mother, a painter of roses mainly, though she also painted landscapes and portraits, saw some hidden talent in me and took me to summer art classes when I very young at the studio of her best friend and my “god mother,” you might say. It was great fun to smear oil paint all over a canvas and go home covered in paint, and for several years in my youth I was convinced I wanted to paint pictures of anything for the rest of my life. So I started out painting flowers and a few landscapes because that is what I was being taught how to do. The change to abstract came many years later.”

But you are also an established writer, right? How did you develop this your second passion? And what was the role of painting during this period?”

As my life progressed, and especially during my college years as I read more and more of the great masters of literature, I discovered a love writing too. I let my passion for painting move to the background of my artistic life, still doing a little drawing and painting, but focusing my attention on fiction and poetry. I worked as a newspaper journalist for about five years to earn a living, but I was drawn to greater heights. So I returned to college as a graduate student and took an MFA degree in creative writing and contemporary literature from The University of Arizona in 1986. During those years I wrote and read constantly. I also edited a textbook on rhetoric while I was in graduate school. Several of the short stories I began during that time of joy and study eventually found their way into my first book but only after years of editing and re-writing as I was also making other stories and starting what would become my first novel. That first book called “In an Arid Land: Thirteen Stories of Texas” was published in 1995 and won Best book of Fiction from the Texas Institute of Letters in 1996. It also received a very favorable half-page review in The New York Times Book Review shortly after it was published. I went on to write two more books of fiction “Memorial Day and Other Stories” and my only novel to date “This  House of Women” which was also honored with a very prestigious award from an organization of Western U.S. librarians called Women Writing the West. I was the first man to win this award.

But I could not keep oil painting from intruding on my writing life, and in the mid-90s it finally took over as my principal means of artistic expression –due to, also, for my mother’s death-.

I embraced oil painting as my primary way life in 1997, when I painted (oil, pastel, watercolor, pencil, charcoal, anything) more than 100 works in oil and pastel, not to mention hundreds of sketches and drawings. By then, there was no turning back. The more I painted the more the passion grew. I thought about it constantly, dreamed about it, and worked 12, 14, 16 hours a day. When I sold a few pieces, I was finally taken over completely. I love everything about the works themselves and the whole process of painting. I took a few drawing classes to help me improve in that area, but by then all I wanted to do was paint pictures. In 1998 and 1999 I made more than 200 paintings, some small, some quite large. This was a love that grew from a place in my heart that I was not even aware of in those days. I visited Europe several times to see the work of every old master I could find in Italy, France, Germany, Spain, the UK . Everyplace I could get to see more and more paintings.

For many years my work teetered between relativism and the abstract. Realism never really interested me for some reason, even though I made a few realistic drawings and paintings in those years (all destroyed now) just to prove to myself that I could master realism if I chose. I chose not. By 2004-05 I discovered that I had a real talent for oil painting, a talent I could never ignore. I dropped everything else and went completely abstract. The love, the passion, only grew. Now I could not imagine my life without painting! anything, everything. Even the smell of oil paint and all the other elements that go into a painting attracted me to my studio as a butterfly is attracted to a beautiful flower. I was a painter of abstract paintings! I could not go back now if I tried, whether or not others appreciated what i did. I painted for myself first and if someone else enjoyed it well, then, all the better. Now, art is all that matters to me in my working life. I hope to die in my studio.”

So, let’s start with another question! First of all, you have said that you have visited Europe so,by which artists have you been more impressed?”

I traveled to Europe several times eager to seek out whatever of the old masters I could and anything else that might show me the way. I enjoyed all the masters just fine but it wasn’t until I saw up close the work of the Impressionists, Van Gogh especially of course, that I started to see what I wanted to do with my own work. I was never a realist but Impressionism revealed a new way of seeing everything : flowers, faces, love, cruelty ; everything)and I realized that what lies before our eyes is seldom the truth in life. It may be a reality of  some kind, if anything is real, but it is not the truth we find in our souls and hearts and minds, which are so often crowded with hundreds of visions and desires. I call upon anyone to show me one absolute reality (beyond earth wind and fire perhaps) and I know personally that truth comes in many more disguises. But then truth is not in our grasp. By searching we may catch glimpses; that is all.

And then there was Picasso. And Matisse. Lucien Freud. Jackson Pollack. Dozens of others. No one obscure whom I think has been overlooked, though there are plenty. Most art does not impress me in the slightest. But then there was Mark Rothko. When I was in college I spent hours sitting in the Rothko Chapel near the school gazing at his huge canvases with nothing painted on them but one color, a color that changed as the sun passed by the windows, but always returned where it began the next morning. I thought for many years that Rothko had exhausted the need for an artistic dialog; he had refined it to its barest element: color. He had shown us that to create deep thought, deep emotion, deep harmony required nothing more than color. Everything else was superfluous. And for a brief time I fell under his spell, though I never painted pictures with nothing on them but two shades of orange or purple. Still, he had shown me that the dialog of art -what does and does not constitute great art? – is so far, ranging as to be never ending, yet still quite simple. The difficulty lies in the question.”

