Benvenuti in Messico, angolo di paradiso in terra

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Tablinum: questa volta vogliamo farvi assaporare un luogo lontano dall’Italia, facendovi immergere nella calda atmosfera del Messico: parlarvi dell’intero ‘labirinto della solitudine’, come definì questa terra il poeta e saggista Octavio Paz, sarebbe un’ardua impresa. Dovremmo percorrere un territorio che va dalla Bassa California alla capitale, la cosmopolita Città del Messico; dalla culla della musica Mariachi, il Guadalajara, sulla costa centrale del Pacifico, al selvaggio Chiapas, fino ad arrivare alla costa orientale, la penisola dello Yucatán. È proprio quest’ultima che vogliamo approfondire, questo incantevole, piatto lembo di terra dove le candide spiagge si alternano a riserve naturali e suggestivi siti archeologici.

La penisola dello Yucatán comprende tre Stati, il Quintana Roo, Campeche e lo Yucatán, e in ognuno dei tre è possibile trovare numerosi siti Maya avvolti dalla giungla. L’acqua, che per i Maya era sacra, arrivava qui alla terra attraverso un terreno poroso e calcareo, andando a creare un vasto sistema fluviale sotterraneo. Al cedere dello strato di calcare, si formano le doline o cenotes, ovvero delle pozze profonde nelle quali è possibile immergersi: nel solo Yucatán ne sono presenti 200.

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Oltre agli Spagnoli e ai Maya (popolazione, ricordiamolo, tuttora esistente e non del tutto sterminata dagli invasori ispanici), questa terra è un’amalgama di culture che comprende anche francesi, libanesi e altri immigrati.

Per quanto riguarda la cucina, oltre ai piatti tipici messicani come il mais, il cioccolato, il tacchino selvatico, la zucca, i peperoncini e i pomodori, la cucina yucateca comprende anche ingredienti europei quali le arance e la carne di maiale: in parte per via dell’isolamento geografico della regione dello Yucatán rispetto alle altre regioni messicane, e in parte per le influenze europee, caraibiche, mediorientali e indigene di cui è ricca. A Merida ad esempio, non troverete dei piatti simili in nessun altro posto del Messico, come i panuchos (tortillas fritte ripiene di fagioli neri e coperte con pollo o tacchino, avocado, lattuga e cipolle in agrodolce).

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A proposito di Merida, la torrida ‘città bianca’, essa fu fondata dallo spagnolo Francisco de Montejo nel 1542 sulle rovine di una città Maya. Se avete intenzione di visitarla, non mancate di andare a vedere la Cattedrale inaugurata nel 1598 e dedicata a  San Ildefonso, la più antica di tutto il continente, e il Museo de la Ciudad, ospitato dall’ex Palazzo della Posta edificato nel 1908, che illustra la storia di Merida, dalla sua fondazione ai giorni nostri.

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Non lontano da Merida, potrete ammirare i fantastici siti archeologici della cultura Maya: dal più famoso e maestoso, quello di Chichén Itzá, al collinare Uxmal, a Ek Balam, il ‘giaguaro nero’, fino a Coba, sito completamente immerso nella giungla: qui potreste avventurarvi a scalare il Nohuch Mul, che in lingua maya significa “grande monticello”, la più grande piramide della penisola dello Yucatán con i suoi oltre 40 metri.

chichén ItzaE se, dopo che avrete visitato città e scalato piramidi, avrete voglia di mare, non possiamo non consigliarvi le meravigliose Isla Contoy e Isla Mujeres, tra le spiagge più incontaminate dei Caraibi, angoli di paradiso dove il tempo si ferma e si possono ammirare numerose specie protette, tra le quali paguri, fregate, iguane e tartarughe marine.messicofregata

 

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Cos’altro dire… ‘Que Viva Mexico!’