And have they influenced your paintings?”

To avoid any taint of imitation, I virtually stopped going to museums or galleries, reading art books, seeking out other artists to meet, art parties. In fact, to this day, I could count on one hand the number of acquaintances I have whom you might call artists. I lived then, and still do, a very secluded -almost reclusive -and quiet life, and I would have it no other way. I attended graduate school in creative writing at The University of Arizona and grew to love the desert, the remoter parts of the US, which seem still so incomplete. I live about 60 miles north of the border with Mexico and there is very little here but sand and cactus and desert animals. In this place, and for years, I searched, trying out everything on canvas or on paper and it all usually ended up destroyed.”

When did you find your method of painting?”

In 2004, I found it quite by accident. The tool was an air gun, not an airbrush, but an air gun, the sort of thing one uses to inflate automobile tires and do other difficult jobs in factories or garages. I blew some paint around on a canvas I was entirely displeased with and -wham!- there it was. I have no idea where it all came from, but the more I tested it the more I saw. I saw images that sent me into spasms of thought, colors I had never dreamed were possible, emotions that made me weep.

Most everything I had done before was burned or hidden and I knew I had finally found my path in life. I scoured the Internet, pored over books, looked everywhere and could find no one else making paintings such as these. Some were similar, but still far from what I had discovered. With brushes and other implements I still paint, but mostly I rely on blowing paint around until I see something , whatever. Sometimes it takes one wash, sometimes twenty or thirty. Sometimes one day, sometimes four or five years. Almost always though I find the picture that had been hidden in all that paint, or something close.

So I abandon it and move on.”

“So you have embraced Abstractism, have not you Paul?”

So, yes, I have fully embraced abstraction. I paint or draw an occasional nude or portrait but I seldom include the ears (I hate ears!) and the other body parts are often distorted and in one case the face is resting on a kind of oblique scaffolding -a touch of cubism in that one, I suppose-. And most people consider my work strange or bizarre or unworldly; or just poorly done, as if I don’t know my job. But there is something strange or bizarre or unworldly about all great and fine art. Look at Goya’s “The Third of May, 1808.” Look at Rubens’s “The Rape of the Daughters of Leucippus.” Look at Van Gogh’s “The Starry Night.” All of them: how threatening! To most people, I suppose, the unusual, the mysterious, IS threatening. But great artists have always, whether they knew it or not, delved into the human heart and soul to see what they might find, and, to reveal what they saw, portrayed sometimes the motion and sometimes the calm of what we consider reality. Thanks to them there is much wonderful art in the world.

Abstract artists do the same thing but in a more direct and, I believe, truthful way. The mind, to me, is just as vast and various as the physical universe is immense and marvelous. Whose mind is not in a state of constant disarray, constant change, even in sleep, always brimming with often-unknown ideas, music, anxieties, confusion, images, delight, mystery? Who knows what else lies within? We must go and search. Abstract art, lacking the formality of the past, is the best we’ve got just now to go looking into the illusive internal life for its sources and mechanisms, which the artist must then struggle to convey in a manner that can be shared with others. My work is not meant to startle; it’s what I see. It asks questions that cannot be answered yet, tries out answers that may make no apparent sense because there is nothing else, except the night sky perhaps, that can offer even a glimpse of the bizarre mystery of life, no matter what religion says. While we have learned a lot over the centuries about the workings of existence, we still haven’t the slightest notion of all the possibilities that lie out beyond the blue, the sun, the stars, much less what truly has evolved deep inside our minds and hearts and souls. Thus, the artistic dialog continues, leads us; and it must. History is a story of advancement into new, distant and even frightening realms, for good or ill. I think we should carry on with the story.”

Do you think that people who see your canvas understand your message or they see only blots of colours?”

If I have been asked once I’ve been asked a thousand times virtually the same thing when someone is viewing one of my abstract paintings: “Is there supposed to be some kind of MEANING or MESSAGE in this?” My usual answer, because I don’t care to devote much of my one precious lifetime to such an absurd observation (it’s not a sincere question, it’s a bit of mean sarcasm in truth and because I find it usually ends the discussion) is to say simply that the picture means whatever you want it to mean. The message is whatever you want to see in, or hear from, the blots of color on the canvas. People usually shake or nod their heads and that resolves the topic. 

Most would not understand my real answer, which is even more direct and very simple: Is there meaning or a message in anything but for stop signs and dark clouds? And why must art -fine art at least- express a meaning or a message anyway? Fine art does not need to draw tears from our eyes, anger us, instruct us, or even be beautiful.

Who am I to tell you what to think, in words or in paint, offer up meanings or messages for you to disagree with? These would be only my opinions and impressions of the natural world, or the often outrageous ways of humans, and I am not a prophet from heaven sent to show you the way, speak the truth, invent the wheel.

I am only an artist, a painter, as others are mechanics or CEOs, and this is what I paint because this is what my delightful imagination has revealed to my conscious mind, which in turn has shown me a path to take, to try out, whether or not I understand why or where I’m going. The destination will reveal itself when I get there.

What do you mean with “often outrageous ways of humans”?

Russia recently invaded Ukraine and, under threat of overwhelming force, took away Crimea from the people of Ukraine. Russia may or may not have been in the right or the wrong, but underlying it all is a big question: Will this act, this way of humans, lead to more war, more death, more destruction on the Earth? It was, to me, as a citizen of the world, an outrageous act committed by one nation, or collection of humans, against another nation, or collection of humans. Art doesn’t care, or shouldn’t care, whether Russia was right or wrong. 

By the phrase “outrageous ways of humans” I mean only the things we do to others, or to ourselves, or that others do to us, which seem unusual or unnecessary or unethical or immoral, the sorts of things we read about in the newspapers and know about from history. Is it my place, as an artist -should it even be necessary- to make a painting, or write a story, let’s say, that would obviously condemn Russia for doing what it did? Must I, as an artist, condemn murder, rape, theft, cruelty, barbarity, greed, aggression, war? They condemn themselves. 

Anyone with the gentle sensibilities to appreciate fine art would find a “message” superfluous on the part of the artist. Some may even find it insulting, as I do, since anyone who has the capacity to appreciate fine art probably already knows what he or she thinks about such things without my telling them. Blots of paint on canvas are much more interesting, and certainly more fun.”

Now I would like to ask you this thing: You said that war, murder, rape, theft, cruelty, barbarity and greed condemn themselves, so you do not feel the necessity to condemn them openly. That’s right?

But I have seen, in your website, that there is a serious of pictures titled “Black” and I have supposed that maybe are connected with this discussion, some of them seems atomic explosions for me!
They are really impressive, why have you decided to call “Black”  this serious of pictures? What is connected to them?”

I’m glad you see a meaning in the series, perhaps those lines and blobs and colors DO represent atomic explosions; I don’t know. It’s a perceptive observation, no matter what, and a great way for you to understand and classify for yourself what you are looking at. Your imagination is at work! And I’m glad you see a possible message in the title “Black,” for that is certainly the mood created in me, too, when I hear of, or read about, or see a picture of, an atomic explosion. We all know what that could mean: Does nuclear war loom on our horizon? A dark deed if ever there was one.

At the same time, when I’ve allowed myself to look for something concrete in those paintings, I’ve always seen things like caterpillars and scenes of stellar peace; the quiet sky. Oddly, I do have a series of about a dozen large paintings called “Eruptions” which I myself don’t understand beyond the concept of  “eruption.” The paintings look as if they may represent eruptions. But even Coca-Cola can erupt. A soccer ball, if over-inflated, can erupt. In addition, I made another series of paintings that is just as explosive as “Black” but I titled it “White.” Why?

Let me tell you a brief story. When I first started selling my paintings about twenty years ago I always put titles on them. At that time my work was not as abstract as it is now, so the titles often came out something like this: “Flower Pot with Zinnias” or “Reclining Nude” or “Dream of the Grand Canyon.” When I made the break with realism -at least in oil painting – and aligned myself more and more with the abstract I realized the difficulty in applying a name to blobs of paint on canvas. What would be the title? “Blobs of Paint on a Canvas”? That wouldn’t get me very far. So I started calling most of my paintings only by their composition numbers (or serial numbers) as in “Composition 351” or “Composition A85.” It was like naming them “Untitled” only it made it easier for me to remember which painting was which.

But some friends and mentors complained. They said that I should give the viewer a hint, some way to label the painting, lead the viewer in some direction no matter how vague. Finally I consented. Again oddly, it just so happens that I was finishing up most of the paintings in the very series we’re discussing, so I looked at them closely, for several weeks, and I eventually realized that the only thing they had in common was the color black. Each one had at least a little black paint in it. So I titled the series “Black.”   

And now the last question: “What are you painting now?”

Right now I’m finishing up a series called “Red.” It’s called “Red” because its most prominent  color is red, as I intended it to be. All five of the paintings are beautiful and full of mystery, the source of all emotion. When I get good photos of all five I’ll send them to you.