                                                                      Francesca Corsi

Itinerari d’Italia: Gaeta e il Santuario della Montagna Spaccata

Tablinum: Percorrendo il litorale laziale si arriva alla cosiddetta Riviera di Ulisse, tratto di costa che prende il nome dal mitico eroe di Omero. Una volta superate Terracina e Sperlonga, si arriva a Gaeta, uno dei centri litoranei più suggestivi inserito nell’omonimo golfo. Le origini del nome di Gaeta sono avvolte nella leggenda: Strabone indicò la sua provenienza dal termine Gaetas usato dai pescatori per indicare il sito, con riferimento all’ampia insenatura del suo golfo; altri dicono invece che il sito ed il golfo abbiano ricevuto lo stesso nome della nutrice di Enea, Caieta, sepolta dall’eroe troiano in quel sito durante il suo viaggio verso le coste laziali. Così narra Virgilio nell’Eneide e allo stesso modo lo conferma Dante Alighieri. Diodoro Siculo collegò queste terre al mito degli Argonauti facendo derivare il nome della città da Aietes, mitico padre di Medea (figlia di Circe), la maga innamorata di Giasone.
Gaeta comprende sette spiagge: se per i più avventurosi non può mancare una visita alla baia di S.Agostino, dove si può praticare free climbing, è invece da consigliare a chi – come la sottoscritta – non ama tuffarsi dalle scogliere, la splendida spiaggia del Serapo, dalla sabbia finissima e dalla suggestiva collocazione presso il borgo medievale, alle falde del Parco Naturale di Monte Orlando. Non è insolito sentire, da questa spiaggia, il suono delle campane proveniente dal Santuario della Montagna Spaccata.

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La Montagna Spaccata è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi di Gaeta, che racchiude in sé un vero e proprio itinerario.
Il Santuario della SS. Trinità alla Montagna Spaccata fu fondato verso il 930 dai padri benedettini, sui ruderi della lussuosa villa di Munazio Planco, famoso generale romano (20 a.C.) I benedettini officiarono il Santuario per quasi dieci secoli. Dopo un periodo di abbandono subentrarono i frati Francescani Alcantarini (1843-1903) che, con l’aiuto del re di Napoli Ferdinando II, diedero un grande sviluppo e decoro al Santuario. Qui vi pregarono numerosi pontefici, tra cui Pio IX, sovrani, vescovi e santi, tra cui Bernardino da Siena, Ignazio di Loyola, Leonardo da Porto Maurizio e San Filippo Neri.
Il percorso comincia dalla Chiesa della SS. Trinità, risalente alla fine del XVII sec. che rappresenta una sintesi semplificata ma elegante di modelli del barocco napoletano e spagnolo. Alla sua sinistra si trova la suggestiva “Grotta del Turco”, spaccatura nella montagna a forma di sesto acuto e chiamata così perché serviva da nascondiglio ai pirati saraceni, che di notte uscivano a depredare il litorale. Gaeta fu tormentata dalle scorrerie dei Saraceni per oltre 60 anni, dall’846 al 915, quando riuscì a sconfiggerli nella battaglia del Garigliano. Per arrivare al livello del mare si scendono circa 300 gradini, solo così nelle belle giornate di sole si possono ammirare i riflessi verdi e turchesi delle acque di Gaeta.

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A destra della chiesa si percorre un corridoio scoperto con alle pareti le stazioni della Via Crucis in riquadri maiolicati, opera di Raimondo Bruno (1849): sotto ogni quadro i versi del Metastasio.
Al termine della Via Crucis si prosegue su scalinata di 35 gradini che porta direttamente alla fenditura più interessante e profonda, quella centrale, spaccatasi, secondo la leggenda, al momento della Crocifissione e della morte di Gesù. Il terremoto che colpì Gerusalemme al momento dell’ultima esalazione del Cristo, pare sia stato riflesso proprio qui, spaccando una montagna intera: “Alla morte di Gesù la terra tremò e le rocce si spaccarono” (Mt. 27,51)
Sempre all’interno di questa fenditura e precisamente a destra, è possibile trovare l’impronta di una mano impressa nella roccia, la cosiddetta “mano del turco”. Secondo un’altra leggenda infatti, un musulmano per saggiare la veridicità del miracoloso evento, toccò la roccia, che si fuse come lava al solo tocco del miscredente.