But I’m also -besides trying to earn my daily bread, which grows more difficult every day – doing some preliminary thinking and muddling about on a continuation of my series called “Canyon.” I have some canvases, already stretched, with some old paintings on them that I don’t care for; I disagree with the dialog they are offering; but they are all done in earth tones, which are my favorites to work with. I want to take what is already there and, with the knowledge and mastery I have gained over the years, I want to transform them so that the colors and the lines and all of that painterly stuff leaps off the canvas and grabs you by the nose and says: “Look! Look at what I am, for you have never seen me before and will never see anything like me again. Enjoy it while you can.”

I love to paint; I adore painting and painting of every kind.

Since I returned to Arizona almost two years ago -the desert, real desert in all its naked beauty – from Texas (which has only a little kind of ugly desert in its western regions) I have renewed my awe of arid places and what they tell us about our past and ourselves even today. Not so much the desert sand and the cactus themselves, but the general atmosphere which the desert offers a painter is rare on the Earth. It’s like a woman, ugly or beautiful, no matter, a model who has a lot of body to paint, curves and angles and strange moods hidden in her bones, soft places too, a body that reveals the tremendous depth of our real humanity. We’re animals and spirituals combined! As I said before, the place appears to be only half finished, or half naked, as if too much of its slip is showing (to use an old phrase) and perhaps a breast or two, or even a sweet round belly; all of that is in the desert pose as well. The shapes and the colors and what it all says about our Earth’s heritage is quite awe inspiring. In many ways, everything I do comes from the arid Southwestern United States. It is not only a gorgeous model but an excellent pallet, if you know what to do with her.”

Thank you very much Paul, it has been a really interesting interview for me. I hope that Arizona, the desert and the reality of life continue to inspire you and let you express your inwardness; you have this quality and it is not something common.”

Camilla Oliveri

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Dialogando con Paul Scott Malone

Studio Tablinum: Paul Scott Malone è un affermato artista americano, vive a Huston, in Arizona e dopo una brillante carriera da scrittore e giornalista ha deciso di dedicarsi interamente alla cosa che ama di più nella sua vita: la pittura. Come potrete notare lo chiamo per nome perché me l’ha chiesto lui e penso che ciò sia significativo per capire che Paul, oltre ad essere un grande artista, è anche una grande persona.

Ve lo voglio presentare attraverso quest’intervista, lascio a Voi il piacere di scoprirlo!

“Paul, come hai scoperto questa passione?”551908_4572028903955_1246771661_n

“Ho scoperto questa passione quando ero un ragazzo. Mia mamma, pittrice di rose soprattutto -ma anche di paesaggi e ritratti- vide dentro di me un talento nascosto e mi iscrisse a un corso estivo di pittura presso lo Studio di una sua amica pittrice, una sorta di zia per me. Era divertente spargere il colore sulla tela e arrivare a casa ricoperto di pittura, e per molti anni -nella mia giovinezza- sono stato convinto di voler dipingere ritratti di qualsiasi cosa per tutta la vita. Così ho iniziato a dipingere fiori e paesaggi, anche se in minor quantità, perché pensavo fosse la cosa per cui ero maggiormente portato. Il passaggio all’astrattismo avvenne molti anni dopo.”

“Ma sei anche un affermato scrittore, giusto? Come hai sviluppato questa tua seconda passione? E la pittura che ruolo ha ricoperto nel periodo in cui ti sei dedicato ad essa?”

“Durante gli anni del College ho iniziato a leggere molti romanzi di autori importanti e ho scoperto di amare anche la scrittura. Ho focalizzato la mia attenzione su romanzi e poesie, lasciando che la pittura si insinuasse dietro le quinte, continuavo comunque a disegnare e dipingere qualcosa. Ho iniziato a lavorare come giornalista per guadagnarmi da vivere per circa 5 anni, ma desideravo raggiungere altre mete.

Così sono tornato al College e mi sono laureato nel 1986 presso l’Università dell’Arizona in “Scrittura creativa e Letteratura contemporanea”. Durante questi anni scrivevo e leggevo costantemente.

Ho anche pubblicato un libro di testo sulla retorica mentre ero all’Università. E’ in questo periodo che ho cominciato a scrivere racconti brevi che, insieme ad altri, (dopo averli corretti e rivisti a lungo) sono confluiti nel mio primo romanzo intitolato “In un’Arida Zona: 13 storie del Texas”; pubblicato nel 1995 e vincitore del premio “Miglior libro di racconti”, elargito dall’Istituto di Lettere del Texas nel 1996. Ha anche ricevuto una recensione molto favorevole nel NY Times Book Review, poco dopo la pubblicazione.

Ho continuato a scrivere altri libri di racconti: “Il giorno della Memoria e altre Storie” e il mio unico romanzo “Questa casa di donne” che è stato onorato con un premio veramente prestigioso da parte dell’Associazione di Bibliotecari dell’America occidentale che si chiama “Donne che raccontano il West”; sono stato il primo uomo a vincerlo!