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Nel 1434 un probabile terremoto determinò la caduta di un grosso macigno che si incastrò all’interno di una delle fenditure del monte: su questa venne eretta la Cappella del Crocifisso, da cui si può godere di uno splendido colpo d’occhio, sia sul mare circostante, che sulla falesia di oltre 150 metri visibile dalla terrazza.

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Alla fine del percorso si trova anche un giaciglio in pietra, dove soleva ritirarsi in meditazione S.Filippo Neri, che secondo una leggenda visse proprio all’interno della Montagna Spaccata.

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Poco prima della Cappella del Crocefisso c’è inoltre un sentiero che conduce al Parco di Monte Orlando. Il parco occupa l’area del monte da cui prende nome ed è estremamente suggestivo per le sue pareti a strapiombo sul mare. La vegetazione che lo ricopre è quella caratteristica della macchia mediterranea, che annovera fra le varie specie il mirto e il leccio ed è popolata da svariate specie di fauna migratoria e marina, tra cui il falco pellegrino. Nell’area del parco troviamo anche il Mausoleo del console romano Lucio Munazio Planco, eretto attorno al 22 a.C.

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Francesca Corsi

Civita di Bagnoregio, the dying town

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Tablinum: In Italy there is a town perched on top of a tuff spur and accessible only by a bridge, where cars do not circulate and inhabited by twelve people. Its unreal fairytale charm has attracted the interest of many film directors and many tourists from US to PRC. We are talking about Civita di Bagnoregio, near Viterbo, known also as “the town that is dying” because of its geological nature. It is situated on the top of a hill between the valleys formed by the streams Chiaro and Torbido, and its isolated position is due to the gradual erosion of the hill and the surrounding valley, which gave rise to the typical forms of calanchi, small gullies delimited by ridges and pinnacles created by the water washing away clay stone.

The city was founded 2500 years ago by the Etruscans, who – as the Romans later – had to cope with the problems of instability and seismicity of the area through impressive works of sewage of rainwater and containment of the streams. Evidence of Etruscan presence are the urban structure of the entire village, a necropolis found in the rock below the lookout in the area of San Francesco Vecchio; the “Bucaione”, a deep tunnel dug in the lower part of the town, which allows access directly from the settlement, to the calanchi valley; and the cave of St. Bonaventure also, in which they say that St. Francis healed the small Giovanni Fidanza, who later became St. Bonaventure, and it is actually an Etruscan chamber tomb.

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From the few documents found that Civita di Bagnoregio and Bagnoregio were two districts of a city that until the eleventh century was called Balneum Regis. A legend says that it was Desiderius king of the Lombards (756-774 AD), recovered from a serious illness thanks to its hot springs who gave the town this name. In 774 Carlo Magno ended the Lombard phase, returning the land to the Pope. From this date Balneum Regis becomes part of the domain of the Church even if during the feudal period the city, with its strong and rebellious attitude, became a serious problem for the papacy. The mid-twelfth century Bagnoregio is a free town, but will see its independence threatened by the ambitions of the Empire. The city was occupied in 1186 by the son of Frederick Barbarossa, Henry IV, pointing against Orvieto. The hostile relations with Orvieto characterize the entire history of medieval Bagnoregio; especially the family of the Monaldeschi attempted to establish control over the city in order to preserve it as a Guelph garrison as part of the fighting against the Ghibellines of Viterbo. The continuous exploitation tax to the detriment of the inhabitants of Bagnoregio eventually provoked a violent rebellion that led to the destruction of the castle of Cervara, from which the Monaldeschi had exercised their power for more than a century. In memory of these events, above the area of the port of Santa Maria were walled two lions in basalt stone that hold human heads between their legs to commemorate the victory of the people of Civita.

In the last decade of the fifteenth century the Church’s control over the city strengthens: it begins the “Government of the cardinals” who exercised power in the middle of lieutenants, thus limiting the municipal freedom, who saw its end in 1592 when it was founded the Congregation of the Good Government with the aim to exercise a strict supervision of all activities of the municipalities.

The decline of the town of Civita begins after the earthquake of 1695, which caused serious damage to roads and buildings, forcing many residents to leave the city. The succession of other earthquakes and landslides that risked to remain completely isolated Civita, contributed to increase the population transfer elsewhere, up to a near-total abandonment. Only in 1965 was built the concrete bridge that now allows you to reach the city.

In addition to the Port of Santa Maria, the only access to the city, within the village are several medieval houses, the church of San Donato, overlooking the main square and where inside houses the SS Wooden crucifix, the Bishop’s Palace, a mill of the sixteenth century and the birthplace of St. Bonaventure.

The old town is a member of the most beautiful towns in Italy. Because of its stunning geographical position and its charming medieval buildings, it has been used several times as a set of many films, including The Two Colonels (1962) by Steno, with Totò protagonist.

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Francesca Corsi

Translation by Agostino Sargenti

Esplorando l’Italia. Il borgo e il castello di Fumone: “Cum Fumo fumat, tota campania tremat”

Studio Tablinum: che l’Italia possiede un immenso patrimonio culturale, lo sappiamo già. Ma ne siamo veramente consapevoli? Per poter davvero conoscere qualcosa, dobbiamo farne esperienza. Ovvero, andare e visitare quanti più luoghi possibili della penisola, anche quelli apparentemente meno conosciuti… una sorta di “decentramento” della cultura del territorio, al fine di diffondere la bellezza di cui troppo spesso si parla senza davvero apprezzarla.

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A tal proposito, parliamo oggi di uno dei borghi più affascinanti del Lazio, Fumone. Le origini di questo comune italiano di circa 2000 abitanti della provincia di Frosinone risalirebbero ai tempi di Tarquinio il Superbo (V secolo a.C.), che vi si sarebbe rifugiato dopo essere stato cacciato da Roma.
Compreso fra Alatri, Anagni, Ferentino, il Castrum Fumonis assolve fin dall’antichità un’importante funzione di controllo del territorio. A partire infatti dall’assoggettamento alla Chiesa nell’XI secolo, il colle Fumone divenne fortezza militare dello Stato Pontificio e punto di avvistamento (sistema di Castellanie). Quando infatti si avvistavano i nemici, attraverso un sistema di segnali di fumo veniva segnalato il pericolo imminente alle località vicine più direttamente minacciate sino all’Urbe: da qui il detto «Quando Fumone fuma, tutta la Campagna trema».
Le fiamme venivano prodotte bruciando legno nella torre più alta del castello, l’Arx Fumonis, menzionata per la prima volta in un documento ufficiale del 962, il Privilegium Othonis. Inespugnabile, il castello, collocato al centro di una fortezza cinta da poderose mura e presidiata, all’epoca, da 14 torri di difesa, fu usato per oltre 500 anni come fortezza militare: né Federico Barbarossa né le armate sveve di Enrico VI riuscirono ad espugnarlo.
A tali funzioni militari si aggiunse poi anche quella di prigione dello Stato della Chiesa, per la quale divenne tristemente famoso. Qui vi furono imprigionati illustri personaggi: il prefetto Pietro Corsi nel 1116, l’antipapa avverso a Callisto II, Gregorio VIII (Maurizio Bordino) nel 1124, il cui corpo non venne mai ritrovato. Il più illustre prigioniero fu Pietro Angelerio da Morrone, più noto come papa Celestino V, che Dante pose nell’Inferno come “colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Bonifacio VIII, temendo che la figura pia e autorevole di Celestino V potesse essere usata per provocare uno scisma, decise di arrestarlo e tenerlo sotto sorveglianza fino alla sua morte, che avvenne per mano di Roffredo Caetani il 19 maggio 1296. Si racconta che nel giorno della sua morte una grande croce dorata apparve sopra le mura della sua angusta prigione, una cella appositamente ricavata in un’intercapedine delle mura esterne. Saccheggiato nel 1504 dalle truppe francesi di Carlo I, il castello rimase per anni in stato di abbandono finché nel 1588 passò nelle mani dei marchesi Longhi, discendenti di Bonifacio VIII, che tuttora ne sono proprietari.