Ma non potevo non permettere alla pittura di intrufolarsi nella mia vita e, a metà anni ’90, è diventato il mio principale canale d’espressione -anche per l’influenza dovuta alla morte di mia madre-.

Nel 1997 ho creato più di 100 tele a olio e a pastello (per non menzionare gli schizzi minori) e utilizzavo qualsiasi materiale: colori ad olio, pastelli, acquerelli, matite e carboncino. Da questo momento non c’è stata via di ritorno. Più dipingevo e più la passione cresceva. Ci pensavo costantemente, sognavo di dipingere e lavoravo 12,14 o 16 ore a giornata.

Quando ho iniziato a vendere qualche tela ero completamente preso da essa. Amo tutto ciò concerne la pittura e anche il processo stesso di dipingere. Ho fatto qualche corso per migliorare in questo campo ma da questo momento, tutto quello che volevo, era dipingere. Era un amore che si era sviluppato dal profondo del mio cuore, di cui non ne ero nemmeno a conoscenza in quei giorni.

Tra il 1998 e il 1999 ho creato più di 200 quadri, alcuni piccoli altri abbastanza grandi. Ho visitato l’Europa diverse volte per vedere le opere dei più grandi pittori in Italia, in Francia, in Germania, in Spagna, in Gran Bretagna.

Per molti anni il mio lavoro barcamenò tra il Relativismo e l’Astrattismo. Il Realismo non mi ha mai particolarmente interessato, anche se ho continuato a fare alcuni disegni e quadri realistici –tutti distrutti adesso- solo per dimostrare a me stesso che ero abile anche in questo campo. Ma ho scelto di non farlo. Dal 2004-2005 ho scoperto di avere un buon talento per i quadri ad olio, un talento che non potevo ignorare. Ho lasciato perdere tutto il resto e ho abbracciato l’Astrattismo. L’amore e la passione crescevano continuamente. Ora non potrei immaginare la mia vita senza pittura. Anche solo l’odore del colore e tutti gli altri elementi che servono per un dipinto mi attraggono nel mio studio come una farfalla è attratta da un bel fiore. Se anche ci provassi non potrei proprio tornare indietro, sia che le persone apprezzino o no i miei lavori. Dipingo per me stesso e se a qualcuno piace bene, sennò non cambia nulla. Adesso l’arte è tutto ciò che mi interessa e spero di morire nel mio studio.”

“Perfetto, continuerei con un’altra domanda. Mi hai detto che sei stato in Europa, quali artisti ti hanno impressionato di più?”

“Sono stato in Europa diverse volte, desideroso di scovare i grandi artisti del passato e qualsiasi altra cosa che potesse mostrarmi la mia strada. Ho apprezzato tutte le grandi opere ma soprattutto gli Impressionisti, (specialmente Van Gogh) e con lui ho iniziato a capire cosa cercavo nel mio lavoro. Non sono mai stato un realista ma l’Impressionismo mi ha rivelato una nuova prospettiva con cui vedere le cose –fiori, visi, l’amore, la crudeltà; tutto- e ho realizzato che ciò che si nasconde sotto i nostri occhi è l’essenza della vita.

Potrebbe essere qualsiasi tipo di realtà, se qualcosa è reale, ma non è la verità che troviamo nei nostri animi, cuori e menti, che sono così spesso oscurati da centinaia di punti di vista e desideri.

Esorto chiunque a mostrarmi una realtà oggettiva -al di là dal vento e dal fuoco- e so personalmente che la verità fuoriesce attraverso molte maschere. Ma poi la verità non è nelle nostre mani. Con la ricerca possiamo solo afferrarne alcuni barlumi; e questo è tutto.

E poi venne Picasso. E Matisse. Lucien Freud. Jackson Pollock. E una dozzina di altri. Credo di non averne tralasciato nessuno, anche se sono molti. La maggior parte dell’arte non mi impressiona minimamente.

Ma poi venne Mark Rothko. Quando ero al College ero solito trascorrere molte ore nella “Rothko Chapel”; osservavo le sue enormi tele in cui vi era dipinto nient’altro che un unico colore che cambiava quando i raggi del sole penetravano tra le finestre ma tornava sempre al suo posto la mattina successiva.

Per molti anni ho ritenuto che Rothko abbia risolto l’essenza dell’arte; l’aveva affinata verso l’elemento maggiormente indispensabile: il colore. Ci ha dimostrato che per dar forma a un pensiero, ad un’emozione e ad un’armonia profonda è necessario nient’altro che il colore. Tutto il resto è superfluo. E per un breve periodo sono stato attratto dal suo incantesimo, dipingendo tele con al massimo due sfumature di color arancio o viola.

Ancora, mi ha mostrato che la principale questione dell’arte -che cosa costituisce o meno una grande opera d’arte?- che è così lontana e insolubile, era risolvibile. La difficoltà sta nella domanda.”