Entrando nel castello, si ha l’impressione di essere ritornati nel Medioevo: non solo per le strutture dell’edificio, perfettamente conservate, ma per l’atmosfera tetra e silenziosa, specialmente una volta che ci si trova di fronte alla piccolissima cella di Celestino V. Proseguendo nelle varie sale, il tempo scorre velocemente, fino ad arrivare ai lussuosi arredi dell’epoca della famiglia Longhi: la Sala degli Antenati, con statue romane, busti e un grande camino; quella degli Stemmi; la Sala Savoia; la Sala dell’Arazzo; Sala Colonna; quella di Raffaello; la Sacrestia, ricca di manoscritti, e la Cappella, custode di reliquie; infine il giardino pensile.

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Parlando di castelli, non possono mancare le storie macabre come quella di monaci murati vivi, o del “Pozzo delle Vergini”, o quella del “Marchesino”.
In un cantuccio stretto e profondissimo a fianco di una scalinata troviamo il “Pozzo delle Vergini”, storicamente legato alla pratica dello Ius primae noctis. Sulla base di questo diritto, le donne appena sposate dovevano giacere, la loro prima notte di nozze, con il signore del posto e dovevano giungervi vergini, pena la morte o la tortura. A Fumone le povere disgraziate scoperte “impure” venivano gettate nel pozzo, sul cui fondo pare vi fossero lame affilate.
La storia più conosciuta e spaventosa del castello è quella del “Marchesino” Francesco Longhi, ultimo nato dopo sette sorelle; quale primo figlio maschio egli avrebbe avuto in eredità tutti i beni di famiglia, ma le sorelle, invidiose e per nulla intenzionate a perdere le proprie ricchezze, decisero la morte del piccolo. Lo uccisero giorno dopo giorno, senza lasciare tracce, mettendo quotidianamente nella sua scodella minuscoli pezzetti di vetro, che lo portarono alla morte all’età di cinque anni dopo una lenta e atroce agonia.
La madre, straziata dal dolore per la perdita del figlioletto, ordinò, disperata, che le sue spoglie fossero “imbalsamate” e poste in una teca di cristallo, così da poter eternare la sua memoria. Ancora oggi possiamo trovare questa teca con il Marchesino imbalsamato nella stanza dell’Archivio.
Una leggenda narra che Emilia Caetani Longhi, madre del piccolo Francesco, ogni notte si rechi a trovare il figlioletto, lo prenda in braccio ed inizi a dondolarlo tra nenie e lamenti.

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L’inquietudine che si respira nelle sale del castello nell’ascoltare queste tetre vicende lascia spazio alla serenità una volta arrivati nel giardino pensile all’italiana, il più alto d’Europa, che si estende per ben 3.500 mq suddivisi in due livelli. In esso sono presenti molti alberi secolari, tra cui due che si sono uniti fino a divenire uno solo e detto per questo albero degli innamorati. Inoltre, nel giardino si trova la pietra sommitale degli 800 metri, il punto più alto di Fumone: pare che toccarla porti fortuna. Dopo questo gesto scaramantico, non dimentichiamo di dare poi un ultimo sguardo al paesaggio circostante, che va da Palestrina a Cassino: una vista sul mondo odierno dall’alto della rocca, dove il tempo sembra essere sospeso.