“E questi Artisti hanno influenzato la tua arte?”

“Per evitare qualsiasi tentativo di imitazione, ho potenzialmente smesso di frequentare musei o gallerie, di leggere libri d’arte, di cercare altri artisti da incontrare e di andare alle feste. Infatti adesso non ho molti conoscenti che posso definire artisti. Ho vissuto, e vivo, una vita appartata -quasi solitaria- e tranquilla, e non vorrei fare diversamente.

Ho frequentato la Scuola di specializzazione in scrittura creativa all’Università dell’Arizona ed è cresciuto l’amore per il deserto, la parte remota degli U.S.A; che sembra ancora così incompleta. Vivo a circa 60 miglia dal confine col Messico e non vi è nulla se non cactus, sabbia e animali del deserto. In questo posto, per anni, ho ricercato la mia dimensione di dipingere. Ho provato di tutto su tela o carta, e solitamente tutto è finito distrutto.”

“Quando hai trovato la tua dimensione di dipingere?”

“Nel 2004, quasi per caso. Lo strumento che ho scoperto era una pistola ad aria compressa, non un aerografo. Ho fatto esplodere un po’ di pittura su una tela ed ero veramente dispiaciuto ma -“Wao!”- all’improvviso avevo trovato la mia strada. Non avevo idea di cosa si fosse creato ma più lo analizzavo e più ci vedevo un qualcosa.

Notavo immagini che mi trasmettevano spasmi di riflessioni, colori che non avevo mai nemmeno sognato, emozioni che mi hanno fatto piangere. Prima avevo sempre distrutto o bruciato le mie creazioni ma finalmente avevo trovato la mia strada. Ho fatto una ricerca su internet e tra i libri, ho guardato dovunque e non ho trovato nessuno che dipingesse come me. Alcuni erano simili, ma ancora lontani da quello che avevo scoperto. Continuavo a dipingere con pennelli e altri strumenti ma mi basavo soprattutto sullo spargere vernice sino a quando non intravedevo qualcosa, qualsiasi cosa.

Talvolta serve un unico schizzo, altre 20 o 30. Alcune volte un giorno, altre 4 o 5 anni.

Quasi sempre però ho trovato l’immagine nascosta al di sotto di questa pittura (o un qualcosa di simile) e così mi lascio trasportare e continuo su questa strada.”

“E così sei giunto all’Astrattismo, giusto Paul?”

“Così sì, finalmente ho abbracciato l’Astrattismo. Disegno o dipingo raramente un nudo -tranne le orecchie, quelle non le sopporto!- e le altre parti del corpo sono distorte; il viso poggia su una sorta d’inquadratura obliqua (penso sia un sentore di cubismo).

Ma c’è sempre un qualcosa di strano, bizzarro o ultraterreno nella grande arte e in quella sublime. Pensa al “ 3 Maggio” di Goya, del 1808, e a molti altri. Sono tutti minacciosi! Per molte persone suppongo che l’insolito e il misterioso siano inquietanti. Ma i grandi artisti hanno sempre, sia che lo sapessero o no, scavato nel cuore e nell’animo umano per vedere quello che potevano trovare, per rivelare quello che hanno visto, per ritrarre a volte il movimento e a volte la calma di quello che noi consideriamo realtà. Grazie a loro esiste così tanta bellezza nel mondo.

Gli astrattisti fanno la stessa cosa ma in modo più diretto e, come credo, veritiero. La mente, per me, è così vasta e varia quasi quanto l’universo fisico è immenso e meraviglioso.

La mente di quale persona non è in costante stato di disordine, cambiamento; anche mentre si dorme la mente è spesso ricca di idee sconosciute -musica, ansietà, confusione, immagini, felicità, mistero-? Chi sa cos’ altro vi soggiace? Dobbiamo inoltrarci e cercare di capirlo.

L’arte astratta, venendo meno la formalità del passato, è la migliore in questo campo: permette di cercare le fonti e i meccanismi dentro la nostra interiorità illusoria, che l’artista deve cercare di scovare in modo tale da poterlo trasmettere agli altri. Il mio lavoro non significa turbare ma consta semplicemente in ciò che vedo.

Si interroga su questioni alle quali non può ancora essere data una risposta, cercando risposte che potrebbero non avere un significato apparente perché non c’è null’altro -a parte il cielo notturno forse- che può offrire un barlume del mistero della vita; non importa quello che dice la religione.

Sebbene abbiamo imparato molto, attraverso i secoli, sul funzionamento della vita, non abbiamo ancora la minima nozione di tutte le possibilità che si trovano al di là del cielo, delle stelle, del Sole; sappiamo ancor meno ciò che si è evoluto all’interno delle nostre menti, dei nostri cuori e delle nostre anime. Così il dialogo artistico continua, ci guida e deve farlo. La storia è progresso verso il nuovo, mondi distanti e talvolta spaventosi; nel bene e nel male. Penso che dovremmo proseguire con la storia.”