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Francesca Corsi

Miranda Gibilisco, l’arte di viaggiare

In un grigio pomeriggio di fine dicembre, lontano dall’affollato centro di Roma, entrare nello studio di Miranda Gibilisco dà un senso di pace e distensione, come davanti a una delle sue fotografie scattate oltreoceano. Davanti a un caffè comincia l’intervista, che a dire il vero sembra essere una chiacchierata con un’amica, la quale raccontando le proprie esperienze sa dispensarti buoni consigli.


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«Nella mia vita ho fatto molti lavori, tra cui la cuoca in un ristorante a Lampedusa per dieci anni. Tutto quello che ho fatto in qualche modo mi è servito. Penso sia importante dare il massimo delle proprie possibilità, mai oltre, senza superare i propri limiti.»

Tra i tanti lavori che hai fatto, la fotografia c’è sempre stata? E come è cambiato il modo di fare fotografia?
Innanzitutto devo dire che non amo la tecnologia, anche se ci serve tanto. Il computer l’ho imparato ad usare perché mi sono resa conto che senza non si poteva fare fotografia. Ho capito in anticipo che la macchina digitale avrebbe soppiantato la pellicola. Sono partita dalle piccole macchine fotografiche quando avevo 6 anni, poi sono passata a una nikon, poi ho fatto un passo grande passando all’assemblad e in seguito il banco ottico, che era da studio. Con la fotografia ormai ho un rapporto simbiotico. Quando parto posso aver dimenticato i cambi, ma non la macchina fotografica, che è il mio bagaglio principale.
L’interesse per la fotografia nasce dal fatto di poter avere il mondo dentro casa, come una volta era il quadro per chi se lo poteva permettere. Molti la percepiscono come una cosa che chiunque potrebbe fare. Nei paesi orientali c’è più attenzione, avvertono che fare certe foto non è da tutti.

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Parlaci della preparazione del lavoro che c’è dietro una foto.
A me piace che una cosa debba essere “pensata”. La foto necessita una lunga preparazione, prima di tutto occorre portarsi dietro il materiale. Sono una fotografa che pensa, che aspetta il momento giusto per lo scatto, che studia il luogo in cui si trova. Si tratta anche di un fattore economico, dato che non parto dal digitale. Chi scatta con il digitale, come i fotografi di moda, fa tantissimi scatti per avere quello giusto. Devono cogliere l’attimo, la stessa cosa che faccio io, però nella natura gli attimi sono più lenti. Per me lo scatto deve essere uno, e deve essere quello giusto. Che non deve essere scartato, perché dietro a ogni scatto c’è il suo perché, il suo momento di passione, di anima.

Cosa hanno significato a livello personale e professionale le tue prime collaborazioni con Luciano Ventrone, pittore iperrealista nonché tuo marito?
C’è stato un apporto da ambedue i lati. Ho conosciuto mio marito molto giovane, e mi sono innamorata prima della sua arte, solo in seguito della sua persona. Siamo molto diversi, eppure stiamo insieme da quarantadue anni, viviamo in armonia. Lui è partito dall’astrattismo, è tornato poi al realismo, che però non definirei come tale; piuttosto un realismo fantastico. Ai suoi allievi dice che non bisogna guardare la realtà, ma l’astrazione di essa. Noi una mela la conosciamo come mela, ma se la vediamo esclusivamente come forma e colore, la riusciremo a ritrarre più vera del vero. Dobbiamo partire dall’astrazione per cogliere l’anima delle cose. Lo stesso vale per la fotografia: la macchina fotografica deve fare quello che io vedo, e molto spesso perché accada c’è bisogno di un tempo lungo. Anche nella foto devi “astrarti” e c’è una lunga preparazione dietro. Devi imparare ad aspettare.

Jacques Attali afferma che “la stanzialità non è che una breve parentesi nella storia umana”. L’uomo è nomade per natura. Cosa rappresenta per te  il viaggio?
Sono completamente d’accordo. Del viaggio mi piace la scoperta delle diversità, amo sia il viaggio culturale che quello naturalistico. Il secondo è quello che mi serve per le fotografie, che faccio principalmente per me stessa; ho cominciato per gioco, facendo delle mostre da ‘reporter’. Il fatto di esporle è nato in seguito, spinta dalle mie amiche, otto in particolare con le quali parto una volta all’anno. A volte, per i viaggi più estremi, ad esempio nel deserto, vado con una sola amica, alla quale piace filmare. Quando vedo un luogo che mi piace fotografare ma non è l’ora giusta, devo ritornarci. Le mie amiche capiscono le mie esigenze e non mi è mai capitato di tornare nello stesso posto da sola! In questo sono stata molto fortunata. D’altronde la maggior parte di loro le ho conosciute dieci anni fa durante un viaggio in Messico.
Per quanto riguarda le altre culture, sono rimasta molto colpita dai Tuareg: si tratta di una società matriarcale, dove chi offende una donna viene cacciato da tutte le tribù del deserto.

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In questi giorni sei presente a Roma (Galleria Vanio fino al 7 Gennaio) con la tua ultima mostra “Riletture”. Ad accoglierci è l’opera “Ordinarie ipocrisie”, la riproduzione di un enorme cactus al centro della sala sul quale si può camminare. Cosa puoi dirci in proposito?
Solo ultimamente sto facendo interventi sulle mie foto, voglio cercare di far entrare l’osservatore nella mia percezione dell’immagine. Come accade in questa installazione, il cui titolo è nato per il luogo in cui è stata esposta per la prima volta, il salotto ‘bene’ del Palazzo d’Avalos di Vasto. Un palazzo nobile, nel salotto dove le chiacchiere erano all’ordine del giorno. Un ambiente pervaso dal perbenismo, dalle ipocrisie… e cosa c’è più spinoso di un cactus?

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Nella passata mostra “Natura Nova”, nella chiesa di San Gennaro all’Olmo a Napoli, le tue foto sono inserite entro organi e teche d’altari, come a mostrare una finestra sul trascendente: tra queste, la natura appare benevola e minacciosa al tempo stesso e sono presenti anche dei cactus: un’interpretazione del ‘deserto’ interiore dell’uomo?
Quella del cactus è una foto all’intervento dell’opera che non è stata però realizzata: le tre immagini della chiesa ancora in situ sono una visione dall’alto delle langhe, una visione dalla nave del mare di Groenlandia e la visione di un cielo molto simile ai cieli di Tiepolo. Volevo rendere l’idea di una finestra nel mondo, in una chiesa che avevo trovato vuota, spoglia, dove però c’erano degli altari bellissimi. Nella navata ho posizionato un’installazione di pellicola trasparente montata su ferro con la visione di ciottoli di mare, che significano rinascita, battesimo. L’immagine dei cactus ho preferito non inserirla, in quanto l’immagine poteva essere fraintesa, poiché rappresenta morte e vita nello stesso tempo. Bisogna fare attenzione a non ferire chi ti sta ospitando. Basta cambiare le immagini dell’altare per modificare totalmente il significato.

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Alcune tue opere presentano una particolare tecnica.
Quando non si poteva più usare la lastra fotografica per fare foto, l’ho impiegata come supporto in sostituzione della carta, come l’onda di “natura nova”, che è composta di più pezzi che posso modificare, a seconda di come voglio avvolgere lo spazio.