“Pensi che le persone che osservano i tuoi quadri intuiscano quello che vuoi esprimere o vedano semplicemente macchie di colore?”

“Questa domanda mi è stata fatta molte volte quando qualcuno stava osservando i miei quadri: “C’è qualche tipo di messaggio o significato?” La mia solita risposta è, dal momento in cui non mi piace sprecare il mio tempo con questo tipo di domande, (visto che noto un velo sarcastico e perché voglio chiudere la discussione) dire che “significa quello che vuoi farlo significare”. Il messaggio è rinchiuso in ciò che vuoi vedere o sentire dalle macchie di colore sulla tela. Le persone solitamente annuiscono o scuotono la testa e la discussione finisce lì.

La maggior parte delle persone non vuole capire la mia vera domanda, che è molto più semplice e diretta.

“C’è un significato o un messaggio in tutto ma per i segnali di arresto e le nuvole tempestose? E perché l’arte deve comunque -perlomeno la più raffinata- esprimere un messaggio o un significato?”

La grande arte non deve necessariamente farci piangere, arrabbiare, istruirci o essere bella.

Chi sono io per dirti cosa pensare, attraverso la scrittura o la pittura, o per offrirti significati e messaggi con i quali essere in disaccordo?

Le mie opere sono solo le mie opinioni e impressioni che derivano dal mondo naturale, o dalle vie spesso scandalose degli umani, e io non sono un profeta mandato dal cielo per mostrarti la strada o dirti la verità.

Io sono solo un artista, un pittore, come le altre persone sono meccanici o direttori, e questo è quello che dipingo grazie alla mia piacevole immaginazione che si è rivelata nella mia mente, che a sua volta mi ha mostrato una strada da percorrere, da sperimentare; sia che io comprenda o meno dove sto andando. La destinazione si rivelerà solo quando la raggiungerò.”

“Cosa intendi per “oltraggiose vie umane?”

“La Russia ha recentemente invaso l’Ucraina e, sotto la minaccia della sua forza travolgente, ha portato via la Crimea. La Russia potrebbe o meno avere ragione ma, al di sotto di tutta questa grande questione c’è una domanda: Porterà questo gesto, questo comportamento degli esseri umani, a più guerra e distruzione sulla Terra? Per me, in quanto cittadino del mondo, è un atto oltraggioso commesso da una Nazione (o insieme di persone) contro un’altra (che è sempre un insieme di persone). L’Arte non deve -o meglio- non dovrebbe, occuparsi del fatto che la Russia sia nel torto o no.

Con la frase “scandalose vie degli umani” intendo le cose che facciamo agli altri, o a noi stessi, o che gli altri ci fanno; che ci sembrano inusuali, non necessarie, eticamente scorrette o immorali: quel tipo di cose che si leggono sui giornali e che si conoscono dalla Storia.

Dovrebbe essere mio compito, in quanto artista -o dovrebbe essere necessario- dipingere o scrivere una storia che condanni la Russia per quello che ha fatto? Devo, in quanto artista, condannare l’omicidio, il rapimento, il furto, la crudeltà, la barbarità, le aggressioni, la guerra? Si condannano da sole.

Chiunque abbia una certa sensibilità nell’apprezzare l’arte avrebbe trovato un “messaggio” superfluo da parte dell’artista. Alcuni potrebbero trovarlo offensivo, come ho fatto, dal momento che chiunque abbia la capacità di apprezzare la grande arte probabilmente conosce già ciò che pensa l’artista senza doverglielo chiedere. Le macchie di colore sulla tela sono molto più interessanti, e certamente più divertenti.”

“Adesso vorrei farti questa domanda: mi hai detto che le atrocità degli uomini si condannano da sole ma sul tuo sito ho visto una serie di dipinti, intitolata “Black”, che mi sembrano connessi la guerra; alcuni sembrano esplosioni atomiche! A che cosa pensavi mentre dipingevi? Perché hai deciso di dargli quel titolo?”

Magari questa serie di dipinti rappresenta esplosioni atomiche, non lo so. È un’osservazione percettiva; ma sono contento che vedi un messaggio nel titolo perché sicuramente è questo il mio stato d’animo quando sento, leggo o vedo una foto di un’esplosione atomica. Tutti noi sappiamo cosa potrebbe significare: “Incombe un’altra guerra nucleare sul nostro orizzonte?” . Nero segnale se mai ci fosse.

Allo stesso tempo, quando ho permesso a me stesso di cercare un significato in quei quadri, ho sempre visto cose simili a trattori e il cielo sereno. Curiosamente ho una dozzina di quadri che si intitolano “Eruzioni” ma nemmeno io so che cosa sia esattamente il concetto di eruzione. Anche un Coca-Cola può esplodere, o una palla. Inoltre ho una raccolta di quadri simile alla serie “Black” ma l’ho intitolata “White”. Perché?

Lascia che ti dica una cosa: quando dipingevo i miei primi quadri realistici ero solito dar loro titoli specifici che riprendevano il soggetto del quadro, quando poi ho iniziato ad abbracciare l’astrattismo mi è risultato difficile scegliere il nome di un quadro; così ho iniziato a numerarli. Ecco perché alcuni miei quadri si chiamano, ad esempio, “Composizione 351”; potevo anche non dar loro un nome ma in tal modo era più semplice distinguerli.

Ma alcuni miei amici e mentori si cominciarono a lamentare, dissero che dovevo dare all’osservatore anche semplicemente un cenno che potesse aiutarlo a capire quello che volevo rappresentare. Così ho osservato a lungo la serie di cui stavamo discutendo e ho notato che l’unico elemento che questi dipinti avevano in comune era il colore: ecco dunque che l’ho chiamata “Black”.

E ora l’ultima domanda: “a che cosa stai lavorando attualmente?”

“Giusto adesso sto terminando una serie intitolata “Rosso” perché è il colore preminente di questi quadri, che sono affascinanti e pieni di mistero; fonte di tutte le emozioni. Ma sto anche pensando di continuare una serie che si chiama “Canyon” . Ho delle tele già stese con dei vecchi dipinti di cui non mi ricordavo più; discordano col dialogo che mi stanno offrendo ma sono dipinte con i toni della terra, i miei preferiti.

Voglio recuperarle e, grazie alle conoscenze e alla maestria che ho accumulato durante gli anni, trasformarle in modo tale che i colori e le linee saltino fuori, ti afferrino per il naso e ti dicano:

“Guarda! Guardate! Tu non hai mai visto nulla di simile prima e non vedrai mai più nulla di simile in futuro. Goditela finchè puoi!”. Amo dipingere, veramente.

Quando sono tornato a vivere in Arizona, terra realmente desertica a differenza del Texas -c’è una sorta di porzione di terra desertica solo nella regione occidentale- ho rinnovato la mia paura per il deserto, per quello che ci trasmette sul nostro passato e su noi stessi; non tanto per la sabbia e i cactus ma per l’atmosfera generale di incompletezza e di nudità, rara sulla Terra.

Il deserto è simile a una donna, non importa se bella o brutta, è come una modella con un corpo formoso da dipingere -curve, spigoli, strani capricci racchiusi tra le ossa intermezzati da parti più morbide- . Un corpo che rivela la tremenda profondità della realtà umana, siamo anima e corpo!

Le forme, i colori e tutto ciò che esprime sul passato della Terra incute abbastanza timore. In diversi modi, tutto ciò che dipingo proviene dal desertico Sud-Ovest americano. Non è solo una magnifica modella ma anche un eccellente giaciglio, se sai come comportarti con essa.”

“Grazie mille Paul per questa interessante intervista. Spero che l’Arizona, il deserto e la realtà della vita continuino ad ispirarti e spero che ti permettano di esprimere la tua interiorità. Tu hai questa qualità e non è un qualcosa di comune.”

Camilla Oliveri

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Ares si sta ridestando?

ImmagineStudio Tablinum: potrebbe divenire un grosso problema se il “Dio della guerra” si ridestasse prepotentemente. nel corso di questi decenni il Dio si è divertito a demandare il compito infausto alla sorella Eris, le molteplici guerre a livello regionale, in Africa in Sud America o nel piccolo – medio oriente sono si azioni violente, che il Dio ama, ma non abbastanza importanti per “sporcarsi le mani”. Però qualcosa sta evolvendo tragicamente in questa ore, in odore di guerra, il Dio si sta interessando all’evolversi della crisi coreana, dalla sua residenza in Tracia. In uno scacchiere internazionalmente complesso, fra nazioni che ambiscono a delle velleità superiori alle loro possibilità, Il Dio si prepara a scatenare i suoi figli, Deimos e Phobos, per far rivivere all’ uomo, miserabile, le stesse sofferenze del II° conflitto bellico mondiale. Ora la piccola e ininfluente Corea del Nord si è messa a fare la voce grossa, a voler mostrare i muscoli, rischiando di provocare la scintilla che potrebbe scatenare la III guerra mondiale, con l’aspetto più problematico, la bomba atomica. Riflettano questi leader, comprendano che andrà a discapito di tutti “il risveglio del Dio della Guerra”, precipitando il mondo in un’orrore senza fine.

“Attenzione uomini Ares è pronto per il risveglio…”