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Ci sono artisti particolari che ammiri o a cui ti ispiri?
Possiedo opere d’arte di perfetti sconosciuti, opere che però mi dicono qualcosa. Giorni fa sono stata a una mostra di Mathieu, ma sono rimasta affascinata da uno solo dei suoi quadri, non perché fosse Mathieu, ma perché mi piaceva. Il realismo lo trovo il più delle volte rancido, di superficie; il problema è che non si astrae, che non si guarda abbastanza in profondità: anche una macchia può darti qualcosa, ma solo se tu hai qualcosa. Quando vado alla National Gallery di Londra, non manco mai di vedere i “Coniugi Arnolfini” di Jan van Eyck: un quadro piccolo e pieno di particolari, di una bellezza e una profondità incantevoli. Inoltre ammiro molto “Gli ambasciatori” di Holbein, il modo in cui egli ha saputo dire ciò che pensava sulla tela: un memento mori alla fugacità della vita, che vale per tutti, anche per i poteri forti, che non sempre permettevano la completa libertà dell’artista.

Oggi gli artisti hanno certamente più libertà. Eppure allo stesso tempo l’arte sembra essere più difficile da far apprezzare, specialmente (e paradossalmente) in Italia, dove nelle scuole vengono diminuite le ore di insegnamento di Storia dell’Arte…
Una volta i committenti – i re, la Chiesa – stabilivano persino i colori da dover usare. Maggior libertà c’è stata dall’Ottocento, da quando il committente è borghese. Adesso purtroppo tutti si considerano artisti. Tutto è diventato mercato. A me non interessa quanto costa un’opera, cosa ne hanno detto gli altri, mi deve piacere. Deve trasmettermi qualcosa, e quel qualcosa può entrare nella mia casa.
Nel campo dell’arte oggi c’è poca cultura, l’arte viene poco studiata. Ho fatto il liceo artistico, per me la storia dell’arte era un materia noiosa. L’ho ripresa per conto mio, più tardi, e allora ho cambiato idea. A scuola l’ho studiata invece in modo nozionistico. Il nostro è un territorio ricco, un museo a cielo aperto, che non sappiamo apprezzare perché nessuno ce lo ha fatto vedere. Molti critici sanno usare paroloni incomprensibili al pubblico, è difficile spiegare la bellezza in parole semplici, come Benigni per esempio ci ha fatto amare la Divina Commedia. È importante studiare contemporaneamente più materie insieme, ad esempio arte, storia e geografia, per dare un contesto giusto senza imparare a memoria. Studiare settorialmente non porta a nulla.

Personalmente ho apprezzato molto l’opera “Scozia”.
Fa parte dei miei primi momenti da fotografa alla “National Geographic”. Le mie immagini primarie sono per me molto importanti. “Scozia” rappresenta per esempio un momento particolare della mia vita, quando ho fatto una cosa nuova: prendere una macchina in affitto e guidare ‘al contrario’, senza andare a sbattere contro nessuno! Dietro ogni immagine c’è una piccola avventura, le mie amiche lo possono confermare.

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Prossimo viaggio?
Patagonia, tra un mese.

Francesca Corsi

Miranda Gibilisco nasce in Sicilia, a Siracusa, nel 1953.
Il suo primo incontro con la fotografia avviene in modo casuale, quando un’amica d’infanzia le regala una Nikon con la quale inizia a ritrarre la natura. La passione per la fotografia la assorbe in pochi anni così profondamente da indurla a trascorrere tutto il tempo fotografando, avendo la sola consapevolezza delle sue capacità e l’ardente desiderio di trovare uno sbocco all’inesauribile creatività che la anima.
Le sue prime immagini hanno accompagnato il lavoro di uno dei più grandi artisti viventi dell’iperrealismo, suo marito Luciano Ventrone, per il quale, come fotografa, ha preparato il set per l’opera, affiancandolo per trentacinque anni fino all’ascesa quale riconosciuto artista in tutto il mondo.

I suoi viaggi, percorsi spirituali tra mari, deserti, infinite vallate, culture e mondi sempre nuovi e affascinanti sono sintetizzati in oltre 30.000 scatti. I suoi reportage sono testimonianza della grandezza e della bellezza del paesaggio mondiale dall’America del sud, alla Scozia, al paesaggio italiano, ai deserti dell’Africa, alle rocce della Turchia, ai paesaggi sconfinati del nord Europa.